Popoli liberi e sovrani

"Sotto gli occhi di tutti"

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L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

8 novembre 2018 – e-Settimanale della più antica testata della sinistra italiana / Direttore: Andrea Ermano

www.avvenirelavoratori.eu / Organo della F.S.I.S., Centro socialista italiano all'estero, fondato nel 1894

Redazione e amministrazione presso la Società Cooperativa Italiana, Casella 8965, CH 8036 Zurigo

 

 

     

IPSE DIXIT

 

Ragguardevole - «L’operazione si presenta complicata, le contestazioni saranno innumerevoli, strumentali o legittime, ma il principio è stato affermato in modo autorevole dalla Corte di giustizia dell’Unione europea: lo Stato italiano deve recuperare l’Ici non pagata dalla Chiesa e dal no profit.  La cifra stimata (dall’Anci) è ragguardevole con i tempi che corrono per l’Italia: attorno ai 4-5 miliardi. Che cosa farà adesso "il governo del popolo" giallo-verde?». – Gian Enrico Rusconi

 

              

EDITORIALE

 

Sotto gli occhi di tutti

 

«Ieri è stato un grande giorno, un giorno incredibile», ha dichiarato il presidente Trump alla conferenza stampa di mercoledì, riferendosi all'esito delle elezioni americane di midterm, tenutesi il giorno prima.

 

Nelle recenti midterm elections il partito del presidente è riuscito a conservare il controllo del Senato (51 seggi su 100) mentre alla Camera ha lasciato sul terreno 39 eletti scendendo a quota 196 e cedendo la maggioranza ai Democratici, che sono passati da 193 a 220 rap­pre­sentanti. Tra questi c’è anche la più giovane deputata della storia statunitense, Alexandria Ocasio-Cortez, 29 anni, militante social­demo­cratica di New York.

    Bravo chi riesce a scorgere l’incredibile grandezza dell’altrieri trumpiano. Dopo­diché lui stesso verrà rieletto, tra due anni, senza fallo, e come no. Per adesso, tuttavia, l’inquilino della Casa Bianca è quel che si dice un’anatra zoppa. In un commento apparso sull’Atlante dell’Enciclopedia Treccani si legge: «Il terremoto politico che alcuni auspicavano non c’è stato; ma molte realtà nuove si sono messe in movi­men­to e attraversano la politica degli Stati Uniti».

    L’anatra zoppa è subito volata da Washington a Roma, in forma di brutta notizia. Ma le news poco belle per i sovranisti di casa nostra non finiscono qui. In Cina sembrano essersi impressionati per Di Maio tanto quanto in Europa per Salvini. La stagnazione economica. Le baruffe chiozzotte. Le flessioni nei sondaggi. Il grattacapo dell’ICI ecclesiastica. L’onesto condono fiscale. L’onestissimo condono edilizio. Un management della crisi genovese alquanto ondivago. Il dissesto idrogeologico permanente e crescente.

    In rapporto a quest’ultimo fenomeno, che ogni anno a novembre si ripresenta mietendo vittime e seminando tragedie, evitate le espressioni tipo piove governo ladro, perché a Palazzo Chigi ora ci sono questi bravi ragazzi del governo del popolo che fanno la manovra del popolo.

    Breve considerazione. A scavare nel fango dopo lo straripamento dell’Arno nella Firenze del 1966 c’erano i baby boomers, le ragazze e i ragazzi dell’esplosione demografica avvenuta nel secondo Dopoguerra.

    Oggi invece si fatica a trovare un nipotino che non abbia la barba brizzolata.

    Come faremo, dunque, in un paese preda di precipitoso calo demografico, ad affrontare sulle colline e sulle montagne d’Italia l’enorme (enorme!) quantità di fatiche necessarie affinché la terra non frani e l’acqua non tracimi ogni autunno?

    C’è chi non veda che mancano donne e uomini in numero minimamente adeguato? Anche perciò, più passa il tempo e più noi ci si convince che un governo non è degno nemmeno del nome se non sa mettere in campo politiche credibili per un “esercito del lavoro” in cui organizzare sia italiani sia nuovi emigrati in una vasta opera di accudimento territoriale e sociale.

    

              

SPIGOLATURE 

 

Negli USA la sinistra

non è morta

 

di Renzo Balmelli 

 

SCOSSA. Dopo la tornata elettorale americana di metà mandato in cui si rinnova il Parlamento, nelle case dei populisti nostrani i botti dello champagne non hanno segnato esplosioni di gioia incontenibili. Oltre Atlantico il loro idolo Donald Trump, tanto invidiato da agognarne un clone da insediare alla guida dell'Europa con la carabina in mano, nel prossimo biennio non sarà più l'unico e incontrastato uomo solo al comando. Con la riconquista della maggioranza al Congresso, l'opposizione democratica rialza la testa e ridefinisce gli orientamenti della politica a cui la Casa Bianca dovrà adeguarsi. Meglio sarebbe stato ovviamente se la riscossa del partito di Obama, molto attivo durante la campagna, avesse ribaltato gli equilibri anche al Senato che resta invece sotto il controllo dei repubblicani. Nelle urne non si è realizzata l'auspicata "onda blu" che avrebbe modificato radicalmente i rapporti di forza a Washington. Ma per una simile svolta le condizioni erano obbiettivamente difficili dopo lo tsunami del 2016 che ha dato all'America uno dei presidenti più improbabili della sua storia. Non di meno la scossa c'è stata e non mancherà di fare sentire i suoi effetti sia sul piano interno sia sul ruolo internazionale degli USA quale unica grande potenza. Il cosiddetto "monocolore" repubblicano finisce dopo due anni e ora si apre una fase nuova in cui la presidenza di Trump sarà indebolita e contrastata. Di fatto dalla costa est alla California si passa quasi senza transizione da una elezione all'altra in un clima di forti contrapposizioni che terrà il Paese in continua mobilitazione fino alle presidenziali del 2020. Dalle Midterm Trump è uscito ammaccato, ma non con un ko, e la sua tempra di combattente senza guantoni non esclude la possibilità che possa essere rieletto per un secondo mandato. Tocca ora ai democratici proseguire nello slancio e investire nel miglior modo possibile il capitale politico della loro maggioranza al Congresso per scongiurare tale, inquietante evenienza. Comunque sia, l'aggiornamento della mappa elettorale conferma che la sinistra non è morta, ma è viva e vegeta quando riesce a concentrarsi su obbiettivi comuni e condivisi senza dilaniarsi con le faide interne. In quest'ottica il risultato della consultazione americana dovrebbe servire da lezione e da esempio ai partiti socialisti del Vecchio Continente e ai democratici italiani, per raccogliere e vincere la sfida coi vari Trump che sono tra noi. Ora che tra Lega e 5Stelle volano gli stracci, l'occasione è propizia. Basta smettere di litigare.

 

INCURIA. Quando la natura umiliata e offesa presenta il conto, le conseguenze sono pesanti, molto pesanti. E la fattura è salata tanto più che chi doveva saldare il conto delle inadempienze sgrana gli occhi dalla sorpresa chiedendosi senza vergogna come tutto ciò sia potuto accadere e ancora succederà senza gli adeguati provvedimenti. Ma quando? Nell'Italia sommersa dalle acque chi ora detiene la maggioranza anziché dare risposte al Paese in ansia si sfibra in assurde querelle a colpi di telefonate incandescenti per stabilire quale dei tre della troika Conte, Salvini, Di Maio sia il vero premier. Non è gran cosa per gli elettori che attendono proposte concrete e non immaginari scenari sui quali il sipario rischia di non alzarsi mai. Durante i giorni dell'alluvione in cui fiumiciattoli di scarsa portata sembravano cascate del Niagara, sono venuti a galla – è il caso di dirlo – problemi tramandati da generazione in generazione e mai affrontati con la dovuta determinazione. Abusivismo edilizio, incuria nella bonifica del territorio, argini fatiscenti e diffusa indifferenza verso le strategie ambientali sono all'ordine del giorno oggi come ieri e moltiplicano a dismisura la furia di una catastrofe naturale di inaudita violenza che spazza via le meschinità della politica.

 

RIMEDI. Mai come da quando questa destra è al potere e detta regole discutibili, mai, si diceva, il fascismo e i fascisti sono stati e vengono evocati nel dibattito con tale e tanta frequenza. Senza giungere a conclusioni affrettate, si deve pure ammettere che la coincidenza è abbastanza curiosa. A chiedersene la ragione sono i lettori sempre più preoccupati da certe manifestazioni di disprezzo verso gli avversari che spopolano sui social accoppiate alle provocazioni di chi si dichiara apertamente fascista decantando le meraviglie del ventennio. Che eventuali, future camicie nere abbiano un futuro è una tesi che gli studiosi seri e preparati non sono disposti ad avallare. Tra di loro è opinione diffusa che quel fascismo, al netto delle pagliacciate nostalgiche, non potrà più tornare. Tuttavia i riferimenti non casuali alla stagione dell'orbace si fanno via via sempre più insistenti e inquietanti. A questo punto per non inciampare nella storia è perciò fondamentale stimolare la ricerca dei rimedi aggiornati atti a vanificare sul nascere qualsiasi deriva e azzerare le bieche speculazioni elettorali di chi strizza l'occhio al passato senza nemmeno sapere bene, come osserva Corrado Augias, quale passato stia rimpiangendo.

 

STRAGE. Tra Brexit, tentazioni sovraniste, cavalcate eurofobe, migranti sotto tiro e rigurgiti nostalgici, prevale la convinzione che l'Europa sia l'ombelico del mondo. Ma basta gettare lo sguardo fuori dalla finestra e confrontare i nostri problemi, che pure sono importanti, con una immagine di dolore e disperazione che ci ha lasciato sgomenti, per ribaltare la prospettiva. L'immagine di inaudita crudeltà ritrae la piccola Amal Hussein,7 anni, fotografata nell'ospedale nello Yemen nord occidentale dove è morta a causa di una grave malnutrizione. Nello sfortunato paese, culla di una antichissima civiltà, sono due milioni i bambini denutriti a causa della guerra scellerata tra le opposte fazioni. Altri milioni di piccole vittime della sopraffazione dell'uomo sull'infanzia abitano sulla terra con scarse possibilità di crescere e avere una vita normale.Morire di fame nel secondo millennio è una tragedia inammissibile che ricalca la biblica strage degli innocenti moltiplicata all'infinito.

 

GOSSIP. Per non farsi mancare nulla, ma proprio nulla, dopo l'arrembante assalto gialloverde alla diligenza della Rai non poteva mancare il gran finale a sorpresa. Di che mandare in sollucchero gli amatori del gossip. Mentre andavano in onda le battute finali per l'occupazione di Saxa Rubra secondo i criteri tramandati dalla Prima Repubblica, è arrivata la notizia che ha messo in ombra la corsa ai piani alti dell'azienda. È successo che Elisa Isoardi ha reso di pubblico dominio la conclusione della relazione con Matteo Salvini scatenando la curiosità degli amatori del pettegolezzo. La presentatrice ha fatto ricorso a Instagram per diffondere la novella urbi et orbi con l'ausilio di un verso poetico. Per tutta risposta il ministro degli interni era al ristorante con una misteriosa accompagnatrice. Entrambi sono attesi da impegni importanti. La Isoardi dovrà uscire indenne dalla prova del cuoco, mentre Salvini è atteso alla prova del fuoco della coalizione in cui non mancano le coppie pronte a scoppiare.

   

               

Da La Rivoluzione Democratica

https://www.rivoluzionedemocratica.it/

riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

ESISTE ANCORA UNA SINISTRA IN EUROPA?

 

Il grande, epocale quesito: ma la sinistra c’è ancora in Italia e in Europa?

La diffusione dei populismi, ossia il rapporto diretto, senza la mediazione

dei partiti e dei sindacati, tra un leader e il popolo, farebbe dire che…

 

di Carlo Patrignani

 

"Va smentito questo luogo comune che la sinistra non c'è, non esiste. Non è affatto vero: un popolo di sinistra, e quindi la sinistra, in Italia, come in Europa, c'è, esiste. Pd, Leu e Potere al popolo lo comprovano. Certo, è una sinistra che arranca, in grande difficoltà, può essere persino in declino, in Italia e in Europa, ma, pur avendo subito delle gravi sconfitte, specie la socialdemocrazia, c'è, esiste: è da qui, da quel che c'è, che bisogna ripartire".

    E’ questa la tesi del politologo e storico Giorgio Galli, un 90enne animato da vigore intellettuale e dotato della capacità di far nessi tra il presente e il passato, davanti alla sfida culturale e politica dei populismi di destra, di sinistra, né di destra né di sinistra, venuti alla ribalta sull'onda delle crescenti diseguaglianze economiche e sociali prodotte dall’ideologia dominante, il neoliberismo unitamente al capitalismo finanziario.

    Si tratta ora, nel breve lasso di tempo che ci divide dalle elezioni europee di maggio prossimo, di ricercare, progettare e proporre 'la via d'uscita' dal "flagello del neoliberismo" e di costruire, "una nuova idea di socialità", che - avverte il politologo e storico - "necessita di fantasia e di progetti nuovi e originali".

    Idee con le quali e sulle quali la sinistra è nata e cresciuta, come l’anticapitalismo e le nazionalizzazioni dei beni e servizi universali: l’energia, i trasporti, la sanità, l’acqua, la scuola e l’istruzione, la ricerca – oggi sono nelle mani dei populisti che tra l’altro rafforzano la loro netta opposizione all’establishment e al sistema con le campagne di odio e di rifiuto degli immigrati, i barbari, gli invasori.

    "Purtroppo la sinistra attuale, in Italia come in gran parte dell’Europa, ad eccezione di Jeremy Corbyn nel Regno Unito, ha perso i suoi consensi, il suo popolo, per aver rinunciato a ogni posizione critica nei confronti del capitalismo e per averne accettato l’impostazione culturale, tanto che oggi assistiamo alla riemersione dell’anticapitalismo di destra che si è sedimentato nella cultura occidentale per la diserzione della sinistra dalla critica al capitalismo diventato quello globalizzato delle multinazionali”.

    Non a caso, aggiunge, “idee un tempo esclusive della sinistra, le nazionalizzazioni, sono state fatte proprie dall’attuale inedito governo gialloverde tanto che Di Maio parla di delitto perfetto per la cessione dell’Ilva e definisce ‘prenditori’ gli imprenditori, preferendo Fincantieri (pubblica) alla multinazionale dei Benetton per la ricostruzione (che dovrebbero pagare) del ponte di Genova”,

    Dunque è dall’anticapitalismo che si deve ripartire?

    "Certo. La ragion d'essere della sinistra è stata ed è la lotta per l'emancipazione dei più deboli dai più forti, dai privilegiati. Così fu alle origini quando si iniziò a parlare di socialismo. La guida teorica poi divenne l'analisi e la critica del capitalismo e, con essa, al dogma del 'libero mercato', di cui, negli anni successivi al crollo dell'impero sovietico, la sinistra fece il suo 'credo'. Questo deragliamento dai valori cardine - uguaglianza, libertà, giustizia sociale - e dall'analisi e critica del capitalismo, è avvenuto perché la cultura, l'intellighenzia di sinistra, ha dedotto che crollata l'Urss fosse crollato anche il marxismo".

    L'errore fu quello di aver confuso il marxismo con il regime autoritario e illiberale creato da Stalin nell'Urss?

    "Sì. Aver identificato il marxismo e il socialismo con l'Urss ha determinato la decapitazione di quel grande prodotto culturale che è stato il marxismo, che avrebbe consentito di analizzare i veloci cambiamenti del capitalismo e di capire per tempo il capitalismo globalizzato delle 500 multinazionali che governano il mondo, invece di ritrovarsi spiazzata dalla famosa idea della Thatcher 'non c'è alternativa' al sistema neoliberista, l'unico possibile.

    La sinistra deve ricominciare a pensare, a riflettere in che mondo viviamo: chiedersi perché oggi ci ritroviamo i populismi di destra e di sinistra. Questo per non diventare succube del capitalismo delle multinazionali, per riacquistare un pensiero critico, per riappropriarsi di certi valori delle origini, ancora validi".

    E' stato questo deragliamento un errore pagato a caro prezzo: ma non è mai troppo tardi per ravvedersi, suggerisce l'autore di tanti saggi che passano al setaccio cambiamenti e misteri dal 1945 ai nostri giorni, e spiega il perché delle sue affermazioni che illuminano il presente.

    "Con l'ideologia neoliberista la sinistra ha sposato il dogma del libero mercato, il mercato che tutto aggiusta. E oggi sentiamo: i mercati sono preoccupati, i mercati reagiscono alle decisioni o non decisioni della politica, che si è fatta ancella dei mercati. Chiarissimamente va detto, allora, che i mercati non esistono: sono entità del tutto astratte, divine, che, come tali, non esistono.

    Viceversa, esistono i manager, i top manager delle grandi multinazionali, dei grandi istituti bancari, delle agenzie di rating che governano il mondo: come sistema Italia, siamo l'anello più debole di questo sistema globale, di cui pochi o nessuno parla, proprio perché non si fa più né l'analisi né la critica al capitalismo, per non infrangere lo status quo.

    Ecco, io penso che la sinistra dovrebbe battersi perché i componenti dei CdA delle grandi multinazionali, delle grandi finanziarie, delle agenzie di rating siano eletti a suffragio universale e non per cooptazione: è probabilmente un'utopia, ma per l'oggi, per il futuro chissà".

    Insomma il sentimento della rassegnazione non alberga nell'anomalo 90enne che ama osservare e approfondire i mutamenti politici, economici e sociali che alle spalle hanno sempre un 'pensiero' e rifarsi ai clerici vagantes che andavano in giro a raccontare alla gente la loro visione di un nuovo mondo e di "una nuova socialità".

    "Sono per natura ottimista e curioso di tutto quel accade in giro: se in Inghilterra il vegliardo Jeremy Corbyn ha saputo ricreare il socialismo delle origini attirandosi le simpatie di tanti giovani con l'obiettivo di una società per i molti, non per i pochi e se lo stesso percorso ha intrapreso negli Usa un altro signore avanti con gli anni, Bernie Sanders, con Our Revolution, non vedo perché lo stesso non possa accadere un giorno da noi".

    Prima di congedarsi, Galli ha in serbo un ultimo pensiero: "Viviamo in un'epoca di grande incertezza. Pur se il voto del 4 marzo ha evidenziato il cattivo funziona­mento del sistema politico, giunto forse al capolinea, visto che gli elettori hanno lasciato i partiti tradizionali, di massa, conosciuti nel '900, esso può essere, al tempo stesso, l'occasione storica per avviare la ricostruzione di una sinistra nuova, aperta e originale. Tocca a noi fare questo minuzioso lavoro ideale, e magari insieme".

      

       

Emigrazione italiana

 

È Toni Ricciardi il nuovo

segretario del PD in Svizzera

 

Il recente congresso del Partito Democratico Svizzera, la “nave ammiraglia” tra

le organizzazioni della sinistra italiana all’estero, ha eletto segretario lo storico delle migrazioni Ricciardi, mettendo fine a una lunga fase d’incertezza e divisioni.

 

di Franco Narducci

 

Toni Ricciardi è originario di Castelfranci, in Irpinia, terra generosa che ha dato all’Italia vari protagonisti della vita politica, fino ai massimi vertici di governo e delle istituzioni. Laureatosi in Scienze politiche nel 2003 all’antichissima Università di Napoli “L’Orientale” (fondata nel 1732), nel 2010 ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia dell’Europa.

    Oggi Ricciardi è storico delle migrazioni all’Università di Ginevra. Condirettore della collana Gegenwart und Geschichte (Seismo), è tra i coautori del Rapporto italiani nel mondo della “Fondazione Migrantes”, del primo Dizionario enciclopedico delle migrazioni italiane nel mondo (Ser, 2014) e membro del comitato editoriale di Studi Emigrazione.

    Ha scritto, tra l’altro, Associazionismo ed emigrazione. Storia delle Colonie Libere e degli Italiani in Svizzera (Laterza, 2013), L’imperialismo europeo (Corriere della Sera, 2016) e, con Donzelli, Morire a Mattmark. L’ultima tragedia dell’emigrazione italiana (2015), Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone (2016), e Breve storia dell’emigrazione italiana in Svizzera. Dall’esodo di massa alle nuove mobilità (2018).

                

   

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Camusso, il sindacato è

profondamente europeista

 

"Il sindacato è profondamente europeista. Ed è convinto che la questione sociale sia un punto fondamentale della politica europea". A dirlo è il segretario generale della Cgil Susanna Camusso, intervenendo ieri, mercoledì 7 novembre, a Cgil incontri, una due giorni sui temi del lavoro e dell'Europa in corso a Pistoia.

 

"Come sindacato europeo – ha dichiarato Susanna Camusso – stiamo portando avanti una battaglia sull'innalzamento dei salari, che è una piattaforma condivisa da tutti. Non c'è dubbio che il sindacato europeo ha bisogno di rappresentare il punto di vista del lavoro in Europa e forse bisognerà interrogarsi attraverso quali modalità dovrà rendersi più visibile".

    Il segretario generale della Cgil ha affermato che "nel contesto dell'Europa il sindacato europeo è di certo un luogo più unitario e di visione comune di quel che vediamo nei singoli Paesi. Anche se ovviamente ci sono differenze da paese a paese". Susanna Camusso ha poi precisato che "nel sindacato ci sono differenze di cultura, tuttavia il sindacato europeo è più ampio che non la pura appartenenza alla Comunità europea, che è un'entità geografica".

    La Cgil vorrebbe "un'Unione Europea, anche sul piano istituzionale, molto più legata alle decisioni e al voto dei cittadini. Non ci piace, invece, un'Europa dei veti dei singoli governi rispetto alle decisioni". Ma tutto questo, ha specificato Camusso, è possibile "solo se si va alla ridefinizione dei trattati che regolano l'Europa, in particolare i trattati economici. Da qui il nostro no al fiscal compact". Per il leader sindacale, dunque, bisogna arrivare "alla ridefinizione di una politica europea che parta dalle grandi questioni sociali, a cominciare dalla diseguaglianza".

            

    

ECONOMIA

 

Choc finanziari in arrivo?

 

Ora anche il Fondo Monetario Internazionale

teme l’emergere di nuovi rischi sistemici

 

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 

Non abbiamo mai avuto grande simpatia per il Fondo Monetario Internazionale. Le sue politiche e le condizioni da esso imposte hanno fortemente indebolito le economie di molti paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo, ma non solo.

    Ciò nonostante, i suoi recenti report, il World Economic Outlook e il Global Financial Stability Report, sono interessanti e condivisibili. Evidenziano l’emergere di nuovi rischi sistemici e “le grandi sfide per l’economia globale al fine di evitare una seconda Grande Depressione”.

    Il Fondo si chiede anzitutto se “la nuova architettura finanziaria”, creatasi in questi anni, sia sufficiente e sicura. Poi elenca “le nubi che appaiono all’orizzonte”: una ripresa globale ineguale e non equilibrata; i dazi e le altre tensioni commerciali; la crescita preoccupante dello “shadow banking”, soprattutto negli Usa e in Cina, fino a 70.000 miliardi di dollari; l’indebolimento del multilateralismo e il pericoloso aumento delle decisioni unilaterali. A ciò si aggiungono la caduta negli investimenti, la carenza di capitali e il calo di produttività nelle varie economie.

    Allo stesso tempo, però, i mercati finanziari sono rimasti “vivaci” e stranamente indifferenti ai rischi di un improvviso irrigidimento delle condizioni finanziarie. Infatti, il progressivo accantonamento dei Quantitative easing, l’aumento dei tassi di interessi della Federal Reserve, il dollaro più forte e la politica dei dazi stanno provocando maggiori pressioni del mercato in molte economie emergenti, determinando forti fughe di capitali. Il Fondo stesso stima già che esse potrebbero superare i 100 miliardi di dollari in breve periodo.

    Le conseguenze sono già visibili: forti svalutazioni di alcune monete, crescenti difficoltà nel finanziamento dei debiti con l’estero e un profondo cambiamento nel portfolio titoli di alcune economie emergenti.

    In particolare è il caso dell’Argentina, del Brasile e della Turchia che, nei mesi scorsi hanno subito una svalutazione monetaria a due cifre. Per l’Argentina il Fondo ha già stanziato 57 miliardi di dollari per evitare una nuova bancarotta.

    Il “forte appetito al rischio” finora ha mascherato le sfide che i mercati emergenti dovranno affrontare, se le condizioni finanziarie dovessero peggiorare. In tale evenienza, afferma il Fmi, il pericolo di contagio sarebbe inevitabile.

    Le politiche finanziarie restrittive metterebbero inevitabilmente in discussione il sistema globale. L’intero debito mondiale, senza contare quello del settore bancario e finanziario, è cresciuto fino al 250% dl pil. Era del 200% nel 2008. Nei citati report si evidenzia che le borse e i valori di certi asset, come gli immobili e altri titoli, sono fortemente sopravalutati.

    Al recente meeting annuale del Fmi, tenutosi sull’isola indonesiana di Bali, la direttrice Christine Lagarde, ha quantificato tale debito in 182.000 miliardi di dollari.

    Secondo i report, la liquidità immessa dai Quantitative easing a tasso zero avrebbe fatto emergere “una nuova struttura di mercato”. Essa, però, deve essere ancora “messa alla prova” per verificare la sua capacità di assorbire nuovi choc.

    Nonostante gli aumenti di capitale e le altre misure di garanzia, il sistema bancario internazionale resta, quindi, esposto ai rischi rappresentati dagli alti debiti contratti dai governi, dalle imprese e dalle famiglie. Inoltre nel sistema vi sono troppi “asset opachi e illiquidi” con un uso esagerato di fondi in valute estere.

    Pertanto, secondo il Fmi, ancora oggi l’85% delle 24 economie coinvolte nella crisi bancaria del 2008, 18 delle quali erano del settore avanzato, manifesta deviazioni negative rispetto al trend precedente la crisi. Il livello produttivo di oltre il 60% delle citate 24 economie resta ancora sotto i livelli di prima della crisi.

    L’Italia, purtroppo, è uno di questi paesi.

    Il Fondo fa un appello a rivedere globalmente le regole del sistema economico-finanziario, resistendo alle pressioni di quanti vorrebbero, invece, cancellare anche quelle poche finora realizzate.

    Un auspicio condivisibile. Soprattutto se si considera che molti strumenti finanziari utilizzati per fronteggiare la crisi del 2008-9 non sono più disponibili.

 

   

    

Da Avanti! online

www.avantionline.it/

 

STESSI DOVERI

 

“Abbiamo vinto anche noi. Sollevammo la questione nel 2010. La Corte Europea ha imposto alla Chiesa di versare i soldi per l’Ici. Giusto così. E ora il governo si muova per recuperarli. Pare si tratti di almeno 4 miliardi”. Cosi Riccardo Nen­ci­ni, segretario del Psi, commenta, con un tweet la sentenza della Corte Ue con la quale si prevede che l’Italia debba recuperare l’Ici non versata.

 

La Corte di Giustizia Ue ha annullato la decisione con cui la Commissione europea aveva rinunciato a ordinare il recupero di aiuti illegali concessi dall’Italia sotto forma di esenzione dall’imposta comunale sugli immobili, Ici, per gli enti ecclesiastici e religiosi.

    La decisione è a seguito del ricorso presentato al Tribunale Ue dall’istituto d’insegnamento privato Scuola Elementare Maria Montessori (‘Scuola Montessori’) e da Pietro Ferracci, proprietario di un ‘bed & breakfast’, per chiedere di annullare la decisione della Commissione del 19 dicembre 2012. L’esenzione Ici alla Chiesa fu considerata come un aiuto di stato ma non ne ordinava il recupero, ritenendolo assolutamente impossibile. Inoltre in quell’occasione Bruxelles stabilì che l’esenzione Imu introdotta nel 2012 non costituiva un aiuto di Stato. Ma la Scuola Montessori e Ferracci ha lamentato, in particolare, che tale decisione li ha posti in una situazione di svantaggio concorrenziale rispetto agli enti ecclesiastici o religiosi situati nelle immediate vicinanze che esercitavano attività simili alle loro e potevano beneficiare delle esenzioni fiscali in questione. Il Tribunale ha dichiarato i ricorsi ricevibili, ma li ha respinti in quanto infondati.

    La Scuola Montessori e la Commissione hanno dunque proposto impugnazioni contro tali sentenze. Con la sentenza di oggi la Corte di giustizia ha esaminato per la prima volta la questione della ricevibilità dei ricorsi diretti proposti dai concorrenti di beneficiari di un regime di aiuti di Stato contro una decisione della Commissione la quale dichiari che il regime nazionale considerato non costituisce un aiuto di Stato e che gli aiuti concessi in base a un regime illegale non possono essere recuperati. Nel rilevare che una decisione del genere è un ‘atto regolamentare’, ossia un atto non legislativo di portata generale, che riguarda direttamente la Scuola Montessori e il sig. Ferracci e che non comporterebbe alcuna misura d’esecuzione nei loro confronti, la Corte ha concluso che i ricorsi della Scuola Montessori e di Ferracci contro la decisione della Commissione sono ricevibili. Quanto al merito della causa, la Corte ha ricordato che l’adozione dell’ordine di recupero di un aiuto illegale è la logica e normale conseguenza dell’accertamento della sua illegalità.

    Monsignor Stefano Russo, Segretario generale della Cei, ha così commentato: “Le attività sociali svolte dalla Chiesa cattolica trovano anche in questa sentenza un adeguato riconoscimento da parte della Corte di Giustizia Europea che, infatti, conferma la legittimità dell’Imu introdotta nel 2012 dall’Italia la quale prevede l’esenzione dell’imposta, quando le attività sono svolte in modalità non commerciale, quindi senza lucro. La sentenza odierna rileva che la Commissione avrebbe dovuto condurre una verifica più minuziosa circa l’effettiva impossibilità dello Stato italiano di recuperare le somme eventualmente dovute nel periodo 2006-2011. Le attività potenzialmente coinvolte sono numerose e spaziano da quelle assistenziali e sanitarie a quelle culturali e formative; attività, tra l’altro, che non riguardano semplicemente gli enti della Chiesa”.

    L’esponente numero due della Conferenza Episcopale italiana ha ribadito: “Abbiamo ripetuto più volte in questi anni che chi svolge un’attività in forma commerciale, ad esempio di tipo alberghiero, è tenuto come tutti a pagare i tributi, senza eccezione e senza sconti. Detto questo, è necessario distinguere la natura e le modalità con cui le attività sono condotte. Una diversa interpretazione, oltre che essere sbagliata, comprometterebbe tutta una serie di servizi, che vanno a favore dell’intera collettività”.

   

Vai al sito www.avantionline.it/

    

                    

Su Radio Radicale

https://www.radioradicale.it/

 

Libertà Eguale

 

Riformisti versus Nazional Populisti

Undici Tesi di Libertà Eguale per il governo del paese

 

Registrazione (vai al video) del dibattito organizzato

da Libertà Eguale a Torino lunedì 5 novembre 2018.

 

Interventi di:

Massimo Negarville (membro del Consiglio nazionale di Libertà Eguale),

Mario Ricciardi (direttore della rivista Il Mulino),

Enrico Morando (presidente nazionale di Libertà Eguale).

      

      

L'AVVENIRE DEI LAVORATORI - Voci su Wikipedia :

(ADL in italiano) https://it.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_lavoratori

(ADL in inglese) https://en.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(ADL in spagnolo) https://es.wikipedia.org/wiki/L'Avvenire_dei_Lavoratori

(Coopi in italiano) http://it.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in inglese) http://en.wikipedia.org/wiki/Ristorante_Cooperativo

(Coopi in tedesco) http://de.wikipedia.org/wiki/Cooperativa_italiana

 

             

FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

La banalità dei social network

 

“Noi” siamo meglio di “loro”, i “soggetti X”,

chiunque essi siano. Il problema è che…

 

di Matteo Taraborelli

 

Non se la prenda Hannah Arendt per l’adattamento, in chiave moderna, del titolo della sua opera, ma sembra esistere un preoccupante parallelismo tra la derespon­sabilizzazione che una divisa nazista riuscì a creare più di 70 anni fa in individui perfettamente normali, e quella che un social network riesce a creare oggi. L’in­tenzione non è affatto quella di creare allarmismi o di paragonare quello che avviene quotidianamente sui social, a quella che forse rimane la pagina più scura della storia umana. Eppure è possibile notare che esiste una costante: gli uomini, noi.

    La Arendt descrisse “la banalità del male” che scatenarono i nazisti contro il popolo ebraico e non solo, e la definì appunto “banale”, perché fu qualcosa che venne commesso in modo meccanico, senza interrogarsi a fondo sulle sue conseguenze, al sicuro dietro la protezione di una divisa, di un ordine. Se un male simile fosse stato commesso dal diavolo in persona, inteso come “il male” per eccellenza, forse avremmo potuto anche soprassedere. Forse. Invece quel male fu commesso da individui normalissimi, da padri di famiglia, da mariti, da figli e fratelli, che al fuori dall’orario lavorativo potevano anche rappresentare lo stereotipo dell’irreprensibile vicino di casa. Allo stesso modo, oggi, assistiamo ad una sorta di corsa al massacro che si scatena giornalmente sui vari social–network. Allora viene da chiedersi: che cosa sta succedendo? Che cosa ci sta succedendo? Come è possibile che individui per bene, magari profondamente religiosi, con una famiglia, con degli animali domestici che vengono trattati come figli, diventino, sui social, delle vere e proprie belve? Ci si commuove, giustamente, per l’abbandono di un cagnolino o di un gattino, e ci si indigna, sempre giustamente, se un ricco imprenditore uccide un leone per sport, ma viene tollerata l’esultanza di fronte alla morte di persone che cercano un futuro migliore. Ebbene, il fenomeno che si concretizza è il medesimo che la Arendt riscontrò: la deresponsabilizzazione. A riguardo sono stati condotti vari esperimenti sociali, come “La Terza Onda” e “l’Esperimento Carcerario di Stanford”. Il primo era finalizzato a dimostrare ad una classe di studenti statunitensi l’attrattiva che poteva suscitare un fenomeno come il nazismo; il secondo intendeva studiare il comportamento umano in una società in cui gli individui erano definiti soltanto dal gruppo di appartenenza. Ed ecco che una persona “per bene” si trasforma.

    Posto di fronte ad un social–network, l’individuo medio perde i propri freni inibitori, perde di vista quella che Kant definirebbe “ragione morale”. Non è più in grado di distinguere ciò che è giusto, ciò che è umano, il bene dal male. Rifugiandosi dietro la battuta, la facile ironia, l’individuo scatena le proprie frustrazioni, la propria rabbia, la propria aggressività, in un modo che nella società civile non sarebbe tollerato. Così si giunge a commenti che augurano la morte, lo stupro, la malattia, la sofferenza fisica e psicologica ad un “soggetto X”. E poi anche alla sua famiglia, ai suoi cari, al suo gruppo partitico, a chi condivide la sua stessa fede, la stessa lingua, o solamente la stessa squadra di calcio. Non si attacca una persona fisica in se per se, un altro individuo conosciuto, con cui magari si è in contrasto. Ogni individuo può diventare il “soggetto X” per ragioni totalmente differenti, se ragioni possono essere definite. Basta un commento e si precipita in un vortice di rabbia.

    Ovviamente le personalità pubbliche sono le più bersagliate, ma l’odio non si limita ad esse. Ciò che conta è insultare, aggredire, incalzare, dimostrare di essere i più potenti e risoluti. Quello che si viene a creare è un distaccamento dalla forma umana. In fin dei conti, chi usa i social lo fa attraverso uno schermo. Da un account si può dichiarare di tutto come se nulla fosse. È proprio qui che si concretizza la banalità. Non si considera più la persona a cui quell’account appartiene. Si cercano solamente i 15 minuti di notorietà, qualunque sia il prezzo.

    Quello che ne esce davvero danneggiato, però, è il tessuto sociale del paese. Perché proprio come sui social gli uomini sono pronti ad azzannarsi a vicenda senza essere puniti, così ci si comporta anche nella società reale. Infatti, se si prendono in analisi i recenti fatti di cronaca, si può notare che i “commenti di odio” stanno uscendo dai social-network per entrare nel mondo reale.

    Di conseguenza, partendo da qualche dichiarazione sopra le righe sul web, si materializzano minacce al Capo dello Stato; per contrastare le fazioni al governo, si insultano e si creano dei fantocci con le sembianze dei loro leader; pur di seguire un pensiero minoritario ed errato (anche se alcuni direbbero “elitario e informato”), si minacciano i figli di ricercatori e uomini di scienza.

    Ma questo fenomeno parte dal basso o dall’alto? Sono i privati cittadini o le personalità più importanti, i cosiddetti VIP, che danno un cattivo esempio? È irrilevante. Facciamo tutti parte della stessa società. Se è vero che le personalità, visto il ruolo che occupano, hanno il dovere di dare l’esempio, e non tutte lo stanno facendo, è vero anche che i semplici cittadini dovrebbero essere individui senzienti. Dovremmo imparare a contenerci. Dovremmo imparare ad ascoltare, e non solo per rispondere. Dovremmo ricordarci – per dirla con Camilleri – che le parole sono pietre e che, a volte, possono anche diventare pallottole.

    Forse è giunto il momento di regolamentare questo dominio, il web, e sanzionare chi dichiara il falso, chi incita all’odio e alla violenza, chi insulta, chi aizza la massa in modo aggressivo, come se lo facesse nella vita reale. Ma il problema è proprio questo. Non si sanziona più. Perché nella vita reale ci stiamo abituando alle dichiarazioni al vetriolo dei nostri politici, che influenzano e rispecchiano quelle dell’elettorato. Quindi, quando una bambina di pochi mesi viene colpita da un piombino rischiando la paralisi, qualcuno si permette di dichiarare, di fronte alle telecamere, che avrebbe sparato con un proiettile vero. Quando un sindacalista viene assassinato mentre cerca dei rottami per costruire un riparo, i vertici politici rispondono con un silenzio assordante, se non dichiarano che la “pacchia è finita”. Quando una ragazza viene stuprata ed uccisa, si spara per le strade.

    Il nostro tessuto sociale si sta sfaldando, perché abbiamo smesso di considerarci, se mai lo abbiamo fatto, tutti uguali. “Noi” siamo meglio di “loro”, i “soggetti X”, chiunque essi siano. Il problema è che, prima o poi, toccherà a tutti essere “soggetti X”, e non sarà piacevole.

      

         

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

Fisco, speculazioni e debito

 

La ''manovra del popolo'' e le rinnovate paure di default dell'Italia richiamano la necessità di capire i meccanismi di formazione del debito pubblico italiano.

 

di Antonio De Lellis, cadtm Italia

(Comitato per l’Abolizione dei Debiti Illegittimi)


Uno studio presentato da Cadtm Italia il 27 ottobre a Roma in una conferenza organizzata dal Comitato per l'Abolizione del Debito Illegittimo sul tema "Riforme fiscali e debito pubblico italiano” fornisce informazioni sulla struttura del sistema fiscale italiano e sugli effetti che le controriforme dei passati decenni hanno avuto sulle entrate dello stato, e quindi sul debito pubblico.

    Secondo le sue risultanze la principale causa dell’aumento del debito pubblico italiano dipende dalla spesa per interessi, la cui dinamica negli ultimi anni è stata sempre più condizionata dalla speculazione finanziaria. 

    Il tema è stato trattato da Paolo Raimondi e Mario Lettieri i quali con i numerosi editoriali su Italia Oggi hanno aperto finestre di approfondimento al tema. Se consideriamo solo tre episodi speculativi (1992-93; 2007-2007; 2011-2012) ricaviamo che la speculazione finanziaria è costata allo Stato italiano (e quindi a noi) la bellezza di 467,3 miliardi in valore assoluto, ovvero il 20,6% dell’intero debito pubblico del 2017.   Qui non è fondamentale la cifra esatta, ma sapere che il problema della speculazione e dei suoi effetti nefasti sul debito esiste. Qualunque sia la cifra, che non si discosterà molto da quella individuata, occorre sapere che essa è andata a ingrassare la pancia delle multinazionali della finanza e delle banche e solo in minima parte i risparmiatori italiani, che detengono, solo il 5% del debito complessivo. 

    Analizzando il dossier su entrate fiscali e debito vediamo che se si considera il mancato gettito dovuto alla ridotta progressività delle riforme fiscali e al mancato cumulo, otteniamo una perdita per lo Stato, nel [solo] 2016, di 8,3 miliardi di euro, pari al 4,5% del gettito Irpef. Applicando lo stesso calcolo agli ultimi 34 anni (dal 1974 ad oggi), il mancato gettito complessivo ammonta a 146 miliardi. Tale ammanco di entrate è stato colmato dall’emissione di titoli di Stato che, in virtù degli interessi composti, hanno prodotto un maggior debito pari a 295 miliardi, il 13% di tutto il debito accumulato.

    Un favore alle classi più ricche che è stato assai costoso per tutta la collettività! Solo per effetto delle speculazioni oggetto di studio e di una Irpef iniqua oltre 762 miliardi di euro, ovvero quasi il 34% del nostro debito, può considerarsi causato da dinamiche internazionali e nazionali che nulla hanno a che fare con scelte consapevoli degli abitanti dell’Italia.

    L’attuale proposta di manovra finanziaria con l’enfasi sulla Flat tax non fa altro che contribuire ad alimentare tale business sul debito pubblico italiano. Solo il ripristino di una tassazione complessiva e unica per tutti i cespiti di reddito e il ritorno ad una più elevata progressività delle imposte possono contribuire non solo ad una maggiore equità fiscale ma anche a ridurre il debito pubblico.

    Il dossier su Fisco e debito mostra come le soluzioni alla tanto paventata ''tenuta dei conti'' si possano trovare battendo altre strade che tagli ed austerità, recuperando il punto di vista della Costituzione e il suo richiamo alla giustizia sociale.

    Nel corso della giornata, Massimo Pallottino, della Caritas italiana e coportavoce della Coalizione Italiana contro la Povertà, ha tracciato il contesto dentro il quale si muove la tematica con un riferimento, alle tre grandi crisi: economica, sociale ed ambientale. Esse potranno trovare soluzioni solo con politiche coerenti ai tre obiettivi (agenda 20/30). Il tema del debito si collega anche all’iniziativa di varie organizzazioni cristiane dal titolo "Chiudiamo la forbice" sulle scandalose disuguaglianze, la cui misura in termini di aggravio Irpef per le classi medie è stato di oltre 900 miliardi dal 1983 al 2016. Non possiamo vedere cosa è accaduto agli impoveriti senza vedere ciò che è accaduto ai ricchi.

    Marco Bersani, socio fondatore dell’Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie (ATTAC), ha affrontato il tema della spesa pubblica e di come la narrazione dominante riesce a modificare la realtà che vede l'Italia sotto la spesa pubblica della media europea con incrementi minimi. Questo crea una differenziazione sociale e la necessità di affrontare il tema che è il tabù dell'economia del debito. Insieme a questo il tema del debito degli enti locali con una tassazione che dal 2010 al 2016 è aumentata di 7,8 miliardi e con una liquidità complessiva diminuita di 5,6 miliardi, ovvero con un saldo di - 13 miliardi occorsi per finanziare il debito pubblico nazionale. Un enorme costo per la società se si pensa che il contributo degli Enti locali al debito pubblico è di solo 1,8%.

    A questo riguardo si sottolinea l'importanza dell'assemblea pubblica a Napoli prevista per 23 novembre alle ore 15,00 con i sindaci italiani che vogliono avviare una vertenza nazionale sul tema dello schiacciamento degli Enti locali.

    Numerosi gli interventi dal pubblico che hanno spaziato sul riconoscere al metodo del dossier fisco e speculazioni il merito di avere aperto una pista di indagine nuova che può essere applicata anche agli audit civici, alla necessità di sganciare la finanza pubblica da quella privata, per evitare le speculazioni sul debito pubblico, al debito di Roma ed a questioni molto pertinenti sulla tassazione e su come sia possibile a partire da questi dati proseguire ed approfondire.

      

      

Da MondOperaio

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Idee per la Sinistra (4/4)

 

La forza sociale che

ci fa andare avanti

 

Non rilevata dal Pil, una gigantesca energia sociale fatta di minute attività

di cura della vita e delle cose, di produzione di rapporti e di eventi, fa andare avanti il mondo

 

di Stefano Levi Della Torre

mondoperaio 9/2018 / / / / saggi e dibattiti

 

C’è sempre da imparare dal nemico. Non dai suoi valori né dalla sua politica, ma da come segnala i problemi che incombono. Se vince è anche perché non abbiamo saputo cogliere l’ordine del giorno. Sarebbe utile decifrare quale critica alla sinistra è implicita nel successo crescente della destra. Che cosa ci insegna il populismo? Quando costruisce l’immagine di un nemico comune (gli immigrati, le élites, l’establishment, collegati in un presunto “complotto” antinazionale) ci insegna che da troppo tempo la sinistra ha rinunciato a identificare l’antagonista.

    Senza un nemico – diceva Carl Schmitt – niente politica. Non volendo nemici sociali ma piuttosto concorrenti istituzionali, gli eredi della sinistra hanno finito per non aver più politica. Una politica socialmente connotata. Eppure gli antagonisti ci sono: si tratta di identificarli, descriverli e di proporli come tali. “Nemico” non tanto come persone, che implicherebbe facilmente la logica simbolica del capro espiatorio, del sacrificio emblematico proprio della mentalità terroristica. Si tratta piuttosto di definire con chiarezza la demarcazione tra ciò che vogliamo e ciò che non vogliamo.

    Quando la destra si dimostra così capace di far convergere strati sociali in oggettivo conflitto tra loro, ci ricorda che il compito essenziale della sinistra è quello di sviluppare rapporti trasversali tra diverse componenti sociali, rivelandone le non evidenti comunanze di interessi e dando voce e rappresentanza politica ad aspirazioni potenzialmente convergenti. Idea tradizionale, ma particolarmente difficile a fronte della disgregazione tecnica della forza lavoro. Idea ovvia; pure, gli eredi della sinistra, ossessionati dalle responsabilità di governo, si sono dimenticati della responsabilità sociale, cioè del motivo d’esistere della sinistra e del terreno del suo radicamento. La sinistra, osservava Gramsci, se la prende prima di tutto con la sinistra. Affezionata alla “linea”, è suscettibile con chi le sembra che quella linea la faccia storta. Tanto più oggi la vocazione degli eredi della sinistra a dividersi fa il verso alla disgregazione dei soggetti sociali, disgregazione che invece dovrebbe contrastare per collegarne gli interessi e le aspirazioni verso obiettivi comuni. La destra invece ci ricorda che la lotta decisiva non si fa in orizzontale, contro i contigui, ma piuttosto in verticale: la destra la fa verso il basso, contro gli ultimi a conforto psicologico dei penultimi e a vantaggio materiale dei primi; a noi spetterebbe di farla invece verso l’alto, contro il prepotere dei poteri, a salvezza degli ultimi ed a vantaggio dei penultimi. Il populismo insegna a connettere trasversalmente interessi diversi, mentre noi, eredi della sinistra, disconnettiamo: anche perché, scottati dagli esiti storici delle nostre ideologie, non ci azzardiamo più ad immaginare una società che vorremmo come orizzonte unificante delle lotte sociali e politiche.

    In Italia gli eredi della sinistra hanno lasciato un vuoto politico; il restringersi della base produttiva, dell’occupazione e del sistema previdenziale hanno lasciato un vuoto sociale. Un vuoto che grava sul risparmio delle famiglie e ricade sul lavoro di cura delle donne, richiamate a supplire privatamente al ridursi delle funzioni assistenziali dello Stato. Quando possono, le donne fanno ricadere parte del lavoro domestico sulle immigrate, “badanti” sottopagate. Tutto ciò segna una regressione culturale: privatizzazione familistica e ribadimento dei ruoli femminili tradizionali subordinati. La risacca della crisi induce frustrazione maschile, pratica e simbolica: rivalsa maschilista e reazione all’autodeterminazione della donna. Ma i vuoti istituzionali e politici inevitabilmente si riempiono. In negativo, il vuoto è terreno favorevole alle mafie. Le mafie sono globali nella gestione del capitale finanziario accumulato, locali nei modi e nei luoghi della sua accumulazione. La forza delle mafie sta soprattutto nel loro proporsi come formazioni sociali ed economiche, sistemi di occupazione e promozione sociale, di senso di identità e appartenenza, di valori (tribali) e di forme para-istituzionali: le mafie tanto più si radicano quanto più si presentano come sistemi sociali alternativi o paralleli e quanto meno la società legale è capace di offrire lavoro, promozione e status. Se è necessaria la repressione poliziesca e giudiziaria delle mafie, il terreno strategico resta quello sociale e culturale, cioè la lotta per una società e per un mondo decenti che contrasti le attrattive del tribalismo mafioso.

    Ma il vuoto lasciato dalla politica e dallo Stato non si riempie solo di mafie, deiezioni e discariche. La società non è uno stagno, è ricca di collettivi di resistenza o di supplenza dettati dalla necessità o dalla volontà, dal gusto della partecipazione e della lotta: comitati di quartiere, di animazione culturale, iniziative dal basso, Ong, organizzazioni private su cui spesso lo Stato scarica in appalto informale funzioni su cui non gli è opportuno assumere responsabilità politiche dirette: persino nelle relazioni internazionali e nel controllo dei confini marittimi. Un’effervescenza sotto l’attacco della destra e priva di rappresentanza politica complessiva, ma terreno di ricostruzione di una sinistra necessaria. Sulla base della necessità le società di mutuo soccorso sono state luogo di formazione politica e ideale del movimento operaio ai suoi inizi. Dato come stanno le cose e di fronte al declino dello Stato sociale forse hanno qualcosa di attuale.    

    Riscoprire la necessità: diabolica astuzia del mercato nella sua aspirazione all’infinito; infinito spaccio di merci per una produzione senza fine di profitto, e perciò indefinita sollecitazione di desideri che trascolorino in bisogni, di superfluo in necessità (il “mai più senza”, l’“imperdibile”), un confondersi del valore d’uso in valore di scambio e viceversa. In questo grande teatro in cui il desiderabile si vanta come necessario ed il superfluo come bisogno, tanto che si confondano l’uno con l’altro e la percezione della necessità e del bisogno si perda. Nella selva spirituale dei mercati – L'homme y passe à travers des forêts de symboles / Qui l'observent avec des regards familiers (“l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli / che l’osservano con sguardi familiari”) – la sinistra avrà da riscoprire le distinzioni tra necessità e superfluo, ma anche tra l’utile e il necessario. Perché è sotto l’idea dell’utile capitalistico che un Trump vuole nascondere il necessario di una politica dell’ambiente; e d’altra parte la scienza e l’arte si sviluppano come necessità della vita umana se più libere dal criterio immediato dell’utile. Non rilevata dal Pil, una gigantesca energia sociale fatta di minute attività di cura della vita e delle cose, di produzione di rapporti e di eventi, fa andare avanti il mondo. Come entrerà in gioco via via che le macchine sostituiranno il lavoro umano? Ai primordi dell’industrializzazione il movimento luddista si proponeva di sabotare le macchine che distruggevano posti di lavoro. All’inizio di questo secolo, il movimento impropriamente autodefinito “no global” non era affatto animato da spirito luddista: non si proponeva di fermare la storia per conservare lo stato delle cose. Al contrario, percepiva l’affaticamento della dimensione nazionale e si proponeva come movimento globale: ma per una globalizzazione alternativa a quella capitalistica che imponeva la mercificazione sempre più estesa delle necessità umane, l’idolatria dei mercati come giudici supremi dell’efficienza. A questo il movimento contrapponeva il tema dei beni comuni, gli ambiti della vita sociale da preservare dalle logiche di mercato e dalle privatizzazioni (l’acqua, l’ambiente, l’informazione, l’istruzione, la cultura). Temi attuali, che recano implicito un intervento politico sui sistemi redistributivi fiscali, contro l’evasione, contro il dumping fiscale e l’aberrazione dei paradisi fiscali con cui gli Stati competono nel sedurre e attrarre i capitali. Ci fu chi percepì perfettamente il sostanzioso antagonismo del movimento e ne mise in atto in modo criminale la repressione a Genova nel luglio 2001: la scuola Diaz, le torture al commissariato di Bolzaneto, l’assassinio di Giuliani, la promozione successiva dei torturatori e dei loro mandanti sotto il governo di Berlusconi. A sua volta, aiutata dalle sospette violenze dei Black Bloc, la sinistra ufficiale intese lo spirito del movimento come luddistico, come resistenza al nuovo estremistica e lesiva dell’ordine costituito. E se dal Sessantotto aveva ancora saputo trarre energie e idee per politiche di riforma, fu invece restia a cogliere criticamente dal movimento spunti per un proprio aggiornamento. Preferì al contrario concepire una propria modernizzazione nell’aderire allo spirito liberista della globalizzazione vincente: stare con chi vince per stare con la storia.

    A Genova il movimento convenuto da diverse parti del mondo fu sconfitto dalla violenza criminale di Stato e disperso, e la socialdemocrazia procedette nella sua denaturazione e nel suo declino, fino all’agonia dei nostri giorni. A quel tempo era in uso il termine “glocale”, brutta parola ma saggia per designare iniziative e movimenti condotti da soggetti collettivi in carne e ossa in luoghi e su argomenti circostanziati e insieme riferiti allo stato del mondo: un’azione locale di una coscienza globale. Di qui ripartire.

    I partiti populisti concepiscono la loro funzione di rappresentanza politica come rappresentazione: vi rappresento, dicono agli elettori, perché sono la rappresentazione di quel che siete, che siamo, nella spontaneità incontrollata delle nostre pulsioni. Vi rappresento come uno specchio tutto vostro, privato, senza complessi, di fronte a cui siete liberi: liberi anche di mettervi le dita nel naso. Così Berlusconi, Salvini, Trump, Grillo. Un partito di sinistra ha invece la responsabilità di indicare non quel che siamo ma quel che potremmo essere: non “l’uomo nuovo” (infausta concezione escatologica) ma come potremmo sviluppare le nostre concrete possibilità. Non dice “siete liberi”, ma come liberarsi.

    Penso che la forma partito sia tuttora necessaria. Purché sia quella dell’intellettuale collettivo. Intellettuale, perché per comprendere le possibilità storiche è necessario studiare, collettivo perché le prospettive non possono essere elaborate se non tramite la controversia nell’ambito di un’intenzione comune, e perché le concezioni complesse devono accettare il sacrificio di trafilarsi in decisioni schematiche per trasformarsi in forza politica e in azione. Un intellettuale collettivo che si nutra di una grande ambizione storica, che sappia subordinare a sé gli orizzonti troppo modesti delle ambizioni personali. (4/4. Fine)

 

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L'AVVENIRE DEI LAVORATORI

EDITRICE SOCIALISTA FONDATA NEL 1897

 

L'Avvenire dei lavoratori è parte della Società Cooperativa Italiana Zurigo, storico istituto che opera in emigra­zione senza fini di lucro e che nel triennio 1941-1944 fu sede del "Centro estero socialista". Fondato nel 1897 dalla federazione estera del Partito Socialista Italiano e dall'Unione Sindacale Svizzera come organo di stampa per le nascenti organizzazioni operaie all'estero, L'ADL ha preso parte attiva al movimento pacifista durante la Prima guerra mon­diale; durante il ventennio fascista ha ospitato in co-edizione l'Avanti! garantendo la stampa e la distribuzione dei materiali elaborati dal Centro estero socialista in opposizione alla dittatura e a sostegno della Resistenza. Nel secondo Dopoguerra L'ADL ha iniziato una nuova, lunga battaglia per l'integrazione dei mi­gran­ti, contro la xenofobia e per la dignità della persona umana. Dal 1996, in controtendenza rispetto all'eclissi della sinistra italiana, diamo il nostro contributo alla salvaguardia di un patrimonio ideale che appar­tiene a tutti.

 

 

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