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Memoria Balcani: Il bombardamento mediatico all’origine delle bombe

Scritto da CNJ.

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Memoria Balcani: Il bombardamento mediatico all’origine delle bombe

3 agosto 2018

di Jean Toschi Marazzani Visconti

 

I bombardamenti NATO iniziarono il 24 marzo 1999. Ero giunta a Belgrado poco dopo nel giorno della Pasqua cattolica. Dopo un viaggio complicato attraverso la Romania ero approdata finalmente a casa di un’ amica in Maike Jevrosima a cinquanta metri dalla televisione di Stato, che alcuni giorni dopo sarebbe stata colpita. Era un bella giornata, calda. La città mi era apparsa straordinariamente pulita e ordinata. Avevo chiacchierato in un’atmosfera di assoluta normalità fino all’ora di cena. In quel momento, fuori, c’era un inconsueto silenzio, poche auto passavano per la strada. Stavo gustando a tavola alcune specialità, quando alle 20 e 21 un suono lacerante proveniente dalla Stazione Televisiva penetrò nella stanza. Era l’allarme incursioni. Continuavamo a mangiare impassibili, senza più appetito, quasi a sfidare i nostri sconosciuti attaccanti, ma le nostre orecchie erano tese a percepire il rumore del cacciabombardiere che avrebbe sganciato le sue bombe. Dove? Quante vittime? Chi sarebbe passato dalla tavola da pranzo alla morte? Quella sera fu la volta della raffineria di Pancevo.Uno dei primi ripetitivi bombardamenti che avrebbero creato una nuvola chimica e tossica sul quartiere industriale e sulle abitazioni civili, una nuvola mortale simile ad un’arma chimica.
In quel preciso momento sono tornata indietro nel tempo: non sentivo quell’allarme dalla mia prima infanzia durante la Seconda Guerra Mondiale e ho ricordato la paura, la percezione di essere senza scampo, in balia del caso. Come poteva succedere ancora? Dopo gli strazi e l’orrore si era ovunque gridato mai più la guerra in Europa! In quel momento,però, mi trovavo in una capitale europea attaccata dagli Stati Uniti e dai Paesi europei.
Era stata una guerra annunciata fin dal 1990. Un’operazione programmata e messa in atto sistematicamente in fasi successive.
Bisogna ritornare alla fine degli anni 80’ e agli incontri che alcuni alti personaggi americani, europei e arabi hanno avuto con i leader sorgenti della Slovenia, della Croazia, dei Musulmani di Bosnia e dell’opposizione del Kosovo.
Nel 1988 il Cancelliere tedesco Helmut Kohl e alcuni dei suoi ministri più importanti, fra cui il ministro degli Esteri Hans Frederich Gensher, incontrarono il futuro presidente della Croazia, Franjo Tudjman e il presidente del nuovo corso della Slovenia, Milan Kucan, per stabilire una politica comune allo smembramento della Jugoslavia e alla creazione di due nuovi Stati indipendenti. A questo incontro sarebbero seguiti finanziamenti e appoggio mediatico per giustificare quanto sarebbe avvenuto in seguito.
Il Cancelliere tedesco esercitò una forte pressione sul Presidente francese François Mitterand e sugli altri paesi europei perché accettassero la dissoluzione della Jugoslavia.
La Jugoslavia era uno Stato riconosciuto entro i suoi confini, dal Trattato di Versailles come Regno il 1 dicembre 1918, e come Federazione di sei Repubbliche ( Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Macedonia e Montenegro) il 29 novembre 1945.
La Germania era sul punto di una storica riunificazione. Nel corso di quarant’anni aveva risalito il pendio della distruzione ed era diventata una potenza economica in Europa. In quel momento sembrava voler ritoccare l’esito della Seconda Guerra Mondiale, riappropriandosi delle regioni che erano state sotto la sua influenza e rimettere a posto i conti - la Serbia era stata un’ avversaria attiva durante il conflitto.
La Germania intendeva occupare la posizione leader nell’Unione Europea. Nel progetto di ampliamento della UE stava prendendo forma la teoria tedesca della suddivisione di molti Stati membri in regioni europee assecondando le minoranze irredentiste. i
Gli Stati Uniti diedero luce verde al progetto tedesco. L’amministrazione repubblicana di George Bush (padre) desiderava premiare la Germania per essere stata,durante la guerra fredda, una valida barriera all’Unione Sovietica che si stava sfaldando e vedeva favorevolmente la disgregazione di uno Stato comunista. Per sottolineare il suo appoggio il 5 novembre 1990il Congresso approvava la legge 101-513 sugli stanziamenti per le Operazioni estere. Una sezione della legge prevedeva il taglio, senza preavviso, di qualsiasi aiuto, credito, prestito dagli USA alla Jugoslavia in sei mesi. Non solo, elementi americani presso la Banca Mondiale dovevano controllare l’applicazione della legge. Per un paese indebitato questo significa la catastrofe. Il documento prevedeva inoltre elezioni multipartitiche nelle sei repubbliche. Il Dipartimento di Stato USA avrebbe controllato l’esito delle votazioni e riattivato i canali finanziari in conseguenza dei risultati. Intanto prestiti erano concessi ai piccoli partiti nazionalisti creando le basi per il profondo disagio e lo sconvolgimento che si sarebbero prodotti l’anno seguente in Jugoslavia. Un rapporto della CIA in proposito, citato dal New York Times il 27 novembre 1990, annunciava una sanguinosa guerra civile.ii
A questa decisione americana si aggiungevano anche:
- Il Vaticano, favorevole all’indipendenza delle cattoliche Slovenia e Croazia, auspicava l’eliminazione di ogni forma di comunismo e il conseguente recupero alla Chiesa delle due regioni senza dimenticare i beni ecclesiastici nazionalizzati dopo la guerra.
- La NATO, in difficoltà, perché con la caduta del Muro di Berlino cessava la necessità di una difesa atlantica, doveva trovare una ricollocazione.
- Le Nazioni Unite con lo scioglimento dell’Unione Sovietica si ritrovavano di fronte ad un’unica grande potenza senza oppositori, gli Stati Uniti, che sembravano voler fare a meno dell’ONU.
In questo intreccio di esigenze piuttosto che cercare il dialogo fra le parti per arrivare ad un eventuale scioglimento pacifico, si preferì lasciare deteriorare i rapporti fra le repubbliche fino al confronto.
Nel corso di numerose riunioni fra i Presidenti delle sei Repubbliche federate, i diversi tentativi di trasformare la Jugoslavia in un’ Unione Balcanica fallirono per mancanza di una reale volontà da parte di Slovenia, Croazia e Musulmani di Bosnia. Queste ultime due entità seguivano un progetto preciso teso a ridefinire le loro aeree – specialmente in Bosnia-Erzegovina - e a staccarsi dalla Jugoslavia.
E’ evidente che se due regioni di una nazione tentano di distaccarsi, il governo centrale interviene con l’esercito per fare rispettare l’integrità nazionale. Nel caso specifico l’intervento in Slovenia e in Croazia dell’Esercito Federale Jugoslavo venne comunicato all’opinione pubblica come un atto assoluto ed ingiusto da parte del Governo, simile a quello dell’Unione Sovietica quando invase Cecoslovacchia ed Ungheria che chiedevano l’indipendenza.
Questo era il prologo di quanto stava vivendo la Serbia in quel marzo 1999.
Per annullare il Trattato di Versailles senza sollevare critiche, al contrario con la piena approvazione dell’opinione pubblica, era necessario inventare i presupposti per giustificare la violazione della legge internazionale. A questo scopo ricorsero ad un meccanismo per produrre disinformazione con l’aiuto di note agenzie di comunicazioni, potenti lobby e appoggi politici, soprattutto nel partito repubblicano americano. Molto denaro a disposizione e politici internazionali consenzienti hanno fatto il gioco. Nel corso degli anni si sarebbe assistito alle straordinarie carriere di molti di loro.
I Serbi sottovalutarono il potere della disinformazione. All’inizio della feroce campagna anti serba, avrebbero potuto reagire, in realtà il governo dell’epoca guardava a questa nuova arma impalpabile con un certo disprezzo. Quando hanno realizzato quanto stava capitando e il danno causato era ormai troppo tardi.
Le notizie venivano create gonfiando alcuni banali incidenti e trasformandoli in eventi dalle proporzioni enormi. Per far muovere la macchina da guerra mediatica era necessario un enorme investimento in denaro, ma il successo era assicurato. Sebbene tutti sapessero che si trattava di un’invenzione, nessuno la contraddiceva. Gli editori dei giornali venivano premiati con importanti budget pubblicitari e i giornalisti che tentavano di raccontare una realtà diversa, erano subito rimossi o penalizzati. Con l’incremento della disinformazione si era creata una vera gara, senza etica professionale, per cercare lo scoop sanguinoso, la notizia scioccante anche falsa o non confermata perché comunque pagava.
Sulla base della mia esperienza personale vorrei ricordare le diverse fasi con le quali passo dopo passo la macchina dei Media ha trasformato la realtà. Oggi in molti film americani i cattivi non sono più i tedeschi, ma i Serbi.
Nell’agosto 1991, la Repubblica di Croazia assunse l’agenzia Ruder &Finn Global Public Affaire. Durante quel periodo il governo della Croazia approvò la nuova Costituzione, secondo la quale più di 600.000 Serbi e altre etnie si ritrovarono stranieri in patria. L’esodo serbo si aggirò sulle 40.000 unità nel 1992. Si trattava di una vera pulizia etnica, ma all’opinione pubblica si raccontava solo la pulizia etnica che i Serbi avrebbero avuto intenzione di fare.
Quando nel 1991 a causa della nuova Costituzione croata la Kraijna a maggioranza serba si staccò dalla Croazia formando la Republika Srpska di Kraijna, quanto era valso per Slovenia e Croazia non era applicabile ai Serbi di Croazia. I Media li definirono srebels.
La comunicazione ben pilotata era già riuscita ad istillare nell’opinione pubblica un’immagine semplicistica: le vittime da una parte e i crudeli persecutori comunisti dall’altra: i Serbi.
Ho avuto occasione di verificare come le notizie erano comunicate all’inverso.
Nell’agosto 1992 con sgomento incontrai a Zagabria i nuovi ustascia. Vestiti di nero con una grande U stampata sul davanti delle loro magliette, stivaletti e occhiali rayban, uniformi evidentemente provenienti dalla Germania, entravano ed uscivano da un palazzo in Piazza della Stazione dove si trovava la sede del partito di estrema destra di Dobroslav Paraga – aveva il 6% al Parlamento croato. Non potevo credere ai miei occhi quando mi fecero il saluto romano inneggiando a Hitler, Mussolini e Ante Pavelić. Era la prova della rinascita di un fascismo che avrebbe dovuto sparire per sempre nel 1945. I Media, però non ne facevano parola e i Croati risultavano vittime del governo integralista di Belgrado.
Nel maggio 1992, la Repubblica musulmana di Bosnia aveva richiesto i servizi della stessa agenzia. Alija Izetbegović, presidente del Partito Democratico Musulmano, pur non essendo stato eletto nelle prime elezioni pluri partitiche, prese il potere, forte del sostegno dei Paesi Arabi, dell’Iran e della Turchia. Il suo scopo era di fare della Bosnia uno Stato islamico.
Con lo scoppio della guerra civile in Bosnia si moltiplicarono le azioni di disinformazione contro i Serbi. Non appena si spegneva l’eco di una notizia, veniva rilanciata un’altra storia, Nell’estate 1992 uscirono le notizie dei campi di sterminio serbi e degli stupri in massa di donne musulmane. Queste trovate fiorivano sempre prima di un incontro internazionale, in questo caso in preparazione della Conferenza di Londra del settembre 1992.
In seguito la propaganda negativa subì un’accelerazione. Fin dall’estate 1992, c’erano state delle marcate provocazioni messe in atto dalle forze musulmane per sollecitare un maggiore intervento militare occidentale contro i serbi e, in misura minore contro i croati. Inizialmente queste provocazioni erano costituite principalmente da attacchi senza senso alla stessa popolazione musulmana, ma ben presto inclusero attacchi ad obiettivi occidentali e delle Nazioni Unite.
Investigazioni da parte delle Nazioni Unite e di altri esperti militari inclusero fra queste azioni auto-inflitte la bomba della fila del pane (27 maggio 1992), la sparatoria alla visita di Douglas Hurd (17 luglio 1992), il tiro dei cecchini nel cimitero (4 agosto 1992), l’uccisione del presentatore e produttore televisivo americano della ABC, David Kaplan ( 13 agosto 1992) e l’abbattimento di un velivolo da trasporto dell’Aviazione Italiana G.222 in avvicinamento a Sarajevo (3 settembre 1992). In tutti questi casi le forze serbe erano fuori portata, e le armi usate contro le vittime non erano quelle lamentate dalle autorità musulmano-bosniache e dai ripetitivi media occidentali.iii Ironicamente malgrado le prove della responsabilità dell’Amministrazione di Izetbegović nell’uccisione di un loro dirigente, l’americana ABC TV ha continuato a sostenere la dirigenza di Sarajevo e a demonizzare i Serbi.
La bomba della fila del Pane valse la risoluzione 757 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che imponeva dure sanzioni alla Jugoslavia, formata ormai da Serbia e Montenegro, accusata di sostenere la ribellione dei Serbi di Croazia e di Bosnia.
Nel gennaio 1993 un mese prima della Conferenza sulla ex Jugoslavia organizzata a Ginevra da Lord David Owen e dallo statunitense Cyrus Vance, a Parigi comparvero grandi cartelloni che mostravano Slobodan Milosević accanto a Hitler, sullo sfondo la torre di controllo di un campo di concentramento. La campagna, articolata con interventi televisivi, era stata organizzata da Médecins du Monde l’istituzione fondata da Bernard Kouchner.
Il messaggio che si voleva far assorbire al pubblico era che i Serbi dovevano essere penalizzati comunque senza diritto di difesa o di replica, perché erano i nuovi nazisti.iv
La disinformazione si sviluppava anche attraverso l’omissione come nel caso
del massacro della Sacca di Medak e di altri villaggi nel settembre 1993, la pulizia etnica e i massacri della Kraijna occidentale il 1 maggio 1995, durante l’Operazione Flash e quelli della Kninska Kraijna il 4 agosto 1995 durante l’operazione Storm, che provocò l’esodo di circa 250.000 Serbi che non hanno mai più potuto far ritorno in Kraijna. Un grande silenzio copriva anche l’uccisione da parte della 28° legione musulmana di stanza a Srebrenica di oltre tre mila civili nella regione circostante fino alla città di Bratunac.
Il Presidente Clinton sembrava avesse promesso al Leader Musulmano di intervenire militarmente contro i Serbi qualora le vittime avessero superato il numero di 5000. Molto abilmente Alija Izetbegović gonfiava le cifre delle perdite espressamente, lo ha ammesso a Bernard Kouchner, durante una visita di questo al suo capezzale di morte.v Poi ci fu Srebrenica.
Personalmente non comprendo come si possa definire genocidio la conquista di una città ai cui abitanti era stato offerto di rimanere o partire. Coloro che avevano scelto la partenza erano stati imbarcati su autobus che li avevano trasportati fino alla zona musulmana. Quanto accadde ai soldati musulmani nei boschi intorno alla città, mentre tentavano di raggiungere la zona musulmana, rimane purtroppo oscuro. Senza dubbio la rabbia dei parenti dei civili uccisi nella regione fra il 1992 e il 1995 dalle truppe di Naser Orić ha fatto scattare un meccanismo di vendetta. In che misura?
Nel maggio del 1996 ero transitata vicino a Milići, gli americani della IFOR avevano arrestato dieci Musulmani armati, sospettati di aver trucidato tre Serbi. I dieci uomini erano stati consegnati alla polizia serba di Pale. Non c’erano prove evidenti della loro colpevolezza, conseguentemente furono schedati e rilasciati. I dieci uomini risultarono appartenere a Laste, un gruppo estremista, e i nomi di otto di loro figuravano nella lista degli scomparsi di Srebrenica depositata dalla Croce Rossa Internazionale al Tribunale di Zvornik.
La vicenda si è ancorata all’inconscio collettivo, è diventata leggenda. La storia inventata é stata sancita come reale. Così reale che a volte anche i Serbi stessi ci credono.
L’interesse degli Stati Uniti nei Balcani era stato inizialmente tiepido, in seguito malgrado i dubbi degli alleati più stretti, sotto la pressione delle lobby del petrolio in favore dei Paesi Arabi, l’Amministrazione Clinton volle assumere la leadership del conflitto e forzare una vittoria musulmana in tutta la Bosnia Erzegovina. Il nocciolo di questa vittoria era di dare potere alla dirigenza islamica di Sarajevo, sebbene questa godesse soltanto del 20% di favore fra i Musulmani dei quali un terzo appoggiava il gruppo moderato dell’ex presidente Fikret Abdić, e senza considerare che due terzi della popolazione del paese è cristiana. vi
L’Amministrazione Clinton vedeva l’opportunità di creare una cintura di basi militari intorno alla Russia. Nel caso particolare acquisì il grande aeroporto sotterraneo di Tuzla in zona musulmana – voluto da Tito dopo il distacco dal Cominform nel 1948 nel timore di un’invasione russa
Il governo di Sarajevo per ottenere l’intervento definitivo americano e della NATO organizzò due macabre messe in scena al mercato di Markale, il 6 febbraio 1994 con il lancio di una granata. Vi furono 68 morti e 200 feriti ma non ottenne l’intervento. Solo il 28 agosto 1995 con la ripetizione dello stesso scenario (37 morti e 86 feriti), sempre alla presenza delle Telecamere, gli americani bombardarono la Republika Srpska, non soltanto le alture intorno a Sarajevo per alleggerire la pressione.
Il 14 dicembre 1995 a Parigi firmano la Pace di Dayton Slobodan Milosević, Aljia Izetbegović e il croato Franjo Tudjman. Da quel momento i Serbi di Bosnia sono ufficialmente i vinti ed i colpevoli.
Si poteva sperare che la tranquillità si ristabilisse nell’ex Jugoslavia, che gli eccessi propagandistici rientrassero per poter recuperare la normalità anche se sofferta e difficile, ma così non era stato programmato.
Nell’ Ottobre 1992, l’opposizione albanese del Kosovo, aveva firmato un contratto con l’agenzia Ruder&Finn Global Public Affairs per sviluppare la propria immagine.
Nel 1998 si iniziò a parlare di gruppi organizzati di albanesi kosovari che attaccavano la polizia serba. I Media internazionali definirono l’UCK« terroristi », nel giugno dello stesso anno Richard Hallbrooke visitò i loro accampamenti situati sopra Dećani. Dopo di che i Media parlarono di « guerriglieri » infine di  combattenti per la libertà di Kosova.
Questa promozione dell’UCK ha dato un’immagine più accettabile al pubblico internazionale. Dopo la nuova definizione la milizia serba fu accusata di uccidere la gente nei villaggi albanesi nella caccia all’UCK. I Media non spiegarono che l’UCK si nascondeva dietro ai civili albanesi che cercavano salvezza nei boschi e non raccontarono che venivano rapiti più Albanesi che Serbi e che questi Albanesi e questi Serbi venivano rapiti perché favorevoli al dialogo e che non si sarebbero più rivisti vivi. I Media iniziarono a suggerire un intervento armato per ragioni umanitarie.
Nel giugno 1998 mi trovavo in Kosovo, il clima era molto teso. I Media continuavano ad invocare un dialogo tra le parti, in realtà una richiesta pretestuosa in attesa di far maturare gli avvenimenti fino alla guerra, sempre mantenendo un’apparente rispetto della legalità.
Slobodan Milosević aveva accettato tutti i punti imposti da Richard Halbrooke (Kosovo Verification Mission: diminuzione delle forze serbe, controllo aereo della NATO, spiegamento di forze della NATO in Macedonia per proteggere i verificatori dell’OSCE), ma l’Amministrazione Clinton aveva già la guerra in agenda, bisognava accelerare il processo.
Il venerdì 15 gennaio 1999 improvvisamente l’opinione pubblica internazionale si confrontò con l’orrore della fossa di Raćak. Era conseguente alla disinformazione degli ultimi anni che colpevole fosse la dirigenza serba, ancora prima d’accertamenti medici sui corpi martoriati. Le autopsie confermarono che le amputazioni erano state inferte dopo la morte in battaglia. I verificatori dell’OSCE non pubblicarono il rapporto dei medici e lasciarono esplodere il caso.
Questa macabra scenografia doveva servire da leva mediatica per arrivare alla Conferenza di Pace al Castello di Rambouillet, dove la regia del Segretario di Stato US, Margaret Albright, avrebbe impedito alla delegazione albanese e serba di confrontarsi su degli argomenti specifici. Il Segretario di Stato avrebbe pilotato, ignorando il leader Ibrahim Rugova eletto dai Kosovari, il gruppo dirigente dell’UCK verso l’accettazione di un accordo e imponendo alla delegazione serba una postilla inaccettabile che avrebbe consegnato la Serbia alla NATO come paese occupato.
Il 24 marzo 1999, iniziarono i bombardamenti sulla Jugoslavia: la Serbia e il Montenegro furono martellati senza tregua per 78 giorni. Dal 24 marzo all’ 8 giugno, trenta-quattromila attacchi aerei furono eseguiti da mille aerei.
Quando i Media non poterono tacere i bombardamenti sui mercati in pieno giorno, sui profughi in fuga o sui treni con aiuti umanitari, l’ottimo lavoro di agenzie di comunicazione come Ruder&Finn Global Public Affairs, Hill&Knowlton, Saachi&Saachi, McCann&Erickson et Walter Thompson per minimizzare l’impatto sul pubblico formularono slogan come “guerra umanitaria”, “azione di polizia internazionale”, “danni collaterali”.
Finalmente a Kumanovo il 10 giugno 1999 si conclude la guerra per il Kosovo. Il Consiglio di Sicurezza dell’ ONU approva la Risoluzione 1244 riaffermando l’impegno degli Stati membri a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale della Jugoslavia che all’epoca, era formata da Serbia e Montenegro. La Risoluzione non è mai stata abrogata e rimase la base dello stato legale del Kosovo, regione serba, descritto come autonomia sostanziale e significativa auto gestione, non indipendenza.
In quello stesso mese gli USA ottengono dagli Albanesi mille acri al confine fra Kosovo e Macedonia, dove sorgerà la maggiore base americana in Europa: Campo Bondsteel. Le altre basi a contorno della Russia verranno scelte nelle ex nazioni satelliti russe (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria Romania, Bulgaria) che gli USA forzeranno a far entrare nell’Unione Europea, quando questa non era ancora stabilizzata, non possedeva una Costituzione comune ed un governo centrale efficace.
Come in altri casi precedenti la disinformazione è silenzio, per cui si è raccontato il meno possibile sulla cruenta pulizia etnica che i Kosovari albanesi hanno operato verso tutte le etnie non albanesi della regione. Poco si è raccontato sulla vita grama degli ultimi Serbi rimasti in Kosovo inghettati in villaggi, minacciati e spesso uccisi. Su due milioni d’abitanti, il 20% dei Serbi è fuggito, il 5% di altre etnie anche.
Il 16 maggio 2006 partecipavo a Bruxelles ad una Conferenza Internazionale ONG dell’OSCE, il mio laboratorio era sul Kosovo. Partecipavano con me un funzionario dell’OSCE, Franklin Devrieze, appena rientrato dalla regione dove era stato per quattro anni, e il presidente dei Rom del Kosovo, Nedzo Neziri. Nei mesi precedenti si erano verificati diversi mortali incidenti con la popolazione serba. Devrieze dichiarò che la situazione era ormai tranquilla, bastava semplicemente non usare auto con la targa serba. Neziri gli mostrò allora le foto del quartiere di Kosovska Mitrovica dove avevano vissuto circa diecimila Rom. Le foto del 1999 mostravano qualche danno alle case dovuto ai bombardamenti, quelle recenti provavano la distruzione totale del quartiere.
Il 4 febbraio 2003 nasceva l’Unione di Serbia e Montenegro. Era la definitiva cancellazione del Trattato di Versailles.
Nel maggio 2006 il referendum organizzato in Montenegro sanciva di stretta misura la separazione dalla Serbia. Jack Abramof, il noto lobbista che aveva fatto tremare Washington per lo scandalo delle mazzette ai membri del Congresso, aveva lavorato attivamente per Milo Djukanović ad ottenere gli appoggi politici e finanziari necessari alla separazione del Montenegro dalla Serbia.
Il primo maggio 2007 il Segretario di Stato del governo Bush, Condoleezza Rice, annunciava a Washington, la firma del trattato militare che permetteva agli Stati Uniti di dislocare forze militari in Montenegro, amico e partner».
Grazie al lavoro combinato di disinformazione e lobbying era stata smantellata anche la Jugoslavia formata da Serbia e Montenegro.
Il Montenegro è indipendente e libero di costituire la base per traffici illeciti di ogni genere che fanno capo ad importanti personaggi politici del paese, secondo le segnalazioni della polizia italiana e dell’Interpol. Curiosamente le notizie in proposito non hanno seguito.
Con l’approssimarsi della dichiarazione d’indipendenza del Kosovo una ricerca di 124 pagine (Operatività della riforma del settore sicurezza nei Balcani occidentali), commissionata dal Bundeswher tedesco, presentata il 1 gennaio 2007 e tenuta accuratamente segreta, riporta che a quasi 10 anni dalla fine della guerra l’economia della regione si basa su contrabbando e crimine. La giustizia non funziona. La polizia è dominata da paura, corruzione e incompetenza. Gli USA hanno favorito i criminali impedendo agli investigatori europei di operare. Questo comportamento ha ovviamente reso gli americani vulnerabili al ricatto. In pratica è una società mafiosa infiltrata ai più alti livelli dello Stato. Il crimine organizzato, multimiliardario, ha legami ed esperienza di terrorismo e spionaggio. Denaro proveniente da Arabia Saudita, Iran ed altri paesi musulmani serve a finanziare l’arrivo d’armi e la costruzione di moschee, non per migliorare le condizioni della popolazione.
Gli Stati Uniti non rispettano la Risoluzione delle NU 12 44 e violando la legge internazionale sull’integrità di una nazione sovrana e riconosciuta nei suoi confini, danno il consenso agli Albanesi del Kosovo di proclamare l’indipendenza della regione serba il 17 febbraio 2008.
E’ la legalizzazione di un atto illegale che può creare un precedente pericoloso per altre nazioni con regioni irredentiste.
Infatti molti membri della EU non riconoscono il nuovo Stato.
La Russia ne approfitta poco dopo per sistemare i cambiamenti che Joseph Stalin aveva apportato alla Giorgia negli anni ‘30.
Intanto il padre del piano per l’indipendenza del Kosovo, Martti Ahtisaari riceve il Premio Nobel per la Pace.
Il governo serbo dell’epoca aveva indubbiamente commesso degli errori di valutazione. Ma era difficile operare senza un potente supporter. La Russia non era in condizione di farlo. Oggi?
Le giuste rimostranze della Serbia potrebbero ottenere un risultato davanti alla Corte Internazionale dell’Aja, quella vera, sono convinta però che grosse pressioni sono sistematicamente operate sul governo perché accetti il fatto compiuto. Magari con sottili minacce di favorire gli indipendentisti della Vojvodina o del Sandjiak e la promessa di entrare presto in EU.
Non è facile chiedere il rispetto dei propri diritti nazionali dopo dieci anni di demonizzazione.
La situazione in Bosnia Erzegovina diventa sempre più complicata. La famosa democrazia, che gli USA intendevano insegnare, ha fallito con tutte le tre etnie, arroccate in difesa dei propri diritti nazionali. La volontà del governo musulmano di trasformare il paese in una nazione islamica dalla Croazia alla Drina, seppure mantenendo un basso profilo, preoccupa.vii
I finanziamenti dall’ Arabia Saudita, la presenza di circa duecentomila mujahedin arabi - giunti durante la guerra per aiutare Izetbegović, a cui il leader musulmano aveva conferito cittadinanza e residenza per meriti di guerra - sono inquietanti. Molti sono terroristi, dormienti, provenienti dai campi di addestramento organizzati in Bosnia da Osama Ben Laden.
E’ nata anche AIO (Aktivna Islamska Omladina – Gioventù Islamica Attiva) un gruppo paramilitare i cui dirigenti sono scelti fra i mujaheddin. Il loro scopo, è la formazione di uno Stato islamico in Bosnia basato esclusivamente sullacharia, ispirandosi all’Arabia Saudita. Personaggi politici importanti come Haris Silajdžić e Hasan Muratović, hanno dichiarato pubblicamente e insistentemente il loro proposito di trasformare la Bosnia-Erzegovina in uno Stato islamico. Due terzi della popolazione è cristiana, ortodossa e cattolica, mi chiedo cosa succederebbe se i Croati e i Serbi chiedessero ciascuno l’indipendenza o di diventare regioni europee?
Forse l’attuale crisi globale cambierà le cose, dato che non è nemmeno sicuro che l’Europa non si sfaldi come la Jugoslavia.

 

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i European Institution for Minority Issues, 1996
ii Bosnia Tragedy, Sara Flounders, New York 1995
iii Offensive in the Balkans, Yossef Bodansky London 1995 page 54
iv Il Corridoio, Jean Toschi Marazzani Visconti, La Città del Sole, 2006
v Les guerriers de la Paix, Bernard Kouchner, Parigi 2003 – pag.. 372 – 374
vi Offensive in the Balkans, Yossef Bodansky London 1995 pag. 13
vii Spiegel on line The prophets fifth column – Islamist gain ground in Sarajevo – Walter Mayr in Sarajevo

 

fonte: http://www.cnj.it/24MARZO99/2009/beogradskiforum.htm#jtmv

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