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Quattro anni di assistenza ai migranti sopravvissuti alla violenza estrema

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2014-2018: quattro anni di assistenza ai migranti sopravvissuti alla violenza estrema



“La Libia non era e non è un porto sicuro: il Ministro dell’Interno venga ad ascoltare di persona le storie dei migranti sopravvissuti ai campi di tortura”


In occasione del 5° anniversario del naufragio di Lampedusa costato la vita ad almeno 368 persone, il team Sicilia di Medici per i Diritti Umani (Medu) ha presentato oggi a Catania quattro anni di attività nei centri di accoglienza della Provincia di Ragusa, nel CARA di Mineo e nell’hotspot di Pozzallo.

Dal 2014, nell’ambito del progetto On.To, i medici, gli psicologi e i mediatori culturali di Medu hanno prestato assistenza specializzata ad oltre 450 richiedenti asilo e rifugiati sopravvissuti a tortura e a trattamenti inumani e degradanti (CIDT) nei paesi di origini e lungo le rotte migratorie dall’Africa sub-sahariana, in particolare in Libia. La maggior parte dei pazienti assistiti è di sesso maschile (85% uomini e 15% donne) mentre i minori rappresentano il 2%. L’età media è di 25 anni. I principali paesi di origine appartengono all’Africa occidentale (Nigeria, 25%; Gambia, 20%; Costa D’Avorio, 13%; Ghana, 12%; Senegal, 7%; e Camerun, 5%), anche se è stato assistito un numero rilevante di migranti proveniente dal Corno d’Africa, dall’Africa del Nord ed in minor misura dall’Asia. Dai racconti di chi è arrivato in Italia attraverso la Libia, il quadro appare drammatico: il 73% riporta di aver subito una qualche forma di detenzione in luoghi sovraffollati ed in pessime condizioni igienico-sanitarie, il 43% di essere stato rapito e il 75% di aver subito privazioni di cibo ed acqua. La percentuale più significativa riguarda i gravissimi abusi subiti: l’85% ha subito torture e trattamenti crudeli, inumani e degradanti tra i quali percosse, stupri ed oltraggi sessuali, falaka (percosse alla piante dei piedi), ustioni provocate con diversi strumenti, scariche elettriche, torture da sospensione. Un numero molto rilevante di migranti è stato obbligato ai lavori forzati in condizioni di schiavitù per mesi e, in alcuni casi, anni. Un numero altrettanto consistente è sopravvissuto alla traversata del Mediterraneo avendo assistito alla morte dei compagni di viaggio o avendo rischiato direttamente la vita.

Esperienze così estreme lasciano segni profondi a livello fisico e mentale. Dal punto di vista fisico, i medici di Medu hanno riscontrato in oltre l’80% dei casi le sequele degli abusi subiti; nella maggior parte dei casi cicatrici e lesioni del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, in alcuni casi anche lesioni interne per le quali sono stati necessari interventi chirurgici. Dal punto di vista psichico, in oltre la metà dei casi è stata riscontrata una severa sintomatologia post-traumatica: insonnia, incubi, ricordi intrusivi delle violenze subite, flashback, isolamento, mal di testa, dolori corporei, pervasivi stati d’ansia e di allerta, gravi sintomi depressivi.

Nell’ultimo anno d’altra parte, se da un lato sono proseguiti i gravissimi abusi lungo la rotta migratoria ed in particolare nei centri di detenzione libici, siano essi gestiti da autorità ufficiali che da organizzazioni criminali, la tutela della salute e dei diritti fondamentali degli stessi migranti giunti nel nostro paese ha subito un preoccupante deterioramento.

All’interno dell’hotspot di Pozzallo rimangono trattenuti da oltre due mesi 73 migranti sbarcati il 15 luglio, in attesa che gli accordi internazionali tra i paesi europei per la ripartizione dell’accoglienza vengano attuati.
La prolungata permanenza in hotspot ha avuto e sta avendo effetti estremamente negativi sulla salute psico-fisica delle persone ospitate. Il team di Medu ha seguito circa 40 persone con vulnerabilità medico-psicologica che necessitano ulteriore approfondimento medico e/o psicodiagnostico per sintomatologia post-traumatica. Gli operatori di Medu sono stati testimoni della crescente tensione, dello stress e della preoccupazione legati all’incertezza e alla mancanza di informazioni circa luoghi e tempistiche del trasferimento. La maggior parte dei migranti proviene da Somalia ed Eritrea e porta con sé sia i segni della lunga prigionia in Libia sia dell’esperienze di guerra nei paesi di origine. L’attesa per il trasferimento ha rallentato una definitiva e approfondita presa in carico sia per le vulnerabilità mentali che per quelle fisiche, approfondimenti che l’hotspot, per sua stessa natura e nonostante il lavoro dell’ente gestore, non è in grado di fornire.

La vicenda della nave Diciotti giunta nel porto di Catania lo scorso agosto rappresenta un altro significativo episodio in cui la salute dei migranti non è stata adeguatamente tutelata. Dopo quattro giorni di navigazione in mare a bordo della nave della Guardia Costiera, una volta raggiunto il porto è stato impedito lo sbarco ai minori per altri due giorni e agli altri migranti per cinque giorni. Anche in questo caso, come riscontrato dai team di Medu con testimonianze dirette, si trattava nella gran parte dei casi di migranti sopravvissuti a gravissimi abusi nel loro paese e lungo la rotta migratoria. Il trattenimento a bordo della nave Diciotti ha così di fatto ritardato ed ostacolato un adeguato accesso ad accertamenti e cure per le persone più vulnerabili. Ad un team specialistico come quello di Medu, con esperienza pluriennale sul tema della tortura e CIDT, è stato negato l’accesso a bordo per portare assistenza a persone, che proprio in quel momento chiedevano esplicitamente un supporto psicologico. La ricerca scientifica ha dimostrato che la cosiddetta ri-traumatizzazione secondaria (eventi traumatici anche lievi successivi a gravi abusi come la tortura e la violenza intenzionale) può contribuire ad un importante aggravamento della sofferenza psico-fisica di una persona sopravvissuta ad un trauma estremo. Ed in effetti, il prolungato trattenimento a bordo della Diciotti in condizioni alloggiative ed igienico-sanitarie inadeguate, in una situazione di grave incertezza circa il proprio destino e senza alcuna assistenza specialistica, ha avuto per quei migranti tutte le caratteristiche di una ri-traumatizzazione secondaria.

Il recente Dl Salvini su sicurezza e immigrazione esclude dall’accoglienza nei centri Sprar tutte le categorie vulnerabili di richiedenti asilo come ad esempio le vittime di tratta o di tortura o le persone con problemi di salute mentale, ridimensionando così un sistema riconosciuto anche a livello internazionale che ha garantito in questi anni percorsi virtuosi di accoglienza e integrazione. Lo stesso decreto inoltre abolisce la protezione umanitaria e introduce un permesso di soggiorno per alcuni “casi speciali” come ad esempio “condizioni di salute di eccezionale gravità”. Non si elimina quindi, come invece affermato nel testo del decreto, la “discrezionalità alla individuazione e valutazione della sussistenza di ipotesi” per il rilascio della protezione umanitaria: chi infatti stabilirà quanto eccezionale sia la gravità delle condizioni di salute di un paziente? Quante probabilità avranno di rientrare in questa categoria i pazienti con disturbi psichiatrici e le vittime di tortura e CIDT? Medici per i Diritti Umani ha rilevato come negli ultimi 3 mesi sia aumentato in modo allarmante il numero di pazienti in condizioni di seria vulnerabilità che hanno ricevuto diniego al permesso di soggiorno per motivi umanitari con il rischio concreto, tra l’altro, di dover interrompere il percorso di cura iniziato in Italia. Così come in alcune Commissioni Territoriali (ad esempio quella di Siracusa) è sempre più frequente la prassi di acquisire esclusivamente certificazioni del servizio sanitario pubblico ai fini del riconoscimento della vulnerabilità per casi di tortura ed abusi vanificando di fatto le certificazioni prodotte durante il percorso di cura da organizzazioni non governative con pluriennale esperienza professionale nel campo. Un atto questo che riteniamo grave in quanto lesivo del diritto di scelta del medico e del luogo di cura da parte di ogni individuo.

Medici per i Diritti Umani torna a chiedere:

- che sia assicurato un pronto trasferimento nei paesi di accoglienza dei migranti ancora trattenuti nell’hotspot di Pozzallo;
- che il Dl Salvini non sia convertito in legge in quanto provvedimento dannoso che non tutela i gruppi più vulnerabili ed ostacola l’integrazione;
- che l’Italia, l’Unione Europea e la Comunità internazionale intervengano affinché venga assicurata la vita, l’incolumità e l’accesso alla protezione internazionale per le migliaia di migranti ancora internati nei centri di detenzione libici.

La Libia non è stata in questi anni e non è tutt’ora un porto sicuro; è un paese dove vengono perpetrati crimini contro l’umanità su vasta scala nei confronti dei migranti. Se il Ministro dell’Interno, come ha dichiarato, non ne è convinto, venga ad ascoltare di persona le storie dei migranti sopravvissuti ai campi di tortura.

Catania, 3 ottobre 2018

 

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