Sabato 20 maggio anche COMIN prenderà parte alla marcia 20 maggio senza muri. A sfilare, oltre a molti soci della cooperativa, ci saranno amici e i cittadini dei territori in cui COMIN è presente come realtà sociale, ma soprattutto le famiglie e i ragazzi stranieri di Cassiopea, il nostro progetto di ricongiungimento familiare.

 

COMIN coop. soc.

Comunicato stampa

Milano, #20maggiosenzamuri
COMIN: “Manifestare va bene, ma dopo sabato impegniamoci per una vera accoglienza diffusa”.


La cooperativa è attiva sin dagli anni ‘70 nel settore dell’accoglienza.
In zona 2 col progetto Cassiopea si occupa di accompagnamento al ricongiungimento (250 ragazzi stranieri a rischio emarginazione dal 2002 a oggi).
La storia di Marisol



Milano, 18 maggio 2017 - Sabato 20 maggio anche COMIN prenderà parte alla marcia 20 maggio senza muri. A sfilare, oltre a molti soci della cooperativa, ci saranno amici e i cittadini dei territori in cui COMIN è presente come realtà sociale, ma soprattutto le famiglie e i ragazzi stranieri di Cassiopea, il nostro progetto di ricongiungimento familiare.

"La presenza di Cassiopea al nostro fianco e dietro lo striscione 'Noi di via Padova' dice esattamente qual è lo spirito con cui COMIN aderisce alla manifestazione. Manifestare contro i muri va bene, ma non può essere solo questo. Dal punto di vista di chi si occupa di accoglienza, e tra i suoi servizi ne ha uno che lavora sui ricongiungimenti familiari, sappiamo che per garantire una vera accoglienza e ridurre il rischio di emarginazione di chi è più vulnerabile servono risposte concrete. Risposte che vadano nella direzione opposta allo smantellamento di un sistema di accoglienza diffusa nel nostro Paese, tema peraltro oggi toccato anche con la firma del 'Patto per l'accoglienza' alla presenza del sindaco Sala e del ministro Minniti
Non va bene se dopo sabato tutto resterà come prima, se non riusciremo a creare risposte, a favorire la vera accoglienza".

Sono le parole di Emanuele Bana, presidente di COMIN, in relazione alla marcia “Insieme senza muri” di sabato 20 maggio a Milano.

 


Nel 2002, in zona 2, quella di via Padova, COMIN ha dato vita al progetto Cassiopea, che consiste nell'accompagnamento di ragazzi (a oggi oltre 250) in fase di ricongiungimento familiare: un lavoro di prevenzione per i ragazzi stranieri arrivati in Italia a rischio emarginazione.  

"Il nostro servizio si rivolge alle famiglie straniere che hanno vissuto la fase del ricongiungimento familiare con i propri figli, tra i 14 e i 20 anni, e ai genitori in attesa di ricongiungimento. I nostri educatori accompagnano i figli neo ricongiunti in una nuova realtà sociale e culturale, quella italiana, aiutandoli a superare il disagio provocato dallo sradicamento dalla propria terra d'origine".

Più sotto la storia di Marisol una tra le tante che COMIN ha incontrato e preso in carico in questi quindici anni di lavoro di Cassiopea.


Chi siamo
La Cooperativa Sociale COMIN nasce nel 1975 a Milano allo scopo di realizzare interventi educativi a favore di bambini e famiglie in difficoltà. I settori tradizionali dell’accoglienza in comunità e dell’assistenza domiciliare ai minori, nel corso degli anni, sono stati affiancati da interventi di promozione dell’affido familiare, del benessere e della coesione sociale di giovani e famiglie. Particolare attenzione è rivolta agli stranieri. Dal 2002, attraverso il progetto Cassiopea, COMIN si occupa anche di ricongiungimenti familiari.

COMIN, oggi, è articolata in 5 Unità Territoriali [U.T. Milano, U.T. Ovest (Rhodense-Magentino), U.T. Pavese, U.T. Giussano, U.T. Martesana], che rappresentano la Cooperativa in ciascun territorio. Attraverso i suoi interventi, ogni anno, raggiunge oltre 2.000 persone tra beneficiari diretti e indiretti. Per COMIN benessere e disagio devono entrare in contatto e dialogare, alla ricerca comune di soluzioni creative che rispondano alle esigenze della collettività. Occorre, per questo, favorire occasioni d’incontro e relazione, dando vita a contesti comunitari che divengano progressivamente capaci di esprimere solidarietà tanto al loro interno quanto all’esterno.
COMIN conta oltre 200 soci tra lavoratori e volontari, a cui si aggiungono alcuni lavoratori non soci.
 


La storia di Marisol
Marisol (nome di fantasia) oggi ha 18 anni. A 14 ha lasciato il Perù, dove era rimasta a vivere coi suoi nonni, per raggiungere l’Italia e ricongiungersi con sua madre, arrivata a Milano tre anni e mezzo prima di lei. Racconta così la sua esperienza di ricongiungimento. 
"Non è facile per me raccontare l’esperienza del ricongiungimento con mia madre. Vuol dire non vedersi da anni, essere molto lontane e un giorno rincontrarsi. Per me il momento del ricongiungimento era carico di tante aspettative. Arrivavo da un paese lontano e sapevo che c’era qualcuno di importante che mi aspetta in Italia: mia madre. Prima di partire è tutto diverso. T’immagini di riprendere la relazione dall’ultimo saluto, ma ti accorgi subito che è passato tanto tempo. Troppo. Sì, ci siamo sentite tante volte al telefono ma non è la stessa cosa. 
Tanta voglia di rivedersi, anni ad aspettare i documenti e poi all’improvviso ti dicono che è tutto pronto e devi partire, anche se non sei pronta. Che fai? Lasci e parti. Lasci la famiglia, gli amici, il fidanzato. La tua vita intera. Mi verrebbe di chiedere a mia madre se lei, al mio posto, l’avrebbe fatto. Sembra scontato, vi assicuro che non lo è.  
All’arrivo in Italia ho dovuto fare i conti con tante promesse disattese. Mia mamma che al telefono, quando ero ancora a casa, mi diceva che avremmo passato più tempo insieme, che avrei imparato facilmente l’italiano, che lo studio in Italia valeva di più che in Perù. E poi che avrei fatto amicizia velocemente, che questo è un paese più sicuro del nostro. Ora che sono qui mi rendo conto che quello che mi diceva era diverso da come me l’ero immaginato. 
A casa andavo bene a scuola, o comunque me la cavavo. Sono arrivata qui e ho fatto tanta fatica per non essere bocciata, ma qualcuno non ha superato l’anno. Molti dei ragazzi e delle ragazze che si ricongiungono perdono almeno un anno, altri devono aspettare almeno un anno prima di iscriversi a scuola. E allora frequentano un corso d’italiano per non essere tagliati fuori, per poter comunicare.  
Pensavo che la scuola italiana fosse come a casa, mi sono accorta presto che così non era. È stato difficile scegliere la scuola superiore: troppi indirizzi diversi, troppe materie. Non sono riuscita a orientarmi e quando tutti i miei compagni sapevano già cosa fare io ero ancora incerta. Così, oggi frequento la scuola che ha trovato mia madre, quella vicino casa e che le hanno suggerito alcune amiche. Ma io volevo fare altro. Sono brava in informatica, mi sarebbe piaciuto continuare a studiare informatica e andare all’Università. Chissà! Alcuni miei amici peruviani invece di studiare avrebbero voluto subito lavorare, perché già lavoravano quando erano a casa. Qui però sono rimasti un bel po’ a guardarsi attorno, aspettando un’occasione. 
All’inizio, in classe, a volte ero emozionata, altre volte provavo imbarazzo perché non capivo cosa dicevano gli insegnanti. Qualche volta mi annoiavo e i miei compagni mi guardavano…sorridevano. Forse mi stavano prendendo in giro, mi dicevo. Molto sembravano simpatici, alcuni lo sono davvero. Cercavo di capire come comunicare, meno male che c’era un compagno del mio paese che traduceva per me. Mi ha aiutata tanto, nell’intervallo passavo tutto il tempo con lui. 
Finalmente, dopo alcuni mesi in Italia, ho imparato a prendere la metropolitana e orientarmi in città. Milano è grande e mia madre quando sono arrivata mi ha portato con lei a vedere tante cose: il castello, il duomo, il parco… io però desideravo uscire come quando ero a casa. Farlo da sola anche quando lei era al lavoro. Ma per andare dove? C’era un oratorio vicino casa, ma non conoscevo nessuno di quelli che lo frequentavano. Che bello gli amici, mi dicevo! Mi mancavano e mi mancano ancora quelli lasciati in Perù, avevo voglia di trovarne di nuovi. Su facebook ho tanti contatti, ma la vera amicizia è un’altra cosa, mi dico! 
A mia madre vorrei dire tutte queste cose, vorrei che anche lei si mettesse nei miei panni. Mi ha chiesto e mi chiede sempre di farlo. Non mi sembra però che lei provi a fare altrettanto. Forse perché non è facile mettersi nei panni degli altri. 
Siamo state troppo tempo lontane e quando ci siamo ritrovate eravamo cambiate entrambe. Mia madre dopo anni da single ha dovuto ricominciare a fare il genitore. Di essere madre, credo, non ha smesso mai, ha fatto di tutto perché arrivassi qui. Io devo ricominciare a fare la figlia dopo anni rimasta in Perù coi nonni. Anche io in tutti questi anni l’ho pensata sempre, tanto. Con sentimenti contrastanti. A volte ero arrabbiata per la decisione che aveva preso. Quanta fatica che abbiamo dovuto fare e che stiamo facendo! 
Ora mi dico che forse dovremmo solo recuperare il tempo che abbiamo passato lontane l’una dall’altra, evitando di litigare. Capisco che lei lavora tante ore, che quando rientra a casa è stanca e che in fondo anche per lei non deve essere stato facile e forse non lo è ancora. Non ci resta che sforzarci di comunicare di più e fidarci l’una dell’altra. Per ricominciare. Forse una vita nuova. Diversa da quella che abbiamo immaginato finora.”

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