A cinquant'anni dalla morte del Che oggi l'AntiDiplomatico pubblicherà una serie di interviste di chi in Italia lo ha studiato. Partiamo dal Prof. Vasapollo, marxista, economista della Sapienza e uno dei massimi conoscitori delle realtà dell'America Latina in Italia. Sulla figura del Che ha curato “Che Guevara economista” e “Vamonos. Nada mas: camminando con il Che e Fidel”.

 

#50ANNICHE Prof. Vasapollo: "Basta con il mito delle magliette e del supereroe. Volete onorare il sogno del Che? Leggete i suoi libri"



A cinquant'anni dalla morte del Che oggi l'AntiDiplomatico pubblicherà una serie di interviste di chi in Italia lo ha studiato

Partiamo dal Prof. Vasapollo, marxista, economista della Sapienza e uno dei massimi conoscitori delle realtà dell'America Latina in Italia. Sulla figura del Che ha curato “Che Guevara economista” e “Vamonos. Nada mas: camminando con il Che e Fidel”.



L'Intervista
 
 
Con Sky, catena privata simbolo del neoliberismo e dell’ultracapitalismo, che lo descrive come il “Donchisciotte” “l’uomo che ha dato la vita per un’ideale”, non crede che ci sia qualcosa che non torni nell’omaggio che si sta dando alla figura di Ernesto Che Guevara?
 
Il gioco che si vuole fare da parte di questi media e da parte purtroppo di una certa finta sinistra è di metterlo in contrasto con Fidel, il “burocrate amico dell’Unione Sovietica.” Questo è il “mito della maglietta”, il “supereroe” che non rende onore alla memoria del Che a 50 anni dalla sua morte. Perché da marxista conta il divenire storico, il contesto, il periodo storico. Che Guevara era un medico argentino della media borghesia del suo paese. Colto, ma aveva conoscenza del popolo e voleva servire il popolo. I diari della Motocicletta e LatinoAmerica creano quel contatto e lo legano in modo indissolubile. Il suo essere medico diviene qualcosa di più. Il suo essere medico si mischia alla lotta al capitalismo e all’imperialismo. La data di riferimento fondamentale per la storia del Che è il 1953 quando in Messico incontra Fidel esiliato. Inizia una storia rivoluzionaria che ha sì avuto momenti di tensione, anche scontro, ma come in tutte le relazioni umani. Il Che, da quel giorno non ha mai smesso di considerare Fidel come un fratello maggiore, un padre, per quanto ne dicano i media neo-liberisti.
 
Da quel 1953 poi tante cose sono accadute…
 
Proseguiamo con il divenire storico e il contesto. Fidel arruola nella Granma il Che come medico. Quando nel 1959 però l’insurrezione va male e c’era da resistere dalla montagna, il Che era medico ma anche guerrigliero. Quando c’era da sparare sparava. Il messaggio che vorrei dare ai giovani è che non ci sono eroi, non ci sono superuomini. Non esistono comunisti eroi, esistono persone che sanno interpretare il divenire storico e applicano i principi rivoluzionari per trasformare la società sulla base di uguaglianza, redistribuzione,  autodeterminazione dei popoli e solidarietà interna ed internazionale.  E lo fanno con una penna, con un libro, con la dialettica, con il lavoro quotidiano, con un bisturi e se serve con un’arma. Nessuno più di Fidel ha espresso questo concetto in un discorso meraviglioso del primo maggio 2000 quando ha detto che la “rivoluzione è il senso del momento storico”. Fidel e Che sono stati questo. Basta con il mito della maglietta, basta con l’eroe trasformato in Donchisciotte.
 
Il mito della lotta armata però resta quello predominante nel ricordo del Che.
 
Bisogna fare chiarezza. Noi siamo contro la violenza terroristica di Stato e per una trasformazione pacifica della società sulla base dei principi che indicavo prima. Ma poi c’è il divenire storico. Hanno fatto bene i partigiani a impugnare i fucili contro i nazisti per liberare l’Italia.
Tornando al Che e alla finta diatriba costruita ad arte del guerrigliero indomito contro il burocrate Fidel. Il Che era argentino e chiaramente il suo sogno era quello di portare la rivoluzione e i principi che stavano sperimentando a Cuba nella sua terra. Tenta di entrare in Venezuela, non riesce, poi prova dalla Bolivia e sappiamo come è finita purtroppo. Castro lo consigliò dicendogli che non ci fossero le condizioni e il contesto per la rivoluzione. E in una lettera famosa dal Congo il Che gli diede ragione.
 
 
Come professore ha curato diversi volumi sulla figura del Che. Quali aneddoti ha trovato poco conosciuti nel percorso di conoscenza dell’uomo?
 
Ho curato due grandi pubblicazioni in particolare. “Che Guevara economista” e “Vamonos. Nada mas: camminando con il Che e Fidel”.



L’aneddoto più bello è quello che ho scoperto e riguarda l’incarico assunto da Presidente della Banca centrale cubana nella prima fase post-rivoluzione. ‘ Chi è economista?’, chiese Fidel in una delle riunioni ristrette subito dopo la vittoria. ‘Io’, disse il Che che non si tira mai indietro. ‘Bene da domani guidi l’economia del paese’. E la risposta di Che fu: ‘Io? No. Avevo capito chi è comunista?’. Ma da quel giorno comprendiamo l’uomo Che Guevara. Studia di giorno e di notte. Si addormenta sul tavolo. E allora studia in piedi. Questo è l’uomo, questo è il rivoluzionario. Certo, il divenire storico lo ha costretto anche a sparare.
 

Antimperialismo e anticapitalismo per il Che. Con un esercizio suggestivo di immaginazione si potrebbe immaginare a difesa di quale popolo starebbe oggi combattendo il Che?
 
Per parlare dell’anticapitalismo e dell’anti-imperialismo del Che, il punto di partenza è il discorso storico tenuto alle Nazioni Unte l’11 dicembre del 1964 con il celebre “10, 100, 1000 Vietnam”. Questa frase significava difendere fino alla fine l’autodeterminazione e la libertà dei popoli contro l’oppressione del capitalismo e dell’imperialismo . Oggi sarebbe chiaramente un combattente in difesa di Cuba, Venezuela e tutti i paesi che non si arrendono all’oppressore imperialista.

 
E allora quelli, molti in Italia, che sostenevano i golpisti venezuelani e oggi ricordano il Che. Come li definisce?
 
Ipocriti. Ipocriti di due tipi per specificare. Da un lato abbiamo ex sognatori utopisti che poi dichiarandosi fintamente di sinistra fanno non solo politiche non rivoluzionarie, non solo politiche non riformiste ma sono neo-liberisti in tutto e per tutto. Alla Mogherini per intenderci. E poi, dall’altro lato, abbiamo speculari gli estremisti di sinistra che non hanno nessun senso del divenire storico.
Il Manifesto ieri, per fare un esempio concreto, ha regalato un bel libretto sul Che. Ma invece di dare questo supplemento, perché questo giornale non onora la sua memoria raccontando la verità sul Venezuela, su Cuba e sull’America Latina? Da quando Geraldina Colotti non scrive più, il Manifesto ha preso una deriva che rientra nelle categorie che dicevamo sopra.
 
E ai giovani quale messaggio si sente di dare? Cosa devono trarre dell’esperienza del CHE?
 
Ai giovani, lo ripeto ma è importante, dico: smettete di comprare le magliette, comprate i libri del CHE. Comprendete il suo sogno, quello che lo ha spinto a seguire quella che chiamano Utopia ma che poi da sogno è divenuto realtà. Perché sull’utopia dobbiamo intenderci. “L'utopia è là nell'orizzonte”. Diceva Galeano. “Mi avvicino di due passi e lei si distanzia di due passi. Cammino 10 passi e l'orizzonte corre 10 passi. Per tanto che cammini non la raggiungerò mai.” E quindi concludeva questo gigante della storia: “A che serve l'utopia? Serve per questo: perché io non smetta mai di camminare.” E quindi l’eredità del Che per i giovani deve essere proprio questa. Iniziare a camminare. Non le magliette che alimentano solo le versione distorte che l’imperialismo ha costruito intorno a lui e a Fidel. No. Cercare l’orizzonte. E’ l’orizzonte è l’anticapitalismo, l’antiimperialismo e una società che sappia garantire uguaglianza, libertà,  indipendenza, autodeterminazione, sovranità e solidarietà tra popoli. Quanto ci vorrà? Il tempo necessario. Ma serve iniziare a camminare. Intanto oggi a cinquant’anni dalla sua morte Cuba è ancora lì a resistere e mantenere alta la bandiera di quei principi per cui il Che e Fidel hanno dato la vita. La stessa bandiera poi issata da Hugo Chavez in Venezuela e che il presidente Maduro con la sua resistenza si rifiuta di ammainare, rilanciando il progetto socialista bolivariano.

Alessandro Bianchi

da: www.lantidiplomatico.it

 


 

 

G. Cremaschi: "Ma quale icona pop il Che, Repubblica rispetti la storia"

Prosegue il ricordo del Che dell'AntiDiplomatico attraverso un ciclo di interviste.

Di seguito il contributo di Giorgio Cremaschi 



50 anni dalla morte del Che. Quale il suo lascito principale e che attualità nelle lotte internazionaliste odierne?
 
L’attualità a 50 anni dalla morte di un rivoluzionario come il Che è estrema. Partirei da questo: un rivoluzionario deve provare a fare la rivoluzione. E il Che ha provato varie volte fino all’ultimo giorno della sua vita. Questo il lascito più importante. Avevo 19 anni ed ero un giovane membro della Federazione giovani del PCI quando seppi della notizia della morte di Che Guevara. Come Federazione eravamo stati molto critici dell’attendismo del PCI, per i quali il Che era considerato quasi un estremista. Noi avevamo tutt’altra posizione e lo abbiamo fatto presente in tutte le sezioni.
Se vogliamo provare a sintetizzare, l’attualità della figura del Che è data dal fatto che oggi i margini di mediazione sono inesistenti. O rottura con il sistema o restaurazione. Vie alternative non esistono, il riformismo oggi non è possibile.
 

Ci sono quindi meno margini di mediazione dei tempi di Che Guevara?
 
Esattamente. L’esperienza di Bolivia, Venezuela dimostrano oggi come la lotta per il socialismo preveda una lunga marcia. Le lotte contro il nemico imperialista e capitalista sono dure e l’attualità di Che Guevara è in due aspetti principalmente. Primo, tutti coloro che oggi vogliono costruire una società diversa basata su principi opposti a quelli predatori del neo-liberismo non può oggi non partire dalla rottura: rottura contro l’imperialismo degli Usa, dell’Unione Europea e della NATO. Punti di riferimento imprescindibili da cui è nata, ad esempio, la piattaforma Eurostop.
E secondo sulle ingiustizie sociali. La necessità di lottare ovunque l’ingiustizia sociale preclude ad un popolo la libertà e l’autodeterminazione di emanciparsi dalle catene del neo-liberismo e dell’imperialismo.
 

Da Repubblica al mainstream in generale si sta compiendo un’operazione che vuole tentare di normalizzare il Che. Perché?
 
Repubblica oggi lo descrive come una “icona pop”. Si cerca di trasformarlo in un cantante rock per esorcizzarlo, per catalogarlo con il sistema. Il Che è un rivoluzionario, comunista, anticapitalista e antiimperialista con una storia di lotte e rivoluzione. Ha combattuto ed è stato assassinato combattendo. Chi oggi sventola la sua bandiera deve ricordare bene questo. Deve avere a mente questo. Il resto è puro tentativo di mistificazione per fuorviare la sua storia, la sua eredità, il suo messaggio per i giovani.
 

Quando vede che a osannarlo oggi sono gli stessi che in Venezuela hanno tifato golpisti e in Ucraina neo-nazisti post Maidan cosa pensa?

Inorridisco. Ma sono abituato a questo tentativo di trasformazione della figura di Che in quello che non è. E torniamo al discorso che facevamo per Repubblica. Deve essere chiaro a tutti coloro che sventolano una sua bandiera o indossino la sua maglietta che il Che era un rivoluzionario che lottava contro l’imperialismo, contro il colonialismo, contro il capitalismo e per la libertà di emancipazione dei popoli.  Oggi sarebbe in America Latina dalla parte di chi si oppone al ritorno dell’Imperialismo e quindi sarebbe con la Rivoluzione Bolivariana e con tutti coloro che cercano di impedire che la regione torni ad essere il cortile di casa degli Stati Uniti.
 
Notizia del: 09/10/2017

 


 

L'omaggio di Evo Morales al Che: «Oggi più necessario che mai»

Morales ha dichiarato che «il miglior omaggio è continuare la lotta antimperialista»

L'omaggio di Evo Morales al Che: «Oggi più necessario che mai»


In chiusura della quattro giorni di attività dedicata alla memoria di Ernesto ‘Che’ Guevara a Vallegrande, in Bolivia, a pochi chilometri da La Higuera, dove il rivoluzionario argentino fu catturato e assassinato su ordine della CIA il 9 ottobre del 1967, il presidente della Bolivia Evo Morales ha tenuto un discorso.

Morales ha dichiarato che «il miglior omaggio è continuare la lotta antimperialista». Aggiungendo «mai come oggi il Che è necessario, è vivo più che mai e si proietta con forza maggiore verso il futuro».

 



L’evento ha richiamato persone da tutto il mondo giunte sino in Bolivia per rivendicare la lotta rivoluzionaria di Che Guevara. 

«Siamo uniti da un solo grido di lotta antimperialista, anticolonialista e anticapitalista», ha dichiarato Morales, che ha poi ancora parlato del Che sottolineando che era «un essere umano carico di sogni e idee di lotta per un mondo senza più ricchi e poveri, senza classi sociali, che ha lottato per liberare i popoli d’America, per un mondo socialista».

Notizia del: 10/10/2017

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