Gli amanti della pace hanno salutato con entusiasmo l’assegnazione del premio Nobel per la Pace del 2017 alla associazione iCAN, una coalizione, come dice il nome, Internazionale di gruppi attivi nella richiesta di eliminazione delle armi nucleari. Un passo importante in un lungo cammino di protesta contro le nuove armi.

 

 

Premio Nobel per la Pace 2017 di Giorgio Nebbia



Gli amanti della pace hanno salutato con entusiasmo l’assegnazione del premio Nobel per la Pace del 2017 alla associazione iCAN, una coalizione, come dice il nome, Internazionale di gruppi attivi nella richiesta di eliminazione delle armi nucleari.

Il premio è stato motivato, "for its work to draw attention to the catastrophic humanitarian consequences of any use of nuclear weapons and for its ground-breaking efforts to achieve a treaty-based prohibition of such weapons".
Trattato per il bando delle armi nucleari, di cui si è parlato anche in questa rivista.

Un passo importante in un lungo cammino di protesta contro le nuove armi rese possibili dalla scoperta dell’enorme energia liberata dalla fissione e dalla fusione dei nuclei atomici, iniziato quando sono state esplose le prime tre bombe atomiche americane. Cominciato forse anche durante la loro costruzione, negli anni 1943-45, quando alcuni scienziati hanno anticipato le conseguenze sanitarie, morali e politiche che l’uso della nuova “bomba” avrebbe avuto.

Come è ben noto, dopo una esplosione sperimentale nel deserto del Nevada, che dimostrò che “la bomba” funzionava, le prime due bombe atomiche americane furono fatte esplodere sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto 1945, con le conseguenze che tutti ricordano.

La prima reazione dell’America fu di entusiasmo, sia per il successo della gigantesca impresa tecnico-scientifica che aveva reso possibile la costruzione della bomba atomica, sia perché, secondo la vulgata, il suo uso aveva portato alla rapida fine fella guerra del Pacifico e aveva fatto risparmiare migliaia di vite di soldati americani --- sia pure a prezzo di centomila civili giapponesi volatilizzati dal fuoco e dalle radiazioni in quelle due giornate estive.

“Atomico” divenne aggettivo superlativo applicato a qualsiasi cosa eccezionale: fu il complimento attribuito a Rita Hayworth, straripante bellezza interprete del film “Gilda” (1946).

Direi che l’entusiasmo per “la bomba” durò fino a metà del 1946 quando furono condotte le prime esplosioni atomiche sperimentali americani nelle isole Marshall, nel Pacifico, a Bikini ed Eniwetok. Gli effetti delle bombe sulle isole e sui bersagli predisposti, navi in disarmo, edifici e materiali, e la misura della conseguente ricaduta di polveri radioattive, furono tali da far capire che cosa avrebbe potuto significare l’uso militare delle bombe atomiche.

In questi secondi anni quaranta si stavano deteriorando i rapporti con l’Unione Sovietica, l’ex alleato, nella guerra vittoriosa contro i nazisti e i fascisti, alimentati anche da una diffusa isterica paura americana del “comunismo”, dalla crisi di Berlino (1948) e dalla constatazione (1949) che anche l’Unione Sovietica, diventato scomodo collega nella spartizione del mondo e delle sue ricchezze, possedeva delle bombe atomiche.

Non mancavano, sia pure poco ascoltate, nei primi anni cinquanta, le voci che avvertivano dei pericoli della diffusione delle bombe atomiche, soprattutto di pacifisti, gente di sinistra, intellettuali. Il fisico atomico Joliot-Curie, comunista, genero di Marie Curie, una persona che ben sapeva che cosa potesse significare un conflitto fra due potenze dotate entrambe di bombe nucleari, fu attivo nell’organizzare un movimento di protesta dei “Partigiani della Pace”.

Per l’Italia si possono ricordare le adesioni al movimento dei Partigiani della Pace, all’appello di Stoccolma (1950) per il disarmo nucleare che raccolse in Italia 6 milioni di firme, oltre 500 milioni di firme nel mondo. Tale protesta vide in prima fila i socialisti e i comunisti, con alte personalità come Nenni, Vittorini, Guttuso, Carlo Levi e altri e come i cattolici Don Mazzolari, Igino Giordani, Ada Alessandrini e altri.

Nell’ultima scena del film “Come eravamo” (1973) la protagonista Katie Moroski, interpretata dalla bella e brava Barbra Streisand, una giovane ebrea comunista, è impegnata nel distribuire volantini e raccogliere firme nelle strade di New York per la campagna “Ban the Bomb”.

La campagna contro “la bomba” crebbe con la scoperta della contaminazione radioattiva conseguente le esplosioni sperimentali americane nel Pacifico e nel Nevada, sovietiche dal 1949 per lo più nel Turkmenistan, allora sovietico, inglesi in Australia dal 1952 al 1963, francesi in Algeria e a Muroroa nel Pacifico, a partire dal 1960.

Non mi risulta che sia stata fatta una indagine sistematica sulle reazioni in Italia alla bomba atomica, una pagina delle prime manifestazioni ”ambientalistiche”, oltre che pacifiste, motivata dalla preoccupazione per le conseguenze ecologiche e umanitarie della corsa alle armi atomiche.

I decenni successivi videro nel mondo la comparsa di altre potenze atomiche: il Regno Unito (1952), la Francia (1960), la Cina (1964), i cinque vincitori della II guerra mondiale, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; le tensioni internazionali fecero aumentare la diffusione delle bombe atomiche, poi nucleari dal 1952, queste ultime con potenze disruttive equivalenti a quelle dell’esplosione di milioni di tonnellate di tritolo, fecero aumentare “la paura”.

Romanzi e film illustrarono le conseguenze di una possibile guerra termonucleare: il film “L’ultima spiaggia” (1959) descrive un mondo in cui la vita umana è estinta dopo uno scambio di bombe nucleari fra due potenze.

Nel complesso l’attenzione italiana per i pericoli delle armi nucleari sembra abbastanza superficiale e limitata a piccoli gruppi di sinistra o cattolici. Eppure negli anni 1961-63 furono installati, nel disinteresse quasi generale, 30 missili dotati di bombe termonucleari sulla Murgia, disinstallati poi nel 1963 dopo l’accordo fra Stati Uniti e Unione Sovietica in seguito alla crisi dei missili a Cuba, quei “tredici giorni” del 1962 in cui veramente i mondo è stato sulla soglia della catastrofe planetaria.

A questo punto la contestazione non era più soltanto politica ma anche “ecologica” in senso moderno. Ne parlavano anche i libri che circolavano in Italia, some “Primavera silenziosa” del 1963.

Il film “A prova di errore” (1964) raccontava le conseguenze di reciproca annichilazione di Stati Uniti e Russia per uno scambio di bombe nucleari provocato da un errore dei computers. Le stesse potenze nucleari si mostrarono preoccupate ora per il pericolo che altri paesi potessero costruire le proprie bombe nucleari --- c’erano stati tentativi in Sud Africa, Iraq, Libia, oltre a quelli con successo di Israele --- e arrivarono ad un “Trattato contro la proliferazione delle armi nucleari” (NPT), del 1968, che nell’articolo VI prevedeva iniziative --- mai prese --- per l’eliminazione totale delle armi nucleari, trattato che risulta firmato dalla maggior parte dei paesi. Trattato che non ha impedito la produzione di bombe nucleari in Israele, in India (1974), in Pakistan (1984), nella Corea del Nord (2016)

Gli anni settanta videro aumentare le tensioni internazionali, la produzione di bombe nucleari e il numero di esplosioni sperimentali, per lo più sotterranee dopo il trattato del 1963 che le vietava nell’atmosfera. Solo la Francia continuò a condurre test nucleari nell’atmosfera fino agli anni settanta.

La elezione di Reagan alla presidenza degli Stati Uniti (1981-1989) portò una nuova tensione antisovietica con la installazione dei missili Cruise a Comiso negli anni ottanta. Si ebbe una nuova ondata di protesta che si fece sentire anche in Italia con la richiesta dell’eliminazione totale delle bombe nucleari.

Perfino il presidente Pertini, nel suo messaggio al paese del 31 dicembre 1983, disse: “Ritengo che bisogna arrivare al disarmo totale e controllato”. A tale periodo risalgono film come “Il giorno dopo” (1983) che mostrava drammaticamente che cosa sarebbe successo di una città dopo l’esplosione di una bomba nucleare.

Un tentativo di disarmo nucleare si ebbe con l’iniziativa presa dall’associazione internazionale dei giuristi contro le armi nucleari (IALANA, con sede anche in Italia) che propose alla Corte Internazionale di Giustizia di esprimersi sulla legalità delle armi nucleari. La sentenza della Corte approvata a maggioranza l’8 luglio 1996 riconosceva la illegalità del possesso, della minaccia dell’uso e dell’uso di tali armi. E in quegli anni di bombe nucleari nel mondo ce n’erano oltre 60.000.

Negli anni successivi intellettuali, premi Nobel e uomini politici hanno denunciato i pericoli della stessa esistenza delle armi nucleari. Kissinger (proprio lui) con Schultz e altri scrisse una lettera al Wall Street Journal, pubblicata il 4 gennaio 2007, chiedendo “A World free of Nuclear Weapons”. A questa lettera ne fecero seguire un’altra sullo stesso giornale, pubblicata il 15 gennaio 2008 col titolo: “Toward a Nuclear-free World”.

Pochi mesi dopo D’Alema, Parisi, La Malfa, Fini e altri hanno scritto, firmando come membri del governo in carica o di quelli precedenti, al Corriere della Sera una lettera, “Per un mondo senza armi nucleari”, pubblicata il 24 luglio 2008.

Obama, presidente degli Stati Uniti (2009-2016) ha sostenuto il disarmo nucleare totale nel discorso di Praga dell’aprile 2009, affermando che l’impegno della sua presidenza sarebbe stato quello “to seek the peace and security of a world without nuclear weapons".

Nel dicembre 2015 a Vienna è stato preso un solenne “impegno” “to stigmatise, prohibit and eliminate nuclear weapons in light of their unacceptable humanitarian consequences and associated risks", firmato da 127 pasi membri delle Nazioni Unite, ma non dalle potenze nucleari e dai loro satelliti, Italia compresa, sempre allineata con gli “amici della bomba”.

Sarebbe troppo lungo elencare le invocazioni al disarmo nucleare dei pontefici da Giovanni XXIII a Paolo VI, a Giovanni Paolo II, a Benedetto XVI e, ancora più energicamente e in tutte le occasioni, da papa Francesco il quale, eletto nel marzo 2013, nel dicembre 2014 inviò un appassionato saluto di approvazione alla terza conferenza sugli effetti umanitari delle bombe nucleari in corso a Vienna,
instancabile nel ribadire la necessità dell’eliminazione delle armi nucleari.

C’erano stati in passato vari tentativi di portare nell’assemblea delle Nazioni Unite una proposta di trattato per l’eliminazione totale delle armi nucleari, senza successo fino all’ottobre 2016 quando, nella prima commissione dell’assemblea delle Nazioni Unite, è stata votata la risoluzione L.41 che chiedeva che nel 2017 fossero avviate trattative per arrivare ad un divieto delle armi nucleari con l’obiettivo della loro totale eliminazione.

A questo punto un gruppo di paesi ha presentato all’assemblea generale delle Nazioni Unite una proposta di risoluzione per l’avvio di tali trattative. Il 27 ottobre 2016 nella prima commissione dell’assemblea delle Nazioni Unite la proposta di risoluzione è stata approvata con 123 voti a favore, 38 voti contrari e 16 astensioni. L’Italia ha votato contro accodandosi a tutte le potenze nucleari. La risoluzione è stata poi votata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 24 dicembre 2016, alla vigilia di Natale, ed è stata approvata con 113 voti a favore, 35 contrari e 13 astensioni.

Questi eventi sono stati narrati nel fascicolo di luglio/agosto di questa rivista: http://www.ecologiapolitica.org/wordpress/wp-content/uploads/2017/08/02-Nebbia1.pdf

La preparazione del trattato è cominciata, come stabilito dalle Nazioni Unite, nel marzo 2017 e poi è continuata nel giugno e completata il 7 luglio 2017 con l’approvazione del “Trattato per la proibizione delle armi nucleari” da parte di 122 paesi, uno contrario e uno astenuto.

Il 20 settembre 2017 alle Nazioni Unite il Trattato è stato aperto alla firma dei vari paesi. Per ora soltanto 53 paesi hanno firmato il Trattato e soltanto 3 (Santa Sede, Guiana, Tailandia) l’hanno ratificato. Il cammino quindi è ancora lungo perché il trattato entrerà in vigore quando sarà stato ratificato da almeno 50 paesi.

Nonostante le varie sollecitazioni il governo italiano non ha firmato e ha dichiarato di non voler firmare tale trattato, ubbidiente all’ordine della NATO che nello steso giorno 20 settembre ha emanato, col contribuito del governo italiano, una dichiarazione secondo cui “As Allies committed to advancing security through deterrence, defence, disarmament, non-proliferation and arms control, we, the Allied nations, cannot support this treaty. Therefore, there will be no change in the legal obligations on our countries with respect to nuclear weapons. Thus we would not accept any argument that this treaty reflects or in any way contributes to the development of customary international law.”

Con l’aggiunta: “We call on our partners and all countries who are considering supporting this treaty to seriously reflect on its implications for international peace and security, including on the NPT”.

Una frase che può essere tradotta: se mai uno di voi, lacché dell’impero americano, avesse la tentazione di firmare questo trattato, se lo deve cavare dalla testa a pena di perdere la protezione assicurata dall’imperatore. Un linguaggio ricattatorio e minaccioso che sorprende sia stato controfirmato da governi sempre così attenti alla propria sovranità quando si tratta di respingere i poveri migranti.

E poi quale minaccia all’Italia può essere fermata dalle bombe nucleari americane insediate ad Aviano e Ghedi ? Chi è il nemico ? La Russia ? I partigiani afghani o curdi ? la Cina o il Pakistan ? La Corea del Nord o l’Iran ? Qualcuno dei paesi dietro cui andiamo scodinzolando per comprare petrolio o acciaio o vendere armi o profumi ?

Già queste poche considerazioni mostrerebbero la inutilità delle armi nucleari pericolose solo per la loro esistenza. L’unica voce di saggezza è quella di Papa Francesco il quale, nella giornata della pace del 1 gennaio 2017, ha auspicato la “proibizione e l’abolizione delle armi nucleari”, denunciando che la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca non assicurano la coesistenza pacifica fra i popoli. Lo stesso Papa Francesco il 23 marzo 2017 aveva indirizzato un messaggio alla conferenza che stava elaborando il testo del trattato per il bando delle armi nucleari, con l’auspicio che, con i suoi lavori, essa “possa rappresentare anche un passo decisivo nel cammino verso un mondo senza armi nucleari.”

Il lavoro da fare per il disarmo nucleare è molto e faticoso anche in Italia.
In primo luogo occorre un’azione di informazione diffusa su che cosa sono le armi nucleari, quante sono nel mondo pronte al lancio; in secondo luogo occorre ricordare e spiegare le conseguenze biologiche e ecologiche di uno scambio anche limitato, anche accidentale dovuto ad un errore umano, di bombe nucleari; anche una sola esplosione delle oltre diecimila bombe nucleari esistenti nel mondo provoca incendi e diffonde materiali radioattivi in grado di modificare il clima e la vivibilità di vaste zone della Terra, alla lunga dell’intero pianeta.
 

http://www.ecologiapolitica.org/wordpress/wp-content/uploads/2017/10/11-Nebbia.pdf

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