AmbienteWeb - Ambientalismo, Pacifismo, Diritti, Libera Comunicazione

 

DOPO L'INCENDIO A SAN FERDINANDO RIMANGONO CENERE E FANGO

Esattamente un mese fa, la notte tra il 26 e il 27 gennaio, un incendio ha distrutto la baraccopoli di San Ferdinando, cartina di tornasole del collasso sociale della piana di Gioia Tauro.

Cenere e fango hanno preso il posto di alcune delle baracche, circa 200, costruite con pezzi di legno, lamiere e teli di plastica, in quella che avrebbe dovuto essere, 8 anni fa, una soluzione ‘temporanea’ messa a punto dopo la rivolta dei braccianti di Rosarno.

All'interno della baraccopoli di San Ferdinando dopo che è andata a fuoco

E invece, ancora adesso, tra gli scheletri delle baracche, i resti delle biciclette bruciate e le sostanze nocive sviluppate durante l’incendio, vivono quasi 2.000 persone. Senza servizi igienici, acqua o corrente elettrica, sopravvivendo in condizioni disumane.

“Chi non ha trovato alloggio nelle strutture messe a disposizione dalla Protezione Civile dopo l’incendio, insufficienti per accogliere tutti, ha cercato un riparo di fortuna nei capannoni dismessi presenti nella zona. Le soluzioni temporanee non sono una soluzione, c’è bisogno di prediligere politiche attive di accoglienza e integrazione. Il meccanismo di segregazione alimentato da questo tipo di soluzioni emergenziali va abolito” spiega Alessia, coordinatrice del nostro Poliambulatorio a Polistena.
A San Ferdinando l’emergenza dura ormai da troppi anni.

Ma se potessi… torneresti a casa?”, chiediamo ad A. dopo una chiacchierata ai margini della baraccopoli di San Ferdinando, circondata da rifiuti e cumuli di arance marce. In questi giorni il freddo è arrivato anche qui e piove a dirotto.

La strada di aranceti che abbiamo percorso non lasciava presagire che saremo arrivati in un posto come la baraccopoli, dove l’immigrazione non sembra più essere una risorsa o un elemento di trasformazione positiva della realtà… ma esattamente il contrario.

A. è arrivato in Sicilia due anni fa e studiando ha ottenuto il diploma di terza media. Non ci pensa molto prima di rispondere alla domanda. “No, non tornerei a casa. Sono partito dal Gambia, ho attraversato la Libia ed è stato duro. L’ho fatto perché ero in pericolo e perché il mio sogno era studiare… lo è ancora.”

A è uno dei 1.490 pazienti che abbiamo curato l’anno scorso presso l’ambulatorio di Polistena nel 2017.

Adesso vivo qui, questa è la mia vita, non mi arrenderò finché non cambierà… Cambierà, no?” continua A.. Ride. “Rido, ma non fa ridere” mi dice. “Lo so”, rispondo.

— Rossella, staff di EMERGENCY

 

Pin It

è realizzato da