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Elezioni in Iraq, una scadenza cruciale

Scritto da Pressenza.

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Elezioni in Iraq, una scadenza cruciale

Elezioni in Iraq, una scadenza cruciale
(Foto di politica-internazionale.blogspot.it)
Oggi il popolo iracheno va alle urne per le elezioni parlamentari. In seguito a questo voto, in Iraq sarà proclamato il quarto Parlamento dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003. Nonostante il momento storico non sia forse il più adatto, il Paese è in una situazione oggettivamente diversa da quella delle ultime elezioni dell’aprile 2014. La guerra è ufficialmente finita, ma la pace non è ancora reale. La pace stabile è un processo lungo e profondo; significa riconciliazione: è anche un processo ‘dal basso verso l’alto” Come è possibile ricostruire un paese, materialmente e psicologicamente, con il problema della sicurezza ancora da stabilire? Inoltre, mentre nel 2014, la frammentazione del quadro politico e un profondo settarismo hanno fatto da sfondo alla nascita dell’ISIS, adesso c’è da affrontare il problema di rimanenti cellule di daesh. L’alleanza tra partiti religiosi e partiti secolari come lo farà? Abbiamo posto queste e altre domande a Mr. Raed Issa, candidato del neonato movimento New Generation.

S: Nel Kurdistan iracheno (IK), in particolare nelle principali città, in che misura la popolazione è coinvolta nella campagna pre-elettorale? Quale percentuale di elettori pensa che parteciperà alle prossime elezioni?

R.I: Nel Kurdistan iracheno le persone sono disilluse, soprattutto dopo il referendum (il 25 settembre 2017 l’ex presidente del governo regionale curdo, Masud Barzani ha indetto un referendum sulla separazione del Kurdistan iracheno dall’Iraq ndr). Gran parte della popolazione ha iniziato a non credere più nel processo elettorale. La reazione della gente è la stessa in Kurdistan e in tutto l’Iraq, per il quale, questo del 12 maggio sarà il quarto turno elettorale. In Kurdistan, nonostante siano trascorsi 27 anni da quando la democrazia è stata implementata, abbiamo sempre avuto gli stessi partiti politici; sfortunatamente non hanno ancora un piano specifico e chiaro per sviluppare la comunità.

S.: Si riferisce ai partiti principali, KDP e PUK?

R.I: Sì, PUK, KDP in Kurdistan, ma se parliamo dell’Iraq in generale, possiamo parlare di sciiti e sunniti, per esempio Da’wa (sciiti) e Majlis A’ala, al Qaim al Wataniya (sunniti) …

S.: Quindi, pensa che il numero di votanti sarà maggiore o minore del solito? Quale percentuale si aspetta per queste elezioni?

R. I.: Per le ultime tre elezioni, la percentuale si aggirava intorno al 50, 60%. Spiegare perché solo la metà della popolazione vota è complesso. Rispetto alle elezioni di oggi non sono sicuro di quale sarà la percentuale, penso però che sarà inferiore. Le persone hanno perso la speranza e la motivazione per recarsi alle urne. Ma rimanere a casa non è una soluzione, seduti in poltrona non cambieremo la leadership politica.

S.: Uno dei suoi principali slogan per questa elezione è stato “Combattere la corruzione”, come pensa di riuscirci, se vince?

R. I.: La lotta alla corruzione può andare in molte direzioni. Un primo punto è eliminare i contanti per i pagamenti. Se continuiamo a usare denaro cash, negli uffici del Governo e dei Ministri, ci sarà sempre l’impiegato corrotto che avrà la possibilità di continuare sistematicamente con imbrogli. Se, invece, iniziamo a utilizzare il denaro digitale e i trasferimenti cablati per i pagamenti, conseguentemente si ridurrà la corruzione. In secondo luogo è necessario implementare un normale database digitale per tutti i cittadini iracheni e smettere di usare i documenti cartacei ovunque tu vada.

S.: Come il sistema biometrico usato dal governo iracheno per le elezioni?

R. I.: È un buon punto. Hanno anche avviato un sistema biometrico per la “Batakat al Wataniya”, la National Card. In Iraq, abbiamo molte I.D.s (carte di identità ndr): jinsiya, batakat Sakan, e Batakat … Qualcosa come cinque o sei documenti. Ovunque tu vada, devi portarli con te. Piccoli, grandi … E sono solo documenti cartacei: non sono collegati a nessun database digitale. Ma il nuovo sistema di Batakat al Mowahad, la “Carta unificata”, riguarda tutti i cittadini iracheni, non solo sarà controllato, ma controllerà anche i crimini, il terrorismo e molto altro.

S.: Con tutti i rapidi cambiamenti che avvengono nella regione, fino a che punto i curdi del KI sono pronti per elezioni democratiche e libere?

R.I.: Le persone sono pronte e hanno bisogno di cambiamento. Ma non lo sono tutti i partiti politici. Non vogliono che nuovi leader gestiscano la regione. Vogliono mantenere il controllo dell’autorità e del denaro. Come ho già detto, però: molte persone hanno perso la speranza. Quindi, dobbiamo lavorare anche per mobilitarli.

S.: Oggigiorno è evidente che ci sono grandi attori nell’arena politica irachena e curda, incluse le grandi potenze occidentali e i paesi confinanti. Come descrive tali interferenze e come saranno gestite se e quando sarete in Parlamento. L’Iran per esempio?

R. I.: Questa è una domanda pertinente. Per molto tempo c’è stata una lotta nascosta, una sorta di guerra fredda tra l’Iran e gli Stati Uniti. Il mio movimento politico e io, pensiamo che l’Iraq venga prima di tutto. Diamo priorità a ciò che servirà il popolo iracheno nel suo insieme, la democrazia e l’economia irachena. Dovremmo frenare le interferenze di tutti, compresi Iran e USA. È necessario focalizzarsi su un piano economico chiaro e di successo; dobbiamo controllare i nostri confini per creare un paese forte. Non lasciare le porte sempre aperte è l’unico modo per evitare che vengano distrutti la nostra economia nazionale e i progetti locali e smantellata la nostra sovranità.

S.: Il referendum sull’indipendenza ha creato una realtà difficile per il KRI limitando il suo potere, la sua autonomia ed economia. Alla luce di ciò, qual è il futuro del Kurdistan?

Ero convinto e continuo a credere che il referendum sia stato un grosso errore. Il tempismo è stato pessimo. Il Kurdistan ha perso molto potere. Ma penso che se il Kurdistan inizierà a lavorare all’interno del sistema federale iracheno, la regione potrà riequilibrare ciò che ha perduto. C’è un sistema, ci sono delle regole. Se lavori oltre le regole, ti metti in una brutta situazione. Ma se le rispetti e continui a lavorare nel quadro del federalismo, ci sarà una possibilità. Se tutto l’Iraq diventerà un paese forte, anche il Kurdistan lo sarà.

S.: C’è una polemica intorno alla tua lista, per esempio i fondi e il finanziamento del Movimento, da dove provengono?

R. I.: Mr. Shaswar Abdelwahad è un famoso uomo d’affari, così come suo fratello. È proprietario di Chaviland, e del progetto German village a Sulaymaniyya (il luna park e un grande compound ndr). Simo fortunati ad avere il suo supporto economico, ma non è paragonabile a quello dei principali partiti politici che sono al potere dal 2003 fino ad oggi.

S.: La visione politica in Iraq, e in parte in Kurdistan, è in qualche modo polarizzata. Quale ruolo giocherà New Generation nel placare queste tensioni, per esempio il conflitto tra sunniti e sciiti?

R. I.: Le tensioni sono create dai partiti politici e dietro i partiti politici ci sono i grandi paesi stranieri. Se riusciremo a costruire una nostra economia, se saremo in grado di controllare i nostri confini e le nostre relazioni con altri paesi, ciò impedirà il sostegno delle potenze straniere ai partiti politici iracheni. Di conseguenza, diminuiranno le tensioni create da quei partiti politici che destabilizzano il paese a proprio vantaggio e non a beneficio del popolo iracheno. Mi sbilancio affermando che tali tensioni non sono condivise da tutti gli iracheni. Riguardano specifici gruppi radicali, se possiamo chiamarli così. E quei gruppi, prima o poi, perderanno il loro potere all’interno dei partiti politici.

S.: Le minoranze in Iraq stanno affrontando seri problemi di sicurezza e sono duramente invitate a lasciare il paese, come abbiamo visto per i cristiani e gli yazidi. Che futuro avranno se resteranno in Iraq o in Kurdistan, soprattutto se la vostra lista raggiungerà il Parlamento?

R. I.: Innanzitutto, non mi piace la parola “minoranze” perché siamo tutti iracheni. Musulmani, cristiani, yazidi, manda’i, turcomanni, curdi, arabi o altro. Tutti iracheni, con tutto il rispetto per le diversità. Se il movimento politico New Generation raggiungerà il parlamento con una lista forte e quindi il potere di cambiare le cose con i nostri due punti principali (costruire un’economia più forte, coesistenza e pace), lavoreremo per costruire comunità senza queste tensioni tra religioni, etnie, nazionalismi. In Iraq, ho vissuto in molte città. Ho incontrato molte persone attraverso il mio lavoro con le ONG internazionali. Le persone non amano essere in uno stato di tensione con i loro vicini, vogliono vivere insieme in pace.

Abbiamo centinaia di migliaia di esempi di coppie miste: Sunniti e sciiti. Anche molte tribù sono mescolate: sunniti sciiti o kurdi / turkmeni o arabi. I problemi sono aumentati dopo il 2003 perché i partiti hanno iniziato a capitalizzare proprio su quei punti di divisione, allo scopo di ottenere voti. Questo ha portato rappresaglie e anche in Kurdistan, la guerra civile negli anni ’90, tra curdi, musulmani, sunniti. Ma non riguarda solo la religione.

S.: Tocchiamo alcuni argomenti più sensibili: come descrive la posizione formale irachena dalle aree sotto il controllo del PKK? Qual è il piano per affrontare un simile dilemma, in particolare sotto la pressione della Turchia?

La zona più grande nel controllo del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan ndr) è Qandil. Qandil è all’interno della regione del Kurdistan, in particolare nelle aree del KDP (Partito Democratico del Kurdistan). Attualmente, le forze federali irachene non possono entrare nella regione del Kurdistan senza il pre-coordinamento con il governo curdo. Ad ogni modo, questa non è una priorità numero uno per il governo iracheno. Il PKK è lì da molto tempo.

S.: Quale sarebbe l’interesse per il governo iracheno nel liberarsi del PKK?

R.I.: Stanno dando una ragione alla Turchia per entrare nella terra irachena e per combattere e occupare la nostra terra. Operano già nel Kurdistan iracheno, hanno basi militari in Kurdistan.

S.: Queste basi militari erano permesse dal governo centrale o solo dal KDP?

R.I.: Ufficialmente, no. Il governo centrale non l’ha mai accettato. È un accordo tra il governo curdo e il governo turco. Penso che sia collegato a quello che è successo quando il KDP ha inviato i suoi combattenti a Kobaneh nel 2014 per combattere l’ISIS. In cambio, il governo turco fu autorizzato a schierarsi nel Kurdistan iracheno.

S.: A volte percepiamo una possibilità che l’ISIS ritorni, o anche un neonato gruppo terrorista in Iraq, quanto è realistica questa ipotesi secondo lei?

R. I.: Penso che l’ISIS sia una seconda fase o una nuova generazione di al Qaeda. Entrambi hanno perso il controllo a terra e ora tornano al loro vecchio modo di attaccare. Ma non hanno lo stesso potere di prima. Hanno perso molte delle loro fonti: combattenti, armi, finanziamenti. Quindi combattono con attacchi terroristici. Ma non penso esista una concreta possibilità che rinascano dalle loro macerie.

S.: Ci sono rimostranze da parte delle aree sunnite sotto il controllo della PMU (Hashd-Alshabi), come reagirà il Parlamento iracheno a tale questione, diciamo pure il nuovo Parlamento?

R. I.: Rispetto tutte le forze militari irachene. Esercito iracheno, forze antiterrorismo, peshmerga, Hashd al Shaabi… qualunque sia il loro nome. Ma penso che per creare un paese forte abbiamo bisogno di un esercito unificato. Questi combattenti particolarizzati, gli Hashd al Shaabi, se non faranno parte delle forze ufficiali irachene, obbedendo agli ordini dei leader iracheni, provocheranno problemi. Sì, c’è una parte dell’Hashd al Shaabi che è sunnita, ma è una parte molto piccola, come l’hashd al Asha’ir (unità tribali). Penso che dovremmo unire le forze all’interno dell’esercito iracheno, integrandoli in modo ufficiale.

S.: Quale tipo di politiche implementerebbe New Generation per migliorare le condizioni di vita degli IDPs Internally displaced people) e i rifugiati che vivono ancora nei campi?

Per quanto riguarda gli sfollati interni, lasciare che rimangano nei campi non è una soluzione a lungo termine, ogni IDP ha il diritto di vivere con dignità dove preferisce. Serve ricostruire e riabilitare le infrastrutture nelle loro città di provenienza, fornire servizi di base come salute e istruzione; oltre a implementare progetti (peacebuilding) per ricollegare le comunità e creare le condizioni di fiducia reciproca. Ma per quanto riguarda i rifugiati, il coordinamento continuo con l’UNAMI e l’UNHCR è importante per raggiungere un’intesa comune sulla loro situazione. La convivenza in pace è uno degli obiettivi principali di New Generation.

Samanta Maria La Manna e Sylvain Mercadier

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