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Sangue e resistenza in Palestina nel giorno della Nakba

Scritto da Pressenza. Postato in Società

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Sangue e resistenza in Palestina nel giorno della Nakba

Sangue e resistenza in Palestina nel giorno della Nakba
(Foto di A. Habuagag)

Oggi è stata ​giornata di sangue in Palestina. Ricorre il settantesimo anniversario del giorno in cui Ben Gurion proclamava la nascita dello Stato di Israele su terra palestinese. Ben Gurion si servì della Risoluzione 181 che prevedeva la partizione della Palestina storica, ma non rispettò mai i termini di quella Risoluzione, a partire dal giorno della dichiarazione della cosiddetta indipendenza, anticipato rispetto alla data prevista dall’ONU, a simboleggiare che Israele era al di sopra della legalità internazionale. Iniziò la guerra con gli arabi, ​che Israele vinse annettendosi ben più di quanto stabilito dall’ONU e che, secondo il diritto internazionale, non avrebbe potuto annettersi. Ma c’era la famosa cattiva coscienza europea per il drammatico olocausto, alla quale si accompagnavano anche notevoli interessi europei ed americani e la terra annessa divenne alla fine “cosa fatta” tant’è che i negoziati per la nascita dello Stato di Palestina si fanno solo sul 22 % della Palestina storica. ​Poi arrivò un’altra guerra – quella dei 6 giorni – che ​segnò la vittoria di Israele e questo comportò l’occupazione degli altri territori palestinesi compresa Al Quds, la Gerusalemme araba. Ma l’occupazione di Al Quds non fu mai accettata, né de facto né jure, mentre Israele la rivendica come sua capitale.

Poi arrivò Trump. Si pose non più come arbitro, quale avrebbe dovuto essere, sebbene sempre un po’ sbilanciato, il presidente degli USA, bensì come padrino protettore del suo pupillo e le sue dichiarazioni, sconvenienti e scandalose sul piano del Diritto hanno finito per essere digerite, anche grazie all’amicizia con alcuni dei più reazionari paesi arabi con cui vige la solidarietà degli affari.

Ma i palestinesi finora hanno detto no, Gerusalemme non è solo una città, è un simbolo che raccoglie in sé memoria e altri simboli, religiosi e non, ​e per il quale i palestinesi, sia cristiani che musulmani, sono disposti a morire. Oggi Trump, con la sua scelta di riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele e col suo rivendicato appoggio a uno Stato sostanzialmente fuori legge, ha reso ancor più violenta la reazione di Israele alle richieste di rispetto della legalità internazionale portate avanti dal popolo palestinese. In Cisgiordania, le proteste hanno ​riguardato​ principalmente il tentativo di “rapina” di Gerusalemme, mentre lungo la Striscia di Gaza proseguiva la “Grande marcia” per rivendicare il diritto al ritorno (Risoluzione Onu 194 ignorata da Israele) e la rottura dell’illegale assedio israeliano.

Senza rischio di smentita si può dire che oggi, lungo la Striscia, Israele ha nuovamente macchiato la sua sedicente democrazia con un vero e proprio bagno di sangue palestinese. Si contano 52​ morti e 26​38 feriti. Tutti inermi, a parte qualcuno “armato” di pietre. ​

Tra di loro anche invalidi e bambini. Una vera vergogna per chiunque voglia dichiararsi rispettoso dei diritti umani. Ma Israele si è sempre distinto in questo e in fondo è riuscito in più occasioni a uccidere in pochi giorni 3 – 400 bambini compresi neonati bombardando orfanotrofi e ospedali e non ha mai perso l’appellativo di Stato democratico, quindi tutto il resto va da sé.

Ma vediamo com’è iniziata questa​ triste giornata lungo la Striscia di​ Gaza​. E’ iniziata ​bruciando i villaggi simboleggiati dalle tende degli accampamenti. Infatti, poco dopo l’alba, piccoli aerei incendiari, carichi di benzina sono stati lanciati dall’IDF sulle tende in​ cui dormivano molte famiglie partecipanti alla Grande marcia. Sei feriti tanto per cominciare, e non erano ancora le 7 del mattino.

Dopo la preghiera di metà giornata, si contavano già 37 martiri, a fine dimostrazione sarebbero diventati 52. Durante la notte forse il numero salirà. E’ sempre bene ricordare che per i palestinesi si tratta di martiri e non semplicemente di vittime, e il martire, non solo in Palestina, ma in ogni parte del mondo ha lo stesso significato: quello di essere testimone, di ​dare l’esempio e,​ quindi,​ la spinta che aggiunge coraggio e determinazione nei superstiti.​

​A riprova di ciò le proteste non si sono fermate neanche davanti alle minacce del portavoce israeliano delle forze armate, Avijaa Adraei, il quale​ comunicava​ in TV che se i gazawi non fermavano la marcia sarebbe stata bombardata Gaza con l’aviazione militare. Nelle stesse ore un gruppo di giovani tagliava​ la rete dell’assedio ed entrava​, disarmato, in territorio israeliano. Questi giovani volevano dimostrare che la libertà è un bene supremo e la gabbia in cui vivono da 11 anni deve essere rotta a qualunque prezzo. Per alcuni di loro il prezzo è stata la vita. Ora sono martiri.

Intanto anche in Cisgiordania sono andate avanti le proteste per Gerusalemme. L’annessione non sarà cosa facile, nonostante i brindisi soddisfatti di Netanyahu che con il riconoscimento di Trump è riuscito a far passare in secondo piano i suoi problemi con la giustizia che, per motivi di frode e non certo per i massacri dei palestinesi, avrebbero potuto defenestrarlo.

Mentre Netanyahu, padrini e valletti festeggiavano lo scavalcamento delle Risoluzioni Onu circa Gerusalemme, e mentre la voce ufficiale dell’IDF dichiarava sprezzante che Israele potrebbe decidere di bombardare Gaza come si trattasse di una decisione pacifica e legale, non si avevano ancora reazioni da parte dell’ONU. Quale sarà l’esternazione del Segretario generale?

Sulla base delle esperienze passate è lecito supporre che sarà un rimprovero a Israele per l’esagerata reazione alle proteste. Non ci si aspetta di più e questo è molto grave perché salta a piè pari l’insulto al Diritto internazionale e inoltre, riducendo a piccola cosa quello che è un crimine continuato, porta il cittadino ad assuefarsi al crimine, ovunque e non solo in Palestina, piuttosto che a rifiutarlo.

Inoltre la prevista​ “timidezza” dell’ONU non risolverà, ma probabilmente aggraverà il problema, perché la questione, o meglio il problema israelo-palestinese ha un nome preciso, anzi due: assedio e occupazione. Se l’ONU mostrerà ancora una volta di essere impotente oltre che inefficace rispetto alle violazioni ed ai crimini israeliani, il mondo tutto, e non solo il Medio Oriente, ne pagheranno il prezzo, perché la legalità internazionale verrà ad essere sempre più percepita per quel che indiscutibilmente mostra di essere​ da molto tempo​: inutile.

Mentre scriviamo arrivano richieste di sangue e di medicinali dagli ospedali di Gaza. Tra i feriti ci sono alcuni giornalisti, ma questa non è una novità e Israele, ​ sia per i ferimenti che per le uccisioni di giornalisti​, vanta un vero primato.

Oggi poi ci sono stati davvero gli scontri, quelli che nei precedenti venerdì non c’erano mai stati nonostante i nostri media coprissero le responsabilità degli omicidi e dei ferimenti di dimostranti pacifici e inermi con il mistificante termine “scontri”.

Oggi invece gli sconti ci sono stati e sono molto duri. Da una parte la resistenza, con fionde e pietre, dall’altra l’occupazione, con missili, carrarmati, droni incendiari, gas tossici e snipers. Da una parte il desiderio di libertà, dall’altra la forza delle armi per reprimerlo.

Mentre gli ospedali di tutta la Striscia non hanno più posti e lanciano appelli al mondo, qualcuno lancia l’idea che il capo di Hamas ieri ha concordato con l’Egitto la fine della marcia. Ma la marcia non era indetta da Hamas, al contrario nasceva realmente da comitati di gazawi di ogni fazione ed anche ​esterni ad ogni fazione politica​. Se un “padre” gli si vuole proprio dare questo è il Fronte Popolare i cui militanti hanno avuto per primi l​’idea della grande marcia ​alcuni mesi fa e da quest’idea sono scaturiti i comitati assolutamente trasversali ad ogni fazione politica.

Comunque questa mattina le auto di ​Hamas, al pari degli altri partiti, giravano​ per le strade con gli altoparlanti​ ​invitando la popolazione a partecipare. Ben strano affermare che Hanyeh voglia bloccare la marcia e poi invitare i cittadini a partecipare. Ormai la giornata è conclusa e tra le notizie e le foto particolarmente toccanti, quali quella di un altro invalido freddato sulla sua sedia a rotelle, o quella del giovane Moutasen colpito in fronte da un cecchino e, per crudeltà del destino, arrivato proprio tra le braccia del medico suo fratello, arriva anche una notizia da Ramallah che sicuramente renderà meno allegro il brindisi di domani ad americani, israeliani e loro supporter: il presidente Abu Mazen ha chiesto lo sciopero generale in tutta la Palestina.

Gerusalemme riuscirà forse ad essere la prima mossa sbagliata per gli appetiti israeliani. Lo vedremo. Intanto a Gaza stanotte non si dormirà. I droni voleranno bassi e forse la minaccia di nuovo bombardamento si concretizzerà. Ma i gazawi hanno rotto la barriera della paura e tornano a ripetere il loro motto di grande dignità: “o liberi sulla terra o martiri sottoterra”.

Forse più per la scandalosa iniziativa di Trump che per la dignitosa protesta dei palestinesi, oggi per la prima volta pare che centinaia di giornalisti internazionali sono arrivati nella Striscia. Lo scopo dovrebbe essere quello di fornire le loro testimonianze.

Al momento sappiamo che solo pochissimi sono stati realmente sul campo e saranno quelli, se l’onestà professionale avrà la meglio sulla censura, a testimoniare che se i Gazawi della “Grande marcia” seguiteranno ad essere coesi e al di sopra delle divisioni politiche dei vari leader, questo bagno di sangue segnerà una pagina di storia nel difficile percorso dell’indipendenza della Palestina. Sempre che i potenti della terra, in primis gli USA capiscano che è più conveniente scegliere la legalità internazionale piuttosto che la legge del più forte e sempre che, per onestà intellettuale e professionale questi reporter ​siano in grado di smentire il tentativo di Israele e del suo padrino di attribuire ad Hamas la responsabilità dei loro crimini.

14.05.2018 - Patrizia Cecconi

 


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