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Popoli liberi e sovrani

Pace in Corea, i preparativi diplomatici di Russia e Cina

Scritto da Fabrizio Poggi.

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Pace in Corea, i preparativi diplomatici di Russia e Cina in attesa del summit Kim-Trump



di Fabrizio Poggi


Kim Jong un è atteso in Russia il prossimo settembre, al 4° Forum economico orientale di Vladivostok: l'invito ufficiale di Vladimir Putin gli è stato consegnato dal Ministro degli esteri Sergej Lavrov, incontratosi con Kim a Pyongyang il 31 maggio scorso. Lavrov ha confermato il sostegno russo alla RPDC sulle questioni dei rapporti con Seoul e con gli USA, sottolineando come Mosca appoggi pienamente le decisioni sul vertice Kim-Trump e sulla denuclearizzazione della penisola coreana. 

Ma, prima di settembre, nell'agenda di Kim c'è, appunto, il summit con Donald Trump il 12 giugno a Singapore e, prima ancora, i soliti “esperti sudcoreani” non scartano l'ipotesi che Kim e Putin possano incontrarsi alla vigilia del 12 giugno e parlano addirittura di un terzo incontro, nel giro di due mesi, tra Kim e il presidente cinese Xi Jinping: gli incontri potrebbero aver luogo nelle “retrovie” del summit della Shanghai Cooperation Organization (SCO: fondata nel 2001 a Shanghai da Kazakhstan, Cina, Kirghizistan, Russia, Tadžikistan e Uzbekistan, al vertice di Taškent del 2016 India e Pakistan hanno firmato il memorandum di adesione. Paesi osservatori sono Afghanistan, Bielorussia, Iran, Mongolia; sono partner Armenia, Azerbaidžan, Cambogia, Nepal, Turchia e Sri Lanka) che si tiene a Qingdao dal 8 al 10 giugno.

Man mano che si avvicina il 12 giugno, dunque, si fanno più intense le mosse dei paesi più direttamente interessati alla stabilizzazione nella regione: in primo luogo Cina e Russia. L'agenzia Xinhua scrive che due giorni fa, il Ministro degli esteri cinese, Wang Yi, incontrando Sergej Lavrov durante i lavori dei Ministri degli esteri dei paesi BRICS a Pretoria, ha detto che di fronte a un “panorama internazionale in continua evoluzione e pieno di incertezze”, Cina e Russia dovrebbero “ulteriormente rafforzare il coordinamento e la cooperazione per proteggere gli interessi generali dei mercati emergenti e in via di sviluppo”. Lavrov ha dichiarato che la Russia compirà “sforzi congiunti con altri paesi dei mercati emergenti per opporsi all'unilateralismo e al protezionismo” e per salvaguardare la “pace e la stabilità del mondo”. Nemmeno tanto velato il riferimento al confronto commerciale con gli USA, che sicuramente sarà uno dei temi centrali della SCO. Lavrov e Wang hanno anche affermato di voler coordinare gli sforzi per la denuclearizzazione della penisola coreana. Su quest'ultimo punto, stessa posizione avrebbe espresso anche Shinzo Abe, volato a Washington da Trump, ufficialmente, per ribadire la posizione giapponese.

Per parte sua, la RPDC, dopo che il 26 maggio il Rodong Sinmun aveva dato notizia del brillamento, pochi giorni prima, dell'area e delle gallerie usate per i test nucleari, prosegue sulla strada degli incontri ad alto livello con il Sud: rappresentanti di Pyongyang e Seoul si sono di nuovo incontrati lo scorso 1 giugno alla “Casa della pace” di Panmunjeom (l'edificio in cui fu firmato l'armistizio del 1953) in cui Kim Jong Un e Moon Jae-in, lo scorso 27 aprile, avevano sottoscritto la dichiarazione congiunta “per la pace, la prosperità e l’unificazione della Penisola coreana” e in cui si erano rinnovati, pochi giorni prima, colloqui tra funzionari della RPDC e degli Stati Uniti. Al termine del nuovo incontro Nord-Sud, è stata annunciata l'istituzione di un ufficio di collegamento e si sono programmate le riunioni della sottocommissione sugli allacciamenti ferroviari e stradali. Questo, nonostante nelle due settimane precedenti, dal 11 al 26 maggio, Stati Uniti e Corea del Sud avessero condotto le ennesime esercitazioni aeree su vasta scala “Max Thunder”, che avevano interessato praticamente l'intero spazio aereo sudcoreano, con la simulazione di un attacco aereo preventivo alla Corea del Nord. Tanto per dire!

Da parte cinese, lo scorso 2 giugno Pechino aveva espresso “speranza e sostegno agli sforzi di RPDC e USA di compiere passi reciproci di avvicinamento”. La dichiarazione cinese seguiva di poche ore quella di Donald Trump sulla conferma del vertice di Singapore, dopo i colpi di scena che, a fine maggio, avevano fatto temere un annullamento dell'incontro. La Cina è "felice per la conferma del summit”, ha detto il portavoce del Ministero degli esteri Hua Chunying; “il vertice tra RPDC e Stati Uniti è cruciale per la denuclearizzazione e la pace duratura nella penisola” ha detto.

Secondo la Xinhua, anche il Ministro degli esteri sudcoreano Kang Kyung-wha e il Segretario di stato USA Mike Pompeo si sono sentiti telefonicamente lunedì scorso a proposito del vertice; il colloquio ha fatto seguito all'incontro a Washington tra il vice presidente del CC del Partito del lavoro Kim Yong Chol e Donald Trump, dopo il quale quest'ultimo aveva confermato l'incontro del 12 giugno.

I preparativi fervono insomma con una energia consona all'importanza del vertice.

Ma è dagli ambienti esterni alla cerchia presidenziale USA che sembrano arrivare punzecchiature di malumore, anche se mascherate da spigolature “asiatiche”.
Giorni fa, l'ex consigliere di Ronald Reagan, Doug Bandow, su The National Interest, insinuava il sospetto che sia “Pechino ad armare siluri contro il vertice Kim-Trump”, sulla scia del confronto commerciale, politico e militare con gli Stati Uniti, per le “rivendicazioni territoriali espansive nell'area Asia-Pacifico” da parte cinese e le incursioni della US Navy in quelle che la Cina considera proprie acque territoriali. Di fatto, anche nelle ultime ore, bombardieri strategici B-52 hanno sorvolato il mar Cinese Meridionale, in evidente sfida a quello che Washington definisce “espansionismo marittimo cinese” e che invece, per Pechino, non è che salvaguardia della propria “indiscutibile sovranità sulle isole del mar Cinese Meridionale, sul mare territoriale e la zona contigua”, in cui rientrano “tra le altre, le Isole Dongsha, Xisha, Zhongsha e Nansha”.

Bandow scrive che, lo scorso anno, Trump aveva dapprima accusato la Cina di non aver esercitato sufficienti pressioni sulla RPDC; poi aveva ringraziato Xi Jinping per i suoi sforzi; quindi aveva condannato "l'atteggiamento diverso" nordcoreano, dando di nuovo la colpa a Xi che, incontrando Kim, gli avrebbe imposto di non distruggere le armi nucleari, sospendendo temporaneamente il summit di Singapore.  A Washington, continua Bandow, diverse voci accuserebbero Pechino di "sabotaggio di un promettente dialogo" USA-RPDC: tra queste voci, il solito John McCain e l'ex funzionario del Dipartimento alla difesa sotto Bush, Joseph Bosco. Anche Matthew Continetti, del “WashingtonFree Beacon”, sostiene che "i due governi operino in stretta alleanza. Non abbiamo un problema con la Corea del Nord. Abbiamo un problema con la Cina. La Corea del Nord è un cane selvaggio, ma la Cina tiene il guinzaglio. Per cambiare il comportamento della Corea del Nord” dice, “è necessario prima cambiare il comportamento cinese", quantunque egli stesso riconosca che, sin dal suo nascere, la RPDC “ha resistito alle pressioni straniere” e più di una volta la Cina, che “ambisce a uno stato cuscinetto coreano stabile e non nucleare, che accrescerebbe l'influenza regionale” di Pechino, ha “scoperto i limiti della propria influenza sul Nord”. Questo, dice Continetti, a cominciare dal momento in cui, allorché gli USA si apprestavano a invadere la RPDC, il corpo di spedizione cinese giunse in aiuto di Kim Il sung, ma più per per proteggere la RPC che non la Corea del Nord e “Kim non ebbe molti ringraziamenti per Pechino”, epurando anzi la corrente filo-cinese del partito, tra le proteste della Cina.

Secondo questa visione, la Cina sarebbe anche preoccupata della possibile riunificazione coreana, che potrebbe “diventare un attore internazionale significativo, potenzialmente parte di un sistema di contenimento orchestrato dagli Stati Uniti” ai propri confini. In effetti, si può ipotizzare un certo raffreddamento nei rapporti tra Cina e RPDC, anche a giudicare dagli ultimi ripetuti incontri di Xi Jinping con Moon Jae in, quasi a snobbare Kim, e dal brusco calo, lo scorso anno, degli scambi commerciali tra Pechino e Pyongyang, che costituivano una volta il 90% degli scambi della RPDC. Questo, dicono gli yankee, potrebbe aver incoraggiato Kim “giocare la carta USA”. Ecco che Xi vede Kim incontrarsi con Moon, programmare il summit con Trump; si parla poi di prossimi incontri con Assad e con Putin; insomma, snobbare per snobbare, sembrava che Kim mostrasse platealmente di voler negoziare con tutti, sul futuro dell'Asia nord-orientale, lasciando in disparte Pechino. E allora ecco i due vertici Xi-Kim tra marzo e maggio e ora se ne starebbe profilando un terzo prima del summit con Trump: Pechino favorisce i negoziati di Pyongyang, ma senza “gettare a mare” la Cina.

In tutta questa “analisi”, sembra mancare qualcosa: non si fa parola del ruolo di Mosca nel sostenere la politica nordcoreana, ma, soprattutto, l'atteggiamento USA viene presentato come pressoché passivo, teso solo a “difendersi” dalle mire cinesi e tacendo, solo per dirne una, sulle ingenti forze terrestri e aeree statunitensi stanziate nelle decine e decine di basi in Corea del Sud e Giappone, quelle a Hong Kong, Indonesia, Guam, Isole Marshall, per limitarsi all'area del Pacifico, oltre alle basi della VII Flotta disseminate tra Giappone, Corea del Sud, Singapore e Guam... come se l'unico nucleare che minaccia la pace sia quello degli “omini dagli occhi a mandorla”.

In fondo, la Corea del Nord è sempre stata un attore indipendente, determinato a resistere al controllo anche da parte degli stati amici: la posizione equidistante di Kim Il sung all'epoca della contrapposizione Cina-URSS – condanna del khruscevismo, ma anche autonomia da Mao – lo dimostra efficacemente. La politica e la strategia di Kim Jong un sembrano pienamente inserirsi sulla scia del nonno.

da: www.lantidiplomatico.it

 

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