Strumenti di tortura, le aziende europee coinvolte

Un nuovo rapporto diffuso oggi da Amnesty International e dalla Omega Research Foundation presenta prove della partecipazione di aziende europee al commercio globale in ‘strumenti di tortura’. Tra essi congegni fissati alle pareti delle celle per immobilizzare i detenuti, serrapollici in metallo e manette e bracciali che producono scariche elettriche da 50.000 volt.

Il rapporto, intitolato ‘Dalle parole ai fatti’, denuncia che queste
attivita’ sono proseguite nonostante l’introduzione, nel 2006, di una
serie di controlli per proibire il commercio internazionale di materiale
di polizia e di sicurezza atto a causare maltrattamenti e torture e per
regolamentare il commercio di altro materiale ampiamente usato su scala
mondiale per torturare.

Il rapporto verra’ formalmente preso in esame domani a Brussels, nel corso
della riunione del Sottocomitato sui diritti umani del Parlamento europeo.
Amnesty International e la Omega Research Foundation chiedono alla
Commissione europea e agli stati membri dell’Unione europea di tappare le
falle legislative illustrate nel rapporto e di applicare e rafforzare la
normativa esistente.

‘L’introduzione di controlli sul commercio di ‘strumenti di tortura’, dopo
un decennio di campagne da parte delle organizzazioni per i diritti umani,
ha rappresentato una pietra miliare dal punto di vista legislativo. Ma tre
anni dopo la loro entrata in vigore, diversi stati europei devono ancora
applicarli o rafforzarli’ – ha dichiarato Nicolas Beger, direttore
dell’Ufficio di Amnesty International presso l’Unione europea.

‘Le nostre ricerche mostrano che dal 2006, nonostante i nuovi controlli,
diversi stati membri tra cui Germania e Repubblica Ceca hanno autorizzato
l’esportazione di strumenti per operazioni di polizia e di controllo dei
detenuti verso almeno nove paesi, in cui Amnesty International ne ha
documentato l’uso per infliggere torture. Inoltre, solo sette stati membri
hanno dato seguito agli obblighi legali di rendere pubbliche le loro
esportazioni. Temiamo che qualche stato non li stia prendendo sul serio’ –
ha commentato Brian Wood, direttore del dipartimento di Amnesty
International che si occupa di questioni militari, di sicurezza e di
polizia.

Le scappatoie legali esistenti permettono inoltre ad alcune aziende di
commercializzare strumenti che non hanno altro scopo se non quello di
infliggere torture e maltrattamenti.

‘Nell’ambito del loro impegno a combattere la tortura ovunque abbia luogo,
gli stati membri devono passare dalle parole ai fatti, imponendo controlli
davvero effettivi sul commercio di strumenti di sicurezza e di polizia e
assicurando che i loro prodotti non vadano a finire nella cassetta degli
attrezzi del torturatore’ – ha dichiarato Michael Crowley, ricercatore
della Omega Research Foundation.

Di seguito alcune delle principali conclusioni del rapporto:

– tra il 2006 e il 2009, la Repubblica Ceca ha autorizzato l’esportazione
di prodotti quali manette, pistole elettriche e spray chimici, mentre a
sua volta la Germania lo ha fatto per ceppi e spray chimici, verso nove
paesi dove le forze di polizia e di sicurezza avevano usato quei prodotti
per praticare maltrattamenti e torture;
– aziende italiane e spagnole hanno messo in vendita manette o bracciali
elettrici da applicare ai detenuti. Una scappatoia legale permette tutto
questo, nonostante si tratti di prodotti simili alle ‘cinture elettriche’,
la cui esportazione e importazione sono proibite in tutta l’Unione
europea;
– nel 2005 l’Ungheria ha annunciato l’intenzione di introdurre l’uso delle
‘cinture elettriche’ nelle stazioni di polizia e nelle prigioni,
nonostante la loro esportazione e importazione siano vietate in quanto il
loro uso costituisce una forma di maltrattamento o di tortura;
– solo sette dei 27 stati membri dell’Unione europea hanno reso pubbliche
le loro autorizzazioni all’esportazione, nonostante tutti siano legalmente
obbligati a farlo;
– gli stati membri paiono ancora poco informati sulle attivita’
commerciali in corso al loro interno. Dopo che cinque stati membri
(Belgio, Cipro, Finlandia, Italia e Malta) avevano dichiarato di non
essere a conoscenza di aziende che commercializzassero materiali inclusi
nei controlli, Amnesty International e Omega Research Foundation hanno
individuato aziende operanti in tre di questi cinque paesi (Belgio,
Finlandia e Italia) in cui prodotti del genere vengono apertamente
commercializzati su Internet.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 17 marzo 2010

Il rapporto ‘Dalle parole ai fatti’ e’ disponibile in lingua inglese
all’indirizzo:
http://www.amnesty.it/aziende_europee_commercio_strumenti_di_tortura
e presso l’Ufficio stampa di Amnesty International Italia.

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