“Manifesto astensionista di lotta e di disobbedienza civile”

“Gli avvenimenti che stiamo attraversando, a livello internazionale e nella situazione italiana, sono di tale portata che solo un’opposizione di massa radicale può pensare di fronteggiarli.”

MANIFESTO ASTENSIONISTA di lotta e di disobbedienza civile

“Non votare significa per noi rifiutarsi di partecipare a un gioco politico-istituzionale in cui
non c’è posto per il rifiuto della guerra,
per programmi sociali che affrontino i drammi delle famiglie e dei giovani,
per un potere fuori dalla criminalità e dalla illegalità,
per una logica economica alternativa alla distruzione delle risorse e dell’ambiente,
per una cornice costituzionale che renda vincolanti questo tipo di scelte”.

 

Mentre i partiti di opposizione discutevano di come allearsi per mettere in difficoltà Berlusconi, nelle ultime elezioni regionali il 46% degli italiani non ha votato o ha votato scheda nulla o bianca.

Considerando la propensione degli italiani al voto, che ha sempre superato largamente il 70%, il fatto ha assunto una rilevanza notevole ed è stato ampiamente commentato. Quello che non è stato fatto è trarre le conseguenze politiche dal non voto, soprattutto da parte di coloro che, pur criticando l’attuale sistema partitico, quando sono costretti a pronunciarsi sul dilemma votare o non votare cercano di svicolare, oppure ne fanno questione personale o di poco conto.

Negli ultimi anni ci siamo impegnati in una campagna astensionista, dando a questa scelta il senso di una battaglia politica e definendone gli obiettivi. Fino alle ultime regionali la nostra campagna mirava a denunciare la logica del male minore, cioè l’opinione – prevalente nella sinistra – secondo cui, pur con tutte le critiche, il voto ai partiti dell’opposizione antiberlusconiana andava dato. La domanda che ponevamo era questa: chi ci guadagna col voto a ‘sinistra’? Votando Veltroni o l’Arcobaleno chi ci avrebbe guadagnato? La nostra risposta era che a guadagnarci sarebbe stato un partito come il PD – una delle peggiori espressioni di un ex sinistra vuota e subalterna ai poteri forti – o, nel secondo caso, avremmo dato credibilità al trasformismo della cosiddetta ‘sinistra radicale’. Non votare quindi era un fattore di chiarezza, non un rifiuto moralistico o di arroccamento.

Questo messaggio è passato, tant’è che l’astensionismo, alle ultime politiche, ha colpito duramente a sinistra e ha messo fuori gioco personaggi come Ferrero e Diliberto. Certamente non possiamo attribuirci il merito principale di questo risultato, ma abbiamo colto una tendenza e ci siamo mossi in sintonia.

Con le ultime regionali la situazione ha assunto caratteristiche nuove. Ad astenersi non era solo il popolo di sinistra schifato dal PD e dai tentativi di una sinistra trasformista di riacquistare visibilità elettorale. Ad astenersi è stata anche una buona fetta dell’elettorato del centro destra che era stato ammaliato da Berlusconi. La conclusione che abbiamo tratto è che finalmente il non voto non era più di destra o di sinistra ma, anche se con sfumature diverse e diversi gradi di consapevolezza, era divenuto, o stava divenendo una scelta antisistema.

Su questa novità abbiamo definito due obiettivi: astensionismo avanti tutta e proviamo ad arrivare al 51% del NON VOTO.

Sappiamo che i votanti critici o i non votanti che si vergognano di dichiararlo pensano che una posizione  come la nostra non porta a nulla e che l’astensionismo è solo una manifestazione di disagio, senza prospettive se diventa, come proponiamo, programma politico. Allora cerchiamo di invertire il discorso e immaginiamo che si debba votare perché in questo modo le cose cambiano. Per chi si vota? Per Bersani? Per Diliberto, o per Di Pietro? Per Beppe Grillo? A chi capisce le dinamiche del potere chiediamo se sia possibile affidare un reale compito di cambiamento a questa opposizione. Noi riteniamo di NO.

Gli avvenimenti che stiamo attraversando, a livello internazionale e nella situazione italiana, sono di tale portata che solo un’opposizione di massa radicale può pensare di fronteggiarli. E noi dobbiamo lavorare per questo, a partire dalla condizione oggettiva, non dalle tradizionali astrazioni di un’opposizione imbrogliona e dai rituali minoritari a cui siamo abituati. Certo, sembra apparentemente più facile parlarci tra di noi, discutere in politichese ma, mentre facevamo questo, la situazione ci è sfuggita di mano ed è andata ben oltre. Lo dimostrano la crescita della destra e della Lega e la scomparsa della sedicente sinistra radicale.

Domanda finale. Vogliamo riaffidare a Bersani il nostro futuro? Non ci è bastato Prodi? Oppure pensiamo che essere più a sinistra del PD dia forza a un’alternativa che abbia la faccia di Ferrero? Su questo bisogna avere il coraggio di una risposta chiara e uscire dagli schemi con cui da decenni siamo abituati a ragionare. Non si tratta di denunciare chi usa le elezioni per  soddisfare le proprie ambizioni di governo o di sottogoverno. La questione politica è capire a che punto è arrivata la situazione e come gestirla .

Oggi solo il rafforzamento della tendenza astensionista può darci la misura della rottura con la situazione attuale e della possibilità di imboccare una prospettiva diversa. Il recupero elettoralistico favorisce solo l’azione dei pompieri che vogliono spegnere l’incendio e riportare tutto nella logica dell’alternanza.

Se dal ragionamento generale passiamo al risultato da conseguire e al progetto di un Movimento politico Astensionista dobbiamo mettere in evidenza:

1) che il rafforzamento dell’astensionismo delegittima coloro che hanno costruito la mostruosa situazione mediatica, che rende subalterna la gente agli attuali organizzatori del consenso, e rende il movimento astensionista protagonista di uno scontro che altrimenti rimarrebbe confinato nel teatrino della politica.

2) che il non voto non può rimanere un atto passivo, ma deve essere accompagnato da un lavoro di consolidamento programmatico e politico che renda collettiva la scelta di non votare.

3) il richiamo all’astensionismo non può identificarsi con una generica e demagogica azione antisistema, priva di contenuti, o con una caricatura ideologica appiccicaticcia. Non votare significa per noi rifiutarsi di partecipare a un gioco politico-istituzionale in cui non c’è posto per il rifiuto della guerra, per programmi sociali che affrontino i drammi delle famiglie e dei giovani, per un potere fuori dalla criminalità e dalla illegalità, per una logica economica alternativa alla distruzione delle risorse e dell’ambiente, per una cornice costituzionale che renda vincolanti questo tipo di scelte.

E’ possibile unire la maggioranza degli italiani su un programma di questo tipo? Si può impostare un’azione politica che colleghi le forme di lotta e di disobbedienza civile e unifichi realmente e su una sintesi politica una vera opposizione allo stato di cose presenti?

Raccogliamo questa sfida e cominciamo a discutere e lavorare per concretizzarla.

 

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pasti@mclink.it

 

Maggio 2010

 

 

http://www.aginform.org/astens3.html

 

 

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