“Eppur bisogna andar?”

Abbiamo messo un punto interrogativo al riferimento alla nota canzone partigiana nel momento in cui riprendiamo a scrivere le note di commento politico che per molto tempo hanno accompagnato Aginform. La vacanza che ci siamo presi era dovuta al fatto che non dovendo noi fare del semplice giornalismo politichese rischiavamo di pestare l’acqua nel mortaio, senza riuscire a fare una proposta politica adeguata.

Sono cambiate oggi le cose?

Oggi possiamo dire che il bicchiere è mezzo pieno e mezzo vuoto, anche se l’impressione è che sia sul punto di tracimare. In realtà il modo capovolto in cui viviamo la nostra realtà è dovuto al fatto che le grandi novità sono esterne al mondo occidentalizzato e che noi siamo ancora al palo nonostante le chiacchiere.

Tralasciamo le responsabilità soggettive di questo stato di cose e cerchiamo di capire da quali necessità oggettive, a nostro parere, si dovrebbe ripartire.

Innanzitutto la questione imperialista e il suo legame con la crisi finanziaria. E’ possibile far crescere un movimento antimperialista in Italia e in occidente che si leghi allo scontro in atto in Asia, in Medio Oriente e in altre aree del mondo e ci faccia sentire effettivamente partecipi dei destini dell”umanità? Il silenzio assordante che ha accompagnato le guerre di aggressione USA-NATO in questi anni ha scoraggiato molti di noi, determinando una sia pur provvisoria vittoria della sinistra imperialista. Ora però che i conflitti tendono ad allargarsi, e il discredito delle guerre umanitarie pure, dobbiamo ritrovare la forza per affrontare un lavoro politico in profondità.

In questo siamo anche facilitati dalla percezione di massa che l’imperialismo non è una categoria astratta, ma si lega alla crisi determinata dalla finanza mondiale e che rende sempre più difficile la condizione sociale in quello che era il regno dell’opulenza del capitalismo occidentale.

Riusciremo a superare le difficoltà? 

Dobbiamo comunque provarci e non lasciare più il campo alla sinistra imperialista e chiarire anche che chi non ha capito questioni come l’aggressione alla Libia, alla Siria, all’Iran ecc. in chiave imperialista non appartiene al movimento che vogliamo creare.

Non siamo settari, ma non possiamo lottare assieme a chi ci porta fuori strada e ci fa deviare dall’obiettivo di combattere l’imperialismo reale. Il vero settarismo è quello che rifiuta di riconoscere che l’obiettivo di fase è isolare e sconfiggere il sistema aggressivo occidentale e ridare la possibilità ai popoli di riprendere in mano il loro destino senza l’incubo degli interventi umanitari. 

Riprendere il cammino significa riuscire in questa impresa che è alla base di ogni possibilità di trasformazione sociale, come la lotta al fascismo e al nazismo lo sono stati all’epoca della seconda guerra mondiale. D’altronde, a partire dal 1989 siamo entrati in guerra e non ne siamo più usciti.

La seconda e fondamentale questione con cui misurarsi riguarda per noi occidentali il salto qualitativo prodotto dalla crisi economica e dal tentativo del capitalismo di superarla aumentando concorrenza e sfruttamento.

Con la crisi economica, in occidente di fatto è entrato in crisi sia il contrattualismo tradeuninionista che il riformismo socialdemocratico di varia ispirazione. Il capitalismo non può più assicurare le condizioni della crescita alle popolazioni che vivono nella cittadella imperialista. Quindi? Quindi a nostro parere non solo si apre una nuova fase di sconvolgimenti sociali, ma riemerge l’esigenza di ridiscutere l’esistenza di un sistema che funziona solo per il profitto e crea le condizioni per la miseria di molti.

Sapremo riempire di contenuti e di progetti il bicchiere mezzo vuoto? Per ora ci limitiamo a dire: eppur bisogna andar!.

Erregi

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