Seminario “Comunisti e conflitto sociale”

Continuare l’approfondimento teorico e politico su Partito, Organizzazione e funzione di massa dei comunisti nel XXI Secolo. Il 5 maggio a Bologna secondo Forum promosso dalla Rete dei Comunisti. Il documento di convocazione.

Nella rapida evoluzione degli eventi economici, sociali, politici non possiamo rimuovere una questione che rimane strategicamente centrale ovvero quella della costruzione, ruolo e funzione della organizzazione dei comunisti nel nostro paese ed in Europa. Non bisogna chiamarsi fuori dal conflitto di classe in atto ma non possiamo dimenticarci che il nodo della soggettività rimane strategico dentro questo conflitto e con esso anche la questione del Partito/organizzazione dei comunisti.

Da tempo abbiamo ripreso nella nostra riflessione questo snodo decisivo ed abbiamo promosso un momento pubblico di confronto ed approfondimento nel Febbraio del 2010. Non pensavamo certo di aver dato una risposta piuttosto di aprire un percorso di ricerca teorica e politica che adesso vogliamo riprendere come nostra elaborazione ma anche come confronto con altre soggettività ed organizzazioni comuniste. Una elaborazione che intende approfondire la questione del Partito/organizzazione nella attuale condizione storica ma che intende riprendere e sviluppare quella parte relativa alla “funzione di massa” complementarmente fondamentale al carattere di quadri e militante di una organizzazione comunista oggi.

Nei nostri scritti e nei momenti di dibattito abbiamo sostenuto, già dalla fine degli anni ’90, l’inadeguatezza del partito di massa nato nel dopoguerra e l’importanza di ragionare attorno alla necessità di riconquistare una concezione di militanza e di qualità dei quadri delle organizzazioni comuniste. Questa convinzione nasceva non solo dall’impellenza di riprendere una riflessione teorica ma anche dalla evidenza dei processi degenerativi che cominciavano ad emergere dalle scelte dei partiti comunisti che divisi sulle enunciazioni generali, vedi il PRC ed il PDCI, si ritrovavano sempre sulle scelte politico elettorali.

Anche la frammentazione interna a questi partiti, non solo politica ma anche causata da diverse condizioni materiali ed addirittura locali, erano segni non solo e non tanto di una linea sbagliata ma di qualcosa di più profondo legato alle caratteristiche stesse dei partiti di massa ormai strutturati più come arene competitive piuttosto che come progetti generali in grado di produrre egemonia.

Questa incapacità si è poi manifestata apertamente nel XXI Secolo dopo aver sperperato il “capitale” politico ereditato dal PCI e dalla sinistra nata negli anni ’70 ed ha portato ai tracolli del 2008 ed ai trasformismi dovuti ai “si salvi chi può” elettoralistici. Mentre si rendevano sempre più evidenti i sintomi di una crisi sociale delle classi subalterne di riferimento della sinistra, mentre la disarticolazione produttiva aumentava, mentre era in atto una pesantissima e decisiva offensiva culturale dell’avversario di classe i nostri partiti si attardavano a discutere di alleanze elettorali, di programmi governativi e su questo definivano i loro reciproci e polemici rapporti di forza.

Era, però, già chiaro che il corto circuito non riguardava in primo luogo i soggetti individuali che rappresentavano tali comportamenti, ricordiamo Bertinotti per tutti, ma soprattutto il rapporto tra le organizzazioni politiche e la classe, che andava modificandosi, ed evidenziava la incapacità strutturale dei partiti di massa di adeguarsi al livello qualitativo che il conflitto sempre più acuto portato dalle classi dominanti imponeva nella loro azione quotidiana.

Se gli eventi attuali confermano drammaticamente tali considerazioni e previsioni pensiamo che non sia sufficiente la verifica empirica di un fallimento per convalidare ipotesi di organizzazione diversa, è invece necessario continuare l’approfondimento teorico ed analitico per dare a questa ipotesi quello spessore necessario a dimostrare una sua validità. Nelle nostre elaborazioni precedenti abbiamo cercato di approfondire le questioni relative al rapporto tra le trasformazioni complessive e della classe con le caratteristiche dell’organizzazione politica; in questo senso abbiamo evidenziato questioni quali quelle della disgregazione della produzione, la complessità sociale dei centri imperialisti ed in particolare della Unione Europea per quanto ci riguarda, la relazione in questo contesto tra spontaneità ed organizzazione cercando anche di rapportare tutto questo ai riferimenti teorici del movimento comunista ed in particolare di quel testo fondamentale, se lo si sa contestualizzare storicamente, che è il “Che Fare” di Lenin.

Con questo secondo Forum di discussione su Partito e Organizzazione, vogliamo fare un ulteriore passo in avanti, certamente non ancora esaustivo, sulla questione del Partito facendo un confronto tra le condizioni storiche createsi nel dopoguerra in Italia, (che hanno permesso l’affermazione e la crescita importante di un partito di massa come il PCI) con quelle attuali che, a nostro avviso, implicano una modifica di quel tipo di impianto sulla base delle mutate condizioni e per la stessa crisi palese del partito di massa. La concezione e la necessità di avere un partito comunista non nasce dalle competizioni elettorali, non è quella di un partito politico Dalemianamente “normale” nella attuale società ma è una organizzazione che deve lavorare per una trasformazione sociale inscritta nelle contraddizioni delle società capitaliste. Ragionare, dunque, sui processi storici, e non solo sulle motivazioni economico sociali, in cui può nascere una tale struttura è una condizione fondamentale per approcciare nel modo giusto una elaborazione di questo tipo.

La dimensione nazionale della politica, la questione democratica, la radicale modifica del contesto internazionale, la indeterminatezza della pur necessaria trasformazione sociale oggi, questi ed altri sono gli elementi che segnano la differenza della condizione storica del partito di massa nel nostro paese che viene rimesso in discussione non tanto dai “tradimenti” dei gruppi dirigenti ma dalla evoluzione del contesto storico. La necessità del partito dei quadri non è perciò una rottura teorica con il partito di massa ma ne è lo sviluppo “naturale” per quanto riguarda il ruolo dei comunisti nella odierna società del nostro paese.

Mettere in evidenza che l’organizzazione dei comunisti è un mezzo e non un fine, concezione che è stata ribaltata nella politica nostrana degli ultimi decenni, significa capire che questo mezzo si trasforma assieme alla realtà complessiva in cui si agisce. Questo è un principio non eludibile in quanto se il fine rimane quello della trasformazione, ovvero della rivoluzione dei rapporti sociali, si è continuamente chiamati a verificare l’effettiva funzione dello strumento ovvero del Partito od organizzazione politica dei comunisti.

In questo confronto diventa molto interessante misurarsi con quello che sta avvenendo nel Partito Comunista Cubano dove, alle modificate condizioni generali, interne ed internazionali, la Conferenza di organizzazione del PC Cubano, tenutasi a Gennaio di quest’anno, ha cercato di ridefinire il ruolo del Partito in relazione alla distinzione di funzioni con lo Stato e con il Governo del paese. Affrontare una simile questione prodotta dalla fine del campo socialista, dalla ritrovata centralità della legge del valore nell’economia mondiale, dalla presa d’atto e conferma della permanenza della lotta di classe nelle società in transizione significa appunto riconcepire il ruolo dei comunisti nelle nuove condizioni storiche in quel paese e riadeguare le caratteristiche del partito a questa nuova condizione per un periodo di tempo oggi non definibile. Nel confronto che vogliamo fare crediamo che sia utile approfondire ed analizzare questo passaggio in atto nel PC Cubano proprio perché può essere un’ importante lezione teorica e di metodo su come i comunisti debbano modificare lo strumento dell’organizzazione in rapporto alle dinamiche del reale con cui hanno a che fare nel loro contesto concreto di azione.

In questa direzione dobbiamo perciò individuare quali sono i punti dove una organizzazione di quadri deve comunque avere nel nostro paese quella funzione di massa, politica ed organizzativa, necessaria a ricostruire la relazione con ampi settori sociali seppure con modalità diverse da quelle precedenti.

Al primo punto c’è la questione che si sta imponendo ed evidenziando sempre più cioè la questione della Rappresentanza Politica, prima ancora che elettorale, dei settori di classe e, più in generale, delle classi subalterne. E’ evidente che la crisi dei partiti comunisti in Italia ma anche della sinistra in genere lascia un vuoto politico enorme che produce nella migliore delle ipotesi comunque estraneità alla politica e nella peggiore crea le condizioni per la nascita di un effettivo e pericoloso, ben più di Berlusconi, movimento di massa reazionario.

Come interpretare i processi economici in atto, come ricostruire le relazioni sociali, di quali forme organizzate si deve dotare, quali alleanze sono possibili per il lavoro dipendente nella crisi attuale sono le domande da porsi nella ricostruzione di un rapporto di massa che portano ad intrecciare problematiche teoriche e politiche alle quali va risposto concretamente ritrovando, anche, l’utilità degli strumenti interpretativi della “cassetta degli attrezzi” di Marx. La cosiddetta crisi del debito pubblico, il trasferimento della ricchezza verso le classi dominanti, il peggioramento progressivo delle condizioni del lavoro dipendente e di quelle sociali, sono il terreno su cui va collocata la capacità di ricomposizione e di recupero dei rapporti di forza tra le classi nel nostro paese.

I problemi che si pongono in questo senso e le risposte da dare non sono pochi. Esiste certamente quello delle caratteristiche politiche ed identitarie dello strumento politico su cui procedere, inoltre si pone certamente la questione della forma organizzata di un tale strumento di massa. Infine, ma non per ultimo, c’è la questione della individuazione di un programma rappresentativo che sappia portare a sintesi la attuale disgregazione delle classi subalterne su una piattaforma politica e di lotta in grado di avviare la necessaria ricomposizione. In buona sostanza bisogna ritrovare la perduta dimensione di massa nei termini oggi possibili nel contesto dato e rispetto al quale i comunisti devono ritrovare una loro capacità propositiva.

Se il “nodo gordiano” della rappresentanza politica è certamente strategico, ci sono anche altri terreni importanti su cui ragionare e lavorare concretamente. Uno di questi è ad esempio la condizione giovanile nel nostro paese e le sue prospettive reali. Questo è stato sempre un ambito di intervento per i comunisti a partire dal bisogno di idealità e di prospettiva che i giovani hanno naturalmente rispetto al tempo in cui vivono. E’ successo nella lotta di liberazione durante la seconda guerra mondiale, è successo in modo diverso nel movimento degli anni ’70 e nei movimenti giovanili seguiti a questo. Non è affatto casuale che il governo Monti insista molto – e strumentalmente – sui giovani in contrapposizione contro le “rigidità” del welfare state e del movimento dei lavoratori. Sulle nuove generazioni si gioca la riuscita o meno della sua egemonia sulla società.

Questo ambito presenta vari aspetti che occorre tenere ben presenti. Il primo è certamente quello di dare risposte ad una idealità che nasce dalle crescenti ed evidenti ingiustizie che l’attuale società presenta ed amplifica. In questo senso la necessità di ribadire la questione del “fine”, ovvero della rivoluzione sociale, diventa sempre più decisiva. Non possiamo nasconderci che tale aspetto è stato sempre più posto in secondo piano dai partiti comunisti per evidenti motivi di condizione storica (la liquidazione della “rivoluzione in occidente”) ma, così facendo, hanno buttato il bambino con l’acqua sporca. La disponibilità alla lotta dei giovani, infatti, non parte dalle condizioni specifiche ma da una concezione del mondo e della sua trasformazione possibile. Si è rinunciato così ad una battaglia culturale a tutto campo contro la società borghese limitandosi a criticarne forme specifiche, il neoliberismo e non il capitalismo, la pace e non la lotta contro la guerra, la globalizzazione e non l’imperialismo, lasciando così il campo culturale interamente in mano all’avversario di classe e ai suoi apparati ideologici.

C’è però un elemento più strutturale e di prospettiva da tenere presente quando si parla di giovani e soprattutto di quelli che vivono nel “ventre” degli imperi. Nel Modo di Produzione Capitalista la contraddizione centrale è quella tra sviluppo delle forze produttive ed i rapporti sociali di produzione. Oggi nella crisi sistemica in atto tale contraddizione non appare più offuscata e sta agendo a pieno ritmo proprio laddove l’egemonia del capitale sembrava incontestabile. Se nei paesi della periferia produttiva la crescita economica permette di gestire le contraddizioni che il capitalismo produce, nei paesi imperialisti la situazione è ormai diversa. Infatti di fronte ad enormi capacità produttive generate dalla tecnologia e da una forza lavoro qualificata, le relazioni sociali sono condannate a peggiorare a scapito del lavoro sia manuale che intellettuale, cioè di quella parte più consistente dei giovani. In altre parole quella contraddizione strutturale si presenta alla percezione delle giovani generazioni come contraddizione tra le aspettative, cullate e alimentate dalla ideologia egemone, e la miseria della realtà, prodotta dalla brutalità della legge del massimo profitto.

Se per i giovani delle generazioni precedenti l’emancipazione era un obiettivo da porsi e per cui lottare, oggi tale possibilità di emancipazione scompare alla vista delle nuove generazioni attuali, le quali vengono lasciate in balìa di una visione del mondo e di prospettive che nella situazione attuale non possono che peggiorare. In sintesi si va formando una “pentola a pressione” dove si amplifica la tensione sociale e che può trovare risposte solo in una prospettiva generale di cambiamento, non condizionata dalla materialità del pragmatismo e “vertenzialismo ormai senza più interlocutori nelle classi dominanti.

L’incontro che intendiamo organizzare come Rete dei Comunisti a Bologna, vuole continuare ad affrontare la questione del partito/organizzazione dei comunisti con la coscienza che questo è un lavoro di lunga lena ( soprattutto per chi agisce nelle aree imperialiste), un prodotto del nostro lavoro diretto, sia teorico che pratico, e che non può fare a meno di confrontarsi e lavorare in rapporto con intellettualità ed organizzazioni comuniste presenti sul territorio nazionale ed europeo.

 

http://www.retedeicomunisti.org/it/archivio/notizie/item/4151-comunisti-e-conflitto-sociale

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