CIE, i dati dei centri di identificazione ed espulsione

Medici per i Diritti Umani (MEDU) rende noti i dati completi sui centri di identificazione ed espulsione (CIE) italiani ad integrazione di quelli già pubblicati nel febbraio di quest’anno.

 
Chiudere l’arcipelago CIE
I dati completi dei centri di identificazione ed espulsione  per centro e per nazionalità

 
Medici per i Diritti Umani (MEDU) rende noti i dati completi sui centri di identificazione ed espulsione (CIE) italiani (vedi tabella 1 sui centri e tabella 2 sulle nazionalità) ad integrazione di quelli già pubblicati nel febbraio di quest’anno. Tra i 5.431 uomini reclusi nei dieci CIE operativi  nel corso del 2013, i principali Paesi di provenienza sono stati la Tunisia (1.470), il Marocco (1.020), l’Albania (439), la Nigeria (371), l’Egitto (334), la Romania (314) e l’Algeria (314). Tra le 585 donne trattenute nei centri di Roma-Ponte Galeria, Torino e Bologna, le nazionalità più frequenti sono state la nigeriana (207), la rumena (81), la cinese (51), l’albanese (48) e l’ucraina (43). Il tasso di migranti effettivamente rimpatriati sul totale dei trattenuti è stato del 45,7%, risultando fortemente disomogeneo tra le varie nazionalità: tra i dieci principali Paesi di provenienza esso è variato dal 28% dell’Algeria all’80% dell’Albania. Tra i dieci CIE attivi nel corso del 2013, Ponte Galeria a Roma è stata la struttura che ha ospitato il maggior numero di trattenuti (1.287), seguita da Trapani Milo (1.166) che è anche risultato il centro più inefficace ai fini delle espulsioni con il 17% di stranieri effettivamente rimpatriati e il 60% di reclusi che si sono allontanati dalla struttura. Nel 2013 è tornato a verificarsi un decesso all’interno del CIE, nella struttura di Crotone, che ha riguardato un giovane marocchino, morto dopo essere stato colto da un improvviso malore. La morte dell’uomo ha scatenato una violenta protesta da parte degli altri migranti trattenuti che ha portato alla totale inagibilità del centro e alla sua chiusura.
 
Attualmente il sito del Ministero dell’Interno (aggiornato il primo ottobre 2014) segnala la presenza di soli cinque centri di identificazione  ed espulsione (Torino, Roma- Ponte Galeria, Bari, Trapani Milo e Caltanisetta) rispetto ai dieci indicati nella precedente scheda pubblicata a marzo del 2014. In effetti nei mesi di luglio e di agosto di quest’anno le strutture di Milano e Bologna sono state convertite pro tempore in centri di prima accoglienza per migranti mentre  i  CIE di Brindisi, Crotone e Gorizia sono temporaneamente chiusi per lavori o perché in attesa che ne venga aggiudicata la gestione. Non è chiara infine quale sarà la destinazione d’uso che il Viminale assegnerà al centro di Palazzo San Gervasio, chiuso dal 2011 e attualmente in ristrutturazione.  Del resto, i dati del Ministero dell’Interno relativi al primo semestre del 2014 confermano la tendenza alla riduzione del numero dei trattenuti registrata nell’ultimo biennio e rilevano un tasso di efficacia intermedio tra i due anni precedenti: 1.036 migranti rimpatriati pari al 48,8% dei 2.124 stranieri trattenuti. Per converso è da segnalare che tra le strategie che andrebbero incentivate e promosse in alternativa al trattenimento, la misura del rimpatrio volontario assistito è andata progressivamente assumendo maggior rilievo negli ultimi due anni, passando, secondo i dati del Ministero dell’Interno, dai 773 rimpatri del 2012, ai 1.036 del 2013 mentre nel primo semestre del 2014 essi sono stati già 612. I cinque centri ad oggi funzionanti operano inoltre a regime ridotto rispetto alla loro capienza effettiva. Secondo quanto riportato dalla Commissione Diritti Umani del Senato, il 4 marzo di quest’anno, all’interno dei CIE erano presenti 469 stranieri trattenuti a fronte di una capienza effettiva delle cinque strutture funzionanti di 849 posti.  Il CIE di Ponte Galeria a Roma, ad esempio, ospita attualmente (6 ottobre) 121 migranti in presenza di una capienza complessiva di 360 posti.
 
Sul fronte legislativo, nell’ambito del disegno di legge europea 2013 bis, il Senato  ha approvato lo scorso 17 settembre  la riduzione del tempo massimo di trattenimento all’interno dei CIE da 18 mesi a 90 giorni. Un’ulteriore modifica prevista all’interno dello stesso provvedimento limita a trenta giorni il tempo massimo di trattenimento nel caso in cui lo straniero sia stato in precedenza  detenuto presso le strutture carcerarie per un periodo pari ad almeno tre mesi, dal momento che si presuppone che l’identificazione debba avvenire già durante l’espiazione della pena. Il testo dovrà ora tornare al vaglio della  Camera per l’approvazione definitiva. Occorre  sottolineare che queste misure rappresentano senz’altro una positiva inversione di tendenza rispetto a un lungo periodo che ha visto, prima, prevalere le strategie di governo volte a potenziare l’apparato dei CIE e a prolungare in modo irragionevole i tempi di trattenimento, poi, una sostanziale immobilità politica di fronte alle drammatiche criticità che emergevano dai centri sparsi in tutta Italia. D’altro canto tali provvedimenti risultano comunque insufficienti a superare l’attuale sistema dei CIE che, al di là di ogni ragionevole dubbio, si è rivelato in sedici anni del tutto fallimentare sia dal punto di vista della tutela dei diritti umani sia nel contrasto dell’immigrazione irregolare.
 
La drastica riduzione dei tempi massimi di trattenimento, pur rappresentando una evidente misura di buon senso rispetto al precedente limite di diciotto mesi, il quale negli ultimi tra anni ha avuto come unico effetto il grave peggioramento delle condizioni di vita all’interno dei centri senza incrementare in alcun modo l’efficacia delle espulsioni, riporta sostanzialmente la situazione dei CIE al 2009 quando il limite per la detenzione amministrativa era fissato a 60 giorni. D’altra parte, come evidenziato dal rapporto Arcipelago CIE e dal monitoraggio continuo eseguito da MEDU con 20 visite in tutti i centri negli ultimi due anni, i cinque CIE attualmente operativi, al pari degli altri temporaneamente chiusi, risultano del tutto inadeguati, sia dal punto di vista strutturale che funzionale, a garantire la dignità e i diritti fondamentali degli stranieri trattenuti. Medici per i Diritti Umani torna pertanto a chiedere sia  la chiusura definitiva di tali strutture sia la riduzione a misura di extrema ratio del trattenimento dello straniero ai fini del suo rimpatrio come per’altro stabilito dalla Direttiva rimpatri dell’Unione europea. Nel 2014 la macchina della detenzione amministrativa sembra aver raggiunto la parabola più bassa della sua storia: la consistente diminuzione del numero dei trattenuti, il dimezzamento dei centri, la drastica riduzione dei tempi di trattenimento paiono indicare un’implicita presa d’atto del fallimento dei CIE anche da parte dei decisori politici. Per contro, il  potenziamento di misure come il rimpatrio volontario assistito indicano come sia possibile oggi nel nostro Paese recepire non solo la forma ma anche lo spirito della Direttiva rimpatri prevedendo il ritorno volontario ed altre misure  non coercitive come la regola e il trattenimento come l’eccezione. E’ dunque necessario che il Governo disegni oggi una chiara e coerente strategia volta al superamento del sistema dei CIE nell’ambito di una profonda riforma dell’attuale legge sull’immigrazione. Sarebbe un passo di civiltà importante ed anche un esempio, forse, per altri Paesi europei. 

Roma, 8 ottobre 2014


VEDI TABELLA 1

VEDI TABELLA 2
 

Medici per i Diritti Umani (MEDU) Onlus, organizzazione umanitaria indipendente, porta avanti dal 2004 il programma “Osservatorio sull’assistenza socio-sanitaria per la popolazione migrante nei CPTA/CIE”. MEDU aderisce alla campagna LasciateCIEntrare. Il rapporto Arcipelago CIE (2013) è stato realizzato con il contributo di Open Society Foundations.

 

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