“Il ruggito del topo”

“Più la situazione politica e sociale italiana si incarognisce attorno a quella bieca figura di Matteo Renzi e più si sente il bisogno di una reazione che spazzi via quella cloaca a cielo aperto che è il PD e apra una fase nuova, fuori dalla UE”.

 

Il ruggito del topo

 

Più la situazione politica e sociale italiana si incarognisce attorno a quella bieca figura di Matteo Renzi e più si sente il bisogno di una reazione che spazzi via quella cloaca a cielo aperto che è il PD e apra una fase nuova, fuori dalla UE, fuori dalla logica dei padroni che sta riportando alla schiavitù i rapporti di lavoro, fuori dalle guerre che stanno insanguinando il mondo sotto la guida americana.

A fronte di queste esigenze, la situazione italiana è politicamente caotica e sicuramente non adeguata ai livelli che sarebbero necessari.

Esaminiamo i dati. L’opposizione dentro il PD è tutta interna alla logica di partito a cui sostanzialmente obbedisce quando è in gioco la questione dell’appartenenza. Solo una frangia molto minoritaria pensa ad una uscita dal partito e, forse, si prepara a dar vita a liste elettorali che raccolgano quel dissenso moderato che pure a sinistra esiste di fronte alla tracotanza renziana. I soliti noti in cerca di riscosse elettorali si fregano le mani di fronte all’eventualità che a sinistra resusciti una lista con funzioni critiche di fronte al sistema politico attuale. Questa speranza, se anche potesse trovare una concretizzazione, non potrà avere né un’espansione significativa né un’efficacia pratica. Dal punto di vista elettorale l’astensionismo, la demagogia leghista e il grillismo catalizzano l’opposizione di massa, mentre il PD è il partito di Squinzi e ha l’appoggio dei poteri che contano, da De Benedetti a Repubblica. Né una nuova formazione di sinistra moderata può diventare la guida politica dei milioni di italiani impoveriti dalla crisi e devastati dalla disoccupazione e dalla legislazione antioperaia. Ci vuole ben altro!

Quanto alla CGIL, siamo in piena fase regressiva. Lo sciopero del 12 dicembre, mutilato peraltro del settore dei trasporti e inquinato dalla presenza della UIL, è deciso in una data che si potrebbe dire ‘a babbo morto’ perchè il cosiddetto Jobs-act è stato ormai approvato e quindi lo sciopero arriva quando i buoi sono scappati. Rimane il movimento di piazza che tiene viva la contestazione inseguendo gli esponenti renziani, ma ci rendiamo conto che, aldilà delle generose disponibilità e dei soliti protagonismi, esso non riesce a creare fattori qualitativamente nuovi e con rilevanza politica.

Perchè la situazione si sblocchi abbiamo bisogno di un approfondimento della crisi, dal punto di vista politico e sociale, e del prevalere di orientamenti che superino la demagogia e la confusione. Sul piano elettorale intanto, sull’esempio delle elezioni emiliane, bisogna far crescere l’astensionismo creando un vuoto pneumatico tra la gente e il potere. Accettare la sfida elettorale significa infilarsi in un budello da cui possono trarre vantaggio solo i professionisti del voto. Non c’è oggi organizzazione che possa richiedere il voto in modo credibile; quello che conta oggi è il rifiuto a votare.

Sul terreno della mobilitazione di massa bisogna puntare ad una sostanziale estensione. Lo scontro di piazza non può essere opera di avanguardie, ma di quei milioni di persone che stanno subendo la crisi e lo strapotere dei governi dei padroni. Lavorare in questa direzione è dunque indispensabile per creare quel fatto qualitativamente nuovo che noi abbiamo sintetizzato con un parallelo storico: il luglio 1960.

 

 

 

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