“25 aprile, usciamo dalla retorica”

Il fatto che in occasione del 70° anniversario del 25 aprile ci sia stata un’enfatizzazione della ricorrenza ha indubbiamente un valore antifascista che dopo decenni di revisionismo storico e di silenzi colpevoli coinvolge un po’ tutti.

 

 

25 aprile, usciamo dalla retorica

 

 

Il fatto che in occasione del 70° anniversario del 25 aprile ci sia stata un’enfatizzazione della ricorrenza ha indubbiamente un valore antifascista che dopo decenni di revisionismo storico e di silenzi colpevoli coinvolge un po’ tutti. Come si fa a distaccarsi da questo clima che sembra aprire non tanto una fase politica nuova, ma almeno una riaffermazione di identità, anche di fronte al nuovo ducetto che governa l’Italia? Ci rendiamo conto che è un’operazione difficile da compiere.

Però alcuni punti fermi dobbiamo pur metterli, per evitare di cadere nella retorica antifascista e nella mistificazione. La prima questione da sottolineare è che le nostre istituzioni ‘democratiche’ hanno utilizzato il 25 aprile per darsi una riverniciata dopo una fase di decadenza e di discredito. Indubbiamente non è Renzi ad aver cercato la strumentalizzazione. Renzi, come a suo tempo Berlusconi, non sa che farsene dell’antifascismo. Ritiene che è meglio parlare di Italicum, di articolo 18, di riforma del Senato per dare sostanza e visibilità alla sua azione. E’ possibile invece che il rilancio dell’anniversario, il 70°, del 25 aprile sia dovuto più o meno consapevolmente all’ampia fronda al renzismo che anima l’area legata alla ‘ditta’ cioè agli eredi del PCI. Non è da escludere che la ricorrenza della sconfitta del nazifascismo abbia anche spinto settori democratici e di sinistra, quelli più moderati, a trovare uno sfogo al clima politico opprimente di questi anni. E’ il popolo di Bella Ciao, per intenderci.

Il 70° non è stato però l’equivalente di un luglio ’60, cioè una rivolta di massa contro la deriva autoritaria e antioperaia che caratterizza l’Italia. Tutt’altro. Esso è stato la riaffermazione di un clichè tutto occidentale, liberale e in sintonia con la versione americana della resistenza antifascista, il quale non indebolisce il potere, ma ne rafforza l’egemonia culturale identificando la lotta antifascista con la parola ‘Libertà’ e con la figura di liberatori che viene attribuita alle truppe americane. In questo modo la Resistenza diventa ostaggio della versione che ne viene data da chi condiziona l’informazione e gestisce le istituzioni. Allora bisogna imparare a dire le cose come stanno e prendere le distanze dai valori ‘unitari’ della Resistenza. Per noi essa è stata solo un momento tattico che i comunisti hanno scelto per combattere il nemico principale, il nazifascismo e determinare una nuova avanzata del movimento operaio e delle forze ad esso alleate. A questa avanzata l’imperialismo ‘antifascista’ ha contrapposto la guerra fredda, il ricatto nucleare, l’occupazione di fatto dei territori dove le truppe americane sono riuscite ad avanzare. Esse hanno subito messo in chiaro, in Italia come in Grecia ad esempio, da che parte stava il loro ‘antifascismo’, coi clericali di Pio XII, coi proprietari terrieri, con la finanza e la grande industria. Se gli spazi democratici sono rimasti aperti ciò è dovuto alla nuova resistenza operaia e democratica contro gli amici italiani delle truppe di occupazione. Anche la Costituzione è stata un momento di questa lotta, ma è rimasta una esercitazione letteraria che non ha trovato mai una vera applicazione. Per questo l’unità antifascista non ci può interessare oggi, dal momento che gli ‘antifascisti’ di regime sono quelli delle guerre umanitarie, della NATO, della grande finanza internazionale.

 

Aginform

26 aprile 2015

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