“Il sindacalismo di base oggi”

A distanza di alcuni decenni da quando è iniziata l’esperienza di quello che viene definito sindacalismo di base è ormai arrivato il momento di farne un bilancio e aprire un dibatttito a tutto campo.

 

Il sindacalismo di base oggi

 

A distanza di alcuni decenni da quando è iniziata l’esperienza di quello che viene definito sindacalismo di base è ormai arrivato il momento di farne un bilancio e aprire un dibatttito a tutto campo.
Partiamo innanzitutto dal dato oggettivo, che è quello che ha avviato l’esperienza.
Esso si colloca storicamente all’interno del passaggio dei sindacati confederali – e in particolare della CGIL – al consociativismo, che eliminava completamente il carattere di indipendenza della contrattazione e di espressione delle esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici nel processo produttivo e nei luoghi di lavoro. Eravamo a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80.
In questo processo si è avuta anche la rottura del monopolio della rappresentanza confederale, di fatto assoluta fino a quel momento e codificata dallo Statuto dei lavoratori, la legge 300/70. Così sono sorte forme diverse di opposizione, alcune transitorie e legate a singole vicende contrattuali, mentre altre hanno preso la forma di organizzazioni stabili come le RDB, i Cobas, la CUB tanto per citare quelle che hanno avuto maggiore visibilità. Ma da allora come si è evoluta la situazione?

Oggi si continua a utilizzare la definizione di “sindacalismo di base”, termine che implica ovviamente una partecipazione di massa dei lavoratori in contrapposizione ai vertici sindacali, in maniera assolutamente impropria.
Intanto è bene precisare la differenza tra sindacato di base e sindacato di classe, questione che non è ideologica ma di rappresentanza sociale. Non vi è dubbio che il sindacalismo di base, nella sua espressione maggioritaria, ha trovato spazio soprattutto nel Pubblico Impiego e nei servizi e questo non a caso. Difatti il settore privato, e in particolare le fabbriche, ha subito nel corso degli anni ’80 un processo di decentramento produttivo, di delocalizzazione, di chiusura di interi settori produttivi che ha di fatto impedito che l’opposizione operaia ai confederali, che pure c’è stata ed è stata massiccia, si stabilizzasse e diventasse organizzazione anche se, è bene ricordarlo, a indebolire la situazione hanno concorso anche l’opportunismo della ex sinistra sindacale e certi radicalismi che con l’autonomia di classe avevano ben poco a che spartire.

Diversa è stata la vicenda del PI e dei servizi. A rendere possibile una maggiore stabilizzazione organizzativa fuori dai confederali è stata da una parte una certa tradizione sindacale autonoma, quella che si manifestava nell’epoca delle vacche grasse dei bilanci dello stato, dall’altra una agibilità sindacale diversa dal privato che non è stata però mai veramente contrattuale. La contrattualità è stata sempre saldamente in mano, per delega del governo, ai confederali. Si è arrivati così al paradosso che mentre andava diffondendosi una tendenza ad organizzare strutture sindacali indipendenti, dall’altra queste strutture non hanno mai espresso, in termini generali, un potere contrattuale effettivo e questo le ha relegate alla semplice funzione di protesta e quindi episodica. Era questo che avevamo in mente all’inizio dell’esperienza? Certamente no, anche se sapevamo quanto difficile fosse il percorso.
In mancanza di una riflessione seria su ciò che stava avvenendo, nel frattempo hanno attecchito pratiche che hanno riprodotto in sedicesimo, come si usa dire, stili e comportamenti organizzativi molto tradizionali (ad essere buoni). Il progetto del sindacalismo di base si è frantumato in mille sigle che nei fatti dicevano le stesse cose, ma senza costruire un tessuto di rappresentanza unitario ed effettivo.

Gli ultimi avvenimenti che si sono aggiunti alle divisioni tradizionali tra le sigle del sindacalismo hanno accresciuto la crisi di credibilità e confermato il giudizio.

Avere un’opinione chiara, senza i paraocchi degli interessi di bottega, su ciò che è oggi il sindacalismo di base diventa dunque necessario. Chiudersi a difesa del proprio orticello non fa che approfondire la crisi di rappresentanza e deviare il discorso dalla situazione oggettiva. La quale presenta tre ordini di problemi.

Il primo e il principale è quello dell’agibilità sindacale e del diritto di sciopero.
Per impedire sia l’una che l’altro governo, confindustria e confederali hanno dato vita a una serie di limitazioni ai tempi e alle forme del diritto di sciopero e nel contempo, con l’accordo del gennaio 2014, hanno abolito l’autonomia del sindacalismo di base.
Su questo tema, che è strategico, andava definita una risposta che ponesse nel paese il problema, che è di carattere costituzionale, sulla legittimità dei provvedimenti adottati.
Mentre riforma costituzionale, legge elettorale, legge 107 della buona scuola e lo stesso jobs act entravano in ballo con ipotesi referendarie e con uno scontro politico che investe tutto il paese, sui diritti sindacali nessuno si è accorto che era in corso uno scontro vero. Anche perchè, dopo una scaramuccia legale, Cobas e USB sono andate a firmare l’accordo del gennaio 2014 nella illusione di stabilizzare una rappresentanza che nei fatti è senza diritti. Quindi, come nel 1983, agli albori del percorso del sindacalismo alternativo, quando fu presentato al Senato il progetto di legge 2236 per rompere il monopolio confederale sulla rappresentanza, si ripropone ora la lotta per superare i vincoli inaccettabili sulla libertà di sciopero e di organizzazione dei lavoratori. Nessuno può illudersi che senza questo passaggio, che è direttamente politico e costituzionale, possa continuare ad esistere una rappresentanza autonoma dei lavoratori e delle lavoratrici. E chi fa credere che ciò sia possibile agisce in perfetta malafede. Oppure si accontenta di rappresentanze formali, il che è ancora peggio.

Il secondo banco di prova di questa fase è la questione di come esprimere i livelli di organizzazione indipendente dei lavoratori.
Qui bisogna mettere in chiaro che esiste una differenza sostanziale tra sindacalismo di base e sindacalismo autonomo, che non sta soltanto nei programmi, ma anche e soprattutto nel metodo e nel modello di rapporto coi lavoratori.
La ricostruzione dell’organizzazione indipendente dei lavoratori e delle lavoratrici non sta nell’aggiungere una sigla ad altre sigle sindacali, sta nel definire un modello di partecipazione che sia al tempo stesso effettivamente coinvolgente e anche capace di portare a una crescita dei livelli di coscienza collettiva. Una struttura aperta a tutti e nelle migliori tradizioni dei consigli di fabbrica che sono stati la premessa ad una nuova stagione di partecipazione finchè i confederali li hanno normalizzati.
In questa logica va esclusa ogni forma di avanguardismo sindacale, che è invece quello che si verifica costantemente. Scioperi di esigue minoranze che vengono fatti passare per scioperi generali o categoriali che, oltre a screditare coloro che li indicono, mettono in evidenza un rapporto sbagliato con quella che viene definita base.
La domanda è semplice: può il sindacalismo di base sopravvivere come sindacatino di minoranza o questa è non solo la logica del sindacalismo autonomo, ma anche un esplicito atto di accusa contro chi pensa di poter prescindere dalla realtà e dai modi e tempi dell’azione di massa?
Agire diversamente copre soltanto interessi di autoreferenzialità e anche di bottega, nel vero senso della parola.

Il discorso critico sul sindacalismo di base non mira però a buttare il bambino con l’acqua sporca, anzi. Il sindacalismo di base è stato una buona esperienza, ma ora è arrivato il momento di ridiscuterne il modello e la funzione.
Non si tratta di rivedere solo i metodi di funzionamento, ma di capire il ruolo che deve svolgere in questa fase. Perchè non è possibile scindere le due cose, nel senso che per crescere, diventare rappresentativo e non svolgere, come adesso, una funzione marginale, bisogna andare ai contenuti.
Contro il monopolio confederale della rappresentanza e per l’autonomia della contrattazione basata sugli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici abbiamo costruito la prima fase del sindacalismo di base, ma questi sono solo i presupposti.
Oggi non si tratta più di cavalcare la grande ondata delle proteste. Quelle operaie sono state stroncate a partire dagli anni ’80, quelle del pubblico impiego e dei servizi dalla riforma della contrattazione, dal blocco dei contratti, dalle privatizzazioni, dall’introduzione del precariato e dalla normativa pesante sul diritto di sciopero. Nel pubblico impiego lo sciopero è divenuta una formalità.
Allora come si superano queste difficoltà?
Intanto, come si è detto, riorganizzando un tessuto unitario del sindacalismo di base contro logiche autoreferenziali. Ma oltre a questo bisogna cogliere un dato nuovo che la situazione ci pone e cioè che senza un ruolo forte di impegno politico che riguarda le condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici, dei disoccupati, dei pensionati, uscendo dal terreno strettamente vertenziale, non si può dare slancio e fiducia e soprattutto rappresentanza ai loro interessi. Finchè nel paese non interverrà un soggetto che in maniera diretta sappia organizzare un movimento con queste caratteristiche la rappresentanza nei singoli posti di lavoro rimarrà soggetta a tutte le difficoltà che la situazione oggettiva ci presenta.
I posti di lavoro rimangono ovviamente il punto di partenza dell’organizzazione, ma la resistenza che in essi si esprime, nel pubblico e nel privato, deve coniugarsi con un protagonismo qualitativamente nuovo che dimostri che in Italia si è capaci di lottare per interessi veri che riguardano decine di milioni di persone. Solo operando questo passaggio si potrà portare avanti un’esperienza come quella del sindacalismo di base che non ha trovato ancora il modo di scrollarsi da dosso il metodo sessantottesco dell’autoreferenzialità e del minoritarismo. Che poi è anche la strada facile, ma inutile, di chi invece di guardare la luna vede solo il dito che la indica.
Su come affrontare queste cose il dibattito è aperto, ma alcuni punti fermi vanno messi, per evitare che tutto scada in proposte fantasiose che per lo più parlano inglese.

Alcune proposte che si possono avanzare e discutere.

1. Lanciare nei posti di lavoro, contro l’accordo del gennaio 2014, la parola d’ordine della resistenza contro la repressione dei diritti sindacali e fare del prossimo 25 aprile un momento di manifestazione di massa dei lavoratori. Nel contempo lanciare la proposta di legge sul diritto di rappresentanza che va collocata all’interno del fronte di lotta contro la legge di riforma costituzionale, la legge 107 sulla scuola, il jobs act e la legge elettorale.

2. Affrontare in termini generali la condizione sociale dei lavoratori, del precariato, dei bassi salari, delle pensioni, dei disoccupati, attorno allo slogan Lavoro e Dignità, uscendo, senza ovviamente abbandonarlo, dal particolarismo contrattuale e sfidando la logica liberista in una prospettiva di rovesciamento. Di landinismo si muore, ma bisogna cogliere l’importanza di certe campagne e saperle riproporre in una versione assolutamente diversa.

3. Impegnarsi nella battaglia sul pubblico impiego in maniera innovativa. Innanzitutto c’è uno scontro ancora in atto sulla scuola con la possibilità di referendum a cui un apposito comitato sta lavorando. La questione scuola (legge 107) è una cosa che non può riguardare solo le organizzazioni interne alla categoria, sia per la valenza sociale che per il fatto che essa è stata e per certi versi rimane una punta di lancia nello scontro col governo da parte di un settore, il più grande, dei pubblici dipendenti.
Non solo la scuola, ma l’intero settore pubblico è sotto attacco e le motivazioni strumentali sono chiare. Anche in questo caso bisogna rovesciarne la logica accettando la sfida che il governo ha lanciato e anche qui c’è ormai bisogno, come nel privato, di uscire da pure logiche categoriali e costruire un asse d’intervento che leghi lo scontro tra pubblici dipendenti e governo alla questione della Funzione Pubblica (la res publica) in termini di servizi e di strutture al servizio dei cittadini. Senza questo passaggio è dubbio, come dimostra la vicenda quasi decennale del mancato rinnovo dei contratti, che si riesca ad avere una capacità di risposta dei pubblici dipendenti.
Anche i trasporti, come l’insieme dei servizi pubblici sia dello stato che degli enti locali, vanno compresi in questo discorso. Dobbiamo evitare che le motivazioni della lotta di questi settori anneghino nelle procedure disciplinari, nelle normative antisciopero e nelle invettive dei giornali di regime.
Anche qui le vicende del passato dovrebbero insegnare qualcosa, a partire da quella delle ferrovie.

 

Su questi temi leggi anche il documento uscito dalla Assemblea di Pubblico Impiego in Movimento (Bologna, 9 aprile 2016)

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