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“Una stessa matrice”

Pulizie etniche, nazionalismi, costruzioni di genere hanno una stessa matrice. I movimenti delle donne ci ricordano ogni giorno che prima, o insieme alle “pulizie etniche”, l’umanità ha conosciuto una “pulizia sessuale”.


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QUADERNI A PORTATA DI MOUSE
Ci sono quaderni che bisogna tenere a portata di mouse, sono quaderni da sbirciare, leggere, copiare-incollare, discutere ogni giorno. Paolo Mottana, che insegna Filosofia dell’educazione all’Università di Milano-Bicocca, ha scelto di adottare il quaderno Ci vuole il tempo che ci vuole per poterlo studiare e discutere con 200 studenti. Maria De Biase, dirigente scolastica in Campania, ha invece prenotato 50 copie dell’altro quaderno, Seminare un mondo diverso.Vuole distribuirle a 30 insegnanti. Dello stesso titolo, Giovanni Acquati, vuole portare 30 copie in America Latina, a un incontro su economia solidale ed educazione…E voi che aspettate?

 

UNA STESSA MATRICE
Pulizie etniche, nazionalismi, costruzioni di genere hanno una stessa matrice. I movimenti delle donne ci ricordano ogni giorno che prima, o insieme alle “pulizie etniche”, l’umanità ha conosciuto una “pulizia sessuale”. Qualsiasi cultura che rifiuta il dominio della violenza deve fare i conti con questo passaggio. Abbiamo dunque tutti e tutte bisogno di riconoscere il legame tra differenziazione dei sessi e pulizia etnica, costruzioni di genere e nazionalismi. Abbiamo bisogno, spiega Lea Melandri, soprattutto delle elaborazioni originali che ne hanno fatto alcune associazioni femministe in diversi territori, a cominciare dalle Donne in nero di Belgrado
LEA MELANDRI

L’INSULTO
Maria Galindo, femminista del Collettivo Mujeres Creando, è di certo tra le donne che hanno ricevuto più insulti nel mondo. La sua lunga e coraggiosa attività creativa, in un paese tutt’altro che facile come la Bolivia, è sempre stata segnata da azioni dirompenti e provocatorie nei confronti del domInio maschile e dell’ipocrisia dello Stato e della Chiesa cattolica. È dunque in primo luogo l’esperienza che la spinge a riflettere sulle possibilità concrete di neutralizzare la portata e la valenza politica di comportamenti – quasi sempre ispirati dalla debolezza, dall’incapacità di confronto e dalla frustrazione – che però acquisiscono efficacia solo nel momento in cui fanno male. Quando l ’insulto incontra indifferenza o ironia, perde invece ogni possibilità di umiliare o di screditare la persona che lo subisce. Per questo ridere di un insulto che ci viene diretto non è solo un segno di forza ma un atto politico che afferma una grande e bella libertà
MARIA GALINDO

IL TEMPO LUNGO DEL TERREMOTO
Sì, certo, è in pochi istanti che i soffitti si accartocciano e travolgono le cose e tutta la vita che c’è intorno. E poi l’affanno di estrarre dai detriti chi ancora respira. Certo, questione di ore, a volte minuti. Eppure, sotto terra, il terremoto cresce e si prepara in tempi geologici, con forze gigantesche e lentissime. Non possiamo pensare di rispondere a quei tempi, a forze così grandi e profonde, solo con azioni rapide e soluzioni veloci, talvolta tanto veloci da rivelarsi pura propaganda. In che percentuale pesano, oggi, la pressione mediatica che impone l’immediatezza di un titolo rassicurante e le scandalose attese del passato (la gente del Belice ha atteso una casa per 46 anni) sulla realtà concreta di prospettive e soluzioni che affermino la sicurezza ma anche la dignità dell’esistenza delle comunità e delle persone colpite? L’elaborazione concettuale di un’indiscutibile emergenza non può cancellare la necessità di un lavoro in un tempo diverso, non deve diventare rimozione frettolosa e superficiale delle complessità che le macerie portano con sé. I terremoti non arrivano, ritornano. Il loro tempo è circolare. Alla luce di quanto sta accadendo, in questa serata del 26 ottobre, ci sembra utile condividere e far circolare nuovamente lo sguardo lungo sul terremoto che esprime questo articolo scritto per Comune poco più di un mese fa
F. Brasini e D. Modonesi

LA PARTITA CHE GIOCA CASETTA ROSSA
Non se ne andranno mai. Se a Roma c’è uno spazio pubblico dove non ha alcuna possibilità di mettere radici l’astrazione che maschera da tecnicismi le volontà politiche e da innovative gestioni della cosa pubblica le triviali logiche aziendaliste, quello è la Casetta Rossa di Garbatella. L’ultima velenosa minaccia all’autogestione di un’esperienza amata come poche altre viene dalla scadenza dei termini sottoscritti in una Convenzione di fatto estorta dalla Giunta Alemanno. Dopo aver saggiato la capacità di resistenza del collettivo che ha trasformato una baracca senza tetto e una discarica alberata in uno spazio colorato di convivialità che fa felici i bambini, mette il pane nel forno e accoglie scrittori e artisti d i fama internazionale, la nuova giunta municipale ha generosamente concesso una proroga. In una città segnata da cicatrici nel tessuto sociale e culturale sempre più profonde, la partita è appena cominciata. Chi si illude di poterla giocare come fosse solo una pratica (rognosa) da sbrigare ha fatto male i conti, perché le regole di una partita come quella sono come le regole della vita, si inventano ogni giorno. E, generalmente, prevalgono le ragioni di chi può schierare più tenacia e più fantasia, quelle del cuore Luigi Di Paola

RIBELLARSI FACENDO IL BIKEMAN
Molti lettori e lettrici di Comune hanno imparato a conoscere Paolo Rotafixa Bellino per i suoi racconti su come le bici sono in realtà soltanto delle matite travestite che – quasi sempre senza (e a volte con) una risonanza istituzionale – si divertono a ridisegnare territori e relazioni sociali. Il risultato finale è sempre piuttosto sorprendente quanto piacevole. Da qualche giorno Paolo è diventato il responsabile dello sviluppo della ciclabilità di Roma. Le notizie a questo punto sono tre. La prima: questa città non aveva mai avuto un bike manager. La seconda: la sua nuova responsabilità può avere un esito positivo. La terza: Paolo è convinto che la bicicletta resti un induttore di felicità
PAOLO BELLINO

LE DUE MARIE E LA LEGGE CHE ORA C’È
“Iniziano presto ad andare in campagna. Offrono le loro braccia adolescenti e continuano con la menopausa e l’osteoporosi… Partono alle tre di notte nei pullman per andare in provincia di Bari o fuori regione, in provincia di Matera… Un giorno sentirono che non potevano più sopportare la stanchezza – scrive Rosaria Gasparro -, che si era mescolata con la rabbia e la dignità e che quello era il momento per dire basta. Scesero dall’auto, chiamarono i sindacati e la polizia, bloccarono i pullmini dei caporali, in cui viaggiavano il doppio delle donne che potevano contenere, quelle donne che dovevano fuggire nei campi ogni volta che venivano fermati a un posto di blocco, che in caso di controllo dovevano dire che era i l loro primo giorno di lavoro, che avevano solo cinque minuti per andare al bagno anche quando il ciclo lo richiede ancora. Iniziarono una protesta che interessò altre donne dei comuni vicini, assemblee infuocate tra insulti e minacce, loro che arrivavano scortate. Ce la fecero, riuscirono ad organizzare l’autogestione che durò quasi dieci anni….”. Le legge contro il caporalato appena approvata viene da lontano. Raccoglie anche la ribellione di tante donne, che hanno trasformato stanchezza, rabbia e dignità in autogestione e denuncia. La legge tanto attesa, pur con i suoi limiti, ora c’è
ROSARIA GASPARRO

SONO LE PERSONE A FARE LE CITTÀ
Il mercatino bio, la scuola di arabo, la falegnameria sociale, la ciclofficina, gli incontri sul riuso degli immobili non o male utilizzati. A Milano dicono che La Stecca è prima di tutto uno “spazio (autogestito) condensatore delle energie del quartiere”. In un evento organizzato qui sulla rigenerazione urbana hanno detto che la città la fanno le persone. Non c’è dubbio
PAOLO CACCIARI

IL PAESE DEI MIGRANTI E DEL CHIOCOLATO
“Abbiamo cominciato a considerare il nostro paese come fosse l’ombelico del mondo – dice il sindaco – Noi abbiamo classi elementari con una popolazione di immigrati che raggiunge il 50 per cento in alcuni casi… Non ci è mai venuto in mente di aprire uno sportello per gli stranieri. Abbiamo invece lavorato per formare il personale di tutti gli sportelli e uffici esistenti…”. Da queste parti avrebbero potuto chiudersi, arroccarsi. Hanno scelto invece la strada più complessa, quella dell’apertura e del cambiamento. Accade in Emilia Romagna. Ovviamente non si tratta di Goro e Gorino ma di Novellara
MARCO BOSCHINI

L’ETÀ DELLA GRANDE RECLUSIONE
I muri si alzano per chilometri e chilometri, in tutto l’Occidente ma anche in diverse altre zone del mondo. L’ansia patologica del controllo di frontiera non serve per lo più a respingere gli “stranieri” ma i poveri in fuga dalla guerra, dalla desertificazione o dalla fame. I ricchi entrano ovunque. Questa “nuova” guerra ai poveri ci riporta al XVII secolo, quello della Grande Reclusione, come lo definiva Fernand Braudel. La disinformazione di massa, con i bombardamenti quotidiani dei grandi giornali e dei telegiornali, è uno dei cardini su cui poggia la costruzione del consenso alla causa bellica. Provate a ch iedere alla stragrande maggioranza delle persone che conoscete di indicarvi, almeno in linea di massima, qualche cifra sul numero dei migranti o dei rifugiati, per esempio sui Siriani che vengono accolti in Europa e quelli che riparano in Libano o in Giordania in relazione al numero degli abitanti presenti. Vi renderete presto conto che pochissimi hanno idee vicine alla realtà e quasi nessuno ritiene indispensabile avere un quadro esatto dei fenomeni di cui si parla quasi ogni giorno
TONINO PERNA
 

SIAMO NELL’OCCHIO DEL CICLONE
Sono trascorse solo poche settimane dal tremendo passaggio del tifone Matthew, i riflettori mediatici sono spenti da tempo, perfino su Haiti e i suoi mille morti. Come al solito. Non si è trattato di un fenomeno naturale estremo ma dell’ennesima conseguenza del continuo riscaldamento dell’atmosfera e delle acque. Possibile che continuiamo ad ignorare come e perché si formano i cicloni e le piogge, cosa determina lo scioglimento dei ghiacciai, quali sostanze inquinano l’aria che respiriamo e i frutti che inghiottiamo? I governi non hanno smesso di traforare montagne, di estrarre materie nocive dalla terra, di lanciare ponti sui mari e alzare grattacieli nei centri urb ani. In queste settimane, per chi avesse la voglia di ascoltare, ci sono stati molti altri segnali che indicano l’urgenza di cambiare radicalmente rotta
ALBERTO CASTAGNOLA

EDUCARE ALLA PACE. MA COSA SIGNIFICA?
Al tempo della guerra permanente ci sono pochi temi importanti come l’educare alla pace. Il problema è rompere quel buonismo che svuota di senso la parola pace e ripartire dal bisogno di imparare a gestire i conflitti ogni giorno, con i bambini ma anche con comunità di adulti. “La guerra nasce nei cuori dei piccoli quando li si educa a essere principi unici e li si esalta per un principato che esclude le ragioni dell’altro, i procedimenti dell’altro, le debolezze e i punti di forza dell’altro. Nasce così e si perpetua nella Storia dei popoli – scrive Claudia Fanti – La guerra è qui, nei nostri condomini, nei nostri giardini, nei giocattoli, nei cortili, in spiaggia, in montagna e t ante volte nella nostra scuola dei piccoli quando non li aiuta a gioire delle proprie scoperte, a mediare i conflitti, a imparare a diventare maestri di se stessi, quando li differenzia con scale di giudizio o parole giudicanti… La via della pace è fatta di scalini che andrebbero saliti ogni giorno insieme”
CLAUDIA FANTI

COMUNICARE IL SOCIALE
Roma: giornalismo, comunicazione web, gestione di un blog/sito.
R.C.

 

 

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