“La leggenda di Toro Scatenato”

“Mi conoscono come il “Toro del Bronx”. La mia vita controversa è stata piena di battaglie, contrarietà, rabbia e voglia di rifarmi. Ancora adesso, dopo anni che mi sono ritirato dal ring, la rabbia non mi è completamente passata. Ho avuto sempre tanti problemi. Non so se me li sono andati a cercare o sono venuti a cercarmi”.

 

 

Inedito di Gianni Minà: intervista a Jack La Motta

La leggenda di Toro Scatenato

di Gianni Minà

“Mi conoscono come il “Toro del Bronx”. La mia vita controversa è stata piena di battaglie, contrarietà, rabbia e voglia di rifarmi. Ancora adesso, dopo anni che mi sono ritirato dal ring, la rabbia non mi è completamente passata. Ho avuto sempre tanti problemi. Non so se me li sono andati a cercare o sono venuti a cercarmi. Ma non sono mai riuscito a cambiare il verso delle cose. Quante mogli ho avuto? Troppe. Quanti figli? Troppi. Eppure, se rinascessi, vorrei vivere la stessa vita”.

Jack La Motta parla di se stesso con l’amarezza e l’ironia di sempre stampate sul faccione. Ha un’aria grezza, solida, eppure è uno dei pugili più sensibili che abbia avuto la ventura d’incontrare. E’ un uomo (come ha detto Robert De Niro che lo ha interpretato in un film memorabile, “Toro scatenato”) sempre ammalato di gelosia. E’ stato geloso del fratello, dei parenti, delle donne che ha avuto, degli amici, degli avversari, eppure, malgrado questo sentimento condizionante, ha sempre tentato di dare una spiegazione ai suoi furori, alla sua violenza, alla sua fragilità, alla sua sensibilità.
“Io vengo da una zona di New York molto povera. C’erano molte brave ed oneste persone in quelle strade ma niente era completamente buono o completamente cattivo. Credo che come tutti ho solo dovuto imparare a sopravvivere, soprattutto perché ho sempre avuto fame. Mi capisce?”.

Faccio cenno di si e La Motta sembra rassicurato nella sua diffidenza. “Sono stato compagno d’infanzia e di strada di Rocky Graziano. Hanno scritto che venivamo dal Bronx. Non è vero. Tutti e due siamo “animali” della parte orientale, bassa di New York. E’ li, in quell’inferno, che siamo cresciuti, non nel Bronx. Noi siamo dell’East Side, non lontani dal porto. Il nostro vicinato era povero, molto povero. Era proprio duro sopravvivere. Mio padre ha lavorato come una bestia e quando ha potuto respirare se ne è ritornato da dove è venuto, a Trieste, anche se era nato a Messina. Adesso ho un fratellastro in Italia e due sorelle e due fratelli qui a New York. Uno di questi fratelli mi ha fatto anche da manager per un certo periodo della mia vita, ma non siamo andati sempre d’accordo, io non sono un tipo facile. D’altro canto niente è stato facile per me, fin dal momento in cui ho cominciato a capire qualcosa del mondo che mi circondava. Così prima di iniziare a boxare come professionista, credo di aver sostenuto almeno un migliaio di risse nel quartiere. Ho rubato, sono finito in riformatorio e Rocky Graziano era sempre al mio fianco. Sa, la povertà rende le persone violente e ci fa crescere con l’odio in corpo senza fiducia nel prossimo. E’ un fatto naturale, le giuro che succede sempre”.

Non ho incontrato molti intellettuali né in Europa né negli Stati Uniti che mi sappiano dire cose così importanti con tanta semplicità. Eppure La Motta è uno degli esempi più ricorrenti quando si vuole sottolineare la bestialità nella boxe. La vita certamente gli ha insegnato a conoscersi, a scavare dentro se stesso, ma La Motta è anche l’immagine di come un mestiere duro, crudele, violento, cattivo, nasconda come tutte le cose della vita anche una faccia migliore, più dignitosa di altre attività umane giudicate più limpide, più serie, perfino più oneste.
“Con Rocky Graziano siamo finiti al riformatorio. Avevamo rubato qualcosa, nemmeno mi ricordo cosa. Sa, noi eravamo dei ladri molto sofisticati: rubavamo solo cose che iniziavano con il numero uno, una bicicletta, una pelliccia, una macchina…ecco come siamo finiti al riformatorio! Facevamo anche il rock and roll. Non si stupisca, noi siamo dell’epoca del Boogie-woogie, lo so. Ma in inglese “rock” vuol dire “pietra” e “roll” “rubare”, e noi colpivamo con un sasso la persona che volevamo rapinare e poi ce la davamo a gambe.

Non molte persone sanno queste cose, mi fa piacere raccontargliele. Ma c’è ancora qualcosa che voglio rivelare: Rocky Graziano è stato il mio maestro di dizione. Mi diceva: “Jack, se vuoi parlare come me devi riempirti la bocca di biglie di vetro e poi eliminarle una alla volta. Una volta che avrai restituito tutte le biglie, allora parlerai come me”. Lei ha capito come parla Rocky Graziano? Forse no, e allora le faccio un altro esempio. C’era una volta un tale che diceva al suo manager “Io, io, io, io voglio combattere contro Rocky Graziano. Io, io, io, io voglio combattere contro Rocky Graziano” e il manager allibito replicava “Quante volte te lo devo dire che sei tu Rocky Graziano!”. Sa, io lo prendo sempre in giro Rocky. E’ un po’ suonato, ma è simpatico. Lui dice le stesse cose di me. Siamo amichevoli nemici, ma forse la verità è che non siamo mai cresciuti io e Rocky”.

C’è quasi tenerezza nei ricordi di La Motta. In realtà il suo problema è stato una sensibilità quasi morbosa e una fragilità di carattere incredibile per chi lo vedeva così sicuro, così arrogante sul ring. La Motta comunque non ha pudore nell’ammettere la sua instabilità di carattere. “Quando avevo poco più di dieci anni, ero un “teddy boy”, ma non per soldi, probabilmente solo per mancanza di sicurezza, così ho scoperto che litigare, picchiare e prendere le botte risolveva un po’ i miei problemi. Mi faceva sentire meno sconfitto. Mi piaceva combattere perché ho scoperto subito di essere bravo e la boxe sublimava tutto questo. La boxe è un mestiere nel quale devi essere bravo, se sei un mediocre ti uccidono. In altre attività umane puoi anche essere poca cosa, nella boxe non ti è permesso altrimenti possono essere guai. Io avevo una grande determinazione. Sapevo che la mia famiglia oltre ad avermi dato la vita non poteva dirmi nient’altro, anzi ero io a dover tirare fuori tutti loro dalla povertà. Dovevo dare alla mia famiglia sicurezza, mi piacesse o no. Per questo ho subito cominciato ad allenarmi duro. Combattere poi ha reso tutto più facile perché, evidentemente, era l’unica cosa che sapevo fare nella vita. Sapevo rubare e sapevo fare a pugni. Non avevo paura, pensavo che nessuno mi potesse mai far male. Anni dopo, quando ho incominciato ad andare dallo psicologo, ho scoperto che mi autosuggestionavo, con l’idea che nessuno potesse farmi male. Il potere della suggestione era grandissimo ed ha funzionato. Salivo sul ring convinto che nessuno mi potesse mettere sotto. E ho quasi sempre avuto ragione”.

E’ facile capire perchè Robert De Niro abbia praticamente imposto a Martin Scorsese di fare un film ispirato alla vita del “Toro del Bronx”. “De Niro stava girando, in Italia, il film “Novecento” di Bernardo Bertolucci. Per caso si era portato dall’America un libro che un amico gli aveva regalato senza nessun tipo di segnalazione. Era l’autobiografia di Jack La Motta”.

“Lo lessi tutto d’un fiato, in una notte. Mi affascinò subito questo uomo-contro, questo uomo incapace di farsi accettare da chiunque, la storia di questo uomo geloso, diffidente, antipatico a tutti eppure capace di lottare da solo con cocciutaggine e insieme violenza e sensibilità. Poi avevo letto questa affermazione di La Motta: “Non so perchè combattevo con un particolare stile sul ring. Senza dubbio avevano ragione quelli che mi accusavano di prendere troppi colpi. Ma io credo che inconsciamente volevo essere punito. Vincevo, ma subivo punizioni che non meritavo e forse potevo evitare, solo perchè, in fondo, mi piaceva”. Credo che l’affermazione, da sola, valesse un film”.

La frase rivelata da De Niro è vera. Il “Toro del Bronx” così la commentava: “All’epoca in cui ero il più bravo peso medio della boxe non sapevo niente di psicologia e non sapevo perchè uno si vuole punire o si punisce. L’ho capito dopo, quando mi hanno spiegato che nella vita è come se avessi sempre cercato di mortificarmi. Sceglievo senza pensare, per istinto. Ci sarà stata una ragione a tutto questo. Lo Psicologo ha anche affermato che il mio modo di stare sul ring era una scelta auto-punitiva. Se lo dice lui…”.

La Motta, come tutti i pugili, ama parlare di se stesso, ma ha un senso di pudore nel ricordare le sue imprese, i suoi successi, anche le sue sconfitte. Col tempo ha scoperto che la sua vita non è stata una vicenda qualunque. Per questo non vuole parlare solo di boxe. Così ad un certo momento siamo riusciti a portarlo per mano anche verso i ricordi veri del ring.

“Sono diventato professionista a 18 anni. Il primo anno ho guadagnato dieci mila dollari lordi. Nel secondo già centomila. Vincevo quasi sempre e, non so perchè, cercavo spesso di frantumare l’avversario che avevo di fronte. Non ero capace di accontentarmi, di vincere soltanto. Quello che il film “Toro scatenato” vi ha raccontato è vero. Feci a pezzi il povero Yaniro solo perchè mia moglie aveva detto che era un bel ragazzo. Quella sera non c’era nessuno al mondo capace di convincermi che bastava vincere. No, Yaniro io dovevo proprio spezzarlo! Certo, ero forte e potevo permettermi queste scelte, salvo quando ho incontrato “Sugar” Ray Robinson. Sugar era molto più esperto, anzi, era più bravo di me. Ci ho combattuto sei volte e l’ho superato una volta sola. Accadde nel febbraio del ’43. Avevo perso il primo incontro ai punti ed avevo una rabbia in corpo che sembravo un tornado. Quella sera Robinson, per la prima volta, dopo 140 incontri, mise il culo per terra. Credo che quella fu la sua prima sconfitta da professionista ed anche la prima volta che le sue natiche toccarono la pece del ring. Poi ci siamo ritrovati ancora quattro volte. Nella terza avevo vinto ancora io, ma i giudici avevano scelto lui, come nel quarto match; anzi, in questa occasione stavo nuovamente per spedirlo a terra. Il gong lo ha salvato e due giudici hanno realizzato addirittura il miracolo di farlo vincere. La verità è che finivamo sempre sullo stesso piano, ma io ero un matto isolato che faceva tutto da se. Sugar Ray era una vera fabbrica di spettacolo, ma aveva dietro le spalle anche gente influente. Io ero il manager di me stesso, lui invece era spalleggiato da chi sapeva di poter costruire sul suo valore un grande affare. Così perdetti anche la quinta volta. Poi lo persi di vista. Ci saremmo ritrovati anni dopo, per il titolo mondiale, una sera in cui la nostra battaglia fu definita “il massacro di San Valentino”.

Lo stile, il modo di combattere, il carattere ispido: tutto questo ora risulta affascinante, allora però fu il limite di Jack La Motta, malgrado fosse considerato un pugile quasi imbattibile. Lo poteva superare Robinson o un maestro di scorrettezze come Fritzie Zivic ma, se no, era quasi impossibile superarlo. Sembrava scolpito nell’acciaio e anche quando stava per soccombere trovava sempre in sé la forza di riprendersi: “Ho avuto sempre problemi a combattere fra i pesi medi perchè in realtà io ero un medio massimo. Ma in questa categoria avrei guadagnato troppi pochi soldi e a me ne servivano tanti, all’inizio per la fame e successivamente per il verso che la mia vita aveva preso. Credo che nel corso della mia carriera, durante gli allenamenti che precedevano gli incontri, avrò perso almeno quattro mila pounds di peso. Una fatica boia. Salivo sul ring incazzato anche per questo, ma rischiavo sempre che le energie, prima della fine dei round, mi abbandonassero. Per fortuna trovavo sempre dentro di me la forza per andare avanti. Eppure non sarei riuscito a diventare campione del mondo se non avessi venduto l’anima, anche solo per una sera”.

La Motta è uno di quei pochi pugili al mondo che ha deposto davanti alla commissione senatoriale che indagava sul crimine organizzato, la famosa commissione senatoriale “Keefower”. Ed è anche uno dei pochi campioni che ha ammesso di aver perso un match volutamente. “Ma non per turlupinare il pubblico. Soltanto vennero a dirmi che, se avessi perso contro Billy Fox, la mia lunga corsa verso il titolo mondiale finalmente sarebbe finita. Ero stanco di aspettare e accettai. Lo so, è incongruo. Se ero ancora li ad aspettare la mia occasione era perché mi ero sempre negato, negli anni precedenti, a questo tipo di giochi. Ma alla fine uno non ce la fa più. Ho spiegato i particolari nel libro dal quale Martin Scorsese ha tratto il film sulla mia vita. Ma non fu facile e non fu nemmeno un’offerta a buon mercato. Dopo quella notte, l’unica nella quale io abbia pianto nel mio camerino, ho dovuto aspettare ancora due anni per avere la chance mondiale”.

“La Motta, chi le ha fatto l’offerta?”, gli ho chiesto a brucia a pelo. “Non ho detto una cosa del genere neanche davanti alla commissione senatoriale “Keefower”, e dovrei dirlo a lei?”. Cerco di aggirare la diffidenza che è ricomparsa sul suo viso: “Ma perché lei non stava con le persone giuste?”. E intendo con giuste quelle che gli sarebbero servite, non quelle più oneste. La Motta distende la bocca in un sorriso più conciliante. “Quando sono uscito dal riformatorio, dove ho imparato a fare la boxe, non avevo nessuna voglia di avere a che fare con i delinquenti. Avevo l’illusione di poter fare da solo rispettando la legge. I fatti per molto tempo mi hanno dato ragione. Lo so, adesso lei potrebbe dire: ma a 26 anni come faceva a non avere ancora un manager nella boxe dell’epoca? Beh, io ero convinto che tutto quello che mi serviva era combattere, combattere contro chiunque e vincere. Io lo facevo. A che cosa sarebbe servita una persona che mi succhiava i soldi? Ma ho dovuto ricredermi”.

“Della commissione senatoriale “Keefower” cosa ricorda?” Ho insistito.
Jack era perplesso. “Dopo che avevo ammesso di aver volutamente e platealmente perso il match con Billy Fox per ko al quarto round, mi mandarono a chiamare a Washington. Raccontai tutto, anche che dovetti aspettare altri due anni per avere finalmente la possibilità di battermi per il titolo e anche l’avidità di chi mi aveva fatto l’offerta, capace di succhiarmi altri venti mila dollari dalla borsa prima di permettermi di disputare il mondiale e mettere ko, la sera del 18 maggio del ’49, Marcel Cerdan”.

La Motta racconta con un linguaggio semplice, essenziale, senza pudori e senza paura. Mentre lo martelli con l’intervista, la sua compagna del momento, spesso gli ripete o gli spiega la domanda. Jack, ad un certo punto, legge la sorpresa sul nostro viso: “No, non dovete pensare che io sia rimbambito. Non è che la boxe mi ha lasciato in cattive condizioni. Ho dei problemi di udito per una operazione che ho avuto da piccolo al mastoide. Una grave operazione. Sentivo male da un orecchio e ora ci sento peggio”.

Ci guarda con aria ironica, strafottente. Poi, come tra sé e sé, continua: “Si, è vero, molte persone si sono approfittate di me ed è per questo che io non mi fido. Non succede sempre, ma di molta gente non mi fido. Mi basta guardarli in faccia, non mi sbaglio mai”.

La boxe ha avuto un padrone, un dittatore assoluto dagli anni ’30 agli anni ’60, Frankie Carbo. E’ probabile che nell’offerta fatta nel 1943 a La Motta di perdere contro Billy Fox per far saltare il banco delle scommesse ci sia stato lo zampino di questo personaggio. Ma La Motta ancora adesso giura di non saperlo. “Non so chi decise quell’operazione e diresse il gioco. So che me l’hanno offerto e l’ho fatto perchè, in quel momento, era l’unica scelta che mi restava per continuare a puntare in alto. Ma tu, credo, vuoi sapere di Frankie Carbo. Io potrei dirti che era un’ottima persona, ma potrei anche dirti che era un pessimo soggetto. Non ho mai avuto a che fare con lui, anche se sono sicuro che Carbo avrebbe voluto avere a che fare con me. Ma io stavo da solo contro tutto il mondo. Ora, se ci ripenso, so che avrei potuto fare molti più soldi se avessi lavorato d’accordo con il cosiddetto “sindacato”, ma sono contento di aver fatto a modo mio. Non ho mai dovuto rispondere a nessuno delle mie azioni e non mi sono pentito di come ho vissuto salvo quella notte dopo la sconfitta con Billy Fox. La determinazione e la sicurezza in me stesso mi hanno comunque spinto a continuare anche nei momenti difficili”.

Mi accorgo che La Motta ci ha raccontato più delle sue sconfitte come uomo che delle sue vittorie da campione. E’ l’ora di stanarlo e di spingerlo ad abbandonare quell’atteggiamento di auto-punizione che ha fatto parte della sua vita. Gli chiediamo di ricordare la sera in cui conquistò il titolo mondiale contro Marcel Cerdan, l’idolo di Francia, grande amore di Edith Piaf, la cantante nella quale un’intera nazione si riconosceva.

“Cerdan aveva conquistato il titolo distruggendo Tony Zale, il polacco di ferro che aveva fatto chiudere bottega al mio amico Rocky Graziano. So che l’algerino Cerdan disse poi di essersi infortunato ad un braccio e che il mio compito fu chiaramente agevolato da quell’incidente. Può essere vero. Cerdan è morto e non posso fare una polemica con lui. Posso solo dire che quella sera sono salito sul ring con l’intenzione di prendermi il titolo a qualunque costo. E quando dico “a qualunque costo”, credo sia chiaro che uno dei due poteva anche scendere a braccia dal ring. Quella sera avrei potuto combattere contro cinque Marcel Cerdan e avrei vinto ugualmente. Finalmente mi avevano dato la chance mondiale. Praticamente la inseguivo da cinque anni. Ero il più bravo da troppo tempo eppure non mi avevano permesso di dimostrarlo. Così quella notte ero praticamente invincibile”.

Marcel Cerdan, dolorosamente sconfitto, stava tornando negli Stati Uniti per la rivincita, quando l’aereo si frantumò sulle isole Baleari.

La Motta, con tutto il rispetto, ha affermato poi che quello, per Cerdan, sarebbe stato un viaggio inutile: “Non voglio togliere nessun merito a Marcel. Credo sia stato uno dei pugili migliori che l’Europa abbia mai avuto, ma affrontare me in quell’epoca era un grosso problema. Avrei potuto far fuori anche quelli più grossi e più grandi di me. Facevo male, amico mio, molto male”.

C’è ancora una storia da chiarire: perché Jack La Motta non abbia mai incontrato il suo “compare” Rocky Graziano. La domanda gli mette addosso un grande divertimento: “Non l’ho mai incontrato perchè l’avrei ucciso. No. In realtà tutti sapevano che eravamo amici per la pelle. Un incontro fra di noi sarebbe diventato una farsa; comunque per Rocky non ci sarebbe stato scampo, lui lo sa. Allo stesso modo non c’è stato niente da fare per il vostro Tiberio Mitri, un buon pugile, elegante, ma gli mancava potenza per affrontarmi. Non dico per vincere, per battermi, dico solo per affrontarmi”.

“Senta La Motta –azzardo io- molti hanno detto che Frankie Carbo aveva promesso il titolo a Tiberio Mitri e solo quando, a metà del match, si accorse che Tiberio non era abbastanza solido, aveva deciso di dare a lei il via libera…”. Il “Toro del Bronx” non si arrabbia nemmeno: “Io la mia storia gliel’ho raccontata. Così come ho ammesso di essermi fatto battere apposta da Billy Fox potrei anche dirle che avevo accettato di far vincere Mitri, ma non è vero. Non c’era niente da fare per lui. Ha combattuto contro di me nel momento sbagliato e ha perso. Chi le ha raccontato altre cose ha letto troppi libri gialli. Mitri non aveva nessuna possibilità di farcela contro di me. Invece mi stava fregando un francese, un tale Dauthuille, un campione vero. Io l’avevo preso sotto gamba. Lui invece voleva evidentemente vendicare Marcel Cerdan. Siamo arrivati all’ultimo round e mi aveva messo sotto. All’angolo mi hanno detto a brutto muso “Jack, o lo metti giù o hai perso il titolo”. Io sono uno che ha vissuto per strada. Quando mi dicono che dietro l’angolo c’è qualcuno che mi vuole fare fuori so quello che devo fare. Mancavano trenta secondi alla fine del match e ho cominciato a picchiare come un forsennato. Finalmente Dauthuille è andato al tappeto. L’arbitro ha contato fino a dieci e il francese non si è rialzato. Ancora tredici secondi e non sarei arrivato a svoltare l’angolo. Sono stato molto fortunato a vincere quel match”.

Siamo arrivati alla notte di S. Valentino, al famoso massacro del ’51: “A Chicago, anni prima, per merito di un tale Al Capone, che voi conoscete bene, c’era stato un altro famoso S. Valentino. Io e Robinson per festeggiare il nostro stesso incontro, invece di abbracciarci e baciarci, abbiamo pensato bene di spararci addosso tutti i pugni che non c’eravamo dati negli ultimi cinque assalti. Al 13° round io ero ancora in piedi con Robinson che mi stringeva alle corde e, con le ultime forze, cercava disperatamente di farmi scivolare per terra. Io non avevo più la capacità di difendermi, ma giù non andavo.Se l’arbitro avesse aspettato altri trenta secondi, credo invece che sarebbe andato giù Robinson per la stanchezza accumulata nello sforzo di picchiarmi”.

Questa intervista è del 1977. Quattro anni dopo ritrovato Jack la sera in cui Robert De Niro a Los Angeles è stato premiato con l’Oscar per la migliore interpretazione di “Toro scatenato”. Jack era felice come se il premio lo avesse vinto lui. “Sono orgoglioso che qualcuno, in questo caso Martin Scorsese, abbia ritenuto la mia vita degna di un film e sono orgoglioso che questa vita combattuta con alti e bassi abbia regalato alcuni premi Oscar agli autori e agli interpreti del film. Abbiamo lavorato tre anni perché De Niro è un attore di una professionalità incredibile. Si è allenato con me un anno prima di iniziare le riprese. Abbiamo sostenuto insieme mille round ed è riuscito a migliorare così rapidamente come pugile che adesso credo sia uno dei primi venti pesi medi al mondo. Io gli dicevo di non aver paura, di non tirarsi mai indietro, come facevo io sul ring. Dopo pochissimi giorni che avevamo iniziato ci siamo ritrovati con tre occhi neri. Lui mi ha rotto la capsula dei denti e gli è costato ben quattromila dollari per farmela rifare. E ancora, mi ha storto il setto nasale tanto che adesso respiro meno bene di prima e mi sono dovuto persino mettere dei punti di sutura al mento. Ma non credere che De Niro non si sia saziato. Mi ha incrinato delle costole, mi ha fatto saltare un dente; insomma, alla fine non mi sono più potuto allenare con lui, non aveva nessun rispetto dei miei 50 anni. Certo, anch’io colpivo duro. Per questo ha imparato in poco tempo. Da un certo momento in poi non ha avuto più paura. Attaccava, attaccava sempre come facevo io quando ero il “Toro del Bronx”. Sai, sul ring si può imparare solo così: devi vincere prima la paura e poi diventi bravo”.

C’è, nelle parole di Jack, tutto il piacere dell’esagerazione che ha fatto sempre parte della sua personalità. Ma c’è anche qualcosa di vero: De Niro ha voluto imparare a boxare esattamente con lo stile di La Motta, ha voluto imparare a tirare i pugni proprio nel modo personalissimo di Jack: “Non avrei mai creduto di diventare un modello, un esempio. Per questo sono orgoglioso. Sai, io ho avuto un sacco di delusioni e dispiaceri. Ma credo che la vita sia fatta così. Nessuno è sempre felice. Io sono stato felice per molto tempo e poi anche tremendamente infelice. Sono un uomo molto sensibile, soprattutto quando si tratta di problemi emotivi. Ho avuto difficoltà con le mie mogli anche se le ho amate tutte. Ho avuto un amore particolare con la mia seconda compagna, Vicky, quella che si vede nel film. Siamo ancora amici e forse torneremo insieme. Proprio oggi le ho parlato, andiamo ancora d’accordo, abbiamo tre figli e lei è una persona meravigliosa e con il passar degli anni diventa sempre meglio. Forse un giorno, chissà…”.

E’ singolare sentire parlare con questa tenerezza un uomo famoso per la sua violenza, la sua durezza, la sua incapacità di vivere. E’ la doppia faccia di molti di questi famosi eroi del pugilato. La Motta dice sempre “Ho sofferto molto più nella mia vita che sul ring, perchè è più facile sopportare il dolore fisico che i problemi emotivi”.

Ed è un’annotazione stupenda detta da un uomo che ha una faccia da duro. D’altro canto il fascino della boxe sta sicuramente in questo contrasto. La Motta ne è convinto. “Sai, non so cosa sente il pubblico, ma indubbiamente due uomini che si battono sul ring hanno un fascino incredibile sulla gente. Ora io non sono capace di spiegare cosa sente veramente il pubblico, ma evidentemente si accorge che il pugile è l’essere più misero e insieme più coraggioso che si possa immaginare. La gente sente che al pugile da un momento all’altro può succedere qualcosa di tragico, ma si augura che riesca a scampare e che la vita gli regali invece qualcosa di bello. Evidentemente il mondo tifa per i poveretti che devono lottare per sopravvivere, per non soccombere. Questa è stata la mia storia. E per questo, probabilmente, la gente mi ha voluto bene anche se non mi capiva”.

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