Il bambino nella valigia è ennesima fake story sulla Siria

Ma quale padre metterebbe suo figlio in una valigia, con la chiusura lampo che sega il collo al bambino e la valigia pronta a rompersi? Certo, ogni mezzo (anche una evidentissima messinscena) potrebbe essere buono per suscitare indignazione, se questa è finalizzata a un buon fine. Non si direbbe questo il caso del Corriere della Sera che in un articolo a corredo della foto, denuncia i “poco sicuri corridoi umanitari” che “le truppe di Assad stanno in qualche modo permettendo”.

 

Il bambino nella valigia: diventa virale l’ennesima fake story sulla Siria

 

Ma quale padre metterebbe suo figlio in una valigia, con la chiusura lampo che sega il collo al bambino e la valigia pronta a rompersi? Certo, ogni mezzo (anche una evidentissima messinscena) potrebbe essere buono per suscitare indignazione, se questa è finalizzata a un buon fine. Non si direbbe questo il caso del Corriere della Sera che in un articolo a corredo della foto, denuncia i “poco sicuri corridoi umanitari” che “le truppe di Assad, in stretto coordinamento specie con i comandi russi, stanno in qualche modo permettendo”.

Certo, “poco sicuri” in quanto i “ribelli”, così cari all’Occidente, spesso, sparano su chi riesce, finalmente, a scappare da una prigione nella quale erano stati segregati da sei anni. E sparano pure sulle manifestazioni degli abitanti dell’area di Ghouta che, in corteo con le bandiere dello stato siriano, chiedono alle truppe di Damasco di venirli a salvare. Immagini che non vedrete certo sui media mainstream; così come non vedrete neanche i pullman carichi di jihadisti e altri tagliagole spacciati per “ribelli” ai quali, in questi giorni, le autorità di Damasco – così come hanno fatto anche ad Aleppo – hanno garantito un lasciapassare al fine di scongiurare un altro bagno di sangue nella popolazione che tenevano in ostaggio. Ribelli disarmati ed evacuati sotto il patrocinio della Croce Rossa Internazionale, non come quelli di Mosul fatti allontanare dagli USA, in gran segreto e carichi di armi, anche pesanti, in cambio del loro impegno a continuare la mattanza in Siria.

#ChildrenUnderAttack intitola ora l’UNICEF in un tweet corredato dalla stessa foto. Certo, “bambini sotto attacco”. Ma, forse sarebbe stato il caso di usare lo stesso hashtag quando i “ribelli” mandavano bambini di Ghouta a fare i kamikaze. Guardate questo video, girato nel 2016: le due bambine, “indottrinate” dal “ribelle” di turno si sono poi fatte esplodere a Damasco, davanti ad una stazione di polizia.

Francesco Santoianni

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