“Ho capito che anche la mia vita era in pericolo”

Con gli occhi pieni di gioia e tristezza insieme, appena ha riconosciuto il logo di Emergency F. si è avvicinato alla nostra clinica mobile al molo di Augusta, in Sicilia. “Sono stato nel vostro ospedale a Kabul proprio due mesi fa…”: nella sala di attesa, prima della visita con il medico, ha cominciato a raccontarci la sua storia.

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  Giardino del nostro Centro chirurgico di EMERGENCY a Lashkar-gah in Afghanistan
“HO CAPITO CHE ANCHE LA MIA VITA
ERA IN PERICOLO”
La clinica di Emergency nel porto di Augusta in Sicilia
Con gli occhi pieni di gioia e tristezza insieme, appena ha riconosciuto il logo di Emergency F. si è avvicinato alla nostra clinica mobile al molo di Augusta, in Sicilia. “Sono stato nel vostro ospedale a Kabul proprio due mesi fa…”: nella sala di attesa, prima della visita con il medico, ha cominciato a raccontarci la sua storia.

In Afghanistan F. era giornalista e lavorava per una importante televisione. Conosce il nostro ospedale di Kabul perché è dovuto venire a riconoscere il corpo di un suo collega, deceduto in un attentato avvenuto vicino al loro posto di lavoro. “Gli attentati ai giornalisti sono diventati la quotidianità in Afghanistan. Dopo aver visto morire tanti colleghi, ho capito che anche la mia vita era in pericolo: ho provato a richiedere un visto a diverse ambasciate europee, ma nessuno me lo ha concesso. L’unica via per scappare da quella realtà era fuggire.

Sono riuscito a imbarcarmi dalla Turchia e dopo otto giorni di viaggio finalmente abbiamo visto le coste italiane. Ho fatto un balzo di gioia, finalmente intravedevo una speranza, ma in quel preciso momento la mia valigia è caduta. Dentro ci tenevo i documenti, gli articoli che ho scritto, il tesserino da giornalista… mi sono tuffato in acqua dalla barca per riprenderli, erano la mia unica speranza per ottenere qualche forma di asilo in Europa. Non so nuotare, ho ingerito molta acqua salata… ma fortunatamente l’ho recuperata. Io e i miei documenti siamo salvi”.

F. non sa che, per l’Unione Europea, l’Afghanistan è un “Paese sicuro” in cui potrebbe essere rimpatriato.

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LA STRAGE DELLE CAMPAGNE INVISIBILI
Negli ultimi giorni, in Puglia, 16 braccianti hanno perso la vita a causa di gravi incidenti stradali.

Dietro questi incidenti, però, c’è altro. È una strage di lavoratori, 16 vittime di sfruttamento alimentato da un male endemico che resiste e persiste in tante aree a vocazione agricola del nostro Paese: il caporalato.

Una legge sul caporalato esiste già: chiediamo alle istituzioni di farla funzionare. Oggi rimane inapplicata in molti territori dove il caporalato è, di fatto, l’unico mezzo di reclutamento della manodopera per un “lavoro” che, a dispetto di quel che dovrebbe essere il lavoro, priva queste persone di dignità e le classifica come “nuovi schiavi”.

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