10 anni di carcere e 750mila euro di multa per associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina: è quanto rischiano 7 attivisti, di cui due giovani di Ginevra, che l’8 novembre sono comparsi davanti al tribunale di Gap in Alta Savoia.
Solidarietà, il reato dei sette di Briançon

A Gap, in Francia, è iniziato il processo che vede imputati sette giovani attivisti (francesi, italiani e svizzeri) per favoreggiamento dell’immigrazione. Rischiano 10 anni di carcere e 750 mila euro di multa. Notizia che interessa poco o nulla i media dello Stivale, come peraltro un’altra, tremenda notizia che non ha acceso l’attenzione di nessuno, salvo le Donne in Nero: l’assassinio di Violeta Senchiu, giovane rumena arsa viva a Sala Consilina dal suo compagno sabato scorso.
di Gaëlle Courtens (*)
Secondo il presidente dell’associazione protestante La Cimade: «È caccia alle streghe». 10 anni di carcere e 750mila euro di multa per associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina: è quanto rischiano 7 attivisti, di cui due giovani di Ginevra, che l’8 novembre sono comparsi davanti al tribunale di Gap in Alta Savoia.
Lo scorso 22 aprile, tra Clavière e Monginevro sul confine italo-francese, hanno partecipato a una manifestazione pacifica di solidarietà per e con i migranti.
Dei 200 partecipanti, che con la loro iniziativa hanno voluto rispondere alla formazione di estrema destra Génération identitaire, che qualche giorno prima sul Colle della Scala aveva organizzato un appostamento sul confine, sono stati arrestati Bastien, Benoît, Eleonora, Juan, Lisa, Mathieu e Théo. Questi i nomi dei cosiddetti “sette di Briançon”.
«Avevamo sentito parlare del rifugio Chez Jesus, a Clavière, e con degli amici abbiamo deciso di andare a dare una mano» ha spiegato a Voce Evangelica Théo, 24 anni, agricoltore di Ginevra. «Siamo partiti animati da uno spirito di solidarietà e di scoperta. Non conoscevamo le dinamiche della valle. Al rifugio abbiamo portato del vestiario e aiutavamo a preparare da mangiare».
Sebbene fosse primavera inoltrata, l’inverno si era riappropriato di quel valico, ricoprendolo di una folta coltre di neve. La rotta dei migranti che in quei mesi da Bardonecchia si inerpicavano nella notte su quelle montagne nel tentativo di raggiungere la Francia, si era fatta nuovamente pericolosa. Era da poco stato aperto nel sottoscala della chiesetta di Clavière il rifugio Chez Jésus, per permettere a chi aveva bisogno di avere un luogo dove potersi riscaldare con qualche coperta e una zuppa. Recentemente sgomberato dalle forze dell’ordine italiane, quel rifugio aveva attirato sul confine alcuni attivisti solidali, tra cui Théo.
«Due giorni dopo il nostro arrivo ho voluto partecipare alla manifestazione che era stata organizzata in risposta a quella di Génération identitaire» dice Théo, arrestato sul lato francese insieme ad altri attivisti al termine della manifestazione. «Non vedo in cosa sarei colpevole. Abbiamo voluto denunciare una situazione estremamente complicata certo, ma senza provocare violenze, né aver fatto del male a nessuno. Al contrario, eravamo lì in uno spirito di apertura e compassione verso l’altro». Parla di “reato di solidarietà” e si dice fiducioso: «abbiamo un formidabile sostegno della società civile, c’è stato un battage mediatico importante e abbiamo degli ottimi avvocati».
La Cimade, storica associazione francese di matrice protestante che si occupa della difesa dei diritti dei migranti e rifugiati, ha lanciato una petizione online per chiedere l’assoluzione dei “7 di Briançon” che ha raccolto più di 44mila firme. Il giorno del processo davanti al tribunale di Gap sono attese centinaia di persone da tutta la Francia, e non solo, per manifestare il loro sostegno agli imputati. Fra loro ci sarà anche il presidente de La Cimade, Christophe Deltombe, che parla di “caccia alle streghe”.
«Siamo nel pieno di una logica di quello che si configura come un processo politico» ha detto a Voce evangelica il presidente Deltombe, confermando che tra i 7 di Briançon ci sono anche due volontari de La Cimade. «Siamo di fronte a un’infrazione penale per un atto che può definirsi “di solidarietà”. Ci muoviamo fra la legalità e la legittimità. Siamo nell’ambito della disobbedienza civile per motivi che riguardano la libertà di coscienza. I ragazzi hanno manifestato insieme a dei migranti che durante la marcia hanno varcato la frontiera, facendo di fatto ingresso sul territorio francese senza averne i requisiti.Quindi sotto questo profilo sono accusati di un atto illegale, oltretutto in “banda organizzata”, cioè in associazione a delinquere, come dei criminali della peggior specie. Siamo in una logica di maltrattamento istituzionale indirizzato ad arginare questa che viene vista come una “invasione”. Per fermare l’invasore, si colpisce chi è solidale con lui».
Lo scorso 6 luglio il Consiglio costituzionale francese – nel quadro del processo a Cédric Hérou, agricoltore della Valle della Roya – ha restituito al concetto di “fraternità” il suo valore costituzionale, per cui non può essere reato aiutare qualcuno a scopo esclusivamente umanitario, a prescindere dalla condizione di regolarità o meno della persona soccorsa. Una decisione accolta con favore dal presidente de La Cimade, che tuttavia sottolinea: «Questo vale per chi esercita un’azione umanitaria sul territorio francese, non per chi varca il confine tra un altro paese e la Francia. Rimane quindi un reato l’aiuto fornito ad una persona irregolare, ma nel bisogno, quando per farlo si attraversa la frontiera. La sentenza del Consiglio costituzionale purtroppo è monca – prosegue Deltombe – perché si sarebbe dovuto aggiungere: la situazione non è illecita quando la persona soccorsa avanza una richiesta di asilo».
Théo, l’8 novembre alle 9 del mattino con gli altri 6 di Briançon, era atteso nell’aula del tribunale di Gap. Alla vigilia del processo preferiva mettere l’accento non tanto sul suo caso, quanto sulla condizione dei profughi: «Non avevo contezza delle vessazioni che i migranti subiscono sulla frontiera. La lotta che stiamo conducendo è quella di fare in modo che sia ascoltata la voce delle persone silenziate e rese invisibili. Diffondere questo tipo di messaggio ci aiuta a relativizzare quanto ci sta accadendo, evitando di concentrarci esclusivamente sul procedimento giudiziario».
(*) Tratto da «Voce Evangelica». Daniele Barbieri lo ha ripreso nella sua Bottega – con la foto – da riforma.it – il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia, nella “bottega” ne aveva parlato qui Abbiamo marciato sulla neve ma anche qui Generazione anti-migranti.
10.11.2018 – Comune-info


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