“Il Partito, finalmente?”

“Qual è il partito di cui si vuole parlare e che funzione strategica deve assolvere nella situazione italiana?”.

 

Il Partito, finalmente ?

(Nella foto Jeremy Corbyn, segretario del Labour Party: “Per i molti non pei pochi”)

Non vogliamo aprire una polemica con Mimmo Porcaro che ha scritto [qui] una nota dallo stesso titolo, ma con il punto esclamativo, a cui noi sostituiamo l’interrogativo. Vogliamo soltanto fare qualche considerazione sulla questione del partito, che viene perentoriamente evocata da più parti, ma ha bisogno di essere attentamente considerata in modo che si capisca di cosa si tratta.

Qual è il partito di cui si vuole parlare e che funzione strategica deve assolvere nella situazione italiana?

Sgombriamo subito il campo da possibili equivoci. Non abbiamo fatto mai parte dell’area livornista che a cadenza quasi regolare si reca il 21 gennaio nella città natale del comunismo italiano sperando che lì si sciolga il sangue rosso di S.Gennaro e si compia il miracolo della rinascita del partito comunista dei lavoratori italiani. Abbiamo infatti sempre ritenuto che dietro quelle liturgie si nascondessero in realtà scorciatoie senza futuro e i fatti, ci sembra, lo hanno pienamente confermato. Chi parla di partito è bene che chiarisca subito se intende la rinascita di un partito comunista o qualcosa di diverso, come nel caso di Porcaro, per il quale è evidente che l’enfasi posta sull’esigenza del partito non significa affatto che si ritenga possibile fondare qui e subito un nuovo partito comunista, di cui mancano le condizioni oggettive e soggettive.

Ma allora di quale partito parliamo?

Per rispondere a questo interrogativo occorre fare un’analisi concreta della situazione concreta italiana. E a questo proposito incominciamo col chiederci:
  1) da dove nasce la necessità di un partito diverso da quelli esistenti (un partito vero, non una caricatura) e
  2) su quali basi poggia questa impresa; quali settori della società tendono a conquistare una nuova rappresentanza nell’agone politico e del conflitto sociale?

Senza una risposta a questi interrogativi, parlare di partito non ha senso, a meno che non si voglia navigare a vista, o affermare solo una posizione di principio.

Sul primo punto possiamo già abbozzare una prima risposta.

In Italia stiamo assistendo a una modifica sostanziale del panorama che fino alle elezioni del 4 marzo aveva caratterizzato il predominio PD-Berlusconi nella scena parlamentare e di governo. Sono emerse nuove forze, a destra e nell’area democratica, che rappresentano l’opposizione di massa al vecchio europeismo e ultraliberismo di stampo renziano e berlusconiano. I rapporti tra queste due forze potranno modificarsi, ma probabilmente esse rimarranno le forze di riferimento nei prossimi anni. Anche se il sistema che ha gestito l’economia, i mass-media, le strutture dello Stato tifa per un ritorno al passato, non sarà facile riportare indietro, come si dice, la ruota della storia. In questi anni non è cambiato invece niente nella pluridecennale opposizione di ‘sinistra’ che è rimasta al palo tanto nei tentativi elettorali (ora sono arrivati alle carte bollate) quanto nelle dimensioni organizzative ed è votata a non avere nessuna reale interazione con gli avvenimenti in corso, oppure a esercitare una funzione di contrasto antigovernativo che favorisce il neoliberismo piddino nell’opera di recupero.

Una discussione su questo ci dovrebbe portare a concludere che per andare avanti in un processo organizzativo alternativo bisogna aprire una polemica chiara e dura contro l’esistente per liberare forze intellettuali e militanti. Questa è la premessa infatti perchè il processo vada avanti. Non è un invito a una guerra fratricida, ma una doverosa opera di chiarimento nei confronti di quello che si può definire residuo di trotsko-anarco-sindacalismo ideologico e politicamente inerte. E’ stata fatta seriamente questa analisi e questa critica (che è anche autocritica) per preparare le forze a creare un’alternativa? E come si fa a parlare di partito in assenza di questo lavoro? In realtà più che un partito immaginario servirebbe (e per ora basterebbe) che un gruppo di lavoro politico fosse disponibile a uscire dal teatrino odierno e operare – col pessimismo dell’intelligenza oltre che coll’ottimismo della volontà – per un confronto vero, di cui non ci sembra che in giro ci sia traccia. A parrocchie si aggiungono altre parrocchie, magari riverniciate di sovranismo, senza cambiare la sostanza delle cose. Da questo punto di vista anche la neonata Rinascita! come del resto Patria e Costituzione di Fassina ha più che altro aumentato la confusione, dimostrando di avere soltanto qualche slogan e nessun progetto.

Vuol dire allora che non si può incominciare? Tutt’altro. Il problema è non scambiare una pecora per un purosangue prima di dare la carica. Quindi non precorriamo i tempi, cerchiamo di dimostrare che abbiamo capito la lezione e lavoriamo per predisporre gli strumenti dell’agire politico, da non confondere però con la presenza sui social, scambiando lo strumento per il fine, e liberandoci anche dei faccendieri per i quali il movimento è tutto e l’obiettivo zero.

Sul secondo punto la risposta è più complessa e possiamo solo provare a puntualizzare alcuni punti di riferimento strategici che possono sostenere un’identità politica che abbia basi solide e un ruolo oggettivo da svolgere.

In questa direzione ci permettiamo di ribadire alcune questioni poste già in altre occasioni e le presentiamo in forma interrogativa per non dare la sensazione che i discorsi siano chiusi.

1) Alla base, per un progetto politico nuovo c’è o no un discorso chiaro sulle questioni della guerra e della pace, sui problemi geopolitici che ci impongono le alleanze occidentali in termini militari ed economici di cui l’UE è l’aspetto europeo? E sempre su questi temi, si deve o no cambiare verso, combattendo, dalle nostre posizioni, una dura battaglia contro i buonisti italiani che sono dalla parte delle guerre di aggressione e del neocolonialismo di cui l’immigrazione coi barconi è il prodotto malsano? Esiste o no la sinistra imperialista, non solo quella a matrice PD, ma anche quella ‘radicale’ che per non scegliere da che parte stare ha scelto i curdo-americani? Tutte queste cose attengono o no alla prospettiva di un partito che voglia uscire dalla palude e vedere più in là del proprio naso?

2) Che cosa significa in questa fase risollevare la bandiera del socialismo? Se si conviene che l’occidente capitalistico sta attraversando una profonda crisi, in cui l’Italia rischia di fare la parte del vaso di coccio, e si rifiuta la linea di austerità di Bruxelles, quali forze sociali sono coinvolgibili in un cambiamento di rotta, con quali strumenti e quali obiettivi? Si pensa che tutto questo sia realizzabile agganciandosi al carro di Corbyn, di Mélenchon, ecc.? Oppure si pensa a modificazioni strutturali che ci porterebbero fuori dalla deriva liberista, ma anche fuori dall’idea che basti un po’ di riformismo per cambiare le cose? Viste le resistenze incontrate dal governo gialloverde, possiamo permetterci di parlare di socialismo come se fosse il classico ‘pranzo di gala’? O ancora, per dare il giusto nome alle cose, possiamo distinguere una politica keynesiana da un progetto socialista? E quale delle due ipotesi è necessaria, oltre che percorribile, oggi?

3) Il partito di cui si parla è interno – e con quali strutture – alle forze sociali che si vogliono coinvolgere, o ci illudiamo che il politichese di alcuni ceti allo sbando sia un trampolino di lancio? Insomma, abbiamo bisogno di un partito-sigla per un’improbabile avventura politico-elettorale o di una forza di orientamento in una situazione in cui quella che si dichiara sinistra alternativa si schiera con il liberismo ‘antifascista’ e con la sinistra imperialista?

Senza pretese di dettare la linea, ma anche senza l’ingenuità di farci prendere – tanto per uscire dalle frustrazioni – dagli abbagli della moda ‘sovranista’, proviamo a dare risposte a questi interrogativi. E contestualmente proviamo ad agire politicamente nella situazione post 4 marzo. Siamo già in ritardo. Auguriamoci che l’8 dicembre a Torino i NO TAV ci riscattino dall’inerzia e dall’imbecillità politica dei radikalen.

Aginform
3 dicembre 2018

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