“Dalla Siria al Venezuela”

“Non gli restava che il patio trasero, il cortile di casa. È dalla fine dell’Ottocento, quando il futuro presidente Theodore Roosevelt convinse McKinley a muovere guerra alla Spagna per il controllo di Cuba, che gli Stati Uniti chiamano così l’América Latina”.

 

 

DALLA SIRIA AL VENEZUELA

Non gli restava che il patio trasero, il cortile di casa. È dalla fine dell’Ottocento, quando il futuro presidente Theodore Roosevelt convinse McKinley a muovere guerra alla Spagna per il controllo di Cuba, che gli Stati Uniti chiamano così l’América Latina. Oggi che il dominio geopolitico globale Usa attraversa una crisi senza precedenti, resta quello il solo scenario del pianeta in cui Donald Trump e i suoi generali possono scatenare una guerra per conservare almeno il primato delle armi, per alimentare il solito business e sostenere le quotazioni a Wall Street provando a giocarsi le residue speranze di ottenere un secondo mandato. L’anello più debole dell’América che non parla inglese è quello dell’impresentabile Maduro, che governa con una legittimità non certo superiore a quella dei colleghi di Guatemala, Honduras (o Nicaragua), ma il Venezuela è essenziale per il controllo dei Caraibi, possiede enormi riserve di petrolio e ha un confine rovente con l’alleato più storico e fidato: la Colombia di Duque. L’incendio del continente divampa, ma è solo l’inizio
RAÚL ZIBECHI
 

IL BASTONE DEL COMANDO
Un treno lanciato contro i Maya? Ma come? Se i mega-progetti del governo di AMLO minacciano tanto gli indigeni, perché proprio “gli indigeni” si sono prestati a celebrare il suo insediamento offrendogli il bastone del comando? La domanda è meno ingenua di quel che sembra. Fin dai tempi dei conquistadores, il potere sulle popolazioni autoctone sottomesse si fondava su un’organizzazione coloniale delle comunalità indigene, un’espressione che potrebbe, in effetti, suonare come del tutto paradossale. Le moltissime e dispersive forme di organizzazione sociale pre-esistenti venivano “riorganizzate” in un nuovo modello: le “repubbliche degli indios”, che avevano pure una qualche autonomia ma, quando c’era un problema serio con il potere central e, si faceva ricorso ai figli di ex leader indigeni indottrinati fin da piccoli alla cultura occidentale nelle scuole degli ordini religiosi. Era un sistema preferibile allo sterminio, utile a organizzare la spoliazione del continente a beneficio dello sviluppo capitalista dell’Europa, che in definitiva contava ben più della vita o della morte degli indigeni stessi. Qualcosa di simile accadeva anche con il potere coloniale in Africa. La differenza tra “comunalità” coloniali” e comunalità di rottura aiuta ancora oggi a capire perché alcuni leader dei nostri giorni, come Evo Morales o Lopez Obrador, promuovano solenni eventi in cui vengono in qualche modo consacrati attraverso la consegna, da parte di esponenti indigeni, del bastone di comando. Si può comprendere che molti popoli indigeni siano entrati nel gioco del sistema coloniale (o nei partiti) per mantenere i propri sistemi comunitari di vita in un contesto ostile di &ld quo;antropofagia culturale”, ma sarà bene chiamare le cose con il loro nome
DANIEL MONTAÑEZ PICO
 

L’APOCALISSE DI BRUMADINHO
All’inguaribile mondo dei media mondiali la notizia deve aver fatto alzare qualche sopracciglio. Certo meno del trionfo di Bolsonaro e dei misfatti di Maduro. Eppure 13 milioni di metri cubi di fango tossico (mercurio e altri veleni minerari) che sfondano una diga sono un evento apocalittico che restituisce a pieno l’idea di cosa possa significare oggi il cosiddetto modello estrattivo. È accaduto in Brasile, nel Minais Gerais, dove le miniere e le dighe sono un’infinità e molte di esse sono da tempo considerate “a rischio” dalla magistratura dello Stato. I morti accertati sono per ora 84 ma diventeranno almeno 300, perché quasi 300 sono già le persone che non si trovano. Responsabile della tragedia il colosso multinazionale minerario Vale, che il presi dente Bolsonaro evita perfino di nominare
LUIGI EUSEBI
 

UNA LOTTA PER LA LIBERTÀ
La notizia non interessa i “grandi” media, eppure sono ormai trecento le persone che nelle ultime settimane sono entrate in sciopero della fame ad oltranza contro l’isolamento a cui è costretto da tre anni Abdullah Öcalan: la maggior parte sono detenuti nelle carceri turche, alcuni in Europa, Canada e in altre parti del Kurdistan. La straordinaria pioniera di questa lotta è stata Leyla Güven, parlamentare curda dell’HDP incarcerata dal regime di Erdogan il 31 gennaio 2018 solo per aver lottato per i diritti del popolo curdo: oggi si trova al 83° giorno di sciopero, in gravissime condizioni di salute, finalmente a casa, ma determinata a continuare la sua lotta. Hasbi Çakıcı e Huseyin Yıldız si trovano invece presso il Navenda çand û demokratîk di Den Haag, in Olanda, il Centro Culturale e Democratico: uno dei tanti Navenda, centri politici e culturali del movimento curdo in Europa. Di seguito un’intervista realizzata al loro settimo giorno di sciopero della fame
GEA PICCARDI
 

SINDACO, REINVENTIAMO L’ACCOGLIENZA
Approvare e rendere operative le delibere comunali per l’iscrizione anagrafica delle persone senza dimora; avviare un censimento di tutti gli immobili in disuso di proprietà pubblica sul territorio affinché si possa garantire la residenza. Due proposte puntuali per cominciare a difendersi dal decreto Salvini convertito in legge e dare alla parola accoglienza un significato nuovo, a cominciare dai territori e dagli enti locali. Il caso qui raccontato con una lettera riguarda Bari ed è piuttosto importante non solo perché il sindaco, Antonio Decaro, è presidente dell’Anci, ma perché rende visibile un lungo percorso, in cui diritto all’abitare, difesa dei più vulnerabili al di là della propria origine e autogestione prend ono forma ogni giorno in diverso modo, incluso lo straordinario non-marchio Sfruttazero
LETTERA

NON IN NOSTRO NOME. APPELLO ALLA DISOBBEDIENZA
«Noi sottoscritti/e, consapevoli dell’impegno che implica questo Appello, ci rivolgiamo a tutti gli abitanti della terra chiamata Italia, per invitarli a disobbedire a leggi ingiuste e a norme inique. Ci riferiamo in particolare al cosiddetto “Decreto Sicurezza”… Lanciamo questo Appello oggi, 27 gennaio, data che ricorda la liberazione… del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, nel 1945… Noi non siamo indifferenti davanti alle foto di esseri umani legati mani e piedi e gettati sulla nuda terra nei campi libici, nuovi lager, dall’Italia finanziati… dichiariamo il nostro sostegno alle ONG che lavorano in mare e in terra per dare accoglienza ai migranti, agli amministratori locali che si battono contro questo scellerato Decreto, alle associazion i, alle famiglie, ai singoli cittadini che con generosità si stanno mobilitando…»
L’APPELLO COMPLETO E LE INFORMAZIONI PER FIRMARLO

PIETRE DI INCIAMPO DAVANTI OGNI SCUOLA
Ricordare davanti alle scuole, con alcune pietre di inciampo, il ragazzo di 14 anni del Mali, di cui non sapremo mai il nome, annegato nel Mediterraneo con la pagella cucita nella tasca, e le altre vittime (almeno 35.000 negli ultimi 15 anni) dei naufragi avvenuti nell’indifferenza dell’Europa. La proposta rimbalza da Salerno a Roma (foto). Scrive Franco Lorenzoni: “Nessuno ha il diritto di dimenticare le ragazze e ragazzi in cerca di futuro e di speranza…”A
R.C.

LUI È NEL MONDO CHE NON FINISCE
Abbiamo bisogno di trovare il coraggio per volgere lo sguardo dove bambini e ragazzi muoiono in mare o durante la fuga da paesi come la Libia, “senza maestre, senza poeti e senza pianti”, scrive Bruno Tognolini, scrittore. La sua filastrocca “Rima per un compagno scomparso” nasce in realtà dalla richiesta di una maestra in cerca di parole da condividere con i compagni di William, alunno morto di leucemia qualche giorno fa. Dopo averla inviata Bruno scrive che è impossibile oggi leggerla senza “volgere lo sguardo ad altri coetanei di William, non meno preziosi e non meno bambini”, inghiottiti dal mare e a un mondo incarognito da cui difenderci ogni giorno
BRUNO TOGNOLINI

LE PAROLE E LE PIETRE. IL CIELO E L’UMANITÀ
La Spezia, consiglio comunale (giunta di centrodestra) per la Giornata della Memoria. Gli studenti con i loro insegnanti hanno realizzato dei progetti sull’Olocausto. Una professoressa, Catia Castellani, presenta il lavoro dei suoi studenti sul rapporto tra musica e lager: racconta in pochi secondi di come sia stato difficile spiegare l’orrore dei campi di concentramento nazisti e si dice preoccupata dalle politiche attuali che seminano odio e paura. Sui media locali e sui social i consiglieri di maggioranza insorgono: c’è, tra loro, anche un consigliere che blatera di democrazia con la foto di Almirante alla spalle. Il sindaco chiama la dirigente scolastica, chiede spiegazioni per quelle orribili parole, pretende provvedimenti. Altre parole violente piovono su quei consi glieri. Abbiamo chiesto a Catia di raccontare questo triste e inquietante delirio: lo ha fatto con la delicatezza, la responsabilità e la capacità di scendere in profondità con cui insegna arte da anni, forte anche del suo percorso come allieva di Bruno Munari. “Ci sono le parole dette. Tante, troppe. Belle, brutte. Lievi, pesanti come macigni – scrive – C’è l’umanità, chi la possiede, chi no, chi la pratica, chi fa fatica a trovarla, chi ha paura di vederla, chi l’ha perduta…”
CATIA CASTELLANI

FERMIAMO LE GRANDI OPERE INUTILI
“Il modello di sviluppo legato alle Grandi Opere inutili e imposte non è solo sinonimo, come denunciamo da anni, di spreco di risorse pubbliche, di corruzione, di devastazione e saccheggio dei nostri territori, di danni alla salute, ma è anche l’incarnazione di un modello di sviluppo che ci sta portando sul baratro della catastrofe ecologica. Il cambiamento climatico è uscito da libri e documentari ed è venuto a bussare direttamente alla porta di casa nostra….”. Ci sono appelli e mobilitazioni, come quella verso la grande manifestazione a Roma del 23 marzo, che sanno raccogliere forze, parole e immaginari più di altri
APPELLO

SE LA FRANCIA PIANGE, L’ITALIA NON RIDE
Devastazioni ambientali, sfruttamento dei lavoratori, corruzione: dall’Eni in Nigeria all’Impregilo in Etiopia passando per numerose altre imprese in diversi angoli del mondo. Forse è qualche gradino inferiore a quello francese, ma il neocolonialismo italiano in Africa ha comunque il suo bel curriculum
GIULIA FRANCHI

GIORNI DI PAGELLA. I FIGLI NON SONO VOTI
Smettiamo di schiacciare bambini e ragazzi per farli diventare numeri
PENNY

 

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