F35, M5S cambia idea: via libera all’acquisto dei caccia

“Tutto è legittimo, anche un cambio di posizione, però almeno deve essere riconosciuto. Almeno si convenga che una parte dei pentastellati, almeno per quanto riguarda la Camera, ha cambiato la sua posizione, e anche di molto”: così Rete Disarmo commenta a Fanpage.it il voltafaccia del Movimento Cinque Stelle sul programma di acquisto degli F35, i caccia statunitensi.

Il Movimento Cinque Stelle ha cambiato idea sugli F35: la maggioranza ha dato il via libera ieri sera alla Camera al programma di acquisto dei 90 cacciabombardieri, a cui i pentastellati si erano sempre opposti. L’accordo iniziale con Washington, stipulato nel 1998, era stato revisionato e ridimensionato dal governo di Mario Monti nel 2012, per cui gli F-35 che Roma avrebbe dovuto acquistare erano passati da 131 a 90. In un primo momento il governo di Giuseppe Conte era sembrato deciso a mantenere il suo impegno nel progetto di acquisizione dei 90 jet di ultima generazione, ma la questione era poi finita sul tavolo della discussione anche a causa del freno dei Cinque Stelle.

Appena poco più di un mese fa il capogruppo pentastellato in Commissione esteri, Gianluca Ferrara, aveva affermato: “Il Movimento ha sempre criticato questo programma militare. Un progetto insostenibile che molti Paesi, Usa compresi, hanno già tagliato. Leggiamo con stupore le ricostruzioni giornalistiche riguardanti la presunta conferma del programma F-35 che il presidente Conte avrebbe dato a segretario di Stato statunitense Pompeo. Una rinegoziazione è doverosa anche da parte dell’Italia. Confidiamo che il nostro premier farà la scelta giusta”.

Ma la questione pare essersi completamente ribaltata: la mozione approvata in serata dalla maggioranza, infatti, non chiede la sospensione del programma di acquisto degli aerei militari o un ridimensionamento della spesa, ma solo di “valutare le future fasi del programma tenendo conto dei mutamenti del contesto geopolitico, delle nuove tecnologie, dei costi che si profilano, degli impegni internazionali assunti dall’Italia, delle esigenze di contenimento della spesa pubblica, della tutela e delle opportunità dell’industria italiana del comparto difesa e dell’occupazione”.
Rete Disarmo: “La posizione dei Cinque Stelle è cambiata. E di molto”

Il coordinatore di Rete italiana per il Disarmo, Francesco Vignarca, contattato da Fanpage.it, ha ricostruito l’approccio del Movimento alla questione durante gli anni, spiegando come si è arrivati all’approvazione della mozione di maggioranza. “Da quando è cambiata la legislatura il Parlamento non ha più affrontato a fondo la questione degli F35. Dal nostro punto di vista ovviamente la pressione è sempre stata indirizzata a un ripensamento del programma o quantomeno una conferma di una volontà di dimezzamento del budget. Poi la cosa è un po’ più precipitata nei tempi rispetto a quello che pensavamo, perché la Lega in autonomia ha presentato una mozione a completo favore di f35, che prevedeva anche una velocizzazione dei tempi, quando anche gli Stati Uniti hanno rimandato di un anno la decisione finale per questioni problematiche. Quindi si è sviluppato un dibattito nel giro di due giorni: lunedì sera è stata fatta la discussione generale mentre ieri sera hanno votato”, ha spiegato Vignarca.

La mozione della Lega (sostenuta anche da Forza Italia) è stata rigettata, ma quella approvata dalla maggioranza è molto generica, e fondamentalmente vuota di contenuti: “Si impegna solo a valutare su una base di tutta una serie di considerazioni il programma. Ribadisce l’ovvio: ovviamente bisogna valutare in un programma che comprende dei contratti annuali. Si tratta di una decisione che per statuto deve essere ripresa ogni anno e quindi è chiaro che ci deve essere una valutazione. D’altro canto, però, non si dice niente sull’opportunità o meno di dimezzare il budget. Si stanno quindi lasciando le cose come stavano, e cioè sulla via di una continuazione del programma addirittura senza un dimezzamento del budget previsto. Se non si dice nulla e si impegna solamente il governo a valutare è chiaro che è un modo per lavarsene le mani”, prosegue il coordinatore di Rete Disarmo.

Un approccio al tema che non lascia molto margine ai dubbi, sostiene Vignarca: “Dal momento che le valutazioni fino ad ora hanno consentito al programma di andare avanti è un po’ una luce verde. Magari un pochino mascherata, ma nel concreto c’è una luce verde alla continuazione del programma. Questo diventa problematico perché nonostante il rinvio di un anno da parte degli Stati Uniti, ad un certo punto una decisione dovrà essere presa. E quando arriverà il momento, quella sarà una decisione definitiva: il programma prevede proprio che alla fine ci siano due contratti pluriennali (non più quindi solo di anno in anno) che non lasceranno più margine di modifica”.

Le reazioni dalla politica

Il pentastellato Luca Frusone, membro della commissione Difesa alla Camera, ha commentato: “Le condizioni rispetto a 6 anni fa sono cambiate. Ci troviamo in uno stato avanzato del programma, ma è necessario avviare un dibattito franco sul tema, per evitare scelte sbagliate e affrettate, lasciando sempre da parte gli approcci ideologici”. Un’affermazione che secondo Vignarca è l’esempio che per eccellenza rappresenta il cambiamento nelle posizioni del Movimento. “Il gruppo Cinque Stelle alla Camera nel corso del tempo si è molto trasformato e ha cambiato la sua posizione. Tutto è legittimo, anche un cambio di posizione, però almeno deve essere riconosciuto. Almeno si convenga che una parte dei pentastellati, almeno per quanto riguarda la Camera, ha cambiato la sua posizione, e anche di molto”.

Per quanto riguarda palazzo Madama, invece, i senatori pentastellati si sono rivelati fermi nelle posizioni originali del Movimento. In una nota i membri Cinque Stelle del Senato hanno ricordato quanto sostenuto da alcuni ufficiali dell’Aeronautica in congedo nel 2014, per cui “l’F35 è un progetto da superpotenza sproporzionato per le esigenze strategiche del nostro Paese: è significativo che né Francia né Germania partecipano al programma F-35, contrariamente al Regno Unito che però ha un bilancio della Difesa che è tre volte il nostro e inoltre ha un rapporto strategico unico con gli Stati Uniti. Quel che abbiamo in termini di mezzi aerei e quello che è in via di immissione in servizio basta e avanza”. I senatori del M5S hanno quindi concluso: “Riteniamo un diritto e un dovere dei rappresentanti dei cittadini valutare con attenzione le future fasi del programma, tenendo conto dell’aumento dei costi, dell’evoluzione delle tecnologie, delle ricadute industriali e occupazionali e delle reali esigenze operative delle nostre forze aeree”.

Gianluca Ferrara ha poi aggiunto: “La Lega di Matteo Salvini pretendeva che il governo firmasse a nome dei cittadini italiani una cambiale in bianco, da non meno di 10 miliardi, per comprare dagli Stati Uniti altri sessantadue bombardieri F-35. Un progetto di riarmo che è talmente insostenibile dal punto di vista economico e sorpassato dal punto di vista tecnologico che molti Paesi, USA compresi, lo hanno già tagliato”. Ferrara ha quindi chiamato ad una revisione del programma da parte dell’Italia, confermando la sua posizione di contrasto al piano militare.

Annalisa Girardi

20 novembre 2019

https://www.fanpage.it/politica/f35-m5s-cambia-idea-via-libera-allacquisto-dei-caccia-che-i-pentastellati-dicevano-di-non-volere/

Evo Morales: “Sul massacro in Bolivia molti media non informano”

“La nazionalizzazione delle risorse è la ragione di questo conflitto. Non accettano che degli indios possano governare”

Il presidente deposto dopo il colpo di stato in Bolivia, Evo Morales, ha riunito una conferenza stampa dal Messico cui è costretto a sfuggire dopo che il golpe ha posto a rischio la sua stessa vita. Morales davanti ai giornalisti ha dichiarato che “la nazionalizzazione delle risorse è la ragione di questo conflitto”, che ha provocato una dittatura militare di destra che attualmente ha sulla coscienza almeno 30 morti.

“Alcuni non accettano che gli indios possano governare”, ha aggiunto Morales. L’ex presidente ha spiegato i progressi della sua amministrazione nella produzione di litio e delle riserve di gas della nazione andina. e ha sottolineato che il governo de facto nel suo paese ha dato un mandato in bianco a polizia e esercito per massacrare la gente. “Hanno emesso un decreto come se avessero avuto una carta bianca per uccidere i boliviani. Ciò è stato fatto solo nella dittatura militare”, ha proseguito.

Morales ha affermato che la repressione del regime del colpo di stato ha causato almeno 30 morti e dozzine di feriti per mano delle forze armate. “Abbiamo circa 30 morti in una settimana. Questo massacro fa parte di un genocidio che si verifica nella nostra amata Bolivia”, ha dichiarato.

Morales ha anche invitato l’Organizzazione delle Nazioni Unite a denunciare e frenare “questo massacro di fratelli indigeni che chiedono pace, democrazia e rispetto per la vita nelle strade”.

Il leader in esilio ha anche invitato le organizzazioni internazionali e Papa Francesco a costituire una Commissione per la verità per chiarire cosa sia successo alle elezioni presidenziali del 20 ottobre.

Morales ha anche denunciato “che alcune organizzazioni si uniscano per dimostrare come l’OSA (Organizzazione degli Stati americani) si siano uniti a questo colpo di stato”. Secondo il presidente deposto dal golpe “dobbiamo smetterla anche di chiamare Organizzazione degli Stati Americani e chiamarla con il suo vero nome: Organizzazione del Nord”.

“Abbiamo vinto al primo turno. Ci sono rapporti internazionali che lo dimostrano”, ha proseguito Morales citando i rapporti del Cepr e del Celag che confermavano la regolarità delle elezioni nelle quali Morales ha preso 10 punti percentuali in più del secondo.

A questo proposito, Morales ha affermato di sperare che “la comunità internazionale possa contribuire e non essere come l’OAS, responsabile del colpo di stato”.

Morales ha riferito che gli Stati Uniti stiano operando politicamente per impedirgli di tornare in Bolivia. “Dal nord ci informano che gli Stati Uniti non vogliono che torni in Bolivia”, ha sottolineato.

L’ex presidente ha poi criticato il silenzio dei media mainstream sia in Bolivia che a livello internazionale, che hanno messo a tacere il massacro del popolo boliviano. “Molti media sono come anestetizzati, non informano”, ha detto.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-evo_morales_in_conferenza_stampa_sul_massacro_in_bolivia_molti_media_sono_come_anestetizzati_non_informano/

Mosca condanna gli attacchi di Israele contro la Siria

L’attacco lanciato dagli aerei israeliani contro Damasco ha lasciato diversi morti tra la popolazione civile, secondo i media siriani

Il ministero degli Esteri russo ha dichiarato che l’attacco aereo israeliano della scorsa notte alla periferia di Damasco è un passo “sbagliato” che contraddice il diritto internazionale.

“Studieremo le circostanze, ma tutto ciò è molto scorretto”, ha dichiarato il vice cancelliere russo rappresentante speciale della Russia per il Medio Oriente e i paesi africani, Mikhail Bogdanov.

Le difese aeree del paese arabo sono state in grado di distruggere la maggior parte dei missili lanciati dagli aerei israeliani contro la capitale siriana prima che raggiungessero i loro obiettivi.

L’agenzia siriana SANA ha riferito che due civili sono rimasti uccisi e molti altri sono rimasti feriti nell’attacco. L’agenzia ha pubblicato un video che mostra il presunto momento in cui il sistema di difesa antiaerea siriano ha intercettato un proiettile nel cielo.

Bolivia: perché la candidatura di Evo Morales era legittima

Lo storytelling del circuito mainstream sulla Bolivia dove si è consumato un golpe che ha rovesciato il governo legittimo di Evo Morales e ogni giorno mostra il suo vero volto sempre più feroce, fa acqua da tutte le parti.

I due assi su cui poggia la narrazione tossica del mainstream sono completamente traballanti. Le elezioni presidenziali sono state nettamente vinte, senza alcun broglio, da Evo Morales, il presidente che aveva tutta la legittimità a concorrere per un quarto mandato essendo stato abilitato dal Tribunale Supremo Elettorale della Bolivia.

“Né l’OSA né chiunque altro potrebbe dimostrare che ci sono stati irregolarità sistematiche o diffuse”, afferma il Center For Economic And Policy Research di Washinton in un rapporto dove smonta ogni ipotesi di brogli nella competizione elettorale boliviana per assegnare in maniera fraudolenta la vittoria a Evo Morales.

Il lavoro del CEPR si è concentrato sul ruolo giocato dall’Organizzazione degli Stati Americani.

Dal rapporto emerge che i “risultati del conteggio provvisorio sono coerenti con il risultato finale”. Nessuno dei due conteggi mostra schemi stranieri rispetto alla distribuzione del voto nelle precedenti elezioni; il conteggio provvisorio fu sospeso all’80% perché era quello che era stato concordato e ripreso, il giorno dopo, su richiesta dell’OSA; e che al contrario il conteggio definitivo e legalmente valido “non ha avuto interruzioni significative”.

Altro punto saliente del rapporto CEPR è che è stata la stessa OSA a raccomandare un Morales di utilizzare il sistema TREP, implementato per il conteggio provvisorio e sul quale sono fondate tutte le previsioni dell’agenzia presieduta da Almagro riguardo alle irregolarità nel processo elettorale, anche se non ha validità legale.

Nelle sue conclusioni, aggiunge che “i dubbi non comprovati dall’agenzia ha lanciato sulle elezioni” hanno avuto un’influenza significativa sulla copertura mediatica e quindi sull’opinione pubblica e che “la politicizzazione di quello che normalmente è un processo indipendente – come il monitoraggio elettorale – sembra inevitabile quando assegnato incaricato di tale compito rilascia dichiarazioni prive di fondamento che afferma in dubbio la validità del conteggio elettorale “. Cioè, l’OSA ha gettato legna da ardere inutile e illegittima in un incendio che l’agenzia stessa ha creato.

 

Evo Morales poteva ricandidarsi?

Venuta meno la narrazione sui brogli le attuali accuse che vengono mosse a Evo Morales riguardano la presunta non costituzionalità della sua quarta candidatura. Si tratta di critiche fondate? Noi pensiamo di no e vi spieghiamo il perché.

Nel 2016, in Bolivia, si è tenuto un referendum per votare una parziale riforma della Costituzione, che includeva una proposta dei movimenti sociali per consentire la rielezione del presidente Evo Morales e del vicepresidente Álvaro García Linera per il periodo 2020-2025.

Il No è ??risultato vincitore con il 51,31 percento dei voti, mentre il Sì ha ottenuto il 49 percento, secondo il rapporto del Tribunale Supremo Elettorale (TSE).

Il governo boliviano e i movimenti sociali hanno denunciato la campagna diffamatoria contro il presidente per promuovere la vittoria del no nel referendum costituzionale.

Su tutti il caso di Gabriela Zapata.

Come rivelato dall’agenzia di stampa ABI, la vicenda fu montata da Carlos Valverde, ex capo dei servizi segreti boliviani al principio degli anni 90’ «divenuto un giornalista e fervente oppositore di Morales e del suo governo progressista».

Valverde denunciò che Morales aveva un figlio nato dalla relazione con Gabriela Zapata e questa circostanza sarebbe stata utilizzata dalla donna per fare buoni affari.

Gabriela Zapata, rivelò in seguito che prepararono appositamente per lei una sorta di ‘sceneggiatura’ da recitare in occasione della sua apparizione davanti all’Assemblea Legislativa.

Dunque, una colossale fake news è costata una sconfitta di misura al referendum ad Evo Morales.

Tuttavia, nel 2017 una sentenza della Corte costituzionale plurinazionale (TCP) ha consentito la ricandidatura di Morales, in base all’articolo 23 della Convenzione Americana sui Diritti Umani. Che ha trovato applicazione anche per governatori, sindaci, consiglieri e membri dell’Assemblea.

La sentenza è stata il risultato di un appello presentato dai movimenti sociali, in cui hanno chiesto di rispettare il diritto del presidente di essere eletto e quello del popolo di eleggerlo.

Quindi, a dicembre 2018, il Supremo Tribunale elettorale della Bolivia (TSE) ha dato il via libera a Morales e García Linera a partecipare come candidati al Partito del movimento per il socialismo, alle elezioni primarie di gennaio 2019.

La decisione dell’autorità boliviano incontrò anche il favore dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e dello stesso segretario generale dell’OSA Luis Almagro, tant’è che Evo Morales stesso ebbe parole di ringraziamento per Almagro per aver “legittimato” e “legalizzato” la sua ricandidatura.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-bolivia_perch_la_candidatura_di_evo_morales_era_legittima/82_31796/

ArcelorMittal, una lunga serie di disastri ambientali e sociali

Venerdì alle 18.30 il premier Conte, insieme al ministro dello sviluppo economico Patuanelli e al ministro dell’economia Gualtieri, incontrerà Laskhmi Mittal. Il quale a seguito delle pressioni delle procure di Taranto e Milano ha dato disposizione all’azienda di sospendere lo spegnimento degli altiforni, in attesa della sentenza del ricorso straordinario dei commissari.

Dunque un altro incontro di quella che appare una partita violentissima, giocata a carte impari e truccate tra un colosso privato della produzione di acciaio e uno Stato democratico, in cui la posta in gioco sono l’economia nazionale e le sorti di decine di migliaia di famiglie. Di mezzo, un disastro ambientale che si riversa soprattutto sugli abitanti di Taranto.

Qui, secondo l’ultimo studio epidemiologico Sentieri, «la mortalità generale e quella relativa ai grandi gruppi è, in entrambi i generi, in eccesso», così come è in eccesso del 9% rispetto alla media regionale il numero di bambini nati con malformazioni congenite: 600 casi dal 2002 al 2015.

È il capitalismo, direbbe qualcuno. È il capitalismo che costringe gli uomini a scegliere tra il lavoro e la malattia. E finché le regole sono queste, non smetteremo mai di ascoltare le ancelle di questo mitologico capitalismo ripetere nei talk show e sulle colonne dei quotidiani che «non bisogna fare scappare gli investitori stranieri».

Eppure, pur accettando queste regole, in maniera masochistica finiamo col trovare investitori che non solo tengono i lavoratori sotto tale ricatto, ma si concedono persino la libertà di mandare in rovina oltre a loro anche l’economia nazionale, pur di concentrare la produzione nelle loro mani, spazzando via la concorrenza.

È questa l’accusa mossa dai commissari del governo contro l’ArcelorMittal, i quali parlano di «preordinato disegno illecito» che condurrà alla «morte del primo produttore siderurgico italiano e di uno dei maggiori d’Europa».

Come scrive Marco Palombi sul Fatto Quotidiano, questo tipo di operazione non sarebbe una novità per Mittal, il quale è già noto per aver falcidiato il numero degli operai che lavoravano nel siderurgico di Hunedoara in Romania, dopo aver rilevato l’azienda attraverso un’operazione lobbistica.

L’operazione riuscì grazie all’intervento tempestivo dell’allora premier britannico Tony Blair, al cui partito erano state versate 125.000 sterline proprio dall’industriale indiano. Secondo la ricostruzione di Palombi, è il 2001 quando Mittal punta lo sguardo sull’acciaieria di Hunedoara, che sembrava «destinata ai francesi».

Il leader britannico convince tempestivamente il premier rumeno Adrian Nastase a vendere l’acciaieria di Stato a Mittal, promettendogli in cambio un’agevolazione sulle pratiche di ingresso della Romania nell’Unione Europea.

Al momento dell’acquisto, la fabbrica dà il pane ad 8.000 operai. Nel 2011 soltanto a poche centinaia di loro. «Quell’impianto» scrive Palombi, «è uscito dalla mappa della siderurgia mondiale portandosi dietro quella che fu, negli anni del comunismo, una città industriale».

Tuttavia l’acquisto e la chiusura di acciaierie potenzialmente concorrenziali sul mercato, un vero e proprio modus operandi, non sembra l’unica pratica scorretta esercitata con estrema disinvoltura da Mittal. Il tycoon dell’acciaio, che ha fatto la sua fortuna comprando aziende in difficoltà e rilanciandole, vanta infatti una serie di precedenti che ricordano molto da vicino le vicende di Taranto.

Come scrive Nicola Borzi sul Fatto Quotidiano, oltre alla costruzione di una rete di società offshore attraverso le quali gestisce il colosso, Mittal é responsabile della chiusura dell’acciaieria di Cork, in Irlanda, in cui lavoravano 400 operai finiti per strada; nel 2004 in Kazakistan 23 minatori muoiono nelle sue miniere «per difetti nei rilevatori di gas»; nel 2006 «migliaia di lavoratori si uniscono allo sciopero dei minatori della Arcelor Mittal a Temirtau contro le condizioni di lavoro e l’inquinamento».

A questa serie di controversie si aggiunge un ulteriore accusa dei commissari, secondo i quali dalle indagini starebbe emergendo «un quadro generale che non può evidentemente che dare fiato a chi, al momento del contratto, aveva prognosticato» che «ArcelorMittal aveva stipulato il contratto al solo fine di uccidere un proprio importante concorrente sul mercato europeo».

Difatti, come si legge dalle carte depositate alle procure di Taranto e Milano citate da Palombi, sin dal momento dell’acquisto ArcelorMittal «ha interrotto qualsiasi ordine ed acquisto di materie prime; ha rifiutato i nuovi ordini dei clienti; ha interrotto i rapporti con i subfornitori; ha interrotto l’avanzamento del Piano Ambientale e sta interrompendo la manutenzione degli impianti (da mesi eseguita – ora si comprende perché – con modalità non corrette e poco diligenti)».

Una serie di disastri che dovrebbe – o avrebbe dovuto – allarmare il governo. E che allo stesso tempo dovrebbe essere oggetto di conoscenza anche dell’opposizione, che impegnata in una deplorevole strumentalizzazione politica contro i 5stelle si ostina a sostenere che ArcelorMittal stia fuggendo a causa dell’eliminazione dello scudo penale, mentre un armonico coro mediatico e politico, sfuggendo la nazionalizzazione come la peste, dichiara la necessità di continuare a trattare con i guanti tali onnipotenti multinazionali. Del resto, «non bisogna spaventare gli investitori stranieri». Neanche quando sono sul punto di gettare nel baratro l’economia nazionale con estrema nonchalance.

di Lorenzo Ferrazzano

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-arcelormittal_una_lunga_serie_di_disastri_ambientali_e_sociali/82_31789/

Il Partito Umanista condanna il colpo di stato in Bolivia

“Di fronte alla grave situazione che in Bolivia ha portato alle dimissioni del presidente Morales e alla sua uscita dal paese sotto minaccia di morte, esprimiamo il rifiuto e la condanna del colpo di stato liberista perpetrato dall’opposizione”. Read More “Il Partito Umanista condanna il colpo di stato in Bolivia”

Mozioni su F-35 alla Camera: passaggio inutile

La Campagna “Taglia le ali alle armi” esprime la sua grande delusione per il dibattito avvenuto alla Camera sulle Mozioni parlamentari relative al Programma dei cacciabombardieri F-35.

La Mozione della maggioranza (presentata da Partito Democratico e Movimento 5 Stelle) non chiede il taglio o la sospensione del programma, ma solo “a valutare le future fasi del programma tenendo conto dei mutamenti del contesto geopolitico, delle nuove tecnologie che si stanno affacciando, dei costi che si profilano, degli impegni internazionali assunti dall’Italia, delle esigenze di contenimento della spesa pubblica, della tutela e delle opportunità dell’industria italiana del comparto difesa e dell’occupazione, al fine dell’accrescimento del know-how nazionale, dell’accesso alla tecnologia straniera e delle risorse disponibili”.

A nostro parere si tratta di un testo di Mozione generico e senza coraggio, che non prende alcuna posizione su una questione così importante e dall’impatto rilevante sui fondi pubblici e sulla spesa militare, ma che in questo modo nella pratica avvalora la continuazione del Programma secondo i piani già stabiliti. Rinnoviamo invece la nostra piena contrarietà rispetto alle Mozioni presentate dalle minoranze (in particolare da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia) che chiedevano una conferma ed addirittura una accelerazione degli acquisti dei caccia con capacità nucleare.

Siamo delusi in particolare dal Movimento 5 Stelle, che nella scorsa Legislatura aveva chiesto con forza lo stop complessivo del programma JSF, e dal Partito Democratico che sempre nella scorsa Legislatura aveva quantomeno chiesto il dimezzamento della spesa. La Campagna “Taglia le ali alle armi” (promossa da Sbilanciamoci, Rete della Pace e Rete Italiana per il Disarmo) continuerà a chiedere lo la cancellazione definitiva della partecipazione italiana al programma F-35, un inutile spreco di risorse.

Ricordiamo come l’Italia abbia già sottoscritto contratti per almeno 28 velivoli spendendo fino ad ora una cifra di almeno 5 miliardi di euro (comprese le fasi iniziali di sviluppo). Se il profilo di acquisizione dovesse essere confermato saranno ancora almeno 9 i miliardi di euro da spendere, che diventeranno almeno 50 complessivamente lungo tutto il ciclo di vita del programma. Nonostante i recenti annunci soddisfatti di Lockheed Martin (la capo-commessa del progetto) in direzione opposta, i costi per singolo velivolo (in leggera discesa perché il Pentagono sta volontariamente comprando più aerei) continuano a rimanere molto alti se si considerano anche retrofit e completamento di tutte le parti. E lo stesso Pentagono ha dovuto confermare in questi giorni i numerosi problemi tecnici che mantengono bassissima l’affidabilità della flotta. Tanto è vero che è stata posticipata di un anno (ulteriore ritardo rispetto a tutti i programmi iniziali) la firma dei contratti di produzione definitiva full-rate.

 

Campagna #StopF35! Ultima possibilità!

Roma, 19 novembre 2019

La battaglia sull’ILVA di Taranto

Ci sono vari modi di considerare la questione dell’Ilva di Taranto. Uno è quello prettamente sindacale a cui sono legate le sorti di oltre 10.000 operai più l’indotto che ne occupa 5000 e qui la questione non è solo sindacale, ma coinvolge anche la salute degli operai siderurgici e della città di Taranto, in particolare i quartieri adiacenti lo stabilimento, come quello di Tamburi.

La soluzione di questo diabolico rebus non è stata trovata. E’ prevalsa la logica produttivistica senza un vero progetto di riconversione dell’area industriale che risolvesse realmente, e non con palliativi, le due questioni sul tappeto: l’occupazione e la salute dei cittadini tutti, compresi ovviamene gli operai.

Si è scelta quindi una soluzione pasticciata che, oltre a ridurre il numero degli operai, preteso da Arcelor-Mittal per acquisire l’Ilva, non garantiva né l’occupazione né la salute. Di Maio, allora al MISE e i confederali e i loro associati avevano però fretta di concludere. Il ministro 5 Stelle per portare a casa un risultato che lo salvasse dall’accusa di inerzia e perchè aveva trovato una situazione già predeterminata e i confederali e soci perchè il loro contrattualismo a prescindere fa parte del mestiere di sindacati di sistema.

Tutto questo però non è bastato perchè ha dovuto fare i conti con la logica che sovraintende una multinazionale come Arcelor-Mittal che preferisce magari reinvestire in India, dove questioni ambientali e costo del lavoro non sono un problema, e rileva impianti produttivi anche solo per togliere di mezzo la concorrenza.

Questa dell’Ilva è la storia di una delle tante operazioni a cui le multinazionali ci hanno abituati in questi anni, ma nel contesto italiano la vicenda ha messo in evidenza una necessità di lotta politica e di riaffermazione del ruolo dello stato nell’economia. Perchè, anche se la ‘sinistra’ di varia estrazione non sembra essersene accorta, attorno alla vicenda dell’Ilva si è scatenata una battaglia furiosa tra la corrente liberista e quelli che invece pretendevano che certe regole ai padroni fossero imposte anche se si tratta di una multinazionale.

In campo sono scesi, sul versante liberista, la destra al completo, uno scatenato Renzi, il presidente di Confindustria Boccia, i giornaloni e le televisioni di regime nonchè, con una posizione ipocritamente centrista, il PD e i sindacati confederali che volevano a tutti i costi ripristinare lo scudo penale dando così ragione, contro ogni buon senso, ad Arcelor-Mittal.

I fautori della soluzione liberista – produrre a tutti i costi, accettare di ridurre la manodopera e continuare a inquinare – per ora sono stati sconfitti, salvo colpi di scena che sono possibili data la posta in gioco. Il fronte liberista non può accettare facilmente una sconfitta così cocente, magari facendo ricorso a Mattarella.

Se le cose non sono andate finora nel senso voluto da Arcelor-Mittal e dai liberisti di casa nostra dobbiamo darne atto al movimento 5 Stelle che ha mantenuto il punto sullo scudo penale e all’intervento tempestivo e deciso della magistratura non appena si sono scoperte le carte. In questo contesto hanno brillato per la loro assenza gli antiliberisti ideologici, come avevamo già potuto registrare del resto a suo tempo per quota 100 e il reddito di cittadinanza.

La questione dell’Ilva pone però un altro problema di fondo che è di politica economica e di indirizzo strategico dell’economia italiana. Come abbiamo sovente sostenuto, non è possibile difendersi solo stando nella trincea del modo di impostare le leggi di bilancio. Non basta questo per superare i problemi di uno sviluppo equilibrato e per difendere i lavoratori. Ci vuole un governo dell’economia che non sia legato agli interessi delle multinazionali e a un indirizzo di politica internazionale che blocca le relazioni dell’Italia col mondo e impone la condivisione imperialista degli embarghi. Lotta contro l’ideologia liberista, indirizzo dell’economia italiana non dominato dal profitto, nuove aperture a relazioni internazionali non legate alla logica imperialista sono le coordinate di un nuovo progetto a cui dovrebbe corrispondere la nascita di una forza politica che lo sappia gestire. Questo è il compito che spetta ai comunisti.

Aginform
19 novembre 2019

Hong Kong e la stampa italiana

A leggere diversi articoli/commenti sulla stampa italiana delle vicende di Hong Kong si ha la netta sensazione che si speri, ci si auguri persino, un intervento diretto delle truppe di Pechino con conseguente spargimento di sangue per poi procedere alla definitiva condanna della Cina popolare e organizzare il “fronte interno” sulla minaccia cinese.

Si è così costretti a parlare di un intervento della polizia di Hong Kong alla stregua di una repressione senza precedenti nell’Occidente liberale.
Ci basterebbe Genova 2001 per smentire una simile ricostruzione. Ma stiamo nel cuore, nell’anima, di tale Occidente: nel 1970 alla Kent State University in Ohio LA Guardia nazionale Usa interviene e apre il fuoco su studenti che stanno protestando da quattro giorni contro i bombardamenti sulla Cambogia: una scarica di 13 secondi, per un totale di oltre 60 proiettili, porta alla morte di quattro studenti e al ferimento di altri nove.

di Diego Bertozzi

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-hong_kong_e_la_stampa_italiana/6123_31767/

 

Altra giornata di brutale repressione in Bolivia dopo il golpe: almeno 3 morti a Senkata

La brutale repressione che regna in Bolivia da quando è stato consumato il golpe che ha rovesciato il legittimo governo di Evo Morales, ha lasciato quest’oggi sul selciato i corpi senza vita di 3 persone oltre a 30 feriti, a Senkata, presso El Alto, dove i manifestanti bloccavano l’accesso a un impianto di idrocarburi.

Deivid Posto Cusi, 31 anni, Edwin Jamachi Panigua e una persona non identificata sono le vittime fatali di un’operazione di polizia e militare, attivata per consentire il transito di autocisterne con carburante alla capitale La Paz. Rimasta senza rifornimenti dopo che il popolo boliviano che si oppone al golpe delle élite ha bloccato El Alto.

Secondo le informazioni fornite da un media locale, due manifestanti sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco, mentre sul terzo le informazioni sono ancora incomplete.

I manifestanti che hanno alzato la voce in segno di rifiuto dell’autoproclamazione della senatrice Jeanine Áñez come “presidente ad interim” sono stati repressi dagli agenti di polizia con gas lacrimogeni e spari.
Inoltre, sono stati usati elicotteri militari.

Le immagini e i video dei feriti testimoniano l’uso sproporzionato della forza da parte dei funzionari di sicurezza, contro i manifestanti che portano – come si vede in una delle fotografie – bandiere Wiphala. Simbolo della lotta dei popoli ancestrali.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-altra_giornata_di_brutale_repressione_in_bolivia_dopo_il_golpe_almeno_3_morti_a_senkata/82_31781/

La Svezia archivia le accuse di stupro contro Julian Assange

Julian Assange è attualmente in attesa di processo nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, nel sud-est di Londra

La procura svedese ha deciso di chiudere le indagini preliminari per violazione del fondatore di Wikileaks Julian Assange, ha dichiarato il vice procuratore generale del paese Eva-Marie Persson in una conferenza stampa.

“Tengo questa conferenza stampa per informarvi che sospenderò le indagini preliminari”, ha affermato Persson, il quale ha precisato che la decisione di chiudere il caso può essere impugnata.

La decisione è legata alle accuse di violazione del 2010, che sono state respinte dall’attivista australiano. I pubblici ministeri hanno abbandonato le indagini nel 2017, incapaci di procedere mentre Assange risiedeva nella missione diplomatica ecuadoriana, ma ha riaperto le indagini sul caso nel maggio 2019.

Il procuratore ha spiegato che un’ulteriore indagine condotta da maggio ha dimostrato che le prove utilizzate nel caso non erano abbastanza convincenti. Inoltre, ha spiegato che non intende mettere in discussione Assange, perché crede che la sua testimonianza non aiuterebbe a far luce sulle circostanze dell’accaduto.

L’11 aprile, Assange è  stato arrestato  dalla polizia britannica dopo essere rimasto per sette anni presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra. L’operazione è avvenuta dopo che il governo di Lenín Moreno ha revocato lo status di asilo diplomatico.

Dopo l’arresto dell’attivista, Washington ha annunciato un’accusa contro di lui per presunta cospirazione. Il 23 maggio, gli Stati Uniti gli hanno addebitato 17 nuove accuse , inclusa la violazione della legge sullo spionaggio. Assange è attualmente incarcerato nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh a Londra e deve affrontare una richiesta di estradizione dagli Stati Uniti.

 

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