Crollo del viadotto sull’A6, che sia applicata la Costituzione

Il maltempo infuria sull’Italia. Tutto il nostro paese, dalle Alpi a Reggio Calabria, compreso le isole, è stata flagellata da piogge, esondazioni, allagamenti mai visti primi, inagibilità delle strade e, soprattutto, crolli.

Il caso più evidente è stato il crollo di un viadotto sull’A6 Savona-Torino, investito da una frana di notevoli proporzioni.

Certamente tale ponte non aveva ricevuto la manutenzione necessaria ed è difficile ora stabilire se causa del gravissimo incidente sia stata la frana o la mancata manutenzione, o entrambe.

Quello che è sicuro, è che una volta le strade italiane, affidate all’azienda di Stato ANAS, o alle Province e ai Comuni, erano sottoposte a continui controlli da parte dei cantonieri, i quali non esistono più, perché si è preferito affidare a società private la cura e la manutenzione delle vie di comunicazioni.

I privati hanno mirato a risparmiare denaro per accrescere i loro guadagni e adesso i danni derivanti dalla loro incuria si riversano ancora una volta sulla popolazione italiana.

Vien fatto di chiedersi: “se spetta a noi far fronte ai danni, riparando i beni andati distrutti, perché abbiamo ceduto i lauti guadagni autostradali, che servono alla manutenzione delle strade a ingordi privati, che non adempiono ai loro doveri e vivono sulle spalle della collettività?”.

In questo momento c’è soltanto un provvedimento da adottare: far rientrare fra i servizi pubblici essenziali dello Stato, delle Province (inutilmente distrutte da Renzi) e dei Comuni, tutte le strade e autostrade italiane, facendo in modo che i lauti pedaggi autostradali tornino nelle casse dello Stato e non siano sperperati dai privati per finalità da noi non conosciute.

Discorso analogo è da fare per Alitalia. A partire da Prodi, il quale ha dato il via alle prime parziali privatizzazioni della nostra compagnia, fino ad arrivare a Berlusconi, il quale, ha fatto diventare proprietari della compagnia i così detti “capitani coraggiosi”, che coraggiosi non lo sono stati affatto, si è toccato il culmine dell’insensato metodo delle privatizzazioni.

Si tratta di Benetton, Riva, Ligresti, Marcegaglia e Caltagirone sotto la direzione di Colannino.
Questi coraggiosi, ampiamente inesperti in materia aerea, dapprima hanno mal gestito la compagnia e poi se la sono data a gambe. Ad essi sono succeduti, su imput di Renzi, gli arabi di Etihad, i quali, a quanto ci risulta, non ci ha rimesso neppure un euro, e hanno soltanto aperto la strada all’inizio della gestione commissariale

Tutti questi soggetti hanno violato in modo palese il secondo comma dell’articolo 42 della Costituzione secondo il quale: “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge…,allo scopo di assicurarne la funzione sociale.

Costoro, invece di assicurare la funzione sociale, e cioè il risanamento economico della compagnia e il suo normale funzionamento, si sono dimessi, ovviamente dopo aver ottenuto le loro spettanze.

È un atteggiamento estremamente riprovevole nei confronti del Popolo italiano, ma è anche un atteggiamento che ha precise conseguenze giuridiche.

Dimettendosi, rifiutando cioè di perseguire lo scopo sociale della società, costoro, in base alla norma costituzionale appena citata, hanno perso la loro qualifica di proprietari “privati” dell’azienda e non possono esser ritenuti titolari di nessun diritto.

Anzi come prescrive il citato articolo 42 Cost. le loro quote proprietarie sono passate ope constitutionis, nelle mani dello Stato, il quale oggi è giuridicamente in grado di nazionalizzare l’azienda senza corrispondere nessun indennizzo.

L’indennizzo è previsto, sempre dal citato articolo 42, nell’espropriazione per pubblica utilità di beni che perseguono il loro scopo sociale, non per i beni che sono stati. in modo pusillanime, abbandonati.

di Paolo Maddalena*

*Professor Paolo Maddalena. Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-crollo_del_viadotto_sulla6_che_cosa_altro_deve_accadere_per_iniziare_ad_applicare_la_costituzione/82_31876/

Bolivia: “Ci uccidono come cani”

Sto scrivendo dalla Bolivia, solo poco giorni dopo aver assistito, il 19 novembre, al massacro militare all’impianto del gas di Senkata nella città indigena di El Alto e al lancio di lacrimogeni contro un pacifico funerale il 21 novembre per commemorare i morti. Questi sono esempi, purtroppo, del modus operandi del governo di fatto che ha preso il controllo in un colpo di stato che ha cacciato dal potere Evo Morales.
Il colpo di stato ha generato massicce proteste, con blocchi creati in tutto il paese come parte di uno sciopero nazionale che chiedeva le dimissioni di questo nuovo governo. Un blocco ben organizzato è a El Alto, dove i residenti hanno innalzato barriere attorno all’impianto del gas di Senkata, impedendo alle autocisterne di lasciare la fabbrica e tagliando la principale fonte di benzina di La Paz.

Deciso a spezzare il blocco, il governo ha inviato elicotteri, blindati e soldati pesantemente armati la sera del 18 novembre. Il giorno successivo è scoppiato il caos quando i soldati hanno cominciato a lanciare lacrimogeni contro i residenti, poi sparando alla folla. Io sono arrivata appena dopo gli spari. I residenti, furiosi, mi hanno portata in ambulatori locali dove erano stati portati i feriti. Ho visto dottori e infermiere alla disperata ricerca di salvare vite, attuando interventi chirurgici d’emergenza in condizioni difficili per la scarsità di attrezzature mediche. Ho visto cinque cadaveri e dozzine di persone con ferite da pallottole. Alcuni stavano semplicemente andando al lavoro quando sono stati colpiti dalle pallottole. Una madre in lutto il cui figlio era stato ucciso a colpi d’arma da fuoco ha urlato tra i singhiozzi: “Ci stanno uccidendo come cani”. Alla fine ci sono stati otto morti confermati.

Il giorno successivo una chiesa locale è diventata un obitorio improvvisato con i cadaveri – alcuni ancora sanguinanti – allineati sui banchi e i dottori che eseguivano autopsie. Centinaia si sono radunati all’esterno a consolare le famiglie e a fare offerte per le casse e i funerali. Hanno pianto i morti e maledetto il governo per l’attacco e la stampa locale per essersi rifiutata di dire la verità riguardo all’accaduto.

La copertura giornalistica locale a proposito di Senkata è stata impressionante quanto la carenza di forniture mediche. Il governo di fatto ha minacciato i giornalisti di accuse di sedizione se avessero diffuso “disinformazione” seguendo le proteste, così molti neppure si presentano. Quelli che lo fanno spesso diffondono disinformazione. La principale stazione televisiva ha riferito di tre morti e incolpato della violenza i dimostranti, mandando in onda il nuovo ministro della difesa, Fernando Lopez, che ha fatto l’affermazione assurda che i soldati non avevano sparato neppure “una sola pallottola” e che “gruppi terroristi” avevano tentato di usare la dinamite per penetrare nell’impianto della benzina.

Non c’è da meravigliarsi che molti boliviani non abbiano idea di che cosa sta succedendo. Ho intervistato e parlato con dozzine di persone di entrambi gli schieramenti della divisione politica. Molti di quelli che appoggiano il governo di fatto giustificano la repressione come un modo per riportare stabilità. Rifiutano di definire la cacciata di Evo Morales un colpo di stato e affermano che nelle elezioni del 20 ottobre c’erano state frodi che avevano innescato il conflitto.  Tali denunce di frodi, imbeccate da un rapporto dell’Organizzazione degli Stati Americani, sono state smontate dal Center for Economic and Policy Research, uno studio di esperti di Washington, D.C.

Morales, il primo presidente indigeno in un paese a maggioranza indigena, è stato costretto a fuggire in Messico dopo che lui, la sua famiglia e leader del suo partito avevano ricevuto minacce di morte e attacchi, tra cui l’incendio della casa di sua sorella. Indipendentemente dalle critiche che si possono avere contro Evo Morales, specialmente riguardo alla sua decisione di cercare un quarto mandato, è innegabile che egli abbia presieduto a un’economia in crescita che ha ridotto la povertà e la disuguaglianza. Ha anche portato una relativa stabilità in un paese con una storia di colpi di stato e insurrezioni.

Cosa forse più importante, Morales è stato un simbolo che la maggioranza indigena del paese non poteva più essere ignorata. Il governo di fatto ha sfregiato simboli indigeni e ha insistito sulla supremazia del cristianesimo e della bibbia rispetto alle tradizioni indigene che l’auto dichiarata presidente, Jeanine Anez, ha definito “sataniche”. L’impennata di razzismo non ha mancato di essere colta dai dimostranti indigeni che chiedono rispetto per la loro cultura e le loro tradizioni.
Jeanine Anez, che era la terza di grado più elevato del senato boliviano, ha giurato da presidente dopo le dimissioni di Morales, nonostante non avesse il quorum necessario in parlamento per approvarla quale presidente. Le persone davanti a lei nella linea di successione – tutte appartenenti al partito MAS di Morales – si sono dimesse sotto coercizione. Una di loro è Victor Borda, presidente della camera bassa del Congresso, che si è dimesso dopo che la sua casa era stata incendiata e suo fratello preso in ostaggio.

Dopo aver assunto il potere, il governo Anez ha minacciato di arrestare i parlamentari del MAS, accusandoli di “sovversione e sedizione”, nonostante il fatto che tale partito detenga la maggioranza in entrambe le camere del Congresso. Il governo di fatto ha poi ricevuto una condanna internazionale dopo aver emesso un decreto che garantiva immunità all’esercito nei suoi sforzi di ripristinare ordine e stabilità. Tale decreto è stato descritto come una “licenza di uccidere” e una “carta bianca” per reprimere, ed è stato fortemente criticato dalla Commissione Interamericana sui Diritti Umani.

La conseguenza di tale decreto è stata morte, repressione e grandi violazioni dei diritti umani. Nella settimana e mezza dopo il colpo di stato, 32 persone sono morte nelle proteste, con più di 700 ferite. Questo conflitto è in una spirale incontrollata e temo che non farà che peggiorare. Sui media sociali abbondano voci di unità dell’esercito e della polizia che rifiutano l’ordine del governo di fatto di reprimere. Non è un’iperbole suggerire che ciò potrebbe sfociare in una guerra civile. E’ per questo che molti boliviani chiedono disperatamente aiuto internazionale. “L’esercito ha armi e una licenza di uccidere; noi non abbiamo niente”, ha gridato una madre il cui figlio era stato appena ucciso a Senkata. “Per favore, dite alla comunità internazionale di venire qui a fermarli”.

Ho chiesto a Michelle Bachelet, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ed ex presidente del Cile, di unirsi a me sul campo in Bolivia. Il suo ufficio sta inviando una missione tecnica in Bolivia, ma la situazione richiede una figura di spicco. E’ necessaria giustizia riparatrice per le vittime della violenza e un dialogo per disinnescare le tensioni in modo che i boliviani possano ripristinare la loro democrazia. La signora Bachelet è molto rispettata nella regione; la sua presenza potrebbe contribuire a salvare vite e a portare pace in Bolivia.

Medea Benjamin, cofondatrice di Global Exchange e CODEPINK: Women for Peace, è autrice del nuovo libro ‘Inside Iran: The Real History and Politics of the Islamic Republic of Iran’. I suoi libri precedenti includono: Kingdom of the Unjust: Behind the U.S.-Saudi Connection; Drone Warfare: Killing by Remote Control; Don’t Be Afraid Gringo: A Honduran Woman Speaks from the Heart, and (with Jodie Evans) Stop the Next War Now (Inner Ocean Action Guide). Seguitela su Twitter: @medeabenjamin.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/theyre-killing-us-like-dogs/

Originale: CODEPINK

Traduzione di Giuseppe Volpe

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-bolivia_ci_uccidono_come_cani/82_31886/

Mes, il fondo salva-banche tedesche

E’ il problema politico centrale, di dimensioni incommensurabilmente più grandi di quelli che la nostra “classe politica” è in grado di concepire (e stendiamo un velo pietoso sulla sedicente “sinistra radicale”…). Più passano i giorni, più la natura del Meccanismo europeo di stabilità si precisa come come “argine” a difesa di interessi nazionali e di classe molto precisi.

Niente a che vedere, insomma, con la pretesa di stabilire “regole uguali per tutti”. A punto che, come abbiano segnalato nei giorni scorsi, anche “europeisti” senza se e senza ma sono stati costretti a spiegare che il “nuovo Mes” è una trappola per alcuni paesi e una ciambella di salvataggio per altri. In dettaglio: va bene per Germania, Francia, Olanda, Finlandia e pochi altri, è una ghigliottina per l’Italia e gli altri Piigs (ma non solo per loro).

Ogni ora che passa c’è un altro “europeista” storico che se ne accorge. Tra gli altri, e questa è veramente una “sorpresa”, arriva persino Repubblica, che affida la sua critica ad Alessandro Penati (un “esterno”, per delimitare in qualche modo la portata della propria “conversione” in itinere).

Il meccanismo è complesso, sul piano regolamentare, ma per di più è comprensibile nella sua “strategia” soltanto se si riesce a tener presente le normali dinamiche “di mercato”. Le quali essendo presupposte come “naturali” non entrano mai nella definizione delle “regole” dei rapporti tra Stati. Ma esistono eccome; anzi, sono determinanti.

Per chiarire il funzionamento del “nuovo Mes” proponiamo ancora una volta i passaggi più rilevanti dell’analisi di Guido Salerno Aletta, apparsa sabato su Milano Finanza – testata specializzata in misfatti finanziari ed economici, nel prezioso formato settimanale  – che illustra in modo decisamente chiaro come queste “regole” siano state pensate ad un’unica scopo: combattere la guerra finanziaria attualmente in corso a livello globale.

E, come in ogni guerra, ci sono gli interessi, i comandanti, i nemici, gli alleati, i neutrali.

I “nemici” dichiarati, nell’era Trump, sono Stati Uniti e Cina. Ma l’Unione Europea si presenta come un insieme sfilacciato, non come un “esercito in assetto da battaglia”. Quasi inutile, a questo punto, ripercorrere i perché (una unione politica mai avviata, una politica economica comune sempre rifiutata, l’ammissione – eufemismo – di politiche fiscali concorrenziali all’interno dello stesso mercato comune, il nazionalismo dei più forti nascosto sotto la retorica “solidaristica”, ecc) e discutere di correttivi. Il nemico è alle porte, chi è in grado di combattere si prende il posto di comando e agli “alleati” viene riservato il ruolo di portatori d’acqua, addetti ai rifornimenti, donatori di sangue. Subordinati, insomma…

La divisione dei ruoli è chiara; lo è da decenni. Germania e Francia guidano le danze, qualche alleato meglio messo può dare una mano (l’Olanda e pochi altri), tutto il resto si deve mettere a disposizione.

Il problema è che in una guerra finanziaria – per ora – armi e munizioni sono i patrimoni, mobili o immobili. E queste risorse vanno “centralizzate”. In modo niente affatto ingenuo e niente affatto “paritario”. E siccome lo “stato maggiore” franco-tedesco (hanno persino varato un mini-Parlamento comune, in barba a quello di Strasburgo!) è messo finanziariamente malissimo, la prima mossa è garantirsi la possibilità di “sottrarre” legalmente le risorse altrui. Anzi, basta creare un meccanismo tale per cui ci penserà “il mercato”, con la speculazione, a fare il lavoro di trasferimento da un portafoglio a un altro.

Potremmo gridare allo scandalo per molte ragioni, leggendo il dispositivo del Mes. Per esempio, quella “ristrutturazione del debito pubblico” che è stata addirittura negata, nel dibattito politico e da parte di alcuni “esperti” truffaldini, non solo è presente, ma addirittura in forme inaudite.

Gli Stati che dovessero chiedere aiuto al Mes, infatti, dovrebbero avere “condizioni economiche e finanziarie forti e un debito pubblico sostenibile”. Per un paese come l’Italia o la Spagna (per non dire della povera Grecia, già spolpata senza risanare un tubo…) ciò sarebbe possibile solo con “una ristrutturazione preventiva o la confisca nottetempo dei conti correnti bancari italiani”.

Immaginate di alzarvi una mattina , andare al bancomat per fare la spesa, e leggere che il vostro misero conto è stato svuotato o quasi…

Ma non vorremmo buttarla in “populismo”…

La questione centrale è la guerra finanziaria mondiale. In cui l’Unione Europea sagomata dall’asse franco-tedesco è chiaramente il vaso di coccio, anche per lo stato disastroso in cui si trovano le grandi banche di questi due paesi. E allora un discorso che in astratto potrebbe essere svolto – o frainteso – in termini “nazionalistici” diventa immediatamente, e con assoluta chiarezza, un discorso di classe.

Stiamo infatti parlando degli interessi vitali di banche e industrie che da anni fanno fatica a reggere la competizione globale. Deutsche Bank è uno zombie incurabile, Mercedes ha annunciato un piano di tagli da 1,5 miliardi, sono cominciati i fallimenti bancari (NordLb, in Germania) e i salvataggi con i soldi pubblici (vietato altrove!).

“Non si può andare avanti così”, si sono detti i boss tra Berlino, Francoforte e Parigi; “prendiamoci tutto e proviamo a resistere meglio”.

E’ questo il processo di cannibalizzazione che sta marciando nell’economia europea: sacrificare i “marginali” per salvaguardare – illusione disperata – “l’asse centrale”.

Due parole sulla nostra “classe politica” vanno però dette. Per quasi 30 anni, e sicuramente da Maastricht in poi (1992), i governi italiani hanno sottoscritto trattati asimmetrici, probabilmente senza capirli o addirittura senza leggerli (memorabile la “riforma costituzionale” che ha introdotto il vincolo al pareggio di bilancio nell’art. 81, votata quasi all’unanimità – Lega compresa – e senza discussione parlamentare).

Sul “nuovo Mes” abbiamo avuto una sceneggiatura appena più articolata. Tutti i partiti (o come volete chiamarli) hanno concordato in silenzio sui termini della trattativa in corso per la sua “riforma”. Solo quando la configurazione della maggioranza è mutata la Lega ha cominciato in modo criptico a dire che non andava bene. E Conte ha avuto facile gioco nel perculare Salvini, per molti mesi seduto ai tavoli “a sua insaputa”. Il Pd, da parte sua, ha addirittura messo un funzionario europeo sulla poltrona di via XX settembre, chiarendo fin da subito che trovava quella “riforma” del tutto normale.

Ma una volta aperta la diga, tutti sono stati costretti ad andare a legge cosa c’è effettivamente nel testo del “nuovo Mes”.

Ora possiamo sapere. E se non vogliamo capire, siamo proprio scemi.

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Alcune citazioni  molto significative dell’editoriale di Guido Salerno Aletta:

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C’è una guerra economica e finanziaria in corso, a livello globale, e l’Italia si trova sulla linea di frontiera. La crisi americana del 2008 ha aperto un processo di riequilibrio che è appena cominciato con la Presidenza Trump: non riguarda solo la Cina, ma soprattutto l’Europa.

La riforma del MES si colloca a pieno in questo scenario, nella prospettiva di fronteggiare una prossima crisi e la speculazione che si innescherebbe. Qualcuno rimarrà schiacciato, e non è affatto detto che si tratti dell’Italia sotto il peso del suo debito pubblico. Saranno ancora una volta le crisi bancarie, per via degli impieghi insussistenti, a spezzare le ginocchia dei colossi“.

Sulla questione degli aiuti agli Stati.

E’ evidente che per l’Italia hanno montato una ghigliottina, tutta a favore della speculazione: c’è solo da tirar via il laccio che trattiene la lama. Siamo di fronte ad una serie di ferrei sillogismi, che portano ad una conclusione assolutamente risibile: secondo la riforma, infatti, sono dichiarati ammissibili agli aiuti precauzionali solo i Paesi che non hanno squilibri macroeconomici quali definiti dalla Unione europea e che, di converso, hanno invece un debito pubblico sostenibile. E quest’ultimo è sostenibile solo se si rispettano le regole del Fiscal Compact, che obbligano a ridurre di 1/20 l’anno la quota eccedente il 60% del pil“.

Per gli Stati che non rientrano tra quelli ammissibili agli aiuti precauzionali, in quanto non rispettano alcuni dei criteri previsti, è stato previsto un pertugio: nell’Annesso III, al n.2, ed in appena tre righe di testo, si prevedono le Condizioni avanzate per la concessione di linee di credito: devono comunque avere ‘condizioni economiche e finanziarie forti e un debito pubblico sostenibile’“.

Ma come si ottiene in poco tempo un “debito pubblico sostenibile” secondo i parametri previsti dai trattati?

L’unica via è quella della sua preventiva ristrutturazione, o la confisca nottetempo dei conti correnti bancari italiani per un ammontare equivalente: è questa la taciuta, ignominiosa verità. Non per caso, nel Trattato si modificano le regole per le CAC, le clausole di azione collettiva, al fine di semplificare la procedura di contrattazione finalizzata alla ristrutturazione del debito.

L’Italia dovrebbe portare il rapporto debito/pil al 100%, più o meno al livello della Francia: una botta da 500 miliardi di euro, visto che il debito oggi gira intorno a 2300 miliardi di euro ed il pil sta a 1800 miliardi. Per i risparmiatori italiani, le banche, le assicurazioni, i fondi di investimento e previdenziali sarebbe una catastrofe“.

Tanta durezza “tecnica”  deriva per forza da un diverso punto di vista politico e geostrategico:

L’asse franco-tedesco ci ha mollato, è indubbio: la Lega ed i partiti sovranisti cui si collega sono un pericolo per l’Unione europea, e l’attuale governo di Roma è troppo debole per affrontare le riforme strutturali di cui si parla da anni: tanto dolorose in termini di crescita e di occupazione, quanto inutili ai fini del risanamento del bilancio“.

Ma anche imporre “sacrifici” tanto catastrofici au un paese di 60 milioni di abitanti, comunque ancora terza economia del Vecchio Continente, sarebbe una bomba posta sotto la stessa Unione Europea, che verrebbe a quel punto chiaramente identificata come la causa di tutti i mali, nazionali e continentali. Per questo le “regole” proposte con il Mes e la bozza di unione bancaria avanzata dal ministro delle finanze Olaf Scholz non sono scritte in modo esplicitamente punitivo per i singoli paesi.

“Il lavoro sporco, per abbattere il debito pubblico italiano ed insieme l’intera struttura economica e finanziaria, come è accaduto alla Grecia, lo farebbe la speculazione.

La speculazione sa bene che non è affatto il debito pubblico italiano a far paura, ma il default di alcune grandi banche tedesche. Uno scenario assai poco scandagliato. Ed infatti, leggendo per intero il testo della riforma del MES, risulta chiaro che si tratta di un organismo del tutto nuovo: non è altro che un gigantesco Fondo salva-banche, e non più il modesto salva-Stati ad imitazione del Fmi, varato nel 2011.”

Come si fa a dire una cosa del genere? Perché il dispositivo del Mes – alla cui testa da anni è stato posto il vero regista del varo dell’euro, Klaus Regling –  “è congegnato curiosamente, in modo da consentire la ricapitalizzazione diretta delle banche che ne abbiano bisogno, senza più passare per lo Stato cui appartengono come è successo finora, ad esempio per la Spagna, facendo aumentare a dismisura il suo debito pubblico.”

Fin qui, uno Stato si indebitava con il MES e poi ricapitalizzava le sue banche, sottoponendosi a una serie di condizioni molto stringenti. “Ora non più: la ricapitalizzazione è diretta, con un meccanismo iper semplificato che non prevede le severe condizionalità che si pongono fin d’ora per concedere gli aiuti agli Stati“.

Vi sembra un ragionamento troppo tecnico? E allora vediamo qualse sarebbe la conseguenza pratica:

“Se le banche tedesche dovessero ricevere aiuti, il debito pubblico tedesco non ne risentirebbe.” Bingo! Alle banche – quelle tedesche o francesi – verrebbe concesso in automatico quel che uno Stato dovrebbe “guadagnarsi” affamando la propria popolazione. Ma non è finita.

C’è un’altra innovazione profonda: la creazione di un meccanismo di backstop, una rete di sicurezza da parte del Fondo che viene definito addirittura “prestatore di ultima istanza”, una garanzia di tutela che non richiede né garanzie né collaterali, che non esiste invece per gli Stati europei, e che viene istituito a favore del Meccanismo centralizzato di risoluzione bancaria e del Fondo unico di Risoluzione“.

Ma si è sempre detto che il Mes non può fare il “prestatore di ultima istanza” perché non dispone – come necessario – di “risorse illimitate” (la possibilità di “stampare moneta” nella misura necessaria per tamponare i problemi). Il suo fondo, fin qui, è di soli 2.600 miliardi di euro, appena sufficienti per far fronte a un improbabile default della sola Italia.

Ma il “nuovo Mes” non serve per gli Stati (troppo grandi per essere “protetti” davvero), ma soltanto le banche private… Scrive Salerno Aletta:

Più che condivisione dei rischi sovrani, sempre avversata dalla Germania, siamo arrivati alla condivisione delle perdite bancarie. Altro che bail-in, dunque. Il quadro della riforma del Mes si fa più chiaro, e la speculazione ne prende buona nota.”

Qui, insomma, si nasconde il “segreto” del processo che abbiamo chiamato “cannibalizzazione”, tra “partner” europei.

Mors tua, vita mea […] La Germania, mentre ci impone la riduzione del debito attraverso il default distruttivo, difende a tutti i costi il suo sistema bancario, in gravi difficoltà. E per farlo ha trasformato il MES in un Fondo Europeo Salva-banche. Non per caso, la Germania si è detta finalmente favorevole anche ad un sistema europeo di assicurazione dei depositi: da una parte si preoccupa di salvare le sue banche, e dall’altra i suoi risparmiatori.”

Di fatto, dunque, il sistema-Italia viene usato “non solo come uno scudo umano, alla maniera dei terroristi, ma come detonatore di una crisi globale“. Il 2020 è considerato un anno di “transizione”, nella guerra finanziaria montante. Le elezioni inglesi e poi quelle statunitensi avranno il compito di chiarire se, e in che misura, il capitalismo anglosassone avrà una linea d’azione unitaria oppure no; e in che misura incrementerà lo scontro con la Cina e il mal-incollato vaso europeo.

La strategia dell’”arrocco” franco-tedesco spinge oggettivamente l’Italia e altri paesi verso “l’Anglosfera” (l’inconsistenza della nostra classe dirigente, e l’assenza di visioni per il futuro, non permettono considerare altre e più robuste soluzioni, come lo sviluppo di un’area EuroMediterranea e l’implementazione, per esempio, della Via della Seta). Ma la cosa più terribile è che tutto questo affannarsi per “succhiare risorse” dai partner europei è decisamente inutile. Infatti:

Ad essere ostaggio della speculazione finanziaria non è l’Italia. Nel mirino ci sono le banche tedesche e le loro filiali americane, già da tempo sono sotto l’occhiuta vigilanza della Fed. Farle saltare in aria, prendersi asset, spazi di mercato e depositi, sarebbe un gioco da ragazzi.”

Ed è proprio la strategia messa in piedi da Berlino a ritorcersi contro i suoi “austeri” imbecilli:

Il lungo e travagliato iter di approvazione e di ratifica del nuovo Trattato istitutivo del MES, che non si limita ad emendare il precedente ma lo riscrive di sana pianta, darà alla speculazione tutto il tempo necessario per montare il clima di sfiducia generalizzato in cui è solita operare. Ma probabilmente non sarà neppure necessario agitare il mercato come una clava, senza pietà: si prenderanno tutto per 1 dollaro.

Chi ha sacrificato la Grecia per mera voluttà di potenza, subirà la stessa sorte, perderà tutto. Nemesi placherà l’ira di Giove.”

Lo possiamo dire con un mese di anticipo: Buon Anno!

http://contropiano.org/news/politica-news/2019/11/25/mes-il-fondo-salva-banche-tedesche-0121142

 

Sul MES gli accademici italiani sono autentici ingenui o fanno finta di esserlo

A conferma che gli accademici degli ultimi 25 anni sono autentici ingenui o fanno finta di esserlo. E’ la volta di Quadro Curzio, che la fa da padrone da decenni. Questi sull’Huffington Post sostiene che non bisogna avere paura del Mes purchè accompagnato da Eurobond. E’ la famosa questione del safe asset, l’asset sicuro obbligazionario che manca a livello europeo. Ora, Quadro Curzio, Prodi, lo stesso Savona, non vogliono capire che la Germania non consentirà mai la creazione di un Eurobond perché vuole che tutti nell’eurozona comprino il bund, il titolo di Stato tedesco, da considerarsi il più sicuro e perciò stesso unico safe asset. Un altro safe asset è quello olandese, segue quello francese ma solo perché la Germania lo sostiene finanziariamente, tant’è che ha un’alta percentuale di debito pubblico francese. Quello italiano è in balia delle onde e così viene strutturato in modo da convincere banche italiane e risparmiatori italiani a comprare titoli di Stato tedeschi e olandesi. Titoli di Stato che hanno rendimenti negativi, cioè compri 100 ti ridanno in un decennio 77.

La gente lo sa che ci perde ma compra lo stesso perché è terrorizzata dal crollo italiano ed europeo.

L’imprenditore veneto o lombardo porta i milioni in Olanda o in Germania ben sapendo che ci perde ma almeno una buona parte è sicuro. Con questo giochetto la Germania ha ridotto tantissimo il debito pubblico perché non paga interessi, anzi sono gli altri a pagare. Ma tre settimane fa è intervenuta, pare, una novità. Sembra che le banche italiane abbiano spostato 50 miliardi dalle banche tedesche, che offrono rendimenti negativi, alla Banca Centrale Europea, con rendimenti zero, dunque di per se’ positivi rispetto al dato negativo.

Ora, occorre vedere se i risparmiatori italiani, date le banche tedesche malconce, facciano lo stesso e spostino i capitali, che so, dalla Germania all’Inghilterra o in Usa. Questo sarebbe il terremoto ed è per questo che l’Italia verrà ancora terrorizzata, con l’aiuto dei collaborazionisti di casa nostra. Altro che Eurobond, è una guerra tra capitali.

di Pasquale Cicalese

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-sul_mes_gli_accademici_italiani_sono_autentici_ingenui_o_fanno_finta_di_esserlo/29785_31887/

Roma, 1° dicembre: Haart Fashion, un’insolita sfilata

Si terrà il 1° dicembre, giornata mondiale della lotta all’AIDS: un’insolita sfilata, una sfilata di moda a tema HIV. L’evento, unico nel suo genere, fa parte di un progetto triennale di Angela Infante, presidente del Gay Center, dal nome HAARTisticamente, termine che gioca sulla somiglianza fonetica della parola ART, intesa come ARTE e l’acronimo HAART, usato per definire la terapia antiretrovirale. Il gruppo è composto da persone sierocoinvolte, cioè persone interessate a conoscere, comprendere, discutere, approfondire e confrontarsi su argomenti inerenti il mondo della sieropositività.

L’insolita sfilata sarà ospite dei MuCiv – Musei delle Civiltà, in zona E.U.R., nel Salone d’Onore delle Arti e Tradizioni Popolari e si avvale di numerosi importanti patrocini, tra i quali spiccano per il tema legato alla salute, la SIMIT, Società Nazionale Italiana Malattie Infettive e Tropicali e della Fondazione PTV – Policlinico Tor Vergata di Roma.

Il progetto HAARTsticamente è una trilogia di laboratori annuali: nel primo ciclo, svolto nel 2017, costituito da laboratori di artcounseling, i partecipanti hanno lavorato, cimentandosi con differenti tecniche artistiche, per esplorare il mondo della sieropositività.

Nel secondo ciclo, tenutosi nel 2018 è stato chiesto agli “HAART-attori” di dare una chiave di lettura del mondo della sieropositività, individuale, introspettiva e critica, diversa dagli abituali concetti stereotipati. La partecipazione assidua, una gestione dello spazio interiore e dello spazio scenico hanno portato a portare sul palcoscenico un esperimento di teatro Counseling dal titolo Alici e Cornici. Nell’ultimo ciclo i partecipanti sono stati chiamati a formulare, ideare, creare un look da passarella, abbinato a temi della sieropositività, riguardanti due concetti chiave: il Contagio e la Cura, senza mettere un limite alla fantasia personale.

Luogo: MuCiv
Indirizzo: Piazza G. Marconi, 14 – Roma
Quando: 01/12/2019 h 10:30

Odio contro le donne, monitoraggio su Hate Speech on line

A pochi mesi dalla presentazione dei dati emersi dal secondo Barometro dell’odio di Amnesty International Italia, ha preso il via la terza edizione del progetto, il cui focus verterà su genere, identità di genere e orientamento sessuale. Read More “Odio contro le donne, monitoraggio su Hate Speech on line”

Comunicazione difettosa e tossica: Giornalisti Nell’Erba è resiliente

Educazione allo Sviluppo Sostenibile: è partita la XIV edizione del Premio Nazionale e Internazionale di giornalismo sulla sostenibilità dedicato ai giovani e giovanissimi, gruppi e scuole. Giornalisti Nell’Erba ha firmato un protocollo d’Intesa con il M.I.U.R. per promuovere azioni di educazione alla sostenibilità. Il Tema di quest’anno è:

Resilienza 

All’emergenza climatica, ambientale, economica e sociale. Resilienza alla comunicazione difettosa e tossica 

Non abbocco 2

#gNe14

La palma che oscilla col vento e non si spezza. La quercia, rigida “fa muro”, resiste alla perturbazione e, infine, si rompe. Di fronte alle perturbazioni occorre essere equipaggiati non per resistere ma per seguire l’urto e resiliere.

Il termine resilienza, come ricorda l’Accademia della Crusca, ha un’origine latina: il verbo resilire si forma dall’aggiunta del prefisso re- al verbo salire ‘saltare, fare balzi, zampillare’, col significato immediato di ‘saltare indietro, ritornare in fretta, di colpo, rimbalzare, ripercuotersi’.

Ed è proprio su questo concetto che rimbalza il nostro pesciolino che non abbocca, simbolo di una di resilienza anche nel campo dell’informazione.

È la sfida che Giornalisti Nell’Erba propone ai giovani e giovanissimi reporter chiamati a scovare, analizzare ed elaborare contenuti per prendere parte alla 14a edizione di gNe, il premio giornalistico per 3-29enni.

Ma il tema resilienza, soprattutto in questo periodo in cui il nostro Pianeta è martoriato da profondi cambiamenti, mai come ora è necessario applicarlo anche all’emergenza climatica, ambientale, economica e sociale.

Si può partecipare singolarmente, per gruppi, per classi, per interclassi, per scuole.

Le fasce d’età di partecipazione sono le consuete:

  • Ia fascia dai 3 agli 11 anni (scuola dell’infanzia e primaria)
  • IIa fascia dagli 11 ai 14 (scuola secondaria di primo grado)
  • IIIa fascia dai 14 ai 19 anni (scuola secondaria di secondo grado)
  • IVa fascia dai 19 ai 29 anni

Quest’anno ci sono aggiornamenti per quanto  riguardo le categorie. Infatti i partecipanti di Ia fascia potranno concorrere per le categorie “giornalismo” e “creativa”. 

I reporter di IIa fascia oltre a “giornalismo” e “creativa”, potranno presentare elaborati per le categorie “data journalism” e “bufale”.

Per le rimanenti IIIa e IVa fascia si propone una nuova categoria. In aggiunta a “giornalismo”, “creativa”, “data journalism” e “bufale”, i partecipanti che avranno compiuto il quattordicesimo anno di età potranno cimentarsi nella sezione “social”. Resiliendo alle nuove forme di comunicazione e ai risultati del progetto di citizen science Be a Data Scientist, Giornalisti Nell’Erba ha deciso di lanciare questa nuova categoria per vedere i giovani all’opera proprio là dove più di altri media si informano. Sarà una bella sfida ma soprattutto il banco di prova per toccare con mano l’informazione del futuro. 

Per partecipare c’è tempo fino al 28 febbraio, e siate puntuali! Le novità infatti non finiscono qui. La premiazione e la Giornata Nazionale di Giornalisti Nell’Erba quest’anno sarà al Villaggio per la Terra durante le celebrazioni dell’Earth Day che si terranno al Galoppatoio di Villa Borghese a Roma tra il 22 e il 26 aprile 2020

Qui per saperne di più: https://www.giornalistinellerba.org/ilpremio.html

Qui per iscriversi: https://www.giornalistinellerba.org/iscriviti.html

Fondamentale leggere e approvare il regolamento.

Dal 9 al 13 dicembre Giornalisti Nell’Erba come da 5 anni a questa parte sarà tra le poche – pochissime – testate italiane presenti al Conferenza delle parti sui Cambiamenti Climatici, COP25 a Madrid. Seguite i servizi, le interviste e gli imperdibili resoconti di fine giornata per scoprire tutti gli aggiornamenti.

Il reportage da COP25 degli inviati di Giornalisti Nell’Erba è realizzato grazie al supporto di Associazione Frascati Scienza, Lucart e Servizio Cristiano Valdese di Riesi.

Sei un docente e hai bisogno di spunti per organizzare il lavoro in classe per partecipare al premio? Scarica l’e-book Il metodo Giornalisti nell’Erba, una guida pratica, una cassetta degli attrezzi per l’educazione allo sviluppo sostenibile, di Giuditta Iantaffi e Ilaria Romano, delegate nazionali Educazione e Formazione di Giornalisti Nell’Erba e coordinatrici della Rete nazionale Docenti gNe. Aperto da una presentazione di Paolo Fallai (giornalista, scrittore, e storico giurato del Premio Giornalisti Nell’Erba) e edito da Il Refuso a.p.s., il libro è acquistabile su Amazon, anche con carta del docente e 18app.

Se non sai come scaricare un ebook, ecco il tutorial.

giornalistinellerba@gmail.com

Passi avanti verso la ratifica del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari

Con la firma di Nauru sono diventati 80 gli stati firmatari del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN). Nello stesso tempo, come informa ICAN, sono in corso di perfezionamento le ratifiche di Irlanda e Paraguay che arriveranno presto insieme a quella di Nauru stesso. Read More “Passi avanti verso la ratifica del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari”

Diciamo a Mike Pompeo: “Gli insediamenti israeliani violano le leggi internazionali!”

Giorni fa Mike Pompeo, Segretario di Stato USA, ha dichiarato che gli Stati Uniti non considerano più le colonie israeliane in Cisgiordania illegittime, ossia contrarie al diritto internazionale. Qualche ora dopo il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha approvato il disegno di legge che permetterà a Israele di annettersi la Valle del Giordano, adempiendo a una promessa già manifestata durante la recente campagna elettorale.

Ma la storia ci ricorda che …

Nel 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con la Risoluzione n. 181 del 29 novembre, aveva decretato la divisione della Palestina in due Stati, prevedendo uno status speciale per la città di Gerusalemme. Da allora le Nazioni Unite sono intervenute più volte mediante numerose e importanti Risoluzioni, come quelle n. 242 del 22 novembre 1967, n. 338 del 22 ottobre 1973 e n. 465 del 1° marzo 1980, che ancora oggi costituiscono la via maestra per ogni possibile percorso di pace.

Infine è intervenuta la Corte Internazionale di Giustizia che ha pronunciato delle parole definitive sullo status giuridico dei territori occupati da Israele a seguito della guerra dei sei giorni. La Corte è la bocca del diritto internazionale: essa ci dice cosa è legale e cosa è illegale nell’ordinamento internazionale. Con la sentenza del 9 luglio 2004 la Corte ha ribadito che tutti i territori che si trovano al di là della linea verde (la linea di armistizio del 1949), ivi compresa la zona Est di Gerusalemme, sono territori occupati a seguito di un conflitto bellico e che Israele è una Potenza occupante, come tale vincolata, nell’amministrazione dei territori occupati, al rispetto delle obbligazioni derivanti dal diritto dei conflitti armati.

Insediamenti israeliani su territorio palestinese

Due sono le conseguenze fondamentali emerse dal riconoscimento dello statuto giuridico dei territori occupati. 

La prima è che il popolo palestinese è titolare di un diritto all’autodeterminazione, che deve essere attuato, ovviamente, con mezzi pacifici, ma non deve essere pregiudicato con modifiche del territorio e della sua composizione demografica, realizzate attraverso la politica dei “fatti compiuti”. 

La seconda è che, nell’amministrazione dei territori occupati, la Potenza occupante deve rispettare le Convenzioni internazionali, ivi compresa la IV Convenzione di Ginevra, che esplicitamente vieta alla Potenza occupante di trasferire una parte della propria popolazione nei territori occupati (art. 49). La Corte quindi riconosce che gli insediamenti dei coloni nei territori occupati sono illegali in quanto costituiscono una “flagrante violazione” della IV Convenzione di Ginevra.

… e quindi?

Allorché il portavoce di Trump dichiara che le colonie non sono più illegali, in realtà demolisce il diritto internazionale e legittima la legge della giungla nelle relazioni internazionali, mandando in esilio il diritto.

La questione va al di là del caso specifico: attraverso queste condotte si rinnega l’ordine giuridico costruito dopo la seconda guerra mondiale, fondato sul presupposto che la pace si raggiunge attraverso il diritto. Demolire la trama, pur esile, del diritto e delle Convenzioni che regolano le relazioni internazionali significa precipitare l’umanità intera in una condizione di conflitto perenne.

(testo tratto dal sito Facebook di Bocchescucite)

Volendo firmare contro il recente pronunciamento americano sulle colonie israeliane si può andre sul sito di Codepink, un’organizzazione di base guidata da donne che lavora per porre fine alle guerre e al militarismo statunitensi, sostenere iniziative per la pace e i diritti umani e reindirizzare i soldi delle tasse verso l’assistenza sanitaria, l’istruzione, i lavori verdi e altri programmi di affermazione della vita.