Paolo Maddalena: “Il pensiero neoliberista ha ormai oltrepassato il segno”

Esprimiamo il nostro sincero apprezzamento per il discorso con il quale la Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha esposto il programma dell’UE per il prossimo quinquennio.
Ella ha posto in prima piano la soluzione del problema climatico, prospettando una drastica diminuzione del CO2 entro il 2050.
Si è inoltre occupata della digitalizzazione in campo economico e del problema dei migranti, da risolvere in modo unitario da parte dell’Europa.
Per quanto riguarda la vita di ogni giorno sono oggi emerse dalla stampa fosche previsioni nei confronti dei cittadini debitori.
Gia conosciamo da molto tempo le richieste dei manovratori dell’Ilva riguardanti l’immunità penale, ovviamente a tutto discapito dei lavoratori e dei cittadini indifesi.
A livello europeo si parla di immunità nei confronti degli operatori del Mes in relazione al recupero delle somme prestate agli Stati economicamente in difficoltà.
Ieri abbiamo visto che, per il recupero dei crediti erariali, si prevede un pignoramento dei conti correnti con la possibilità che il fisco prelevi, senza alcun intervento della magistratura, le somme dovute dai cittadini debitori.
Oggi si apprende che il Consiglio europeo ha deciso, a favore delle banche, di adottare una procedura extragiudiziale per la vendita di beni reali pignorati.
Intanto nei confronti dei cittadini abbienti (Aspi-Atlantia-Benetton) ancora ci si attarda nella formulazione di una procedura che dovrebbe portare alla revoca delle concessioni autostradali.
Eppure non è dubbio che al riguardo è applicabile l’articolo 1453 del Codice civile, che prevede la risoluzione del contratto per inadempimento di una delle parti, oltre al risarcimento del danno.

È tanto difficile far valere questa norma nei confronti dei Benetton?
Quello che preoccupa, è che il pensiero neoliberista ha oltrepassato il segno.

Mentre si proteggono ancora, in strani modi, la finanza e le multinazionali, si sottrae al cittadino comune quella, che secondo Piero Calamandrei, è la forza maggiore che questi possiede: ricorrere alla “coscienza del giudice”.
Togliere questa possibilità di difesa, dando luogo a immunità e procedure extragiudiziali è una gravissima violazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione, e in particolare dell’articolo 27 e di tutte le norme che riguardano il titolo quarto della parte seconda dedicato alla magistratura.
Senza che il popolo se ne accorga, e mentre i mezzi di comunicazione sviano il pensiero di ognuno su cose diverse, procede senza sosta la corsa per sottoporre a schiavitù tutti i cittadini.
Questi devono rendersi conto di quanto sta avvenendo, unire le loro forze residue e combattere con un serio programma contro il sistema economico predatorio neoliberista, eradicando le sue radici che sembrano molto ramificate nell’intero sistema sociale.

di Paolo Maddalena (Professor Paolo Maddalena. Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”)

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-paolo_maddalena_il_pensiero_neoliberista_ha_ormai_oltrepassato_il_segno/82_31929/

 

 

Hong Kong e i lupi. La risposta di Pino Cabras a Quartapelle

Ieri la collega deputata Lia Quartapelle Procopio, capogruppo PD in commissione esteri, in un’intervista su “La Stampa” sui fatti di Hong Kong mi ha definito «il capo della linea di non ingerenza». Lei la posizione dei M5S la vede così: «Ho avuto l’impressione che per loro sia difficile ammettere o capire la posta in gioco». Quartapelle vuole mettere davanti al governo di Pechino, a mani nude, «dei paletti invalicabili». Perché ritiene che la politica estera si faccia «imponendo i propri principi».

Così parlerebbe, suppongo, un capo della linea dell’ingerenza.

Ma immagino che Lia non voglia questo titolo, perché anche lei avrà notato come negli ultimi 16 anni, dall’Iraq in poi, in decine di casi, gli «esportatori di democrazia» abbiano esportato soprattutto caos, grandi conflitti, guerriglie urbane e drammatici peggioramenti dei diritti umani. L’Occidente – o almeno la sua versione più incauta che vorrebbe insegnare a vivere agli altri popoli – è diventato una macchina freudiana della “coazione a ripetere”: in parole povere è incorreggibile e si mette sempre negli stessi guai. Magari a Hong Kong è diverso, stavolta, e perciò Quartapelle insiste perché si voti la mozione di condanna delle autorità cinesi presentata dal collega dell’opposizione Maurizio Lupi. Magari siamo in una stagione mondiale in cui presso tante piazze in contemporanea si confrontano con durezza idee diverse di Stato. L’ho già ricordato: sta avvenendo a Hong Kong come a Santiago, a Bogotà come a Barcellona, a Teheran come a Baghdad, a Beirut come a Caracas, al Cairo come a La Paz. E ce ne sono altre ancora. Tipo Gaza, dove cadono bombe sui bambini, senza che se ne parli troppo.

In Cile decine di giovani manifestanti sono stati accecati con i proiettili di gomma della polizia, in Bolivia e Colombia decine di morti, idem in Iran e in Iraq, il Libano una polveriera, i selciati francesi lasciano ogni sabato diversi “gilet jaunes” a rantolare, pronti a ingrossare le fila dell’associazione dei mutilati. Ne avete sentito parlare? Ovunque vediamo situazioni controverse, in cui si affiancano manifestazioni pacifiche, atti sediziosi, tumulti e cicli di repressione delle autorità.
Abbiamo visto pochi sopraccigli sollevarsi quando il presidente francese Emmanuel Macron annunciava una dura repressione di chi protestava con l’uso della violenza. Quando invece il presidente cinese Xi Jinping, quasi in fotocopia, invita la magistratura di Hong Kong a punire “coloro che hanno commesso violenti crimini”, secondo la mozione Lupi si tratta nientemeno che di «una specie di “licenza di uccidere”» nonché del «“preludio per un massacro” dalle parole di un giovane cinese studente». Dovremmo dunque farci buttare senza indugio da Lupi nel tritacarne delle polemiche hongkonghesi, facendoci trascinare dalle aspettative pessimistiche espresse da persone coinvolte nella controversia politica locale, prendendole come oro colato. L’ipotesi che ci siano anche ingerenze forestiere che contaminino la lotta politica in loco viene liquidata come «senza prove evidenti», anche se poi si citano gli interventi di numerosi parlamentari britannici che sollecitano gli Stati del Commonwealth a concedere la doppia cittadinanza ai sette milioni di residenti di Hong Kong (l’equivalente di una bomba atomica da scagliare sulle relazioni diplomatiche).
Ecco, la non ingerenza, in un simile quadro, è per lo meno un atto di elementare prudenza, di capacità di non farsi imporre l’agenda da nessuno, di non far strumentalizzare il Parlamento di un paese come l’Italia nell’indirizzare l’evoluzione costituzionale di un paese straniero, o addirittura nella ricerca di un “regime change”.
La rappresentante del PD insiste sullo schema Lupi e chi non lo firma sarebbe solo uno che si mette dalla parte del più forte. Noi crediamo invece che dovremo sì esprimere una posizione italiana su questa vicenda, ma che non ci dovremo far torcere il braccio da nessuno né farci imporre interpretazioni preconfezionate.

Mesi fa un coro si levava affinché l’Italia riconoscesse come unico presidente del Venezuela Juan Guaidó, un politico oggi già ampiamente screditato. Sono orgoglioso di aver perorato e vinto la linea della «non interferenza»: ci saremmo ritrovati in un vicolo cieco diplomatico. Facevamo bene a invocare meccanismi di mediazione, approvati dall’ONU in ossequio all’ordinamento internazionale, con l’obiettivo di una via pacifica e democratica alla crisi. Se avessimo sostenuto le forzature istituzionali per il “regime change” avremmo rischiato di facilitare la guerra nelle case dei venezuelani. Tra muoversi purchessia e muoversi con un potente “calm down” preferiamo la seconda. Ce lo dicono tante cose: l’esperienza internazionale di questi anni, il ruolo dell’Italia, la corretta valutazione degli interessi in campo, la consapevolezza delle ingerenze che tirano la giacca alle priorità dei media, tra megafoni su Hong Kong e silenziatori sulla Bolivia e il Cile.

Sul caso di Hong Kong, la proposta è semplice. La mozione Lupi va riscritta da cima a fondo nelle premesse. Per quanto riguarda gli impegni, niente fughe in avanti sui media, non serve a nulla. Discutiamone in modo più equilibrato, come è successo altre volte, senza pistole alla tempia. Il diritto internazionale è già fonte di ispirazione formidabile per guardare a quel che sta accadendo nelle piazze di mezzo pianeta, per valutare e appoggiare i diritti di espressione, per tener conto della delicatezza della «non interferenza» dove migliora le relazioni internazionali. Noi ci siamo, dalla parte della libertà e della pace. Dovremo lanciare una nuova stagione dei diritti umani nel mondo. In questo l’Italia ha una fantastica tradizione: penso ai convegni degli anni cinquanta in cui il sindaco di Firenze, La Pira, in piena Guerra Fredda, invitava i sindaci di città dell’Est, dell’Ovest, del Sud del mondo e anticipava i tempi della fine del colonialismo.

L’angolo visuale dell’umanità, non quello della CNN.

di Pino Cabras

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-hong_kong_e_i_lupi_la_risposta_di_pino_cabras_a_quartapelle/82_31930/

 

Dopo Telesur anche RT viene chiusa dal regime golpista in Bolivia

Cotas, il principale operatore privato in Bolivia di tv via cavo, ha comunicato all’emittente russa RT in spagnolo che il suo segnale sarà sospeso a partire da lunedì 2 dicembre. Lo riferisce oggi RT. La decisione “è stata adottata da autorità superiori” ha dichiarato una fonte allo Sputnik.

RT subisce la stessa censura avuta una settimana fa da Telesur, a cui pure la compagnia statale Entel ha comunicato la sospensione delle trasmissioni nel territorio boliviano. Intervistato dal programma ‘El Zoom’ di RT, l’ex vicepresidente boliviano Alvaro Garcia Linera ha sostenuto che il governo ‘de facto’ della presidente ad interim Jeanine Anez non tollera le voci critiche. “Se uno è minacciato come giornalista, o per le sue parole e le sue opinioni – ha sottolineato Garcia Linera – è chiaro che non hai alcun tipo di libertà o diritto garantito. E’ questa la qualità del regime che ha costituito il golpismo della (presidente autoproclamata Jeanine) Anez, e di polizia e militari che la sostengono”.

María Zajárova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha commentato la recente decisione dell’operatore Cotas di interrompere la trasmissione di RT in spagnolo in Bolivia dal 2 dicembre. La portavoce ha definito la misura “allarmante” e ha espresso la preoccupazione di Mosca per il peggioramento della posizione dei media russi in America Latina.
Ha inoltre ricordato come il 15 novembre la trasmissione RT sia stata sospesa in Ecuador. “In entrambi i casi, le chiusure sono state fatte senza spiegazione, e in quest’ultimo caso, senza preavviso”, ha detto Zajárova.

Il rappresentante del ministero degli Esteri russo ha dichiarato che questa misura è “una conseguenza del nuovo corso annunciato” dalle nuove autorità in Bolivia. “Ci parlano di coincidenze, ma risulta essere la conseguenza di un sistema. E la prova è che [l’hanno fatto] senza spiegazioni e senza preavviso”, ha aggiunto Zajárova.

Inoltre, la portavoce del ministero degli Esteri russo ha espresso la speranza che “questi passaggi non siano dettati dal tentativo di soffocare fonti alternative di informazione che discriminano i canali russi”. Ha anche avvertito che, altrimenti, la Russia sarà costretta a “prendere in considerazione azioni come lo spostamento della Bolivia e dell’Ecuador dall’osservanza degli obblighi internazionali per garantire il libero accesso alle informazioni e la libertà di espressione”.

“È inaccettabile che i media diventino ostaggi di una situazione politica instabile, i loro diritti devono essere garantiti indipendentemente dal modo in cui coprono gli eventi politici nazionali. Chiediamo la risposta delle pertinenti organizzazioni internazionali e ONG per i diritti umani”, ha concluso Zajárova

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-le_censure_che_non_fanno_notizia_dopo_telesur_anche_rt_viene_chiusa_dal_regime_golpista_in_bolivia/5694_31933/

 

Parma “città della cultura” chiude occhi, orecchie e acceca i macachi.

Tutti gli organismi di valutazione etica e scientifica […] hanno confermato che […] la sperimentazione animale è indispensabile, e hanno convenuto che i macachi sono l’unica specie utilizzabile”.

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La “riscossa” dei fratelli e delle sorelle di persone con Malattie Rare

Superando.it

Si chiama “La mia storia è quella di mio fratello. Racconti di Famiglie e di Malattie Rare”, ed è un volume promosso dall’OMAR (Osservatorio Malattie Rare), con il sostegno delle Istituzioni e il contributo di tante Associazioni, che mette insieme le testimonianze di fratelli e sorelle delle persone con Malattie Rare – i cosiddetti “sibling” – resisi disponibili a raccontare le proprie storie. Con tale pubblicazione prosegue il percorso del progetto “Rare Sibling”, che dal prossimo anno organizzerà anche veri e propri gruppi di auto mutuo aiuto dedicati sempre ai sibling
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Dare potere alle persone con disabilità e garantire inclusività e uguaglianza
Ovvero “La disabilità del Terzo Millennio”, rispettivamente sottotitolo e titolo del convegno promosso per il 30 novembre a Reggio Emilia dall’ANMIC locale (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili), nell’imminenza della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, incontro durante il quale alcuni autorevoli professionisti parleranno del presente e del futuro della disabilità, con un ampio spazio riservato anche allo sport paralimpico
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Calpainopatia: il paziente, la malattia, la cura
Sarà dedicato alla calpainopatia – una tra le principali forme di distrofia muscolare dei cingoli, gruppo eterogeneo di malattie geneticamente determinate – il congresso in programma il 29 e 30 novembre all’IRCCS Medea-Associazione La Nostra Famiglia di Bosisio Parini (Lecco), naturale prosecuzione di un primo congresso internazionale svoltosi quattro anni fa in quella stessa sede
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Diritto allo studio: meglio prima la giustizia civile o quella amministrativa
Nei casi di violazione dei diritti degli alunni con disabilità, è sempre più opportuno ricorrere al Giudice Civile o a quello Amministrativo, dai quali si può ottenere un provvedimento di urgenza o una sospensiva, in attesa della sentenza definitiva, e solo dopo, eventualmente, alla giustizia penale, per la quale è necessaria la prova del dolo, senza contare i tempi biblici della stessa. Lo conferma chiaramente anche una recente Ordinanza che ha archiviato una denuncia penale, causata dalla mancata assistenza all’autonomia e alla comunicazione per un ragazzo con disabilità
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Libri come ponti: “Da geranio a educatore” e altre storie…
«Incontrare Imprudente costituisce senz’altro una forte esperienza di crescita personale»: lo dicono i promotori di un evento promosso per il 3 dicembre, Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, dal Municipio 5 di Milano, con la Fondazione Pio Istituto dei Sordi, il Centro Asteria e il Sistema Bibliotecario Milano. E protagonista ne sarà proprio il formatore, giornalista e scrittore Claudio Imprudente, pioniere del movimento delle persone con disabilità, in un convegno – e non solo – ove i libri diverranno veri e propri “ponti”, letti e raccontati, ma anche scambiati e regalati
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Come usare la spesa pubblica per i diritti, la pace, l’ambiente
«Il nostro Rapporto 2020 non è un “libro dei sogni”, ma una concreta e dettagliata Legge di Bilancio scritta dalla Società Civile»: lo dichiara tra l’altro Giulio Marcon, portavoce della Campagna “Sbilanciamoci!”, iniziativa composta da un nutrito gruppo di organizzazioni della società civile, tra cui anche la Federazione FISH, che ha presentato il suo ventunesimo Rapporto, intitolato “Come usare la spesa pubblica per i diritti, la pace e l’ambiente”, ove si propone tradizionalmente una manovra economica alternativa, riguardante tra gli altri temi anche quello del welfare
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Inserimenti lavorativi: le strade che ci rimangono
L’attuale situazione di stagnazione in àmbito di inclusione lavorativa, causata dalla mancata applicazione della Legge 68/99, le problematiche riguardanti i tirocini e le borse lavoro, i limiti delle attività formative: attorno a questi temi si aprirà un proficuo dibattito, durante l’incontro “Inserimenti lavorativi: quali strade ci rimangono”, promosso per domani, 28 novembre, a Roma, dall’Aresam e dall’Associazione di Familiari Oltre le Barriere, organizzazioni della Capitale da tempo impegnate sul fronte della salute mentale
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Il “Dopo di Noi”, tema molto sentito dalle famiglie di persone con disabilità
Tema sempre molto sentito dalle famiglie delle persone con disabilità, il “Dopo di Noi”, riguardante nella fattispecie il territorio dell’AUSL Toscana Centro, sarà l’argomento dell’incontro organizzato a Prato per il 29 novembre da DIPOI, il Coordinamento toscano delle organizzazioni attive nel Durante e Dopo di Noi, in collaborazione con il CESVOT (Centro servizi per il Volontariato Toscana), nell’àmbito di un ciclo di iniziative finalizzate ad aprire nuove prospettive per la disabilità parlandone in positivo
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Quei lividi nell’anima
«Storie delle quali ciascuna di noi è stata testimone o protagonista, storie di violenza psicologica e manipolazione, ferite mai rimarginate di fronte alle quali le vittime il più delle volte si arrendono»: sono tre storie di donne con disabilità, presentate dal Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), che confermano nella quotidianità i dati emersi da una recente indagine della FISH, secondo cui due donne con disabilità su tre hanno subìto una qualche forma di violenza, che nella maggior parte dei casi è violenza psicologica
(continua…)

Vi auguriamo una buona lettura!

Un cordiale saluto

La redazione di Superando.it

Superando.it è un servizio di informazione sulla disabilità promosso dalla FISH – Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap e gestito da Agenzia E.Net s.c.a.r.l.

 

HRW: I Carabineros del Cile compiono abusi sessuali sulle donne fermate

Human Rights Watch (HRW) ha denuniciato che in Cile sono state commesse “gravi violazioni dei diritti umani” nell’ultimo mese. Le principali conclusioni del rapporto presentato martedì confermano l’uso eccessivo della forza nelle strade e gli abusi nelle detenzioni. In tal senso, la ONG richiede una “riforma urgente” della polizia e un audit che determini i rischi connessi all’uso delle armi nelle manifestazioni.

L’organizzazione mette anche in discussione la cifra ufficiale di 23 morti durante le proteste iniziate il 18 ottobre. Il rapporto deriva dal lavoro sul campo svolto da HRW nelle ultime settimane, tra cui interviste con oltre 70 persone. Questa è il terzo segnale d’allarme al governo di Sebastián Piñera, dopo le relazioni presentate dalla Commissione Interamericana per i Diritti Umani e Amnesty International.

“Fattori come l’uso indiscriminato e improprio di armi antisommossa; gli abusi contro i detenuti mentre erano a disposizione delle autorità e sistemi di controllo interno poveri hanno facilitato gravi violazioni dei diritti di molti cileni”, ha denunciato José Miguel Vivanco, direttore per l’America di HRW, secondo quanto si legge nel documento.

L’organizzazione ha intervistato più di 70 persone durante due settimane di indagini a Santiago e Valparaíso tra vittime, agenti di polizia e autorità. L’agenzia afferma di aver raccolto “prove coerenti” che il corpo dei polizia dei Carabineros “hanno usato la forza eccessivamente in risposta alle proteste e ferito migliaia di persone, indipendentemente dal fatto che avessero partecipato o meno ad atti violenti”.

L’agenzia osserva che un problema particolarmente allarmante è “l’uso di fucili che sparano pallottole di gomma e piombo indiscriminatamente e che, a seconda della distanza, possono ferire gravemente coloro che si trovano nella loro vasta area di impatto”.

I fucili antisommossa hanno causato oltre 220 lesioni agli occhi documentate dall’INDH.

Il Ministero della Salute ha riferito che 16 persone hanno perso la vista totale in un occhio e 34 hanno riportato gravi lesioni che potrebbero causare la perdita totale o parziale della vista.

Gli agenti del corpo dei Carabineros hanno finora arrestato più di 15 mila persone e, secondo HRW, la forza “ha commesso abusi contro alcuni di loro. Molti detenuti sostengono di essere stati brutalmente picchiati. Un’altra delle accuse più frequenti è stata che gli agenti di polizia hanno costretto i detenuti, ragazzi e ragazze, a spogliarsi e fare piegamenti totalmente nudi nelle stazioni di polizia”, una pratica vietata nei protocolli della forza da marzo 2019.

In tal senso, gli agenti di polizia hanno maggiore propensione a costringere donne e ragazze a spogliarsi rispetto agli uomini, secondo le statistiche dell’INDH e le interviste condotte da HRW. “Un avvocato cileno per i diritti umani ci ha raccontato di un caso in cui, nonostante il fatto che uomini e donne fossero stati arrestati nelle stesse circostanze, gli agenti di polizia hanno costretto solo le donne a spogliarsi. Ha anche menzionato altri casi in cui gli agenti di polizia hanno toccato i genitali di donne dopo averle costrette a togliersi i vestiti”, afferma il rapporto.

Fonte: Pagina|12

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-i_carabineros_del_cile_compiono_abusi_sessuali_sulle_donne_fermate_la_denuncia_di_hrw/82_31926/

 

“E’ il momento della rinascita dell’IRI”

L’esperimento, durato fin troppo, delle privatizzazioni, sostenute da soggetti le cui menti sono state sviate dal pensiero neoliberista, è arrivato alla resa dei conti.

Quanto all’Ilva, siamo in una situazione di temporanea stagnazione. Quanto all’Alitalia, invece, valgono le parole di Conte, secondo il quale la soluzione di mercato è sicuramente inattuabile. Dunque, non ci sarebbe altro sbocco se non la svendita o il fallimento.

Oggi, secondo le ultime stime, il prezzo di Alitalia per sua la vendita si agirebbe intorno a un miliardo di euro, mentre le Stato italiano, per sostenere una situazione priva di un qualsiasi piano di sviluppo dell’azienda, ha speso oltre 10 miliardi di euro.

Eppure Alitalia fattura ogni anno tre miliardi di euro, i quali però non sono sufficienti per coprire i costi. Dal che si deduce che, a parte l’enorme somma che è gravata sul Popolo italiano, inutilmente spesa per tenere in piedi l’azienda, il controllo dello Stato sull’attività imprenditoriale di Alitalia non è stato sufficiente per evitare il suo crollo, in quanto è mancata una visione ad ampio raggio che svolgesse una politica aziendale tale da riportare in pareggio i conti dell’azienda.

È qui che si riscontra il fallimento del sistema economico predatorio neoliberista e la necessità di tornare al sistema economico produttivo di stampo keynesiano.

Se il privato non è in grado, nonostante i consueti controlli, di gestire l’azienda nel modo dovuto, non c’è altra via che la sostituzione della direzione privata con quella pubblica. A questo punto si rivela in tutta la sua gravità la sconcertante liquidazione dell’Iri, costituita nel 1933 e soppressa illogicamente nel 2000, dopo una campagna menzognera sulla inefficienza del settore pubblico.

L’Iri è stato un istituto che ha dato ottimi frutti e soltanto soggetti ottenebrati dal pensiero neoliberista possono auspicarne la distruzione. È necessario, oggi, avere una istituzione statale, si chiami Iri, agenzia, o altro, capace di approfondire la situazione delle singole imprese nel quadro di un’ampia politica economica dell’Italia. Politica che è venuta meno poiché, i governi, condizionati dal peso imposto dall’Europa, della cosiddetta austerity, si sono preoccupati soltanto del pareggio di bilancio, furtivamente inserito in Costituzione dal governo Monti nel 2012.

Se si confrontano le spese a vuoto che hanno fatto carico al Popolo italiano per ottenere alla fine soltanto un probabile fallimento di Alitalia, con le spese necessarie per la nazionalizzazione dell’azienda (circa un miliardo) e per il risanamento della sua situazione economica (assolutamente certa nel quadro di una nuova politica economica dello Stato), si capisce bene che per gli italiani, come ha sostenuto Stefano Fassina, d’accordo con la CGIL, la soluzione migliore è quella della summenzionata nazionalizzazione, unitamente alla costituzione di un istituto pubblico paragonabile al vecchio Iri.

È inutile perdere altro tempo.

Costi quel che costi, occorre ora un colpo di schiena per non perdere una importantissima fonte di ricchezza nazionale, che impoverirebbe ulteriormente la Comunità politica italiana, a tutto favore di famelici faccendieri italiani o di ciniche multinazionali straniere.

Altro argomento posto in risalto dalla stampa odierna, è quello relativo alla prescrizione dei reati, che non scatterebbe più dopo il primo grado di giudizio, e quello relativo ai vari sistemi per ottenere l’immediato pagamento da parte di debitori dello Stato.

Si tratta di provvedimenti affetti da aberratio ictus, cioè da errore nel colpire il vero responsabile. Infatti la imprescrittibilità dei reati, che comporta notevoli disagi nel funzionamento della giustizia, è dovuta alla lentezza dei processi (a nostro avviso sarebbe sufficiente abrogare la legge Berlusconi che ha dimezzato i termini prescrizionali), mentre il pignoramento dei conti in banca, per il mancato pagamento anche di piccole somme, come le multe stradali, colpisce i singoli a causa della lentezza delle procedure amministrative.

Si deve rilevare a questo riguardo che il progetto di legge in questione prevede, tra l’altro, anche una disparità di trattamento tra lavoratori indipendenti e lavoratori dipendenti.

Infatti, a parte il fatto che, anche per minime somme, verrebbe pignorato l’intero conto corrente bancario, è previsto che per il disimpegno delle somme dei lavoratori autonomi, avverrebbe con il pagamento di quanto dovuto, mentre lo stesso disimpegno in riferimento al lavoratore dipendente, avverrebbe soltanto a seguito di pronuncia giurisdizionale.

I lavoratori dipendenti in altri termini verrebbero privati dei loro mezzi di sussistenza per un tempo indefinito.

Vien fatto di chiedersi, ma i nostri governanti conoscono, almeno sommariamente, i principi fondamentali della nostra Costituzione?

di Paolo Maddalena  (Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”)

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-paolo_maddalena__e_il_momento_della_rinascita_delliri/11_31913/

 

OSA non ha ancora redatto il rapporto finale sulle elezioni in Bolivia, ma denunciò brogli inesistenti

Sono passati 36 giorni ma l’OSA non ha ancora redatto il rapporto finale sulle elezioni in Bolivia. Perché ha denunciato brogli inesistenti?

Nel golpe che si è consumato in Bolivia un ruolo centrale è stato giocato dall’Organizzazione degli Stati Americani, la cui guida del Segretario Generale, l’uruguayano Luis Almagro, ripudiato finanche dal suo stesso partito Frente Amplio, ha incontrato molte stroncature. Da ultima quella del presidente eletto dell’Argentina Alberto Fernandez.

L’OSA chiamata dallo stesso presidente rovesciato Morales a sovrintendere e supervisionare le operazioni elettorali, non ha agito da arbitro ma con un ruolo ben preciso nell’escalation che ha rapidamente portato a compimento il golpe per rovesciare Evo Morales e installare a La Paz un governo fascista e vassallo di Washington.

Mentre l’opposizione boliviana metteva a ferro e fuoco il paese non riconoscendo il risultato di un’elezione dove il presidente uscente aveva ottenuto ben 600mila voti più del suo avversario più vicino, il liberista Carlos Mesa di Comunidad Ciudadana.

A restare nel dubbio era solo l’ipotesi ballottaggio, visto che la Costituzione boliviana prevedeva questo sia celebrato se nessuno dei candidati supera il 50% dei voti, oppure il 40% e dieci punti distacco sul candidato più vicino. Proprio lo scenario dell’ultima elezione, dove Morales è riuscito a superare di poco la soglia che gli permetteva di evitare di andare al ballottaggio con Mesa.

In questo scenario l’OSA esce con un comunicato decisamente irrituale, perché non era previsto in quella data, dicendo che erano stati rilevati dei brogli e le elezioni andavano ripetute. Gettando benzina sul fuoco di in golpe ormai avviato.

Quali sono questi brogli rilevati dall’organismo regionale? Ancora non è dato saperlo, visto che l’OSA non ha ancora reso nota la sua relazione sulla tornata elettorale boliviana.

A tal proposito il centro studi CELAG ha inviato una lettera all’OSA per sollecitare l’organismo americano a rendere noto il suo rapporto sulle elezioni e quindi le irregolarità rilevate in Bolivia che hanno portato l’organizzazione ha chiedere la ripetizione delle elezioni vinte con ampio margine da Evo Morales.

Ma per tutta risposta l’organizzazione guidata dal discutibile Almagro afferma di non avere ancora completato il rapporto. Questo ben 36 giorni dopo aver affermato che vi erano brogli e un golpe consumato.

 

Desde @CELAGeopolitica hemos enviado una carta a la OEA solicitándole el informe final de auditoría de elecciones en Bolivia; y luego de respuestas vacías, nos responden con esta carta que reconocen que a 25 de noviembre (36 días después) no tienen informe definitivo todavía pic.twitter.com/VuoACA5PDK

— Alfredo Serrano Manc (@alfreserramanci) November 26, 2019

Il CELAG aveva già esaminato il rapporto preliminare presentato dall’OSA e commentato: «I risultati dell’analisi ci consentono di affermare che il rapporto preliminare dell’OSA non fornisce alcuna prova da ritenersi definitiva per provare la presunta frode citata dal Segretario Generale».

Aggiungendo inoltre: «L’OSA ha preparato un rapporto discutibile per indurre una falsa deduzione nell’opinione pubblica: ossia che l’aumento del divario a favore di Evo Morales nella fase finale del conteggio si stava allargando a causa di azioni fraudolente e non a causa delle caratteristiche dinamiche comportamentali, sociopolitiche ed elettorali, che si verificano tra il mondo rurale e urbano in Bolivia».

Concludendo che l’agire dell’OSA consente «di affermare che la relazione preliminare dell’OSA non fornisce alcuna prova che potrebbe essere definitiva per provare la presunta frode».

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-sono_passati_36_giorni_ma_losa_non_ha_ancora_redatto_il_rapporto_finale_sulle_elezioni_in_bolivia_perch_ha_denunciato_brogli_inesistenti/5694_31918/

 

Media occidentali entusiasti della “nuova rivoluzione iraniana”, ma i sondaggi li smentiscono

Media occidentali entusiasti della “nuova rivoluzione iraniana”, ma i sondaggi raccontano una storia diversa sulle proteste

I dati di due sondaggi stranieri raccontano una storia molto diversa sulle proteste in Iran. L’economia è in cattive condizioni, ma la maggioranza degli iraniani sostiene le iniziative di sicurezza prese dal proprio governo e rifiuta lo sconvolgimento interno, secondo l’analista Sharmine Narwani

Segue l’analisi di Sharmine Narwani, commentatrice e analista della geopolitica del Medio Oriente. È un ex associata senior presso il St. Antony’s College, Università di Oxford e ha conseguito un master in Relazioni internazionali presso la Columbia University. Sharmine ha scritto editoriali per una vasta gamma di pubblicazioni, tra cui Al Akhbar English, New York Times, The Guardian, Asia Times Online, Salon.com, USA Today, Huffington Post, Al Jazeera English, BRICS Post e altri. Potete  seguirla su Twitter all’indirizzo @snarwani

Il 15 novembre, gli iraniani arrabbiati hanno iniziato a riversarsi nelle strade per protestare contro le improvvise notizie di un aumento del prezzo del carburante del 50%. Il giorno dopo, manifestazioni pacifiche si erano in gran parte dissipate, sostituite invece da folle molto più piccole di rivoltosi che hanno bruciato banche, distributori di benzina, autobus e altre proprietà pubbliche e private. In pochissimo tempo, le forze di sicurezza sono intervenute per reprimere la violenza e arrestare i rivoltosi, durante i quali è morto un numero non confermato di persone da entrambe le parti.

I commentatori occidentali hanno provato invano a spremere un po’ di succo dalle proteste di breve durata. ” I manifestanti iraniani colpiscono il cuore della legittimità del regime “, ha dichiarato Suzanne Maloney della Brookings Institution. France 24 ha posto la domanda, è questa “una nuova rivoluzione iraniana?” E il Los Angeles Times ha criticato la ” brutale repressione” dell’Iran contro il suo popolo.
Hanno anche afferrato un punto di vista geopolitico: le proteste nel vicino Libano e Iraq, basate quasi interamente sul malcontento interno popolare contro i governi corrotti e negligenti, hanno iniziato a essere lanciate come insurrezione regionale contro l’influenza iraniana.

E nonostante il fatto che Internet in Iran sia stato disabilitato per quasi una settimana, video e rapporti non verificati si sono curiosamente fatti strada fuori dagli account Twitter dei critici iraniani, sostenendo che i manifestanti chiedevano la morte del leader supremo, reclamando contro gli interventi dell’Iran in la regione e chiedendo la caduta del iregime’.

Chiaramente, le proteste iniziali furono autentiche,  un fatto che persino il governo iraniano ha ammesso immediatamente. Ridurre i sussidi alla benzina sul carburante più economico della regione è stato per anni un problema dell’agenda politica dell’Iran, che è diventato più urgente dopo che gli Stati Uniti sono usciti dall’accordo nucleare iraniano lo scorso anno e hanno iniziato a stringere di nuovo la morsa delle sanzioni contro l’Iran.

Per cercare di comprendere le reazioni iraniane negli ultimi dodici giorni, esaminiamo due sondaggi di opinione condotti congiuntamente dal Center for International and Security Studies dell’Università del Maryland al Maryland (CISSM) e dall’IranPolls con sede a Toronto nell’immediato periodo del 2017/2018 proteste / rivolte – e in maggio, agosto e ottobre 2019 , quando la campagna di ” massima pressione ” degli Stati Uniti era in piena attività.

Ciò che emerge immediatamente dal precedente sondaggio del 2018 è che gli iraniani erano frustrati da un’economia stagnante – e l’86% di loro si è espressamente opposto a un aumento del prezzo della benzina, il principale impulso per le proteste di novembre.

Ironia della sorte, l’aumento dei prezzi della benzina di questo mese doveva generare 2,25 miliardi di dollari, destinati alla distribuzione alle 18 milioni di famiglie più colpite dall’Iran. In effetti, il governo stava ammorbidendo la riduzione dei sussidi per il carburante con pagamenti ai cittadini più bisognosi del paese.

Il sondaggio del 2018 elenca anche i maggiori problemi ecnunciati degli intervistati, che vanno dalla disoccupazione (40%), all’inflazione e all’alto costo della vita (13%), ai bassi redditi (7%), alla corruzione finanziaria e all’appropriazione indebita (6%), all’ingiustizia (1,4% ), mancanza di libertà civili (0,3%), tra gli altri.

Questi numeri suggeriscono che le proteste del 2018 sono state in gran parte in risposta alle condizioni economiche interne – e non alle iniziative di politica estera dell’Iran o alla “repressione diffusa” che all’epoca era fortemente promossa dai media e dai politici occidentali.

La stessa Suzanne Maloney citata sopra sulle proteste di questo mese, ha insistito in un articolo del Washington Post del 2018 : ” Le persone non stanno solo dimostrando migliori condizioni di lavoro o retribuzioni, ma insistendo sul rifiuto globale del sistema stesso “.

In effetti, nel sondaggio del 2018, solo il 16% degli iraniani ha concordato con l’affermazione ” Il sistema politico iraniano deve subire un cambiamento fondamentale ” , con un enorme disaccordo del 77%.

Come le proteste di questo mese in Iran, anche le manifestazioni del 2017-18 si sono trasformate in piccole ma violente rivolte e le forze di sicurezza iraniane sono scese in strada per fermare il caos. Ma all’indomani di quegli eventi – e nonostante gli infiniti titoli stranieri sulla ” brutalità ” della reazione di sicurezza, gli iraniani si schierarono in modo schiacciante con il trattamento del governo da parte dei ribelli.

Il sessantatre percento degli intervistati nel 2018 ha dichiarato che la polizia ha usato una quantità adeguata di forza e un altro 11% ha dichiarato di aver usato “ troppa poca forza.”Complessivamente, l’85% degli iraniani ha concordato che” il governo dovrebbe essere più forte per fermare i rivoltosi che usano la violenza o danneggiano la proprietà “.

Questa reazione iraniana deve essere compresa nel contesto del vicinato molto insicuro dell’Iran, del terrorismo regionale spesso sostenuto da stati ostili e di un’escalation inarrestabile contro gli interessi iraniani dopo che Donald Trump è diventato presidente degli Stati Uniti. La sua campagna di ” massima pressione ” ha solo peggiorato le cose, e gli iraniani si considerano in uno stato di guerra con gli Stati Uniti – in costante guardia contro sovversione, sabotaggio, spionaggio, intercettazioni, propaganda, infiltrazioni di frontiera, ecc.

All’inizio di questo decennio, le forze armate statunitensi hanno dichiarato Internet un “dominio operativo” della guerra e la guerra cibernetica è già stata ampiamente riconosciuta come la futura frontiera della battaglia nei conflitti. L’Iran è stata una delle prime vittime di questa nuova guerra, quando il sospetto virus Stuxnet USA / Israele ha interrotto il suo programma nucleare.

L’esercito americano ha creato stanze di guerra di militari dedicati alla manipolazione dei social media e alla promozione degli interessi della propaganda statunitense. L’esercito britannico ha lanciato una divisione “guerra sui social media” , il cui focus iniziale è il Medio Oriente. Israele si è unito al gioco della propaganda online , e i sauditi hanno recentemente investito molto nell’influenzare il discorso sui social media.

Non dovrebbe quindi sorprendere il fatto che il governo iraniano abbia chiuso Internet durante questa crisi. Aspettatevi che questo diventi la nuova normalità negli stati avversari statunitensi quando si sospetta il caos e le operazioni di informazione straniera.

I temi dei media occidentali di corruzione, repressione violenta, rifiuto popolare della Repubblica islamica e delle sue alleanze regionali sono stati coerenti dalle proteste del 2009 che sono seguite alle contenziose elezioni in Iran. Sono divampati brevemente all’inizio del 2011, quando gli stati occidentali erano ansiosi di una “primavera iraniana” per unirsi alla primavera araba, e sono diventati racconti popolari durante le proteste 2017-18 quando le piattaforme dei social media li hanno adottati ampiamente.

Questo novembre, quelle narrazioni sono sorte di nuovo in superficie. Esaminiamo quindi cosa hanno pensato gli iraniani di queste affermazioni in ottobre, quando la CISSM / IranPolls hanno pubblicato il loro ultimo sondaggio estremamente tempestivo.

Attività militari regionali dell’Iran

Il sessantuno per cento degli iraniani sostiene il mantenimento del personale militare in Siria per contenere militanti estremisti che potrebbero minacciare la sicurezza e gli interessi dell’Iran. I sondaggi condotti da marzo 2016 confermano la coerenza di questo punto di vista all’interno dell’Iran, con un costante due terzi (66%) degli intervistati che sostengono un aumento del ruolo regionale dell’Iran.

Alla domanda su cosa succederebbe se l’Iran accettasse le richieste statunitensi e ponesse fine alle attività del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC) sanzionate dagli Stati Uniti in Siria e Iraq, il 60% degli iraniani pensava che Washington avrebbe richiesto più concessioni – solo l’11% pensava che avrebbe reso Stati Uniti più accomodanti.

Inoltre, il rapporto di ottobre 2019 afferma che gli atteggiamenti negativi nei confronti degli Stati Uniti non sono mai stati così alti nei 13 anni di CISSM / IranPoll nel condurre queste indagini in Iran. Un forte 86% degli iraniani non favorisce gli Stati Uniti, e coloro che affermano che la loro visione degli Stati Uniti è molto sfavorevole è salito alle stelle dal 52% nel 2015 al 73% oggi.

A loro potrebbe importare di meno che Washington abbia sanzionato l’IRGC e il suo comandante d’élite Quds Force Qassem Soleimani, che è la figura nazionale più popolare di coloro che sono stati interrogati, con otto iraniani su dieci che lo vedono favorevolmente. Semmai, un grosso 81% degli iraniani ha affermato che le attività del Medio Oriente dell’IRGC hanno reso l’Iran “ più sicuro. ”

Per quanto riguarda il ruolo dell’IRGC nell’economia domestica dell’Iran – un argomento preferito dai nemici occidentali che hanno scelto il gruppo militare come strumento maligno e corrotto dello stato – oggi il 63% degli iraniani ritiene che l’IRGC dovrebbe essere coinvolto “ in progetti di costruzione e altre questioni economiche , “Oltre a continuare il loro ruolo di sicurezza. In tempi di crisi, sono visti come un’istituzione vitale: l’IRGC e le forze armate iraniane hanno segnato il massimo dei punti con il pubblico (rispettivamente l’89% e il 90%) per aiutare la popolazione durante le inondazioni paralizzanti della scorsa primavera, che hanno costretto a spostare mezzo milione di iraniani.

Economia e corruzione

Il settanta percento degli iraniani considera la loro economia “cattiva” oggi, una cifra che è rimasta sorprendentemente coerente negli ultimi 18 mesi, nonostante l’imposizione delle sanzioni statunitensi lo scorso anno. La maggioranza incolpa la cattiva gestione e la corruzione interna per i loro problemi economici, ma un numero crescente incolpa anche le sanzioni statunitensi, motivo per cui il 70% degli iraniani preferisce puntare sull’autosufficienza nazionale piuttosto che sull’aumento del commercio estero.

Alla domanda sull’impatto (delle sanzioni) sulla vita della gente comune, l’ 83% degli iraniani concorda sul fatto che la loro vita abbia avuto un impatto negativo. Stranamente, da quando gli Stati Uniti sono usciti dal JCPOA, il pessimismo economico è sceso dal 64% nel 2018 al 54% lo scorso mese, principalmente, secondo il sondaggio, perché gli iraniani ritengono che gli Stati Uniti non possano realisticamente esercitare pressioni sull’Iran molto più che con sanzioni. Di conseguenza, il 55% degli iraniani incolpa la cattiva gestione economica e la corruzione della povera economia iraniana contro il 38% che punta il dito contro le sanzioni e le pressioni straniere.

La colpa di gran parte di questa cattiva gestione e corruzione è imperniata sull’amministrazione del presidente Hassan Rouhani, i cui numeri dei consensi sono scesi sotto il 50% per la prima volta, per raggiungere il 42% questo agosto. Il cinquantaquattro percento degli iraniani pensa che il suo governo non stia provando molto a combattere la corruzione.

Al contrario, il 73% ritiene che la magistratura iraniana sia molto più impegnata nella lotta alla corruzione economica, in crescita del 12% da maggio.

Sul fronte economico, sembra che gli iraniani siano stati in gran parte delusi dalle promesse e dalla visione di questa amministrazione, che potrebbe beneficiare i suoi oppositori nelle prossime elezioni parlamentari. L’aumento delle tasse sul carburante di due settimane fa è stato un male necessario e una mossa coraggiosa da parte di Rouhani, nonostante la cattiva gestione della sua amministrazione pubblica. Sfortunatamente, è improbabile che gli iraniani, che da anni si sono scagliati contro la rimozione dei sussidi, perdonino presto.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-media_occidentali_entusiasti_della_nuova_rivoluzione_iraniana_ma_i_sondaggi_raccontano_una_storia_diversa_sulle_proteste/5871_31921/

 

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