Clima, lettera di Maduro alla COP25

«La lotta ai cambiamenti climatici è una lotta contro i sistemi economici sfruttatori e belligeranti», lettera di Maduro alla COP25

Siamo ormai vicini all’inizio della Venticinquesima Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, e mi sento obbligato, nella mia veste di Capo di Stato della Repubblica Bolivariana del Venezuela, e co-abitante di questa Madre Terra, a condividere le preoccupazioni comuni sulle gravi minacce che incombono sul nostro pianeta e sulla specie umana.

Gli Stati firmatari dell’Accordo sui Cambiamenti Climatici del 2015, hanno raggiunto una posizione condivisa su alcune linee di base per fermare il pernicioso riscaldamento globale e l’emissione di gas a effetto serra. Dal Venezuela abbiamo proposto di avanzare in impegni più profondi sapendo che limitare il riscaldamento a 1,5 o 2 gradi Celsius ci poneva in limiti rischiosi e complessi. Nonostante ciò, il Venezuela ha firmato questo Accordo come espressione di una comune volontà internazionale di agire contro le devastazioni del cambiamento climatico.

Il potere costituente del 1999, consapevole di questo pericolo globale, ha approvato la protezione costituzionale dei diritti della natura e ha dato forma normativa al modello di sviluppo del socialismo bolivariano nella nuova Costituzione della Repubblica, al contrario del modello capitalista predatore dell’ambiente.

Da allora abbiamo avvertito che la deforestazione, la conversione dei territori, la desertificazione, le alterazioni dei sistemi d’acqua dolce, l’eccessivo sfruttamento delle risorse marine, l’inquinamento e la perdita della diversità biologica costituiscono variabili e categorie che si identificano con il modello capitalista retrogrado.

Non ho dubbi, quindi, che la radice strutturale del problema che ha generato una diffusa depredazione delle risorse planetarie e i relativi benefici iniqui, può ritrovarsi nel modello capitalista, che ha imposto alle società un’ideologia del consumismo irrazionale nel quadro di processi produttivi che pauperizzano la natura. Ecco perché non può esserci giustizia climatica senza giustizia sociale. La lotta ai cambiamenti climatici è una lotta contro i sistemi economici sfruttatori e belligeranti, contro la crescita economica irresponsabile e il consumismo sfrenato.

Il cambiamento climatico è oggi una realtà innegabile, le sue manifestazioni sono alla vista di tutti e le conseguenze sono sempre più catastrofiche. Le relazioni più recenti delle agenzie specializzate delle Nazioni Unite e dei suoi gruppi di esperti forniscono la certezza di nuovi record nei livelli di gas a effetto serra, che portano all’innalzamento del livello del mare, all’acidificazione degli oceani e ad altri fenomeni estremi, che hanno reso gli ultimi cinque anni quelli più caldi mai registrati. Nelle parole dello stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite, “il punto di non ritorno non è più all’orizzonte. È in vista e si precipita verso di noi”.

Se non verranno applicate a breve correzioni urgenti sulle attuali politiche di produzione capitalistiche, corriamo il rischio di causare danni irreversibili al nostro pianeta e di conseguenza dovremo affrontare calamità climatiche molto più devastanti per i nostri popoli e, soprattutto, per i gruppi più vulnerabili socio-economicamente e demograficamente. Noi, popoli del sud, siamo in prima linea di estinzione di massa a causa della crisi climatica. Siamo chiamati al vero sviluppo: umano, verde e che parla la lingua di Pachamama.

Chi non vuole vedere l’emergenza climatica che affrontiamo o soffre di una disabilità visiva o vive alla Casa Bianca.

Esiste una responsabilità storica dei paesi industrializzati per ciò che sta accadendo in materia ambientale. Da un lato, non stanno rispettando gli impegni assunti per ridurre le emissioni di gas a effetto serra; dall’altro, hanno intenzione di ignorare il sistema multilaterale di negoziazione delle questioni ambientali al fine di eludere i propri obblighi e trasferirli senza vergogna ai paesi in via di sviluppo.

Illustri Capi di Stato, Governo e Popoli del mondo, è giunto il momento di alzare la voce con coraggio e determinazione. Dobbiamo assumere il compito urgente e innegabile di salvare la nostra Madre Terra. Noi, paesi del sud, dobbiamo fare nostra la agenda di difesa e protezione dell’ambiente, perché siamo il serbatoio naturale del pianeta.

Invito dal Venezuela a un’azione globale inevitabile e inappellabile in difesa della specie umana e della Casa comune che ci ospita, per il bene di vivere in comunità, fraternamente e in armonia con la natura.
Non c’è più tempo. Né margini di manovra per le mezze misure, per i negoziati dietro le quinte, per dichiarazioni di buone intenzioni, non c’è alternativa se non quella di combattere contro un sistema di dominazione totalmente predatorio e quindi difendere, o meglio, salvare, chi ci ha dato la vita e la possibilità di trasmetterla.

Ringrazio il governo del Regno di Spagna per aver ospitato questa Conferenza dai contenuti così trascendentali, così umani, che appartengono a tutti noi.
Nei versi delle nostre popolazioni indigene: “Un giorno / la luna si fermerà nel cielo / I fiori si asciugheranno / E nella giungla cresceranno solo le pietre / Uniamo i nostri cuori e le nostre coscienze umane in modo che le pietre fioriscano”.

Salviamo l’umanità

Nicolás Maduro Moros

Fonte: Embajada de la República Bolivariana de Venezuela en Italia

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_lotta_ai_cambiamenti_climatici__una_lotta_contro_i_sistemi_economici_sfruttatori_e_belligeranti_lettera_di_maduro_alla_cop25/82_31994/

 

Caso Douma, c’è whistleblower e whistleblower…

Non ci dobbiamo stupire troppo, però. Questo doppio standard, in apparenza assurdo, è in realtà la regola. Ci sono dittature che ci stanno benissimo e con cui facciamo cospicui affari. E ci sono dittature che vanno eliminate. Allo stesso modo c’è whistleblower e whistleblower. Chi fa rivelazioni in un senso viene esaltato. Chi le fa in senso opposto viene perseguitato.

 

Ci sono due signori negli Stati Uniti. Uno è un agente (forse ex?) della Cia e vive sotto la protezione dell’Fbi. L’agente, infatti, poté raccogliere una serie di informazioni riservate sulla conversazione telefonica in cui il presidente Donald Trump (il “suo” presidente) chiedeva al presidente ucraino Volodimir Zelensky di procurargli materiale compromettente sul figlio di Joe Biden, candidato democratico alle elezioni presidenziali del 2020 e dunque suo rivale. L’agente, allora, decise che quel vergognoso conflitto di interessi andava rivelato. Smise i panni dell’agente segreto, per definizione obbligato a difendere le massime cariche istituzionali del Paese, e diventò un whistleblower, un guardiano della democrazia. Il sistema americano (che in seguito alle sue rivelazioni ha messo in stato d’accusa il presidente Trump) non lo persegue. Al contrario, lo protegge come un “bene” prezioso per la collettività.

Negli Usa, però, c’è anche un altro signore che a suo tempo decise di battersi per la verità e la giustizia. Un altro whistleblower.  È l’ispettore dell’Opac che fu mandato nell’area di Douma, un sobborgo della capitale siriana Damasco, a verificare se davvero, e come, le forze armate del presidente Bashar al-Assad avessero bombardato con armi chimiche, il 7 aprile 2018, uno degli ultimi caposaldi della resistenza anti-governativa, facendo decine di vittime tra i civili. Tutti ricordiamo il clima di quei giorni: la tesi che Assad fosse colpevole era stata avanzata dalle cancellerie occidentali e fatta prontamente circolare da media ossequienti alle versioni ufficiali. In Italia, intellettuali, intellettualini e uomini e donne dello show businessavevano lanciato la campagna “mani sulla bocca”, per significare il dramma di chi era morto soffocato. E Usa, Francia e Regno Unito si erano affrettati a scaricare un altro po’ di bombe sulla Siria, uccidendo altre persone.

Quell’ispettore scrisse ai vertici dell’Opac (l’Organizzazione per la proibizione delle armi i chimiche, premiata con il Nobel per la Pace nel 2013 e nel 2018 diretta da un turco che aveva un americano per vice, guarda combinazione) una lunga lettera (in Italia è stata pubblicata da la Repubblica) per contestare il rapporto finale pubblicato dall’Opac dopo lunghi maneggi ed esitazioni e costruito per alludere comunque a responsabilità di Assad. Un rapporto poco o nulla rispondente a quanto quell’ispettore aveva verificato sul campo. Di quest’uomo, però, nessuno si occupa. Nessuna polizia lo ha messo sotto protezione. Anzi, è stato ed è costretto a nascondersi. A dargli una mano c’è solo la Courage Foundation (https://couragefound.org), un’organizzazione di volontari che cerca appunto di aiutare chi ha rivelazioni importanti da fare. Personalità anche prestigiose (l’ex direttore dell’Opac José Bustani, il direttore di Wikileaks Kristinn Hrafnsson, l’ex capo delle forze speciali inglesi John Taylor Holmes) ma nulla di paragonabile alla forza dell’Fbi.

Una bella differenza di trattamento, soprattutto se teniamo conto di un fatto. Nel “caso Trump”, al di là dei trucchi sporchi del Presidente, è in gioco “solo” la reputazione di un politico, Joe Biden, che comunque deve ancor spiegare come sia successo che, mentre lui si occupava di Ucraina dall’alto del ruolo di vice-presidente degli Usa che allora occupava, suo figlio ricevesse 50 mila dollari al mese da un oligarca ucraino del petrolio e del gas. Nel “caso Douma”, invece si trattava di vite umane. Come minimo, quelle cancellate dai bombardamenti americani, inglesi e francesi.

Non ci dobbiamo stupire troppo, però. Questo doppio standard, in apparenza assurdo, è in realtà la regola. Ci sono dittature che ci stanno benissimo e con cui facciamo cospicui affari. E ci sono dittature che vanno eliminate. Allo stesso modo c’è whistleblower e whistleblower. Chi fa rivelazioni in un senso viene esaltato. Chi le fa in senso opposto viene perseguitato.

Proviamo con qualche esempio. È stata raccontata come una grande operazione di verità e libertà l’inchiesta sui cosiddetti Panama Papers, il più grande furto di dati della storia, realizzato ai danni dello studio Mossack e Fonseca di Panama City. Da lì sono emerse decine di rivelazioni sugli investimenti off shore, a volte legali ma spesso illegali, di attori, calciatori, cantanti e soprattutto politici di ogni genere e risma. Ma allora perché Edward Snowden, il tecnico informatico che collaborava con la National Security Agency americana, è inseguito dai mandati d’arresto degli Usa ed è costretto a vivere in esilio in Russia?

Snowden è stato protagonista di una grande operazione di verità. Nel 2013 ha raccontato al mondo che i servizi segreti americani intercettavano, senza mandato della magistratura, le comunicazioni internet e telefoniche dei cittadini americani, quelle in arrivo dall’estero, quelle dei diplomatici stranieri in territorio americano e anche quelle riservatissime dei principali politici europei, a partire da Angela Merkel e Francois Hollande. Rivelazioni così fondate che il presidente Obama fece approvare prima lo Us Freedom Act (per vietare l’intercettazione selvaggia delle comunicazioni dei cittadini americani) e poi il Judicial Redress Act (per vietare la stessa cosa ai danni dei cittadini stranieri). Di Snowden si potrebbe dire che non solo ha rivelato cose interessanti ma ha anche contribuito a migliorare la grande democrazia americana. Se però mette il naso fuori lo arrestano.

Lo stesso ragionamento può essere fatto per Chelsea Manning e Julian Assange,protagonisti nel 2010 del “caso Wikileaks”. In estrema sintesi, la Manning (un’analista dei servizi segreti militari di stanza in Iraq) avrebbe passato al sito Wikileaks più di 250 mila documenti riservati o secretati del Dipartimento di Stato Usa che Assange (che peraltro non ha mai ammesso la “complicità della Manning) aveva poi messo in rete. Quei documenti ci hanno raccontato un sacco di cose inutili (giudizi sprezzanti su questo o quel politico, pettegolezzi d’ambasciata, voci non confermate) ma anche tante cose importanti. Per esempio, che l’Arabia Saudita era il principale finanziatore del terrorismo islamista e di Al Qaeda, e che l’amministrazione Usa lo sapeva benissimo. Che il vice-presidente dell’Afghanistan, Ahmad Zia Massoud, era un corrotto e che il fratello del presidente Karzai, Ahmed Wali, era un trafficante d’oppio. Che la Siria continuava a fornire armi a Hezbollah. Che il segretario di Stato Hillary Clinton aveva dato ordine ai servizi segreti di spiare il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Che le operazioni militari in Iraq erano punteggiate di stragi di civili e altre porcherie, come l’uccisione di un giornalista spagnolo poi messa a tacere con pressioni della Cia sul Governo di Madrid.

Un’operazione verità che alla Manning è costata una condanna a 35 anni di carcere. Ne ha scontati poco più di 7 prima del perdono da parte di Obama nel 2017, ma è stata riarrestata nel 2019 per aver rifiutato di testimoniare contro Wikileaks. Perché nel frattempo Assange, braccato dai mandati di cattura emessi dalla Svezia (per un’accusa di violenza sessuale poi caduta) e dagli Usa, è stato costretto a vivere per sette anni nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, per essere infine arrestato dagli inglesi nel 2019, in attesa di essere estradato negli Usa.

Quando esaminiamo questi casi, dovremmo almeno ricordarci un nome: Mark Felt. Quarant’anni fa era il numero due dell’Fbi ed era soprannominato Gola Profonda da due giornalisti che, grazie a lui, divennero assai noti: Bob Woodward e Carl Bernstein. Furono le rivelazioni di Felt a far cadere il presidente Richard Nixon. Qualcuno è in grado di spiegare perché Felt è ricordato come un eroe e Snowden e la Manning braccati come delinquenti?

di Fulvio Scaglione  – Insideover

1 DICEMBRE 2019

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-caso_douma_cwhistleblowerewhistleblower/82_32007/

 

I 2 modi per raccontare quello che accade ad Hong Kong

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Quanto sta accadendo da mesi ad Hong Kong si può raccontare in due modi molto diversi.

Il primo è quello di raccontare gli avvenimenti di cronaca calandoli l’interno del loro complesso contesto politico. Che sarebbe quello di un evidente tentativo di destabilizzazione del principale antagonista degli USA, la Cina socialista. Così da consentire a chiunque ne abbia voglia di comprendere autonomamente da che parte sta la verità.

Il secondo modo è fare come Roberto Saviano.

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Da Cina Press
Un ragazzo di Hong Kong cercava di liberare la strada dalle barriere poste dai “ribelli moderati”. Osservate la violenza con cui un “pacifico manifestante” lo colpisce alla testa con una spranga di ferro.

C’è chi in Italia sta sostenendo apertamente tutto questo. 

Grande vittoria per i “ribelli moderati” di Hong Kong. Abbattutto un nemico della libertà nella notte: un semaforo! p.s. da mesi mettono a rischio la vita delle persone con questo teppismo-terrorismo di strada. In Italia c’è chi li sostiene apertamente!  

di Antonio Di Siena

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-i_2_modi_per_raccontare_quello_che_accade_ad_hong_kong/29278_31984/

 

Il Cile, da “oasi della stabilità” a fallimento del neoliberismo

La capitale latinoamericana si sveglia da un sonno lungo trent’anni, con una rabbia repressa solo, probabilmente, per non rivedere scene tra le più sanguinose che la storia ricordi. Il motivo scatenante della immensa manifestazione per le strade di Santiago è stata la decisione del governo di aumentare di 30 pesos il costo del biglietto della metro, il mezzo che la maggioranza dei cittadini cileni usa per muoversi. Ma era chiaro fin da subito che non poteva trattarsi solo di quello. In particolare, una frase veniva ripetuta come un refrain da chiunque venisse intervistato durante le proteste: “No son 30 pesos, son 30 años”, non sono i 30 pesos, appunto, ma i 30 anni.

Cosa è accaduto in questi ultimi 30 anni per scatenare la ferocia che ha spinto a distruggere la metro e ad incendiare simboli dell’opulenza occidentale quali il McDonald, la sede dell’Enel e di altre multinazionali?Dalla giunta militare golpista di Augusto Pinochet, che pose fine all’esperienza socialista del Frente guidato da Salvador Allende, il Cile è divenuto la culla del liberismo economico più spinto ed estremo.

La teoria secondo cui lo Stato deve intervenire poco e niente negli affari economici del proprio Paese in Cile è divenuta vangelo rappresentando così, ad un tempo, uno dei maggiori successi delle istituzioni a guida statunitense nel subcontinente (FMI in primis) e il Paese con il PIL più alto.

Quello che pochi hanno in questi anni avuto il coraggio di affermare è che il Cile ha rappresentato pure lo Stato latinoamericano con la più alta disuguaglianza sociale e il più alto freno alla mobilità sociale, diviso nettamente fra categorie ricche e ricchissime e la maggior parte dei cittadini che hanno vissuto e vivono col minimo sindacale. Un Paese in cui le contraddizioni sono state così forti da far chiedere a chi lo ha visitato come fosse possibile vivere in pace.

Ed eccoci ad oggi. L’ennesima scelta liberista del governo Piñera, presidente della destra neoliberista e nostalgico di Pinochet, è stata accolta dal popolo come la goccia che fa traboccare il vaso: i cileni avevano già apertamente esplicato il loro malcontento in altri momenti e per questioni ben precise che vale la pena ricordare proprio per comprendere le motivazioni profonde che sottendono alle proteste.

Innanzitutto il sistema pensionistico, di cui solo una parte è pubblica ed esige di essere integrato di un fondo privato.

Dati i salari parecchio bassi è quasi impossibile poter però crearsi un fondo pensionistico privato, rimanendo così, di fatto, senza pensione. Altro punto di scontento proprio i mezzi pubblici, che per adesione al credo neoliberista sono stati ridotti al minimo e spesso si trovano in pessime condizioni nonostante i prezzi sempre più elevati (a cui si è aggiunto quest’ultimo rincaro, miccia delle manifestazioni). Ancora la sanità, coperta dallo Stato per un 60% ma di scarsissima qualità (in Cile solo alcuni campi della medicina sono pubblici, altri sono in mano alla gestione privata).

A ciò si aggiunga il prezzo dei medicinali che risulta essere il più alto dell’intera Regione. Ultima la questione dell’istruzione, anche in questo caso pubblica fino ad un certo punto, lasciata allo sfacelo per favorire l’arricchimento degli istituti privati, i quali sono gli unici che permettono una preparazione tale da consentire di entrare nelle Università del Paese.

Insomma, a voler sintetizzare, si potrebbe tranquillamente affermare che il Cile “culla del Liberismo”, come amavano definirla gli Chicago Boys di Friedman, ha impoverito il suo popolo più profondamente di altri Paesi dell’America del Sud continuamente attaccati e accusati del medesimo delitto.

Ed ecco perché “non sono i 30 pesos, sono i 30 anni”: anni in cui il Cile veniva presentato come modello da seguire, da contrapporre talvolta alle politiche progressiste e socialiste sperimentate in America Latina, specie in quel decennio in cui si sono rafforzate la cooperazione regionale e un modello latinoamericano resistente all’asfissiante presenza del Fondo Monetario Internazionale. Se c’è infatti un attore a cui più di ogni altro i manifestanti hanno indirizzato il grido di rabbia e di rivalsa è proprio il Fondo istituito dagli USA e vissuto come diretta emanazione degli affari di Washington nella Regione, attraverso una politica di finto aiuto e di creazione, al contrario, di dipendenza economica e, quindi, di influenza politica.

Queste le ragioni economiche della protesta.

E si sa che difficilmente si perdona un popolo che si ribella ad un modello dichiarato come vincente e condiviso dalle potenze occidentali. Il presidente Piñera, per tutta risposta, ha dichiarato di voler bloccare l’aumento dei biglietti della metro e ha proposta il rimpasto di governo (il terzo della sua legislatura) per tentare di buttare acqua sul fuoco.

Questi tentativi non sono serviti, ma hanno anzi infiammato ancora di più gli animi dei cittadini che hanno chiesto esplicitamente le dimissioni del Presidente e la creazione di una Assemblea Costituente che rediga una nuova Costituzione (ricordiamo che quella attualmente in uso fu redatta dalla giunta militare di Pinochet).

Per evitare che le Organizzazioni Internazionali (peraltro tutte zitte, a parte la Commissione Interamericana dei diritti umani) mettessero in discussione quanto stava avvenendo, è stato lo stesso governo cileno a richiedere la visita nel Paese di una Commissione dell’Onu per i diritti umani, che in effetti è stata presente nel Paese dal 28 ottobre al 22 novembre (il cui Alto Commissario è Michelle Bachelet, ex presidente cilena), ma del report prodotto non si ha ancora traccia.

È stato lampante il silenzio scelto dagli altri organismi internazionali come l’Unione Europea che attraverso una votazione ha optato per una linea di non ingerenza negli affari cileni, mentre qualche giorno fa la vice-ministro agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale Marina Sereni (PD) ha affermato di essersi personalmente recata a Santiago. La vice ministro se da un lato ha dichiarato di aver provato “impressione” per i carri armati sulle strade della capitale dall’altro ci ha tenuto a dichiarare che in nessun modo il governo di destra di Piñera è paragonabile a quello di Pinochet, rimarcando i ritmi di crescita economica da dopo la dittatura e la capacità del Paese di agire come attore internazionale.

Intanto i filmati e le foto che arrivano dal Cile non lasciano ben sperare in una pacificazione tra manifestanti e governo: i numeri dei morti, dei feriti, delle torture, delle violenze carnali, delle sparizioni continuano a salire vertiginosamente giorno dopo giorno, ora dopo ora. La Commissione Interamericana dei diritti umani ha parlato apertamente di crimini di diritto internazionale commessi dai militari, di un “bagno di sangue” fra le strade cittadine e nelle carceri.

Inoltre è circolata fin da subito la notizia di un possibile centro di detenzione segreto: negli scorsi giorni l’informazione è stata confermata dall’ex deputato democristiano Sergio Velasco de la Cerda, secondo il quale l’esercito (e il governo che lo copre) è tornato a riutilizzare Tejas Verde, una delle peggiori case di tortura della dittatura pinochettista.

Ad un mese e mezzo dallo scoppio delle proteste la situazione in Cile è peggiorata: quasi 30000 soldati per le strade che non si fermano ad arrestare chi sta protestando ma, alla vecchia maniera, attaccano indiscriminatamente civili fermi agli autobus che vanno a lavorare, ragazzini a scuola, gente che si trova a passare nel posto sbagliato al momento sbagliato: esattamente come nel 1973 si tenta di esasperare il più possibile i cittadini affinché arrivi unanimamente un desiderio di “riappacificazione” che consentirà al governo di continuare con le sue politiche le quali, ribadiamo, sono la causa del malcontento e non sono state, ad oggi, messe in discussione né dall’interno né dall’esterno.

In tempi in cui si sente parlare di antipolitica o di fine della politica la mobilitazione cilena, col suo carico di sangue e repressione, è estremamente politica ed il fatto che queste proteste si siano sviluppate nel Paese neoliberista per eccellenza del subcontinente mette ancora una volta in dubbio – qualora ve ne fosse il bisogno – la stabilità del sistema liberista unipolare in America Latina. Dal nostro punto di vista è impossibile considerare lo scoppio dei casi Cile e Bolivia una mera coincidenza temporale e non invece risposte sistemiche alla vittoria di Alberto Fernández alle presidenziali in Argentina e alla scarcerazione di Luis Ignacio Lula da Silva in Brasile.

“Il Cile è stato la culla del neoliberismo: ora sarà la sua tomba”, recitavano moltissimi cartelloni tenuti in bella vista dai manifestanti cileni prima che si scatenasse l’inferno. Sarà il tempo però a dirci se si tratterà dell’ennesimo colpo di coda o del rigurgito di un passato che ancora brucia sulla pelle dei latinoamericani.

di Giusi Greta Di Cristina

14 ottobre, Santiago del Cile.

Il Cile, da “oasi della stabilità” a fallimento del neoliberismo

 

Tra F 35 e S-400: la Nato appare come un consesso di svitati paranoici

Con Trump ed Erdogan la Nato ha perso la faccia in Siria del Nord e la Turchia adesso ricatta l’Alleanza perchè vuole dichiarare le milizie curde, da noi usate contro l’Isis, dei “terroristi”. Per tenerla in piedi tutto è ridotto a un mercato delle armi. Putin si frega le mani.

Il vertice della Nato, che compie 70 anni dalla fondazione nel 1949, comincia oggi a Londra con un problema grosso: i due stati membri con le forze armate più imponenti, Usa e Turchia, sono rappresentati da leader completamente inaffidabili come Trump ed Erdogan. C’è poco da festeggiare se non l’aumento delle spese militari che farà felice l’industria bellica: mentre il Paese frana e va in malora noi compriamo i caccia americani F-35 che serviranno più agli Usa che a noi.
La Nato fa acqua da tutte le parti ma, paradossalmente, va bene lo stesso: è l’Alleanza più pazza del mondo. Trump già tempo fa aveva definito l’Alleanza Atlantica obsoleta e aveva minacciato di ritirarsi. Ora ci sta dentro soltanto perché gli europei hanno promesso di portare al 2 per cento le spese per la difesa e acquistare i suoi caccia, oltre a tutto il resto naturalmente.

Ma la vicenda della Siria del Nord ha messo a nudo che ormai si tratta di una congrega priva di senso. Non a caso il presidente francese Macron ha diagnosticato l’Alleanza in stato di “coma cerebrale”.
Gli Stati Uniti prima hanno deciso di ritirarsi dalla Siria abbandonando i curdi, la loro fanteria contro il Califfato, senza avvertire nessuno degli alleati. Poi Erdogan ha deciso di attaccare e massacrare i curdi, e anche lui ha agito senza consultarsi con gli altri stati membri. Infine l’area è stata occupata in parte della Russia e dalle truppe di Assad, coloro che erano stati indicati per anni gli avversari dell’Occidente.
Questa sequenza di eventi ha tolto ogni credibilità alla Nato, culminata con le dichiarazioni demenziali del segretario dell’Alleanza, il norvegese Stoltenberg, che mentre la Turchia attaccava proditoriamente i curdi e senza alcuna giustificazione, ha detto che Erdogan doveva usare “moderazione”, come se si potesse usare moderazione in un’offensiva militare per occupare territori altrui. E infatti Erdogan, che già ricatta l’Europa con i rifugiati siriani e i foreign fighters, ha “moderatamente” fatto strage di combattenti curdi ma anche di civili, provocando migliaia di profughi.
La Nato ha così perso non soltanto la faccia ma anche qualunque copertura morale. Pensate che l’Alleanza è intervenuta nel 2011 per bombardare la Libia e far fuori Gheddafi con lo scopo di proteggere i ribelli. Una decisione che ha distrutto un intero stato, lo ha lasciato in mano per anni ai jihadisti e ha causato per noi ondate di migliaia di profughi e di morti in mare. Il bello è che pure l’Italia ha partecipato a sue spese ai raid della Nato in Libia: 4mila missioni aeree, mica poche. Un affarone vero?
Ma in Siria la Nato non ha mosso un dito. Se non ci fosse stato Putin, che si frega le mani per quanto siamo sciocchi qui in Occidente, le cose per i curdi sarebbero andate anche peggio.
E arriviamo al problema Erdogan. Questo ”alleato” non solo fa la guerra fregandosene di chiunque ma mette l’Alleanza con le spalle al muro. Se Assad muovesse guerra alla Turchia per recuperare il proprio territorio nazionale cosa faremmo noi? In base all’articolo 5 della Nato dovremmo muovere guerra alla Siria. Da un certo punto di vista ha ragione Macron: con le mosse di Trump ed Erdogan ci siamo giocati il cervello. Avendo detto queste cose pubblicamente il presidente francese è stato definito del ministro degli Esteri della Turchia uno “sponsor del terrorismo”. Gli alleati si vogliono proprio bene.
Ma non è finita. Adesso al vertice di Londra viene il bello, si fa per dire. La Turchia si rifiuta, in caso di attacco russo, di appoggiare un piano dell’Alleanza per la difesa dei Paesi baltici e della Polonia fino a quando la Nato non offrirà ad Ankara un maggiore sostegno politico per eliminare i curdi siriani del Rojava. Erdogan vuole che le milizie dei curdi siriani, morti in 10mila per combattere il Califfato, siano dichiarate un’organizzazione terroristica. Ma i curdi siriani di Kobane non erano i nostri eroi?
In poche parole Ankara prende in ostaggio la Nato intera. E questo dopo che la Turchia ha acquistato dalla Russia le batterie anti-missile S-400 mettendo in grave imbarazzo tutta l’Alleanza. Una delle ragioni per cui è stata sospesa la consegna ad Ankara degli F-35, alla cui costruzione per altro la Turchia partecipa con dozzine di aziende fornitrici.
Il vertice Nato appare come un consesso di svitati paranoici. Ma non è così perché a tutto c’è una soluzione. La Nato è come il signor Wolf nel film Pulp Fiction di Tarantino: “risolve problemi”. Se la Turchia acquista gli S-400 russi ma non li usa potrà comprare _ lo dice lo stesso Trump_ i caccia americani F-35. E se Erdogan spende i suoi soldi con gli Usa potrebbe forse anche avere la soddisfazione di una condanna dei curdi siriani come terroristi. Ecco la soluzione del signor Wolf. Vi piace la Nato?

di Alberto Negri* – Quotidiano del sud

*Pubblichiamo su gentile conoscenza dell’Autore

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-alberto_negri__tra_f_35_e_s400_la_nato_appare_come_un_consesso_di_svitati_paranoici/82_32002/

 

Green new deal: perché sia vero c’è bisogno di un passo avanti degli Stati

“Il New Green Deal è un termine molto inflazionato, viene utilizzato per metterci dentro un po’ di tutto, molto spesso con una vaghezza esasperante. Il New Green Deal vero, quello che funziona, deve essere non soltanto un piano di investimenti per la transizione ecologica dell’economia, ma anche un grande piano a 360° di politiche sulla formazione, di politiche fiscali fondamentali. E’ per questo che non credo in un Green New Deal che non preveda anche una politica fiscale completamente nuova”. Lo ha dichiarato il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Lorenzo Fioramonti, aprendo i lavori del convegno “Seattle +20, Green New Deal and Local Development” organizzato da AOI, Fairwatch, Fondazione Di Vittorio e Kyoto Club, che si è tenuto oggi all’Hotel Nazionale di piazza Montecitorio a Roma.

Al dibattito hanno preso parte Stefano Fassina, deputato, segretario commissione Bilancio della Camera e Rossella Muroni, deputata e membro della Commissione Ambiente della Camera, che hanno interloquito con le associazioni, i sindacati e le aziende presenti sulle priorità ambientali nazionali e internazionali: “all’attenzione del Parlamento abbiamo trattati come il Mes ma anche come il CETA e il Mercosur. Le scelte di questa maggioranza su questi temi saranno la cartina tornasole della volontà o meno di muoversi verso il Green Dew Deal: se non si cambia rotta nelle politiche economiche e finanziarie nessun cambiamento sarà possibile”, ha spiegato l’On. Fassina. “Il Decreto Clima e il decreto di programmazione economica – ha sottolinato l’On. Muroni – sono dei segnali ma non decisivi, non indicano alcuna svolta. Purtroppo non abbiamo più tempo da perdere, questa timidezza è fuori luogo”.

Il presidente di Etica Sgr, Ugo Biggeri, e la co-fondatrice dei Verdi italiani, Grazia Francescato, hanno ricordato i giorni in cui, esattamente vent’anni fa, l’Organizzazione Mondiale del Commercio veniva fermata da operai, ambientalisti, femministe, studenti e semplici cittadini che criticavano gli impatti negativi della globalizzazione sull’occupazione, sui salari e sull’ambiente: “un’alleanza trasversale di analisi, risposta e obbedienza alla realtà che oggi cammina sulle gambe dei Giovani Fridays for future, ma che ancora non trova istituzioni all’altezza della sfida di Governo”, ha affermato Francescato. “Avevamo ragione ad essere preoccupati – ha sottolineato Biggeri – Così abbiamo concretamente sostenuto proposte controcorrente, nel mio caso la Banca Etica italiana, che hanno aperto una strada verso la sostenibilità in Europa e nel mondo. Manca solo la politica”.

Si è concentrato sulle responsabilità specifiche degli Stati nel trasformare il Green New Deal da dichiarazione in realtà, l’economista dell’agenzia delle Nazioni Unite Unctad Jeronim Capaldo, che ha spiegato come “oltre al cambiamento climatico assistiamo a una frenata dell’economia globale e a segnali di una possibile nuova recessione nel 2020. I meccanismi di iperglobalizzazione, oltre a non veicolare di necessità gli investimenti su larga scala – nell’ordine di 2-3 triliardi l’anno – che servirebbero per un vero Green new deal, da troppi anni non si traducono in beni pubblici e salari aggravando la stagnazione. C’è bisogno di una riappropriazione dello spazio economico dello Stato per generare sviluppo, ribilanciare la distribuzione del reddito e stabilire sicurezza economica necessari a sostanziare un vero New deal green globale”.
Le priorità interne indicate dall’Unctad agli Stati membri delle Nazioni Unite come urgenti per fermare la nuova crisi ambientale ed economica sono “politiche dei redditi, politiche fiscali e tributarie e politiche per l’investimento produttivo, che facciano sì che le necessarie politiche per la transizione verde non ricadano sulle fasce più povere o sulle Pmi, innescando fenomeni come quelli dei gilet gialli in Francia” ha aggiunto Capaldo. A livello internazionale, ha poi concluso, “si devono, invece, rivedere i trattati di libero scambio che legano le mani ai regolatori e agli Stati ed esaminare regolazioni per l’IT, introducendo, in parallelo, controlli sui movimenti di capitale, una stretta sull’elusione fiscale, prevedendo una tassazione unitaria globale (20-25%). Bisogna pensare a un nuovo Giubileo del debito e a una Banca per la transizione verde che finanzi un Piano Marshall verde mirato. I fondi ci sono: potremmo attingere da risorse sprecate da una cattiva Austerity, 700 miliardi circa di trasferimenti di capitali e elusione nascosti, 20 triliardi di dollari acquisiti dalle banche centrali insieme ai 5 triliardi l’anno di sussidi per i carburanti e 3,4 triliardi di aiuti per lo sviluppo promessi ma mai erogati”.

Elena Battaglini, della Fondazione Di Vittorio ha introdotto Rita Innocenzi responsabile Cgil dell’area di crisi industriale complessa di Venafro Campochiaro Bojano, che ha parlato degli interventi di partenariato industriale sostenibile svolti nell’ambito della Carta di Pescara, con cui imprese e lavoratori si sono messi a disposizione nello sviluppo del territorio: “un quadro d’insieme di altissimo livello, quello offerto dal confronto attivato oggi – ha detto Battaglini – e che incardina le singole realtà presentate in una sfida globale ben più ampia del singolo ambito di pertinenza”.

“Contesto perfetto per raccontare i #GreenHeroes – ha sottolineato Annalisa Corrado di Kyoto Club – cioè quei visionari che scorgono opportunità dove gli altri vedono solo ostacoli, grazie alla loro passione per la sostenibilità e alla loro capacità di investire in economie generative, contrapponendole a quelle estrattive e speculative, che ci hanno portato fin qui”.

Presenti all’incontro di Roma Noemi De Santis, tra i fondatori di Junker App, un mezzo partecipato e collettivo che aiuta cittadini e amministratori a rendere efficace e semplice la raccolta differenziata. Con lei Eugenio Cavalli, lo sviluppatore che, con il supporto della regina degli dei #GreenHeroes Daniela Ducato, ha reso disponibile un diserbante ecologico, che nutre la terra e aiuta l’agricoltura biologica di qualità a rendersi più competitiva. Infine Pierfrancesco Fattori dell’azienda Girolomoni, impresa agroalimentare bio, leader del settore nel mondo, cooperativa e completamente verde nell’approvvigionamento energetico, oltre che pioniera della coltivazione del territorio interno collinare italiano con grani antichi e colture qualitative ecoefficienti.

Silvia Stilli, portavoce di AOI, moderando gli interevnti di Antonella Baldino, Chief International Development Finance Officer di Cassa Depositi e Prestiti, Marco Felisati, Vice Direttore Area Affari Internazionali e Politica Commerciale di Confindustria e Stefania Burbo, Portavoce GCAP Italia, ha denunciato il “disastro annunciato” dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo: “non c’è nessun contributo sostanziale all’Agenda 2030, scarsissimo ‘aiuto a casa loro’  per le genti in fuga dai  Paesi di origine colpiti da fame, guerre e cambiamenti climatici. Per la prima volta negli ultimi trent’anni, il nostro Paese non ha una programmazione nel settore della cooperazione internazionale. Come può impegnarsi negli obiettivi dell’Agenda 2030? Esistono ampi margini per creare partnership per lo sviluppo: margini che le nostre organizzazioni stanno già utilizzando nelle relazioni con i privati e con alcune istituzioni. Ciò che manca è una strategia globale, finanziata con adeguate risorse e giusti investimenti”.
“Non abbiamo altri venti anni per uscire dall’ennesima crisi – ha detto concludendo la giornata di confronto la vocepresiddente di Fairwatch Monica Di Sisto – Le nostre analisi e preoccupazioni di allora hanno trovato conferma nella realtà che stiamo vivendo. Le nostre analisi di oggi sull’inadeguatezza delle politiche economiche, sociali e ambientali messe in campo per rispondervi. Serve un riscontro concreto da chi abbia a cuore il futuro del nostro Paese e del pianeta. Quello di oggi è un primo momento di convergenza per rilanciare, dentro e fuori le istituzioni centrali, territoriali e internazionali, un’azione coordinata e efficace per chiedere più responsabilità e coerenza a tutti i livelli di Governo”.

Riconosciuto il diritto ad entrare in Italia a chi è stato respinto illegittimamente in Libia

Accertato il diritto  di entrare sul territorio dello stato allo scopo di presentare domanda di riconoscimento della protezione internazionale per 14 cittadini eritrei respinti in Libia il 1° luglio 2009. Read More “Riconosciuto il diritto ad entrare in Italia a chi è stato respinto illegittimamente in Libia”

3 dicembre: appello di FISH e FAND al Presidente Conte

FISH - Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap

In occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha voluto incontrare questa mattina FISH e FAND, le due Federazioni maggiormente rappresentative delle organizzazioni delle persone con disabilità.

Un confronto in cui è stato ribadito che la concreta attuazione della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità necessita di una forte volontà politica e di un assetto strategico e istituzionale chiaro, con un intervento di coordinamento e innovazione della normativa vigente.

Attraverso una lettera appello rivolta al Presidente Conte, FISH e FAND chiedono che il 3 dicembre sancisca l’assunzione di precisi impegni attorno alle future politiche per la disabilità e agli aspetti organizzativi e funzionali necessari alla loro realizzazione.

Le due Federazioni, come ripetutamente affermato nei mesi scorsi, ritengono che la delega sulla disabilità debba essere mantenuta direttamente in capo alla Presidenza del Consiglio, ma contestualmente sollecitano l’istituzione di una Direzione Generale dotata di deleghe specifiche, che operi secondo la logica del mainstreaming. Ciò significa non solo garantire il coinvolgimento dei diretti interessati nelle decisioni che li riguardano, ma anche considerare la disabilità in ogni politica che riguardi tutti i Cittadini.

In tale quadro si chiede che le organizzazioni di persone con disabilità e loro familiari da un lato partecipino agli organismi che possono proporre azioni al Governo e dall’altro siano ascoltate in modo consultivo dalle autorità di Governo prima che esse procedano ad attuare misure di intervento che potrebbero generare una violazione dei loro diritti. Questo sia in aderenza alle indicazioni della citata Convenzione ONU, sia per aderire alle raccomandazioni espresse in tal senso già nel 2016 dal Comitato sui diritti delle persone con disabilità delle Nazioni Unite.

Va quindi rafforzato il ruolo dell’Osservatorio nazionale sulla condizione di vita delle persone con disabilità e del suo Comitato Tecnico Scientifico. Contemporaneamente va istituito un ulteriore organo consultivo permanente che esprima posizioni e contributi in modo trasversale rispetto a qualsiasi ambito di vita, al fine di contrastare possibili discriminazioni e favorire l’inclusione di milioni di Cittadini con disabilità del nostro Paese.

Positivo il commento del Presidente FISH Vincenzo Falabella a margine dell’incontro: “Sono state accolte tutte le richieste avanzate da FISH e FAND. Abbiamo riscontrato una costruttiva disponibilità alla collaborazione che permetterà alle Federazioni di mettersi al lavoro già da domani assieme alla Presidenza del Consiglio per dare corpo e sostanza alle istanze presentate. Confidiamo che le azioni che ne seguiranno possano avere un impatto positivo sul miglioramento della qualità di vita delle persone con disabilità nel nostro Paese”.

La lettera appello delle Federazioni al Presidente del Consiglio è disponibile nel sito FISH.

3 dicembre 2019

FISH – Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap

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Vado a vivere da solo: racconti di vita indipendente

Superando.it

«Non basta una sola giornata per riflettere sul tema della disabilità, ma la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità ci offre l’occasione di lanciare questo blog, strumento a disposizione di tutti»: così Marco Rasconi, presidente nazionale della UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), presenta “#vadoaviveredasolo”, progetto di sensibilizzazione sulla vita indipendente, consistente appunto in un blog, dove le persone con disabilità neuromuscolare e con disabilità in genere hanno uno spazio per raccontare di lavoro, studio, famiglia, progetti e sogni
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La chimera del posto pubblico
«Come può essere credibile un Legislatore – scrive Marino Bottà – quando egli stesso non ottempera agli obblighi di legge? È quanto avviene nei confronti della Legge 68/99 (“Norme per il diritto al lavoro dei disabili”), rispetto alla quale i maggiori evasori sono state proprio le Istituzioni e gli Enti Pubblici (Ministeri, Regioni, Province, Comuni, Aziende Ospedaliere, ASL). Alle imprese private si è chiesto di essere sensibili e di farsi carico di parte del welfare, mentre lo Stato è rimasto spettatore, in coerenza con il detto popolare «fate quel che dico, ma non quello che faccio!»
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All’insegna del “Durante e Dopo di Noi”
«Le iniziative di quest’anno saranno dedicate alla tematica del “Durante e Dopo di Noi”, per incrementare la riflessione sulle possibilità di autonomia offerte alle persone con disabilità, garantendo di affrontare al meglio le emergenze causate dalla perdita dei genitori o dalla loro impossibilità di prendersi cura del figlio»: così la CPD di Torino (Consulta per le Persone in Difficoltà) ha presentato gli eventi organizzati ancora una volta in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità a partire dalla giornata di domani, 3 dicembre, tutta rivolta alle scuole
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Hanno vinto il Campionato del Mondo dei cestisti con la sindrome di Down!
Fa particolarmente piacere poter segnalare proprio oggi, alla vigilia della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità di domani, 3 Dicembre, un’importante vittoria in campo sportivo ottenuta da atleti con disabilità. Sono Emanuele Venuti, Andrea Rebichini e Alessandro Greco (Anthropos Civitanova Marche), Antonello Spiga e Davide Paulis (Atletico AIPD Oristano) e Alessandro Ciceri (Briantea84 Cantù), aggiudicatisi in Portogallo, insieme al tecnico Mauro Dessì (Atletico AIPD Oristano), il Campionato del Mondo di Basket praticato da cestisti con sindrome di Down
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Diritti delle persone con disabilità: quali percorsi seguire?
«Quali percorsi si potranno tracciare e seguire? Quali sono le difficoltà di maggiore ostacolo?»: lo chiederanno direttamente al Sindaco di Como i rappresentanti di numerose Associazioni, nel corso della tavola rotonda denominata “Como fr(ee)abile”, organizzata per domani, 3 dicembre, dalla LEDHA della città lariana (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità
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Eventi da vivere insieme, persone con e senza disabilità
Un convegno voluto per diffondere una cultura tecnico-scientifica rivolta alla disabilità, un celebre musical reso accessibile alle persone con disabilità uditiva e visiva e una serata al buio, tutta all’insegna dei suoni e dei sapori: sono le iniziative proposte a Roma tra oggi, 2 dicembre, e domani, 3 dicembre, dal Coordinamento del Disability Pride Italia, in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità
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Senza troppa retorica, festeggiamo il 3 Dicembre con un buon libro
«Crediamo che il modo migliore per celebrare, senza retorica, la Giornata dei Disabili sia quello di diffondere e leggere un buon libro»: a sottolinearlo è Mario Mirabile, presidente dell’UICI di Napoli, e a tal proposito per domani, 3 dicembre, che sarà appunto la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, l’Associazione ha organizzato la presentazione di “Sfiora Capri ad occhi chiusi”, secondo libro di Amedeo Bagnasco, che dopo il grande successo della sua opera prima, continua il racconto del fotografo non vedente, che guarda Capri con gli occhi del cuore
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Progettazione e didattica per la scuola inclusiva
«Progettato con la prospettiva dell’accessibilità a 360 gradi, l’ambiente scolastico diventa luogo fertile delle strategie inclusive a beneficio di tutti, e non solo per le persone con bisogni educativi complessi»: si svilupperanno su questo fondamentale concetto i lavori del convegno “Progettazione e didattica per la scuola inclusiva”, previsto per domani, 3 dicembre, a Lodi, in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, dall’Associazione Genitori Tosti in Tutti i Posti e dal CLEBA (Comitato Lodigiano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche e Sensoriali)
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Vi auguriamo una buona lettura!

Un cordiale saluto

La redazione di Superando.it

Superando.it è un servizio di informazione sulla disabilità promosso dalla FISH – Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap e gestito da Agenzia E.Net s.c.a.r.l.

 

Il pianeta dell’effetto senza causa

Piovono oceani interi sulle città? È il maltempo, mannaggia. I ponti si sgretolano come verità indifese? Sono brutti incidenti, cose che capitano. Si incrementano a dismisura le popolazioni in fuga dall’inferno? È normale, non possiamo essere tutti felici… Ecco, le manifestazioni del 29 novembre in tutto il mondo per il quarto sciopero globale del clima dicono che quel movimento non è evaporato come speravano alcuni. E che servono nuove narrazioni perché resta da ribaltare l’immobilismo di molti, troppi, in basso e soprattutto in alto

C’era una volta un pianeta. Ma sì, parliamone come se fossimo in un raccontino di fantascienza. Uno di quelli che riteniamo inverosimili e che talvolta ci rilassano, alla stregua dei film catastrofici o quei video pieni di poveracci che scivolano e danno capocciate, e tutti ridono. Perché tanto non siamo a noi a cadere. Allora, tornando al nostro, il pianeta era assai bizzarro e le creature che vi abitavano non erano da meno, compattamente coerenti nel definire il comune orizzonte in base a un discutibile assunto: il rapporto di causa ed effetto è roba superata, poiché l’unica cosa che davvero conti è il secondo. Tutto il resto è noia, citando il titolo della nota canzone. Anche se il resto potrebbe salvare il presente, ancor prima che il futuro.

Per analogo ragionamento, gli ottusi extrabitanti mandarono a farsi friggere anche la terza legge della dinamica, ovvero il principio di azione e la sua logica replica. Indi per cui, per tale sciagurata specie, esisteva solo la reazione, punto. Poiché l’origine di quest’ultima, il gesto, la scelta e ogni movimento in un senso o nell’altro – ciascuno di essi potenziale responsabile della consequenziale realtà – non erano mai all’ordine del giorno.

Cosicché, le modalità con le quali tali incoscienti individui interpretavano la vita erano le seguenti. Piovono oceani interi sulle città? Le temperature precipitano o si innalzano con andamento delirante? I ghiacciai si sciolgono in un pianto di cocente rabbia verso i colpevoli, più che per mera mestizia?
È il maltempo, mannaggia.

I tetti crollano sulle vite che dovrebbero proteggere? Voragini voraci di automobili si aprono come insaziabili bocche sulle strade più trafficate? I ponti si sgretolano come verità indifese e vengono sostituiti da bugie a scoppio ritardato? Sono brutti incidenti, cose che capitano.

Aumentano gli atti di intolleranza verso le più vulnerabili categorie viventi? Finiscono altrettanto alla ribalta frasi ingiuriose nei confronti delle minoranze da parte di chi dovrebbe dare il buon esempio? La discriminazione di ogni tipo di difformità dall’ariano canone è oramai questione quotidiana? Sono tempi difficili, ma si sta meglio che in passato.

Il partito dei non votanti cresce di elezione in elezione, in modo trasversale e transnazionale? La sfiducia nella classe politica è stata sospesa dalla borsa per eccesso di rialzo? Il livello intellettivo e morale dei contendenti al timone della nave democratica è invece talmente ai minimi da diventare irrilevante nella tornata elettorale? È quello che vuole la gente, e la gente ha sempre ragione.

Si incrementano a dismisura le popolazioni in fuga dall’inferno, alla ricerca del paradiso che gli è stato trafugato? Si diffondono paura e isolamento nei paesi maggiormente indiziati di tale ingiudicato crimine? I diretti discendenti delle istituzioni colpevoli si fanno baluardo a difesa della patria minacciata? È normale, non possiamo essere tutti felici.

A dire il vero, solo in pochi godevano di tale privilegio, e ogni giorno di meno, ma come usavano dire nel pianeta dell’effetto senza causa, questo è. Prendere o lasciare. Quindi, prendi, svelto. Arraffa tutto quel che puoi e tira dritto.

Sino all’inevitabile conclusione: i nostri incauti insediamenti sono stati sommersi dalle onde sospinte dalla vigente stupidità? Gli incendi hanno divorato ogni traccia del passaggio dell’entità più masochistica dell’universo? La guerra e i cambiamenti climatici non hanno ancora capito chi ha avuto il merito della nostra distruzione? Insomma, ci siamo estinti? Era destino, che vuoi farci, sarà per un’altra volta. Peccato, però, che la storia sia finita…

Alessandro Ghebreigziabiher

29 Novembre 2019

https://comune-info.net/il-pianeta-delleffetto-senza-causa/

Foto di Fridays for future Taranto