Quello che Greta Thunberg non può dirvi

Sul fenomeno politico di Greta Thunberg, visto il modo in cui i media insistono nell’informarci di ogni suo passo, mi sembra sia possibile fare un parallelo con la figura di Giovanna d’Arco: entrambe sono icone costruite ad arte da un’attenta campagna propagandistica in fine di mobilitare le masse verso determinati obiettivi.

Perché?

Una delle caratteristiche dell’homo sapiens è di adattarsi facilmente alla realtà; in natura si tende a  ragionare in termini di individualità, o al limite di un gruppo sociale ristretto verso cui si è legati affettivamente e materialmente (la famiglia); l’essere umano non tende, nel suo stadio naturale primitivo, a ragionare in termini di collettività e totalità.

È vero che l’essere umano può innalzarsi da questa condizione naturale di animalità, avendo la capacità di apprendere quelle che i greci chiamavano le téchne (tecniche), la più elevata delle quali per Protagora era la politica, ossia la tecnica utile a partecipare a governo della polis. Il percorso di formazione (paideia), grazie al quale i sofisti erano convinti che tutti avessero la possibilità di diventare cittadini coscienti e attivi, è però oggi costantemente ostacolato dal totalitarismo “liberale”, che ha bisogno di sudditi incapaci di spirito critico, piuttosto che di “animali politici” consapevoli dei loro diritti. Nella società di massa a suffragio universale si pone però le necessita di mantenere l’egemonia culturale, indirizzando le masse verso bisogni e obiettivi indotti; di qui la necessità di costruire degli “eroi”, dei simboli che incarnino, ammantandoli di un’aura sacrale, gli scopi perseguiti dai sovrani: per Carlo di Valois la “pulzella” era utile a mobilitare la masse popolari francesi, in particolar modo quelle contadine; in quel caso Giovanna era l’immagine iconica della vergine, pura, innocente e in diretto contatto con Dio, una nuova Madonna insomma; un’immagine perfetta per lanciare la crociata patriottica tesa al doppio obiettivo di costruire un’identità nazionale “moderna” su cui garantire il dominio monarchico e liberare la Francia dall’oppressore straniero.

 

Greta Thunberg è la punta di diamante di una campagna più imponente e raffinata. I gruppi più coscienti e potenti delle classe dominanti sono consapevoli del rischio di una catastrofe ecologica imminente; sanno bene che l’unica maniera di risolvere il problema sarebbe procedere alla pianificazione totale dell’economia; non possono però praticare tale piano: distruggerebbero il capitalismo, ossia il potere delle multinazionali e del grande Capitale, di cui i ceti politici reazionari, primariamente liberali e socialdemocratici, fanno gli interessi, seppur con sfumature e blocchi sociali diversi.

Non è questa la soluzione politica, progressista e rivoluzionaria, che le classi dominanti, al comando diretto o indiretto delle principali strutture economiche e politiche, intendono praticare. Il piano strategico della borghesia diventa il seguente: far credere al popolo che la situazione si possa risolvere con la diffusione di buone pratiche individuali ed ecologiche, quali ad esempio la sensibilizzazione alla raccolta differenziata e il rifiuto della plastica. Questa opera di educazione delle masse popolari sulla questione ambientale è senz’altro positiva, perché aiuta a concentrare l’attenzione su un problema urgente per l’umanità intera. La tattica fa leva sulla mobilitazione degli intellettuali e artisti per sostenere una nuova etica ambientale, la quale però rimane scollegata dalla presa di coscienza politico-economica.

Greta Thunberg diventa la nuova Giovanna d’Arco dei tempi moderni: è una ragazza pulita, vergine, innocente, minorenne (rappresenta le future generazioni) e con la sindrome di Asperger. Una ragazza qualunque, eppur speciale (anche per il disturbo cui è affetta, che certamente ne accentua la popolarità), che ha fatto della questione ambientale la propria ragione di vita, tanto da mettere la lotta di fronte alla stessa prosecuzione degli studi. Non è necessario mettere in discussione la sua personale buona fede, anche se molti dubbi sono già sorti sulle strumentalizzazioni attuate dai suoi genitori e dai politici.

Avendo 16 anni Greta molto probabilmente non ha neanche la più pallida idea di chi sia Karl Marx, né conosce gli argomenti storici dell’imperialismo. La sua indignazione per le evidenti storture del sistema si basa su fondamenti morali e scientifici, ma non dal punto di vista economico-politico. I suoi appelli ai leader del mondo, nella misura in cui assumono un tono di esortazione maternalistica e moralistica, possono servire a catturare le simpatie delle masse popolari e delle nuove generazioni, ma non sono in grado di far avanzare il movimento sociale conseguente (specie tra le giovani generazioni) più in là di una presa di coscienza ambientale ma non politica della questione. Il fatto non è evidentemente casuale. Greta diventa il “messia” dai tratti già eroici, se non addirittura semi-divini, con cui si cerca di incanalare le masse popolari ad un cambiamento che sarà comunque insufficiente per risolvere il problema collettivo. Senza un necessario cambiamento strutturale della nostra società, soltanto pochi riusciranno a salvarsi dalla futura catastrofe ambientale, e certo non saranno i più poveri.

L’imperialismo e il Nuovo Ordine Mondiale costruito dagli USA hanno costruito le premesse per l’autodistruzione dell’umanità. Il capitalismo stesso è incompatibile con la sopravvivenza del nostro pianeta, e quindi di noi stessi, che siamo creature della natura. O l’homo sapiens evolve davvero integralmente in un “homo politicus”, oppure è destinato ad estinguersi. È la legge darwiniana dell’evoluzione. Dato che non esiste alcuno spirito provvidenziale che guida la storia, occorre prenderne atto: esiste la possibilità concreta che la razza umana si estingua. Così come esiste la possibilità di una sua sopravvivenza in un strutture sociali diverse: uno scenario verosimile è che lo sfruttamento e il potere di una ristretta élite si rafforzino a livelli tali da costringere l’umanità ad affrontare la catastrofe in sistemi sempre più autoritari e semi-servili. Se arriverà il momento in cui gli oceani si alzeranno di svariati metri, rendendo inabitabili buona parte delle fasce costiere del pianeta, non potrà non derivarne infatti una condizione di profonda crisi politica dei regimi esistenti. I possibili esiti rivoluzionari sono quindi da prevenire, ridefinendo i patti sociali e costituzionali in senso schiettamente borghese al fine di garantire la classe dominante al potere. La borghesia sta cioè rompendo consapevolmente, ormai da almeno 40 anni il compromesso tra Capitale e Lavoro che aveva caratterizzato il capitalismo occidentale negli anni conseguenti alla grande guerra antifascista e della guerra fredda. La borghesia sta vincendo, e sta plasmando con successo nuove strutture economico-politiche per rimettere in discussione la logica dei diritti sociali e della sovranità popolare (vedasi ad esempio l’Unione Europea). Si iniziano ormai apertamente campagne culturali contro il suffragio universali, che hanno successo perfino sui social network.

Movimenti come quello italiano delle “sardine” sono da questo punto di vista perfettamente subalterni all’ideologia dominante, e rimane il dubbio che si tratti di fenomeni costruiti e pilotati ad arte, secondo tecniche simili a quelle delle “rivoluzioni colorate” teorizzate da Gene Sharp ormai oltre 20 anni fa. Se la tendenza storico-politica è ad una vittoria del totalitarismo “liberale”, quanto meno in occidente, davvero pochi proletari si salveranno davvero, mentre i più saranno i nuovi schiavi di un sistema ri-feudalizzato. L’unica maniera di sfuggire a questi processi passa dalla necessità di porre completamente l’economia sotto controllo politico popolare, in modo da poterla riconvertire uscendo dall’anarchia produttiva che caratterizza il capitalismo. Ciò significa, anche per i liberali e i sinceri progressisti, ripensare la necessità di una completa transizione ad un’economia socialista, nell’ambito di un riassetto istituzionale verso una reale democrazia popolare e pluralista, che parta però da premesse costituzionali improntate non solo all’antifascismo e all’ecologismo, ma anche all’anticapitalismo. La borghesia è oggi il più grande nemico della razza umana e ci sta conducendo sul baratro dell’apocalisse. La borghesia va quindi totalmente espropriata del controllo dei mezzi di produzione (fabbriche, banche, grandi aziende, ecc.) e deve smettere di esistere, immediatamente come classe politica ma in breve tempo anche come stessa classe sociale.

Solo un ordine del genere può cancellare le pressioni e il potere del padronato più stolto, incapace di guardare al di là del bilancio di fine anno della propria azienda; solo una rivoluzione di tale portata potrebbe avviare quel mastodontico processo di riconversione produttiva con cui si possa pianificare totalmente l’attività economica ed energetica, comprese le emissioni dannose al pianeta. Tutto ciò è possibile grazie all’esperienza accumulata dagli esperimenti politici del ‘900 (i piani quinquennali sovietici) e all’attuale pianificazione macro-economica cinese; la pianificazione può risorgere anche grazie alle innovazioni avvenute in campo tecnologico: gli enormi progressi avvenuti in campo informatico negli ultimi 30 anni permettono nuove importanti applicazioni nel settore produttivo e nella distribuzione dei beni e servizi, materiali e spirituali, necessari ad una vita universalmente dignitosa e prospera.

Queste tesi politiche, qui velocemente presentate ma i cui fondamenti sono stati approfonditi altrove[1], mi sembrano una base minima di discussione necessaria per affrontare seriamente la questione del futuro della nostra specie. Queste tesi mi sembrano cioè la base minima di una coscienza economico-politica connessa al problema ecologico. Una coscienza di classe per sé. Il pianeta e la specie umana possono salvarsi sacrificando na gran parte dell’umanità stessa, il proletariato. Quest’ultimo deve prendere consapevolezza delle modalità con cui può salvare non solo il pianeta e la specie umana, ma se stesso. Se non lo farà, perirà.

Siccome dobbiamo ipotizzare il caso peggiore possibile, mi sembra abbastanza improbabile che Greta da un giorno all’altro possa maturare una simile coscienza di classe; se anche riuscisse a farlo, le toglierebbero il megafono mediatico o farebbero in modo di eliminarla (come in passato con un Martin Luther King, o oggi con un Julian Assange); non c’è da sperare che il movimento ambientalista ci arrivi per via autonoma (Lenin docet, vd Che fare?). Occorre allora l’azione organizzata della minoranza che ha acquisito coscienza di classe, in senso antimperialista, anticapitalista e socialista.

Bisogna insomma sforzarsi di contribuire al processo di ricostruzione di un’adeguata organizzazione comunista, uscendo il prima possibile dall’attuale frammentazione politica. I comunisti più coscienti sanno che sorgono movimenti assai eterogenei e deboli ideologicamente. Guardando alla situazione italiana, ha senso intervenire in tali movimenti solo in forma organizzata e con l’obiettivo di egemonizzare le assemblee, sapendo che allo stato attuale riuscire ad attirare anche solo alcune centinaia di militanti sarebbe un’importante inversione di rafforzamento. Un obiettivo simile è praticabile solo con un’adeguata organizzazione e laddove si dispongano di energie iniziali sufficienti. Il movimento non è comunque il fine, ma il mezzo con cui si può rafforzare l’avanguardia politica.

I comunisti hanno quindi di fronte due percorsi (superamento della frammentazione politica e intervento mirato sui movimenti) non necessariamente in contrapposizione, che possono accelerare il processo di ricostruzione del partito che ci serve, il solo in grado di ridare speranza e futuro alle masse popolari italiane (quelle mondiali dipendono da altri, in buona misura dai compagni cinesi, e anche di questo occorrerebbe tener conto).

Occorre percorrere entrambe le strade con buona volontà, ma con criterio e raziocinio.

Il superamento della frammentazione non può voler dire unità organizzativa indiscriminata, con chiunque. Rimane valida la riflessione fatta in altra sede[2], perché l’organizzazione che ci serve non può che avere piena compattezza ideologica e politica, altrimenti non sarà mai in grado di sottrarre l’egemonia culturale ai “liberali”:

«L’analisi del passato e la confutazione delle falsità borghesi sono aspetti necessari per qualsiasi tentativo serio di ricostruzione per il presente. Costruire progettualità politiche con chi invece continua a sostenere tesi storiografiche e politiche controrivoluzionarie e borghesi non può portare ad altro che a costruire castelli di sabbia destinati ad infrangersi alla prima mareggiata. In certi casi è meglio andare da soli che male accompagnati, come mostra il caso di Gorbacev e di tanti compagni di viaggio che alla fine si sono dimostrati più opportunisti che comunisti».

La tesi è chiara: l’umanità può sopravvivere solo se distrugge l’imperialismo e il capitalismo che stanno distruggendo il pianeta. Siamo evidentemente in grande ritardo e non c’è da essere molto ottimisti. Eppure rimane granitica la certezza incorniciata dal motto di Rosa Luxemburg: o socialismo o barbarie.


[1]     In particolar modo nelle 2279 pagine di A. Pascale (a cura di), Storia del Comunismo, Intellettualecollettivo.it, 2019, e per le parti riguardanti il totalitarismo “liberale” in A. Pascale, Il totalitarismo “liberale”. Le tecniche imperialiste per l’egemonia culturale, La Città del Sole, Napoli 2019. Il primo libro e molti materiali del secondo, sono disponibili liberamente su Intellettualecollettivo.it.

[2]     A. Pascale, Modrow, Rizzo e la fine della DDR, Intellettualecollettivo.it, 22 novembre 2019.

di Alessandro Pascale per l’AntiDiplomatico

 

Maduro: cambiamenti anti-neoliberali avranno risultati favorevoli per l’America Latina

“C’è una grande lotta per il futuro e quella battaglia che stiamo combattendo avrà un risultato favorevole per i popoli dell’America Latina e dei Caraibi, l’ALBA arriva ad annunciare questo risultato favorevole e l’emergere di una nuova ondata di cambiamenti anti-neoliberali nel mondo”.

Le parole sono del presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro Moros, che offre dichiarazioni ai media internazionali a L’Avana, Cuba, dove ha preso parte al Vertice dell’Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América-Tratado de Comercio de los Pueblos (ALBA-TCP), alla sua XVII edizione.

“Questo è un vertice che porta un messaggio di speranza, di unione a tutti i popoli che combattono in America Latina e nei Caraibi, convinti che un altro mondo sia possibile”, ha detto il presidente venezuelano, assicurando che ALBA-TCP è il percorso per costruire, dalle nostre radici, il nostro percorso di indipendenza, sovranità, uguaglianza e felicità sociale dei popoli.

Quindici anni dopo la creazione di ALBA-TCP a Cuba da parte dei comandanti Hugo Chávez e Fidel Castro, in particolare il 14 dicembre 2004, i capi di Stato che lo formano si incontrano per alzare di nuovo la loro voce, “in indipendenza politica dai dettami del neoliberismo e del capitalismo selvaggio che hanno distrutto così tanti popoli”.

 

(Maduro, persona dell’anno 2019)

 

Il Capo dello Stato venezuelano ha poi ricordato i 25 anni della prima visita del comandante Hugo Chávez a Cuba.

“Su questa stessa pista (Aeroporto Internazionale José Martí) c’è stato quel grande abbraccio di unione e incontro con il comandante Fidel Castro, a quel tempo era il momento del pensiero unico del Washington Consensus, il tempo dell’aggressione contro Cuba e della minaccia, di ri-colonizzazione economica e la parola di resistenza, speranza, forza patriottica di Fidel e Chavez stava aprendo la strada, siamo pieni di grande speranza per il futuro dell’America Latina e dei Caraibi”.

Fonte: http://mppre.gob.ve/

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-maduro_lemergere_di_cambiamenti_antineoliberali_avr_risultati_favorevoli_per_lamerica_latina/5694_32211/

 

Golpe in Bolivia: Evo Morales invita a non fidarsi dell’OSA

Il presidente dello Stato Plurinazionale della Bolivia, Evo Morales, ha raccomandato ai leader politici mondiali di non fidarsi dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA).

Durante una conferenza stampa tenuta in Argentina dove si trova in qualità di rifugiato, il Capo dello Stato ha ricordato che l’OSA ha sponsorizzato il colpo di Stato in Bolivia, anche se il Movimento al Socialismo (MAS) aveva vinto le elezioni presidenziali, senza alcun broglio come dimostrato da prestigiosi think thank e accademici a livello mondiale, lo scorso 20 ottobre.

“In questo golpe, due cose mi hanno fatto male: hanno ammazzato, ucciso i nostri compagni, e stanno anche uccidendo l’economia”, ha denunciato.

Ha aggiunto “durante 20 anni di neoliberismo le entrate sono state di 20 miliardi di dollari. Il nostro crimine è stato quello di recuperare le nostre risorse naturali”.

Ha affermato di essere molto fiducioso nelle prossime elezioni e spera che il dialogo e la pace possano trionfare.

“Hanno bruciato le gomme, abbiamo sconfitto quel colpo di Stato. Ricordiamo alcuni tentativi di golpe, quando alcuni soldati tentarono di ammutinarsi, furono sconfitti anche in quel caso. Con questo golpe c’era molta fiducia”, ha detto Morales, che poi ricorda come fosse stato avvisato per tempo del golpe in gestazione, ma non diede il giusto peso a questo avvertimento.

.@evoespueblo: Faltando una o dos en tres semanas, me llaman para decirme que políticos de oposición se han reunido para dar un golpe de Estado. Yo no lo creí, no le di importancia https://t.co/tqMKHfl0b4 #Bolivia???????? pic.twitter.com/ZdGyYTrInC

— teleSUR TV (@teleSURtv) December 17, 2019

Morales ha affermato che la Rivoluzione Democratica Culturale proseguirà in Bolivia per continuare a garantire la crescita economica del paese.

Ha inoltre sottolineato che il colpo di Stato contro il suo governo è stato effettuato da agenti esterni interessati alla grande concentrazione di litio in Bolivia.

“Abbiamo nazionalizzato l’energia e l’acqua, che erano state precedentemente privatizzate. Abbiamo detto e mostrato che un altro mondo è possibile senza il Fondo Monetario Internazionale, senza politiche imposte dall’estero”, ha infine denunciato Evo Morales.

Fonte: teleSUR – Alba Ciudad

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-golpe_in_bolivia_evo_morales_invita_a_non_fidarsi_dellosa/5694_32210/

 

18 Dicembre 1940. Come Hitler voleva sterminare i russi e come l’URSS cancellò i nazisti

Il 18 dicembre 1940, il leader della Germania nazista, Adolf Hitler, autorizzò l’operazione Barbarossa, una campagna per conquistare la parte europea dell’Unione Sovietica

Fin dall’inizio l’Unione Sovietica voleva evitare una guerra. Negli anni precedenti l’invasione nazista, Mosca e Berlino avevano firmato una serie di accordi politici ed economici. Pertanto, nel paese comunista molti credevano che un conflitto armato su larga scala tra i due paesi fosse quasi impossibile. Tuttavia, l’alto comando dell’esercito tedesco iniziò a elaborare meticolosamente un piano di aggressione contro l’URSS già nell’estate del 1940 .

Le peggiori aspettative si realizzarono il 22 giugno 1941 quando i nazisti iniziarono l’operazione Barbarossa. Le forze dei paesi dell’Asse – quasi tre milioni di truppe – invasero il territorio dell’URSS aprendo il fronte orientale della seconda guerra mondiale . La lotta della popolazione del paese comunista per la sua indipendenza, e persino la sua sopravvivenza, divenne nota come la Grande Guerra Patriottica . In quella guerra, l’URSS avrebbe poi perso 27 milioni di cittadini , molti dei quali civili.

I nazisti avevano in programma di raggiungere la linea Arjánguelsk-Astrakhan spostando le forze sovietiche verso gli Urali. Le battaglie che hanno avuto un ruolo decisivo nell’incapacità di raggiungere quella linea includono la difesa della fortezza di Brest – nell’odierna Bielorussia – che distrasse una quantità significativa di forze della Wehrmacht e rifiutò di capitolare per più di Un mese, ha spiegato lo storico russo e professore all’università europea di San Pietroburgo, Nikita Lomaguin.

Altre importanti battaglie che impedirono ai nazisti di raggiungere i loro obiettivi nell’ambito dell’Operazione Barbarossa includono la battaglia di Leningrado – ora chiamata San Pietroburgo – che si concluse con un assedio che causò la morte tra 600.000 e 1,5 milioni. La battaglia di Mosca e la battaglia di Stalingrado furono due momenti chiave che cambiarono il corso della guerra, ha aggiunto.

L’avanzata massima delle forze tedesche e delle truppe dei loro paesi complici fu nel fiume Volga a Stalingrado . Speravano anche di avanzare ulteriormente nella parte settentrionale del paese comunista, ma le truppe finlandesi non agirono così attivamente come voleva Berlino. Questo è uno dei motivi per cui l’assedio di Leningrado non è culminato nella capitolazione della città. Helsinki era sotto la pressione anglo-americana, quindi non partecipò debitamente alla battaglia, ha ricordato Lomaguin.

Cosa sarebbe successo se il piano Barbarrossa avesse avuto successo?

Se l’offensiva fosse stata conforme al piano Barbarossa, le seguenti azioni della Germania nazista nei territori conquistati sarebbero regolate dal Piano generale orientale . L’obiettivo era quello di sradicare una parte considerevole della popolazione dell’Europa orientale , compresa la parte europea dell’URSS. La portata dello sterminio deliberato comprendeva il 75% della popolazione. La maggioranza sarebbe stata soppressa fisicamente, mentre il resto sarebbe stato deportato in Siberia.

I nazisti credevano che i popoli slavi appartenessero a una razza inferiore ai tedeschi. L’intera strategia del nazismo si concentrò sulla vittoria in quella guerra e sulla distruzione dell’Unione Sovietica come Stato. Nel frattempo, Berlino voleva sfruttare la ricchezza naturale del paese comunista come petrolio e risorse minerarie.

La politica di sterminio dei popoli dell’Unione Sovietica faceva parte dei piani del Terzo Reich di espandere lo spazio abitativo – Lebensraum – del popolo tedesco. Coloro che evitavano la morte sarebbero stati germanizzati e sarebbero diventati schiavi della razza superiore. Coloro che appartenevano all’etnia tedesca avrebbero popolato le aree conquistate. L’espansione nei territori di Polonia , Cecoslovacchia e URSS era conosciuta come la spinta verso est – Drang nach Osten -.

Durante l’occupazione nazista dell’Unione Sovietica, il Terzo Reich ha attuato il ‘Piano di fame’ che mirava a privare del cibo cittadini e prigionieri di guerra sovietici. L’esercito nazista avrebbe dovuto alimentare la produzione locale, privando la popolazione delle aree occupate di cibo. Un altro modo per sterminare i civili sovietici era il massacro. I nazisti riuscirono a portare a termine il loro piano vile solo parzialmente prima di essere espulsi dal territorio dell’URSS.

Perché l’operazione Barbarossa fallì?

“Il fallimento del piano Barbarossa era principalmente dovuto al fatto che i nazisti sottovalutavano l’Unione Sovietica come un avversario militare. I guerrafondai del Terzo Reich credevano che il popolo non avrebbe sostenuto il governo sovietico. In breve, i tedeschi hanno sopravvalutato le loro possibilità nell’offensiva contro il paese comunista”, ha evidenizato Lomaguin.

I nazisti erano così arroganti perché avevano appena raggiunto i confini dell’URSS subito dopo la loro marcia trionfale attraverso l’Europa in cui ogni paese cadde nell’avanzata nazista quasi senza resistere.

Credevano che sarebbero emersi vittoriosi in questa nuova offensiva, ma non potevano nemmeno immaginare cosa li aspettasse una volta varcato il confine dell’Unione Sovietica. Non si aspettavano di affrontare una resistenza così feroce , ha spiegato lo storico.

“Il piano era di lanciare una guerra lampo contro il paese comunista, ma in realtà la Wehrmacht non era preparata né per le grandi distanze né per le condizioni meteorologiche avverse dell’inverno russo o per una nuova situazione con la logistica” , ha precisato.
Un altro grosso problema per gli invasori era la guerriglia che formavano i partigiani alle loro spalle con il sostegno di Mosca. I partigiani iniziarono a svolgere operazioni all’interno delle linee nemiche, il che peggiorò la situazione per l’esercito nazista.

I guerrafondai di Berlino, inoltre, non si aspettavano che Mosca entrasse a far parte di una coalizione insieme ai paesi occidentali. I nazisti, sicuramente, credevano che i bolscevichi non avrebbero cooperato con paesi come il Regno Unito o gli Stati Uniti . L’unica cosa che potevano presumere è che questa cooperazione sarebbe molto limitata, ha sottolineato. Tutto ciò spiega perché il piano Barbarossa fin dall’inizio era destinato a fallire.

“Il fatto che Mosca sia riuscita a consolidare le forze all’interno del paese è dovuto al fatto che evidentemente i soldati sovietici furono disposti a combattere per la propria patria e determinarono il vantaggio dell’URSS nel conflitto contro la Germania nazista”, ha concluso Lomaguin.

Fonte Articolo

Sardine: la ‘rivoluzione’ che piace alla gente ‘per bene’

Fare le pulci alle sardine è diventato uno sport nazionale, da destra come da sinistra. Da sinistra perchè si cerca di giudicare il tasso di rivoluzionarietà espresso dal movimento. Da destra perchè si ha non solo il dubbio, ma la certezza che il fenomeno sia stato partorito da un PD travestito da sardina.

La sinistra, i radikalen per intenderci, cerca in questo modo di giustificare la propria debolezza attaccando un nuovo movimento che minaccia la sua visibilità, senza però darne un giudizio oggettivo. A destra, ovviamente, si attaccano le sardine perchè esprimono, almeno questo, una chiara avversione al salvinismo.

Fatte queste considerazioni preliminari, occorre andare alla sostanza delle cose e capire che cosa è successo veramente.

La partenza è stata molto chiara. In una regione come l’Emilia Romagna assediata dalle truppe salviniane e con il serio pericolo per il PD di venir estromesso dal governo della sua storica roccaforte, le sardine hanno rappresentato un sussulto che esprimeva la forte preoccupazione di settori democratici, in senso più culturale che direttamente politico, di essere governati dalle orde leghiste. Da questo punto di vista dunque la piazza di Bologna, con tutti i suoi limiti, rappresentava un atto autentico di rifiuto del salvinismo. Questo non aveva ovviamente nessun carattere ‘rivoluzionario’, anzi il suo modo di esprimersi andava in tutt’altra direzione.

Come mai a Bologna il movimento antisalviniano non si è espresso direttamente con le bandiere del PD? La risposta è che il partito non avrebbe entusiasmato la sua stessa area di riferimento e avrebbe inoltre limitato la partecipazione della gente che non vi si riconosce direttamente. Il simbolo mediatico delle sardine ha fatto il resto, e certamente il PD ci ha messo del suo nel mobilitare la piazza.

L’estensione del movimento fuori dell’Emilia-Romagna, pur non direttamente legata a questioni elettorali, ha sostanzialmente ricalcato le motivazioni antisalviniane dei bolognesi e, anche se in misura più limitata e a macchia di leopardo, ha seguito lo stesso schema fino alla manifestazione di Roma a piazza San Giovanni. E ora?

Pensare che le sardine possano avere un ruolo diverso da quello che fino ad oggi hanno avuto è fuori luogo. Non solo perchè l’espressione organizzativa che si sono date sta dentro una logica movimentista che sa di provvisorio, ma anche perchè il programma che vanno definendo è pieno di ovvietà e non coglie nessuno dei nodi politici che sono sul tappeto. Quelli che sono scesi in piazza in cerca di novità per uscire da una situazione difficile resteranno perciò delusi. Il modo movimentista e fantasioso non ha la possibilità di modificare i rapporti di forza, anzi, passata la fase della curiosità, viene alla luce con evidenza che gli organi di informazione sono ben felici che si eviti di descrivere i punti dello scontro politico reale per far credere che ‘un altro mondo è possibile’, quello del buonismo che stabilizza il regime esistente. Parlar male delle sardine è come parlar male di Garibaldi quindi, senza impiantare le solite polemiche per mettere in evidenza chi sia più ‘rivoluzionario’, basta vederci chiaro e non scambiare una pecora per un elefante.

Facciamo come le sardine, non abbocchiamo.

Aginform
17 dicembre 2019

Nuovo report sulla trasparenza: ecco tutti i nomi dei marchi opachi

Nel 2016, una coalizione di sindacati e organizzazioni della società civile impegnate nella difesa dei diritti umani e dei lavoratori ha dato vita all’Impegno per la Trasparenza (Transparency Pledge), un insieme di requisiti minimi per rendere trasparenti le catene di fornitura dei brand e permettere ad attivisti, lavoratori e consumatori di ricostruire la provenienza dei beni prodotti.

Il rapporto “La prossima tendenza della moda: accelerare la trasparenza di filiera nell’industria dell’abbigliamento e calzature mostra come, da allora, decine di marchi della moda abbiano deciso di aderire a questa iniziativa, divulgando un numero sempre maggiore di informazioni sulle loro filiere.

La trasparenza è ormai largamente riconosciuta come un passo importante per favorire l’identificazione e la gestione degli abusi sui lavoratori nelle catene di approvvigionamento del settore tessile.

Non è una panacea, ma è fondamentale per un’azienda che si definisce etica e sostenibile“, ha affermato Aruna Kashyap, consulente senior per i diritti delle donne di Human Rights Watch. “Tutti i marchi dovrebbero essere trasparenti: per questo sono necessarie leggi che impongano la trasparenza insieme a pratiche che garantiscano il rispetto dei diritti umani

La coalizione ha finora contattato 74 aziendechiedendogli di pubblicare le informazioni richieste dal Transparency Pledge: di queste 22 hanno aderito pienamente231 solo in parte21 quasi per nulla3. Alle 22 virtuose, se ne sono aggiuntealtre 17 di loro spontanea iniziativa4.

La trasparenza è importante per costringere le aziende ad assumersi le proprie responsabilità. È la garanzia che il marchio è a conoscenza di tutte le fasi di produzione dei suoi beni, consentendo ai lavoratori e agli attivisti da una parte di allertarlo in caso di violazioni, dall’altro di accedere rapidamente a tutti gli strumenti di rivalsaper gli abusi subiti.

Non possiamo però affidarci solo alla buona volontà delle imprese. Più efficaci sarebbero norme nazionali specifiche per imporre alle aziende la due diligence in tema di diritti umani lungo le loro catene di fornitura, obbligandole innanzitutto alla pubblicazione delle informazioni relative alle fabbriche in cui si riforniscono.

Dalla metà del 2018, la stessa coalizione è impegnata con sette Iniziative per il business responsabile(Responsible Business Initiatives – RBIs), per cercare di indirizzare le loro pratiche di business verso modelli etici e promuovere la trasparenza delle filiere tra i loro membri. Ma non essendoci obbligatorietà nella pubblicazione delle fabbriche fornitrici, i comportamenti degli aderenti a questi gruppi variano molto: per questola coalizione ha chiesto a queste Iniziative di giocare un ruolo determinante, imponendo a chi volesse diventare loro membro, come condizione vincolante per l’adesione, almeno la pubblicazione delle informazioni richieste dall’Impegno per la trasparenza.

Non è più accettabile che iniziative volte a promuovere un business responsabile e pratiche aziendali più etiche non impongano la trasparenza alle aziende quale requisito minimo di affiliazione” ha dichiarato Deborah Lucchetti, coordinatrice delle Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. “L’accesso pubblico alle informazioni minime sulle catene di fornitura previste dall’Impegno per la Trasparenza è vitale per consentire ai lavoratori e agli attivisti di identificare e contrastare gli abusi nelle fabbriche”.

Così ad esempio ha fatto l’iniziativa americana Fair Labor Association. A novembre ha annunciato l’obbligo per tutti i suoi aderenti di pubblicare le informazioni sulle loro catene di fornitura in linea con lo standard del Transparency Pledge e renderle disponibili in un formato aperto e accessibile entro il 31 marzo 2020. L’organizzazione ha stimato che più di 50 marchi e distributori dovranno adeguarsi a questo obbligo e che da aprile 2020 potrebbero essere soggetti a una speciale revisione in caso di inadempienza.

Il Dutch Agreement on Sustainable Garments and Textiles (AGT) non ha reso l’obbligo di trasparenza un requisito di adesione ma ha chiesto ai suoi membri di fornire le informazioni al suo segretariato che a sua volta le pubblicherà attraverso l’Open Apparel Registry, un database facilmente accessibile che fornisce informazioni sull’affiliazione delle fabbriche ai marchi e alle Iniziative per il business responsabile.

La United Kingdom Ethical Trading Initiative e la Fair Wear Foundation hanno adottato misure incrementali per migliorare la trasparenza dei loro membri.  La Sustainable Apparel Coalition, amfori, e la German Partnership on Sustainable Textiles non hanno invece fatto nulla per legare la trasparenza ai requisiti di affiliazione.

I governi possono giocare un ruolo fondamentale emanando la legislazione necessaria ad imporre alle aziende la due diligence in materia di diritti umani lungo le loro catene globali di fornitura e la trasparenza su dove vengono realizzati i loro prodotti“, ha affermato Bob Jeffcott, analista politico presso il Maquila Solidarity Network. “Tali norme sono fondamentali per creare condizioni di parità tra le imprese e per proteggere i diritti dei lavoratori“.

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Link utili

Per maggiori informazioni sulle 74 aziende contattate dalla coalizione e le altre aziende che hanno aderito al Pledge o si sono impegnata a farlo:
https://airtable.com/shrycG3Ylj9wFY2lH/tbljLFp4O3qk0dmVN/viwqDL8ndd3XgcpyK?blocks=bipTM9f7Xn4HdfnXs

adidas, ASICS, ASOS, Benetton, C&A, Clarks, Cotton On, Esprit, G-Star RAW, H&M, Hanesbrands, Levi Strauss, Lindex, Mountain Equipment Co-op, New Balance, New Look, Next, Nike, Patagonia, Pentland Brands, PVH Corporation, and VF Corporation.

31 imprese si sono impegnate a pubblicare almeno la lista e l’indirizzo dei loro fornitori ma sono ancora lontane dallo standard previsto dall’Iniziativa per la Trasparenza. Si tratta di: ALDI North, ALDI South, Amazon, Arcadia Group, Bestseller, Coles, Columbia, Debenhams, Disney, Fast Retailing, Gap, Hudson’s Bay Company, Hugo Boss, John Lewis, Kmart Australia, Lidl, Marks and Spencer, Matalan, Mizuno, Morrisons, Primark, Puma, Rip Curl, Sainsbury, Shop Direct, Target Australia, Target USA, Tchibo, Tesco, Under Armour, Woolworths, e Zalando.

Di queste:

  • 18 aziende non hanno ancora pubblicato alcuna informazione
    American Eagle Outfitters, Armani, Canadian Tire, Carrefour, Carter’s, Decathlon, Dicks’ Sporting Goods, Foot Locker, Forever 21, Inditex, KiK, Mango, Ralph Lauren, River Island, Sports Direct, The Children’s Place, Urban Outfitters, e Walmart.
  • 2 aziende hanno pubblicato solo i nomi delle aziende e i Paesi in cui operano:
    Abercrombie & Fitch e Loblaws
  • 1 azienda si è impegnata a pubblicare i nomi e i Paesi nel 2020:Desigual

4Alchemist, Dare to Be, Eileen Fisher, Fanatics, Fruit of the Loom, HEMA, KappAhl, Kings of Indigo, Kontoor Brands, Kuyichi, Lacoste, Lululemon Athletica, Okimono, Schijvens, Toms, We Fashion e Zeeman. Gildan ha cominciato a pubblicare dei dati ma è ancora lontana dallo standard previsto dall’Iniziativa per la Trasparenza

 

Chiusura dell’anno per la FISH Friuli Venezia Giulia

Superando.it

Una nuova Vicepresidente, Maria Cristina Schiratti, che presiede l’ANFFAS Regionale, una serie di riflessioni sulla nuova Legge Regionale che riorganizzerà il settore sanitario e sociosanitario, nonché la volontà di esporre le proprie proposte su tale provvedimento, in sede di Assessorato competente, e di ribadire ancora una volta la necessità di istituire l’Osservatorio Regionale sulla Condizione delle Persone con Disabiltià: tutto ciò ha caratterizzato l’ultima riunione dell’anno della FISH Friuli Venezia Giulia (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap)
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È ancora lontana, in Lombardia, l’integrazione socio-sanitaria
«La presa in carico delle persone, l’accompagnamento a percorsi di autonomia, la prevenzione a situazioni di disagio e abbandono, la cura delle relazioni familiari, sono altra cosa dall’agenda delle prestazioni sanitarie»: sta in queste parole di Valeria Negrini, portavoce del Forum Terzo Settore Lombardia, l’iniziativa di tale organismo – cui hanno aderito tra gli altri la Federazione LEDHA e l’ANFFAS Lombardia – che ha chiesto alla propria Regione di fare retromarcia rispetto all’accorpamento attuato quattro anni fa delle politiche sanitarie con quelle socio-sanitarie
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Le tecnologie esistono, utilizziamole!
È in base a questo motto che la Cooperativa Sociale Independent L di Merano (Bolzano) è impegnata da vent’anni in àmbito di tecnologie assistive e su questa stessa strada si colloca anche la nuova edizione del convegno “Tecnologie assistive, salute e autonomia”, promosso per domani, 18 ottobre, a Bolzano, durante il quale si tenterà di rispondere innanzitutto a un quesito: quali sono le opportunità offerte dalle “nuove” tecnologie rispetto alla qualità della vita, all’autonomia, alla comunicazione e soprattutto all’inclusione attiva delle persone con limitazioni funzionali?
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Per consentire ai figli con disabilità pari opportunità di accesso
Lo studio e la verifica di strategie e buone prassi utili a migliorare la qualità della vita, l’autonomia e l’indipendenza dei figli con disabilità, dalla nascita alla vita adulta fino al “Dopo di Noi”, nei contesti di casa, scuola, tempo libero e lavoro: è la strada seguita ormai da tempo dall’Associazione AEMOCON – Emozione di conoscere, che proseguirà a pieno ritmo anche nel nuovo anno, collaborando con numerose famiglie che fanno capo ad Enti quali la Fondazione CondiVivere di Bresso (Milano) e l’Associazione di Promozione Sociale De@Esi
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“Visioni differenti” della disabilità sul piccolo e grande schermo
Tante esperienze e tante analisi riguardanti la narrazione della disabilità al cinema e in televisione, per raccontare come il piccolo e il grande schermo abbiano contribuito al cambiamento della società e alla percezione comune del vissuto delle persone con disabilità: sarà questo l’interessante convegno “Visioni differenti. La narrazione della disabilità sul piccolo e grande schermo”, promosso per domani, 18 dicembre, a Roma, presso la sede RAI di Viale Mazzini, dal Contact Center Integrato per la Disabilità Superabile INAIL, insieme a INAIL, RAI Cinema e RAI Responsabilità Sociale
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Progettare la città e il territorio accessibile a tutti
Si intitola così il seminario gratuito e aperto a tutti, organizzato per domani, 18 dicembre, a Perugia dalla Scuola Umbra di Amministrazione Pubblica, in partenariato con l’Associazione Festival per le Città Accessibili. Vi prenderanno parte numerosi rappresentanti istituzionali, accademici e professionali, con l’introduzione e il coordinamento dei responsabili del progetto “Città accessibili a tutti”, promosso dall’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica)
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Vi auguriamo una buona lettura!

Un cordiale saluto

La redazione di Superando.it

Superando.it è un servizio di informazione sulla disabilità promosso dalla FISH – Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap e gestito da Agenzia E.Net s.c.a.r.l.