Cina: il caso delle cartoline su cui l’Occidente sta speculando è una farsa

Alla vigilia di Natale, in un sobborgo di Londra, una bambina ha comprato una cartolina da Tesco e quando l’ha aperta, ha improvvisamente notato che al suo interno c’era scritta una richiesta d’aiuto:

“Siamo prigionieri stranieri del carcere di Qingpu a Shanghai. Siamo costretti a lavorare contro la nostra volontà, per favore aiutateci a contattare una persona di nome Peter Humphrey”.

“Casualmente”, il padre della bambina è riuscito a contattare online il cittadino britannico di nome Peter Humphrey, che in passato era stato incarcerato dal governo cinese nella stessa prigione. Peter Humphrey ha scritto immediatamente un lungo articolo che ha poi pubblicato sul The Sunday Times.

Diamo un’occhiata alle cosiddette “verità” raccontate da questo Peter Humphrey. Nel suo lungo articolo, ha usato un gran numero di espressioni come“I consider” (io credo), “I know” (Io so)e altre simili che esprimono posizioni e ipotesi soggettive. Però non ha mai esplicitamente detto come stanno le cose in realtà, né ha mai fatto riferimento all’esistenza di prove per supportare le sue affermazioni.

“Non conosco l’identità o la nazionalità dei prigionieri che hanno inviato questa richiesta d’aiuto nel biglietto di auguri di Tesco, ma sono sicuro che sono prigionieri detenuti nella prigione di Qingpu che mi hanno conosciuto prima che io fossi stato rilasciato.”

Sul The Sunday Times ha così spiegato da cosa ha dedotto che la cartolina provenga dalla Cina, affermando però di non conoscere l’identità dei prigionieri. Nel corso di un’intervista concessa in seguito alla BBC, Peter Humphrey ha invece cambiato versione:

“Penso di sapere chi sia”.

Viste le sue dichiarazioni incoerenti e contraddittorie, è difficile dire se Peter Humphrey abbia raccontato la verità dei fatti o solo “fatti immaginari”. Viene quindi da chiedersi quanto i media occidentali, che hanno riportato queste informazioni soggettive non verificate, si sentano responsabili dell’autenticità delle loro notizie?I corrispondenti della CCTV nel Regno Unito hanno controllato i servizi realizzati lo stesso giorno dai media occidentali e hanno scoperto l’esistenza di un grande problema di equilibrio nei loro reportage sulla vicenda:

“Il problema più grande in questi servizi è che hanno ascoltato solo una campana, praticamente tutte le persone intervistate sono voci contrarie alla Cina”.

In tutti i reportage, nessuna istituzione o persona interessata cinese è stata intervistata.

Per questo motivo, abbiamo intervistato Li Qiang, il direttore del carcere di Qingpu a Shanghai:

“Hanno una grande immaginazione, è assolutamente all’opposto della reale situazione di recupero all’interno della nostra prigione. Il recupero mira ad aiutare i prigionieri ad acquisire competenze tecniche. Innanzitutto, va detto che sono volontari. In secondo luogo, sulla base delle loro caratteristiche, i prigionieri fanno domanda per partecipare al lavoro e noi glielo permettiamo. In terzo luogo, valutiamo il lavoro da loro svolto e li paghiamo proporzionalmente. Il lavoro nella prigione mira ad aiutarli a trovare un’occupazione in futuro affinché non commettano nuovamente reati. I prigionieri partecipano di solito a lavori come la realizzazione di sculture in giada, il ricamo o la fabbricazione di modelli in carta. Queste attività forniscono ai detenuti una competenza in materia”, ha dichiarato Li Qiang.

Il corrispondente della CCTV nel Regno Unito ha poi contattato immediatamente l’altra parte coinvolta in questo affare, Tesco, che vende biglietti di auguri. Tesco ha discusso con la fabbrica cinese che produce biglietti di auguri e ha avviato un’indagine. In questa fase la collaborazione con la fabbrica cinese è stata sospesa. La sua dichiarazione scritta fornisce informazioni molto importanti:

“Abbiamo un sistema di verifica completo. Proprio il mese scorso, questo fornitore è stato sottoposto a una verifica indipendente e non ci sono prove riguardo a una violazione dei regolamenti sull’impiego di lavoratori in prigione”.

I media occidentali, che hanno sempre ostentato un atteggiamento giornalistico di ricerca della verità, dell’obiettività e dell’imparzialità, questa volta sembrano aver sofferto collettivamente di “amnesia”. Non c’è tempo per accertare la verità, nessuno va a fare indagini e frettolosamente viene lanciata un’”offensiva mediatica”.

Il report esclusivo sui “biglietti d’auguri” pubblicato da “ The Sunday Times è stato scritto da Peter Hamphrey. Sono stati pubblicati anche un altro articolo dello stesso Hamphrey nel quale l’autore descrive come ha trascorso un altro Natale in una prigione cinese e un commento di un “esperto”.

Nell’articolo Hamphrey menziona ripetutamente la sua l’identità di giornalista, affermando di essere stato messo in prigione per aver “irritato il governo cinese”.

Sì, lavorava davvero come reporter della Reuters. Ma non quando è stato arrestato in Cina.

Nel 2013, Hamphrey è stato incarcerato in Cina per il seguente reato: aver ottenuto illegalmente informazioni personali sui cittadini. In apparenza lavorava per una società di consulenza, ma in sostanza era un agente investigativo privato. L’identità di giornalista non ha nulla a che fare con il suo arresto.

Nel luglio 2013, l’ex datore di lavoro di Hamphrey, il gigante farmaceutico Glaxo Smith Kline, è stato sanzionato dal governo cinese per corruzione con una multa di 3 miliardi di RMB. Dopo questo episodio, la compagnia “ha assunto” Hamphrey per indagare su un dipendente cinese che aveva denunciato il fenomeno di corruzione.

Hamphrey ha fatto ricorso ad alcuni metodi illegali per ottenere informazioni personali su questo dipendente; tuttavia, subito dopo è stato scoperto ed è stato così condannato a due anni di prigione per aver ottenuto illegalmente informazioni su cittadini cinesi. Era stato incarcerato nella prigione di Qingpu, a Shanghai.

Due anni dopo, Hamphrey è tornato nel Regno Unito e ha strombazzato il suo scontento per il processo giudiziario cinese. Tuttavia, la sua esperienza di criminale e detenuto in Cina non è stata considerata una macchia nella sua vita, ma, al contrario, è diventata un “patrimonio prezioso”.

Negli anni successivi, Hamphrey ha pubblicato per lungo tempo articoli sui media occidentali, smerciando la sua vita nelle carceri cinesi, attaccando la Cina su vari argomenti e ottenendo laute retribuzioni per diritti d’autore e pubblicazioni.

Ma sono tanti i dubbi che emergono: come mai sul piccolo foglio di carta viene nominato direttamente Hamphrey?! Come mai la cartolina di Natale è stata fabbricata proprio nella prigione di Qingpu di Shanghai?! E come mai la risposta di Hamphrey è così vaga?!

La concomitanza di tutte queste coincidenze è assai improbabile, a meno che qualcuno non le fabbrichi o le orchestri meticolosamente.

Lo slogan “Anti-Cina” è diventato uno strumento importante per alcune persone in Occidente che cercano di ottenere denaro o benefici politici.

di Radio Cina Internazionale

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-cina_il_caso_delle_cartoline_su_cui_loccidente_sta_speculando__una_farsa/82_32321/

 

Sorvegliare per redimere. Il panottico bolivariano. Reportage dalle carceri venezuelane

Davanti a uno schermo gigante, la ministra delle politiche penitenziarie, Iris Varela, mostra il sistema di controllo, altamente automatizzato, che consente il monitoraggio in tempo reale delle carceri venezuelane, dove chi vi alberga non viene chiamato detenuto, ma “privata e privato di libertà”.

Spiega Varela: “Ho disegnato io lo schema, che ho poi sottoposto a un ingegnere venezuelano. Il software è cinese, ma l’hardware è nostro. Hai presente il concetto di panottico espresso da Foucault in Sorvegliare e punire? L’idea di fondo è quella. Se il privato di libertà si sente sorvegliato, limiterà le azioni violente”.

Le telecamere funzionano anche nelle celle? “No, certo che no – risponde Varela – rispettiamo la privacy, i diritti umani e l’integrità della persona. Si tratta di sorvegliare per prevenire e reinserire”. E sorride, scuotendo la cascata di riccioli scuri, mentre impartisce disposizioni, efficace e diretta. Una grande organizzatrice, Iris Varela, capace di agire alla velocità della luce per realizzare un’idea, aggirando lentezze e burocrazie. In questi anni ha rivoluzionato il sistema penitenziario, mettendo in riga sia gli incerti che i detrattori.

All’opposizione che le rimproverava di “indottrinare” i detenuti, ha risposto: “Certo, gli sto dando gli strumenti per combattervi, schivando le vostre trappole”. Di trappole, Varela, ha dovuto evitarne parecchie. Durante le violenze dell’estrema destra, il ministero è stato attaccato più volte. “Però con questo sistema – dice – se anche si verificasse un sabotaggio all’edificio, in poco tempo la sala operativa potrebbe essere ripristinata altrove. I dati vengono conservati per cinque anni e consentono di avere una retrospettiva. Attualmente vi sono quattro centri regionali attivi, a Caracas, nel Lara, nel Merida, nel Tachira, altri tre sono in costruzione”.
Ci colleghiamo con alcune delle sale operative regionali. Tutto pulito, calmo, funzionante, distante anni luce dalle bolge di violenza che avevamo visitato fino a qualche anno fa, e dagli allarmi che sistematicamente rimbalzano sui media occidentali. Gran parte delle immagini che servono a suffragare quegli allarmi corrispondono a penitenziari che sono già stati chiusi, demoliti o trasformati in luoghi di cultura.
“Oggi – afferma Varela – possiamo dire che il 100% dei centri di reclusione è sotto il controllo dello Stato. Oltre il 98% degli stabilimenti è retto dal nuovo regime penitenziario, un progetto di attenzione integrale nel quale ogni privato di libertà deve osservare la disciplina, acquisire valori e dedicarsi allo studio e al lavoro”.

Le cifre ufficiali del ministero dicono che in Venezuela vi sono 108 centri detti di formazione più che di detenzione. Lì “vivono persone che hanno problemi e conflitti con la legge; 76 di questi funzionano come penitenziari per i privati di libertà che stanno scontando una pena definitiva, 59 sono per uomini e 17 per donne, e 32 dedicati alla custodia degli adolescenti”. Attualmente, la popolazione detenuta oscilla tra 48.000 e 53.000 persone, ma la capienza complessiva degli stabilimenti è di oltre 80.000 persone.

Direttori e direttore salutano con un “Chavez vive, la patria sigue”. Mostrano le diverse attività svolte con l’impegno degli agenti per costruire un regime penitenziario “umanista, che metta al primo posto il recupero dei privati di libertà attraverso lo studio e il lavoro”. Un gran progresso, che abbiamo potuto constatare recandoci diverse volte nelle carceri nel corso degli anni.
Un cambiamento che avanza al ritmo della rivoluzione bolivariana e che, oltre la cortina di fumo di chi si limita a trascrivere i dati delle Ong di opposizione, viene riconosciuto dagli organismi internazionali preposti, i cui rappresentanti visitano periodicamente il circuito penitenziario. Abbiamo constatato la loro presenza anche in questa occasione.

Varela ci mette a disposizione diversi video, che mostrano il prima e il dopo delle prigioni venezuelane. Il prima era un inferno di violenza e sopraffazione, nell’assenza totale di uno stato per cui gli ultimi erano solo scarti. “Nel 1994 – racconta – durante il governo di Caldera – nel carcere di Sabaneta si è verificato un incendio di grandi proporzioni, la più grande tragedia carceraria del paese. Morirono ufficialmente 108 persone, ma in realtà si parla di 500”.
Il ’94 fu l’anno in cui, per un’amnistia richiesta a furor di popolo, venne liberato dal carcere l’allora tenente colonnello Hugo Chavez Frias insieme agli ufficiali che avevano organizzato la ribellione civico-militare del ’92. Allora – racconta ancora la ministra – “tutti cospiravamo contro lo Stato borghese. Nel 1989 il popolo si era ribellato contro il pacchetto di misure neoliberiste nella rivolta del Caracazo. Fino al cambio di marcia innescato dalla rivoluzione bolivariana, le carceri erano una vera e propria discarica sociale. Una terra di nessuno che pullulava di armi di grosso calibro, usata dalle bande criminali come retroterra. Si usciva nel fine settimana per compiere delitti e poi si rientrava, avendo un alibi di ferro”.

Tra i video più sconvolgenti, c’è quello girato da un gruppo rap di Portorico, i Catedraticos, contrattato dalle mafie carcerarie per un concerto molto pubblicizzato all’estero, nel quale si fa spettacolo della violenza. Si vedono detenuti obbligati a tagliarsi le dita da soli e altre efferatezze compiute dai “leader negativi” ai danni dei più deboli. Violenze comprovate dalla montagna di cadaveri mutilati rinvenuti ogni volta che, dopo un lungo lavoro, la rivoluzione bolivariana è riuscita a smantellare quel sistema di potere e connivenze.

Ricorda la ministra: “Durante la campagna elettorale, Chavez non fa promesse a vanvera. Si propone il compito di rifondare la repubblica con un processo costituente, che ha effettivamente luogo nel 1999. Io ho avuto l’onore di essere eletta come costituente per il Tachira, mia zona di origine. Tra tutti i mali che la rivoluzione si è apprestata ad affrontare, c’era il sistema penitenziario. Sono avvocata, me ne rendevo conto benissimo. I detenuti ci chiedevano aiuto in ogni modo, cucendosi la bocca o compiendo altri gesti di autolesionismo, solo che quando provavamo a entrare, venivamo accolti dai proiettili di quei leader negativi che l’opposizione aveva cominciato a chiamare “pranes” e che, all’interno, erano in possesso persino di lanciagranate. Ovviamente, questo indicava un sistema di corruttele con cui pure abbiamo dovuto fare i conti. Impossibile fare un lavoro costruttivo in quelle condizioni”. Non molto diversa era la situazione nei minorili o nelle carceri femminili.

“Chavez – dice ancora Iris – ha saputo interpretare l’anima del nostro popolo, occupandosi degli esclusi fin dal primo momento. La nuova carta magna, una delle più garantiste al mondo in tema di diritti umani, definisce le norme per la ridistribuzione del potere economico, politico, sociale. Su questa base, in Venezuela la casa (ne abbiamo già costruite 3 milioni), la salute, l’educazione, non saranno mai ridotte a merce, non verranno mai privatizzate. Anche le norme che riguardano il sistema penitenziario, che ho contribuito a redigere, sono molto avanzate, non fosse che per una piccola insidia nella quale siamo caduti e che poteva creare ambiguità in merito all’istituzione di carceri private, ma che si è appianata in seguito e che si tratterà di risolvere definitivamente nel prossimo testo costituzionale”.

Fino a qualche anno fa, uno dei problemi più drammatici denunciati dai detenuti era quello del ritardo processuale. Com’è la situazione ora? Afferma Varela: “Quando Chavez ha creato il ministero del Potere popolare per gli affari penitenziari, ho messo insieme una squadra scelta tra deputati e personale che lavorava nell’Assemblea nazionale, e ci siamo recati nelle carceri. Abbiamo fatto assemblee con i detenuti e le detenute, raccolto le loro denunce, la prima delle quali era la situazione di abbandono giuridico in cui versavano. Abbiamo creato allora il piano Cayapa giudiziaria con il quale abbiamo portato direttamente in carcere il potere giudiziario, per rivedere tutte le situazioni. Quando c’erano palesi ingiustizie, il ministero si faceva carico di sanarle, assumendo le responsabilità in prima persone. Poi, sono arrivate norme specifiche che hanno istituito il regime alternativo attraverso l’approvazione del Codice organico penitenziario. Intanto, mentre abilitavamo nuovi stabilimenti, chiudevamo quelli vecchi e trasferivamo i detenuti a nuova sede. Il presidente Maduro sta continuando sulla via di Chavez, nelle carceri si costruisce cultura e dignità”.

Scorrono altri video con le testimonianze dei detenuti. La ministra illustra i piani di recupero che li hanno via via coinvolti nelle unità socio-produttive, nella costruzione di case popolari, nell’orchestra sinfonica nazionale. “Spesso – dice – mi porto gruppi di adolescenti al Cuartel de la Montaña, in spiaggia, lavoriamo con le famiglie. Una volta abbiamo visitato la base navale di Puerto Cabello, i ragazzi hanno fatto immersione insieme ai sub della Forza Armata Nazionale Bolivariana e poi tutti volevano diventare militari. Ai giovani bisogna dare opportunità e modelli positivi, soprattutto se provengono da famiglie disfunzionali o da situazioni di degrado dove l’azione politica e sociale dello Stato non è ancora arrivata”.

Varela si commuove raccontando la storia di una sedicenne incontrata in carcere per una vicenda di droga: “Aveva ferite da taglio in diverse parti del corpo – ricorda – viveva per strada con un padre alcolizzato e un uomo che l’obbligava a chiedere l’elemosina per procurarsi la droga, e che se non portava abbastanza soldi, si scatenava su di lei. Aveva già due bambini. Quando era incinta del secondo, era finita all’ospedale in fin di vita, e lì un poliziotto l’aveva violentata. Com’era possibile che una ragazzina avesse già sopportato il peso di così tanta violenza?”

Le parole della ministra e le immagini raccolte nei video ci accompagnano mentre visitiamo l’Istituto nazionale di orientamento femminile (INOF), un penale a regime chiuso che alberga un totale di 629 detenute. Ci accompagna la viceministra Mirelys Contreras. Il tabellone affisso all’entrata elenca in dettaglio nazionalità, situazione giuridica e regime carcerario delle detenute.

In un’ala a parte dell’Istituto, si trovano le madri con bambini. Per legge possono rimanere lì fino a tre anni, “ma nei fatti, quando la situazione lo richiede, li teniamo lì fino ai cinque anni – ci ha detto Varela – e poi ci sono i piani di accompagnamento delle famiglie all’esterno, attraverso il lavoro o lo studio”. La giovane agente all’entrata indica che oggi è giorno di visita.

Nello spiazzo antistante, le detenute chiacchierano con i loro parenti. Una volta al mese, hanno diritto anche a un colloquio intimo. Parliamo con diverse di loro. I reati principali sono quelli del traffico di droga, ma anche sequestro e omicidio. Visitiamo i laboratori in cui si cuce, si tesse, ci si taglia i capelli o si continua a studiare attraverso le varie misiones educative e nell’università aperta. Vi sono 11 laboratori socio-produttivi.
Ogni volta che entriamo, veniamo accolte dal seguente saluto: “Umanizzazione, rispetto, ordine e disciplina. Verso la costruzione della donna e dell’uomo nuovo. Buongiorno autorità”. Chiediamo a Yamileth cosa significhi per lei quel saluto: “All’inizio – dice – non capivo, mi avevano detto che faceva parte delle regole, e lo ripetevo. Poi, imparando il rispetto, imparando a conoscere altre parti di me attraverso il lavoro e lo studio, mi è risultato chiaro”. Yamileth, che sta scontando 15 anni per traffico di droga, è una delle donne che, dopo aver imparato il mestiere, è stata abilitata per diventare insegnante del corso, e dovrà formare altre formatrici.

Veniamo attirate da un irresistibile odore di dolci appena fatti. Entriamo nella panetteria, dove lavorano 20 donne, 10 alla mattina e 10 al pomeriggio. Per Dyana, che sta aspettando di uscire in misura alternativa dopo una condanna per sequestro, il carcere ha significato “sofferenza, ma anche una rinascita”.

Qui ha approfittato degli studi, quando uscirà vuole aprire una panetteria, ma anche continuare a esercitarsi con gli strumenti che ha imparato – clarinetto e contrabbasso – e che ha suonato per anni nell’orchestra sinfonica bolivariana.
Al piano di sopra, ci accoglie Flor Ramirez, professora di musica che anima il primo laboratorio penitenziario di liuteria di tutta l’America Latina. Alle pareti vi sono pezzi di legno pregiato, violini, chitarre e cuatros, e strumenti per costruirli. Una sfida alla guerra economica: “I materiali sono molto costosi – dice la docente – ma ci vengono forniti grazie a un convegno realizzato dal ministero con un’impresa cinese e Fundamusical”. Le detenute staccano alcuni strumenti e ci dedicano un piccolo concerto.

Insieme alla viceministra assistiamo poi a uno spettacolo di danza offerto dalle “private di libertà”. Segue una piccola assemblea durante la quale le donne fanno richieste e proposte. Le difficoltà ci sono. Dato il perdurare della guerra economica, già mantenere questo livello di assistenza è quasi un miracolo. Manca il personale specializzato, medici, psicologi, magistrati, molti se ne sono andati, ma restano i più motivati. Marelys Contrera risponde in modo franco e si vede che per questo le detenute l’apprezzano.

C’è un gruppo arrivato da poco da un carcere che è stato chiuso, quello di Coro. Fra loro spicca una giovane donna carismatica e esuberante, che fa proposte e critiche propositive. Si chiama Amanda: “Prima – ci racconta – ero una leader negativa, ho sempre vissuto per strada, ho trascorso 14 anni nei penali quasi tutti in punizione. Da un anno sono qui, faccio cose che non avrei mai pensato di fare, voglio uscire per buona condotta, studiare”.
Ci stringiamo le mani, ci abbracciamo. “Auguri di libertà”. “Amèn, amèn”, rispondono in coro. La viceministra risponde a tutte, prende nota. Un’anziana balla reggendosi al bastone: “Ho imparato a danzare in prigione – dice – presto torno in Olanda, sono a fine pena”.

Passiamo all’ala dove ci sono le mamme con i bambini. Una struttura aperta, con un grande giardino e parco giochi. “Quando la ministra ha formato la sua squadra e mi ha chiesto di farne parte – racconta Contreras – per capire cosa fare, entravamo in un carcere alle 9 di sera e ne uscivamo il mattino dopo, facendo inchieste e assemblee. Le condizioni, qui, erano orribili, non c’erano spazi per le madri e per i bambini. C’era una specie di fossa per le punizioni, chiamata el Tigrito, c’erano corruzione, armi, droga. E guarda, invece, adesso. Le carceri stanno diventando scuole di formazione e unità socio-produttive autonome. A dirigere il ministero siamo tutte donne, oltre alla ministra Iris, vi sono tre viceministre. Lavoriamo tutte a tempo pieno, soprattutto a costruire le condizioni affinché le donne possano riacquistare la propria libertà, che ovviamente è la cosa che più desiderano”.
Ci sediamo all’ombra di un albero. Visitare una prigione lascia sempre il segno, un segno in chiaro-scuro. Pensiamo al video diffuso dall’europarlamentare di centro-destra Antonio Tajani. Proveniva dallo Stato Anzoategui. Mostrava detenuti nudi stesi a terra, tormentati da uomini in divisa.

Che ne pensa la viceministra? Contreras spiega: “Nel sistema penitenziario, tutto il personale riceve una formazione permanente, basata sul rispetto dei diritti umani e con attenzione al tema di genere. Cose del genere non potrebbero succedere. I Centri di detenzione preventiva non competono al nostro ministero. Dipendono dalla polizia municipale, e lì possono verificarsi violazioni dei diritti. In molti casi, la situazione di questi centri è simile a quella che abbiamo incontrato all’inizio del nostro lavoro, nel 2011. In questo caso, in primo luogo si agisce con tutto il peso della legge. Il nostro Pubblico Ministero, Tareck William Saab, che è stato Difensore del Popolo, considera che uno stato senza giustizia non possa funzionare. Ma, intanto, stiamo cercando di affrontare il problema in termini generali. La ministra Varela ha chiesto che il nostro ministero assuma anche altre competenze al riguardo. Abbiamo già ottenuto la direzione generale di otto Stati, dove stiamo applicando gli stessi piani di attenzione giuridica e amministrativa sperimentati nel circuito penitenziario. Ma è un lavoro da formica e i problemi sono ancora tanti, ci vuole tempo”.

di Geraldina Colotti

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-sorvegliare_per_redimere_il_panottico_bolivariano_reportage_dalle_carceri_venezuelane/5694_32322/

 

No alla cessione del Comune di Terni di quote dell’ASM Terni

Pressenza

Notizie da Pressenza IPA – 27.12.2019

No alla cessione del Comune di Terni di quote dell’ASM Terni

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, Terni

Pressenza

Comunicati Stampa, Ecologia ed Ambiente, Europa, Politica

Il secondo Natale di Silvia Romano nelle mani dei suoi rapitori

Angelo Ferrari

Pressenza

Africa, Europa, Giovani

Auguri per il Nuovo Anno: il 5 gennaio 2020 #todosconectados

Silvia Nocera

Pressenza

Internazionale, Umanesimo e Spiritualità

Pressenza Agenzia stampa internazionale per la pace, la nonviolenza, l’umanesimo e la nondiscriminazione con sedi a Atene, Barcellona, Berlino, Bordeaux, Bruxelles, Budapest, Buenos Aires, Firenze, Madrid, Manila, Mar del Plata, Milano, Monaco di Baviera, Lima, Londra, New York, Parigi, Porto, Quito, Roma, Santiago, Sao Paulo, Torino, Valencia e Vienna.
Pressenza

Notizie da Pressenza IPA – 26.12.2019

L’Accordo di Parigi sul 2015 sul Clima non procede … et pour cause!

Angelo Baracca

Pressenza

Ecologia ed Ambiente, Internazionale, Opinioni, Scienza e Tecnologia

Un messaggio dal cuore del risveglio sociale cileno

Pía Figueroa

Pressenza

Giovani, Politica, Sud America, Umanesimo e Spiritualità

Cambiare le cose dal basso

Comune-info

Pressenza

Europa, Migranti

Al via le celebrazioni del Natale, il Papa: “Diventare dono per cambiare il mondo”

Giampiero Valenza

Pressenza

Europa, Umanesimo e Spiritualità

Cile. Mario Aguilar: “Dobbiamo prepararci a un 2020 di mobilitazioni”

Redacción Chile

Pressenza

Politica, Sud America, Video

Pressenza Agenzia stampa internazionale per la pace, la nonviolenza, l’umanesimo e la nondiscriminazione con sedi a Atene, Barcellona, Berlino, Bordeaux, Bruxelles, Budapest, Buenos Aires, Firenze, Madrid, Manila, Mar del Plata, Milano, Monaco di Baviera, Lima, Londra, New York, Parigi, Porto, Quito, Roma, Santiago, Sao Paulo, Torino, Valencia e Vienna.