Abbattimento daini al Circeo: Presidente Animalisti Italiani scrive al Direttore dell’Ente Parco

Walter Caporale, Presidente degli Animalisti Italiani, scrive al Direttore del Parco nazionale del Circeo,  Paolo Cassola, per avere delucidazioni, pronti a intraprendere azioni legali per tutelare gli ungulati.
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Trump si vanta ancora di aver lasciato le truppe Usa in Siria per rubare il petrolio

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha concesso un’intervista a Fox News per discutere di vari argomenti, tra cui la Siria e il recente assassinio del comandante della forza Quds, il maggiore generale Qassem Soleimani.

Per quanto riguarda la Siria, l’inquilino della Casa Bianca si è vantato di aver lasciato le truppe statunitensi all’interno del paese arabo per prendere il petrolio, nonostante le obiezioni del governo siriano.

“E poi dicono ‘ha lasciato truppe in Siria’, sai cosa ho fatto? Ho lasciato le truppe per prendere il petrolio. Ho preso il petrolio. Le uniche truppe che ho stanno prendendo il petrolio. Stanno proteggendo il petrolio. Ho preso il controllo del petrolio ”, si è vantato Trump prima di essere interrotto dall’intervistatore della Fox News (video sotto).

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-video_trump_si_vanta_ancora_di_aver_lasciato_le_truppe_statunitensi_in_siria_per_rubare_il_petrolio/82_32561/

Taiwan e la Cina: gli USA e i secessionisti soffiano sul fuoco della guerra

Sabato 11 gennaio u.s. si sono tenute a Taiwan le elezioni presidenziali e parlamentari, che hanno visto la conferma, dopo la vittoria del 2016, a presidentessa di Taiwan di Tsai Ing-wen e della sua organizzazione politica, il Partito Democratico Progressista (PDP) che ha ottenuto – su di una piattaforma politica violentemente diretta alla rottura definitiva con la Cina – 8,17 milioni di voti (il 57,13% del totale). Il partito Kuomintang, erede della forza nazionalista di Chiang Kai-shek (grande antagonista della Rivoluzione maoista e della Cina comunista ora convertitosi alla linea di riavvicinamento e persino di unificazione di Taiwan con la Repubblica Popolare Cinese) ha ottenuto 5,52 milioni di voti (38,61%). La stampa statunitense ed europea ha in grandissima parte salutato, quella di Tsai Ing-wen, come una vittoria anticomunista, anticinese e “liberatrice”, non nascondendo il ruolo che in tale vittoria hanno giocato gli USA e le manifestazioni di Hong Kong. Ha chiaramente titolato, ad esempio, il “Corriere della Sera” di sabato 11 gennaio: “Taiwan, risorge l’anticinese Tsai (anche grazie a Hong Kong)”. Tuttavia, la stessa stampa occidentale, al completo, non ha nascosto i pericoli insiti nella vittoria di Tsai e del PDP, che hanno condotto una campagna elettorale proprio sull’onda delle manifestazioni filo americane e filo britanniche di Hong Kong, tanto da provocare la netta reazione del Partito Comunista Cinese e del suo Segretario, Xi Jinping, che lo scorso 2 gennaio a Pechino, nella Grande Sala del Popolo, per il quarantennale del “Messaggio ai compatrioti di Taiwan” ha così chiaramente affermato: “ La riunificazione tra Taiwan e la Cina è inevitabile, è una grande tendenza della Storia…. Taiwan è parte della politica interna della Cina, quindi ogni interferenza straniera è intollerabile”.

Ma in quale quadro storico si levano le parole secessioniste di Tsai e quelle unificatrici di Xi Jinping? Tratteggiamolo sinteticamente.

L’imperialismo e il colonialismo, per motivare il loro potere sui Paesi e sui popoli, si danno anche un modus operandi: cancellare la storia dei Paesi e dei popoli occupati o dominati e riscriverne un’altra, falsa e funzionale allo stesso potere imperialista. È ciò che oggi accade anche per Taiwan, è la manipolazione della Storia che oggi praticano innanzitutto gli USA per rimuovere il fatto che Taiwan è cinese sin dalla notte dei tempi mentre la falsa storia costruita dall’imperialismo nordamericano la racconta come “isola autonoma e indipendente”. È difficile, peraltro, e solo da una prima, pura e semplice costatazione geografica, credere che Taiwan, “l’Ilha Formosa” (l’isola bella, come la chiamavamo i suoi primi conquistatori colonialisti, i portoghesi, nel 1400) posta dal formarsi del mondo – per così dire – a soli 160 chilometri dalle coste della Cina sia stata e sia storicamente più occidentale che cinese.

La vera Storia ci dice come Taiwan abbia sviluppato forti relazioni con la Cina già dal 7° secolo a.c. e come dal 15° secolo d.c. sia stata completamente cinese, dopo che l’Impero cinese caccia da Taiwan i nuovi colonialisti olandesi (il colonialismo occidentale verso Taiwan e tanta parte dell’Asia non ha mai smesso di agire). Da questa fase, dalla cacciata degli olandesi, Taiwan rimarrà cinese per circa 250 anni, quando nel 1895, dopo la guerra tra Cina e Giappone, diventa parte dell’Impero del Sol Levante, che schiavizza ferocemente il popolo di Taiwan portando verso il Giappone tanta parte del prodotto agricolo taiwanese, saccheggiando le ricchezze dell’isola e trasformandola in terra per gli emigranti nipponici. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con la sconfitta del fronte nazifascista e del Giappone, Taiwan torna alla Cina, ma nel settembre del 1949 viene occupata dai nazionalisti di Chiang Kai-Shek, sconfitti in Cina dalla Rivoluzione comunista e maoista. Occorre sottolineare come già in questa fase emerga – come emergerà più avanti e poi ancora sino a questa fase, sino a questi ultimi giorni di gennaio 2020 segnati dalle elezioni a Taiwan – il ruolo reazionario, imperialista, anticomunista e anticinese degli USA. Nel momento della vittoria della Rivoluzione comunista di Mao Ze Dong, infatti, saranno le truppe americane a scortare Chiang Kai-Shek a Taiwan, non senza prima avergli permesso di trafugare tutto il tesoro della Città Proibita. Con l’aiuto degli USA i nazionalisti anti maoisti di Chiang Kai Shek costituiscono “l’altra Cina”, la cosiddetta Repubblica di Cina (che oggi conta poco meno di 24 milioni di abitanti) contrapposta alla vera Cina, alla Repubblica Popolare Cinese guidata dal PC Cinese.

Determinante, dunque, sarà il contributo americano per la costituzione della Repubblica di Cina e cioè per dividere Taiwan dalla Cina, e rispetto a ciò lasciamo la parola a Domenico Losurdo, che nel suo saggio “La Cina, l’anticolonialismo e lo spettro del comunismo così scriveva:  “Per quanto riguarda la Cina, già prima della fondazione della Repubblica popolare, gli USA intervenivano per impedire che la più grande rivoluzione anticoloniale della storia giungesse alla sua naturale conclusione, e cioè alla ricostituzione dell’unità nazionale e territoriale del grande Paese asiatico, compromessa e distrutta a partire dalle guerre dell’oppio e dall’aggressione colonialista. E, invece, dispiegando la loro forza militare e agitando in più occasioni la minaccia del ricorso all’arma nucleare, gli USA imponevano la separazione de facto della Repubblica di Cina (Taiwan) dalla Repubblica popolare di Cina. Erano gli anni in cui la superpotenza apparentemente invincibile era lacerata da un dibattito rivelatore: «who lost China?» Chi era responsabile della perdita di un Paese di enorme importanza strategica e di un mercato potenzialmente illimitato? E in che modo si poteva porre rimedio alla situazione disgraziatamente venutasi a creare? Per oltre due decenni la Repubblica popolare di Cina è stata esclusa dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dalla stessa Organizzazione delle Nazioni Unite. Al tempo stesso, essa subiva un embargo che mirava a condannarla alla fame e all’inedia o comunque al sottosviluppo e all’arretratezza. A quella economica s’intrecciavano altre forme di guerra: l’amministrazione Eisenhower assicurava l’«appoggio ai raid di Taiwan contro la Cina continentale e contro ‘il commercio per via marittima con la Cina comunista»; al tempo stesso la CIA garantiva «armi, addestramento e supporto logistico» ai «guerriglieri» tibetani e alimentava in tutti i modi ogni forma di opposizione e «dissidenza» nei confronti del governo di Pechino”.

Vero è che con la svolta di Nixon del 1971, diretta ad una politica di distensione con la Cina, gli USA, riconoscendo la Cina comunista alle Nazioni Unite, smettono la loro politica di sostegno a Taiwan in funzione anticinese, cessando anche di riconoscere Taiwan alle Nazioni Unite.  Ma è anche vero che la politica nordamericana diretta a sollecitare e sostenere la secessione di Taiwan dalla Cina (esattamente come per Hong Kong) riprende nei decenni successivi per rinvigorirsi proprio in questi ultimi anni, di fronte al grandissimo sviluppo economico e politico della Repubblica Popolare Cinese e di fronte al ruolo internazionale centrale svolto conseguentemente da Pechino e, ora, dal progetto planetario della Nuova Via della Seta. In questa fase gli USA sono tornati, come ai tempi del sostegno pieno e armato a Chiang Kai-shek, a svolgere alla luce del sole il ruolo di primario soggetto secessionista di Taiwan dalla Repubblica Popolare Cinese (non è stato così, non rimane così, peraltro, anche per il Tibet, oltreché per Hong Kong?).

A Taiwan, nel 1979 muore Chiang Kai- shek e nel 1986, da una scissione dal Kuomintang (il partito nazionalista di Chiang Kai -shek, ricordiamo) nasce il Partito Democratico Progressista, che nel tempo svelerà sempre più la propria natura filo americana e secessionista dalla Cina. Dalla morte di Chiang Kai-shek, dalla scissione del Kuomintang e dalla formazione del PDP si apre una fase nuova per Taiwan, caratterizzata da una tensione continua e sempre più profonda e pericolosa tra i fautori della secessione e della piena autonomia dalla Cina (che vede come capofila il PDP) e i fautori della riunificazione con la Cina, tra i quali si colloca, nell’ultimo decennio, lo stesso, nuovo, Kuomintang.

Dopo la caduta dell’URSS ed il costituirsi di un nuovo quadro internazionale segnato dall’illusione imperialista  della “fine della storia” (con la conseguente acutizzazione della spinta economica e militare imperialista per la conquista dei mercati mondiali ed il controllo delle aree internazionali geopoliticamente più importanti) gli USA riaccendono violentemente i propri riflettori su Taiwan, nell’obiettivo di secessione dell’isola ( divenuta, tra l’altro, una delle “tigri economiche” asiatiche) dalla Cina.

È del 1995, ad esempio, il viaggio del leader indipendentista di Taiwan, Lee Tenghui, a Washington, viaggio che apre una crisi militare significativa tra USA e Cina, con vaste esercitazioni militari cinesi lungo le coste di Taiwan e l’invio di due portaerei americane vicine alla flotta cinese. Sarà proprio con il pesante ed esplicito aiuto americano che in questa fase Lee Tenghui vincerà le elezioni a Taiwan. Una politica di sostegno USA alle posizioni politiche secessioniste di Taiwan che porta alla vittoria, dai primi anni 2000 sino ad oggi, del PDP. Anche se l’elettorato (nonostante l’appoggio occidentale, la grancassa mediatica mondiale imperialista in funzione anticinese e la formazione, a Taiwan, di una vasta area sociale “aristocratica” – per riprendere l’immagine di Lenin della “classe operaia aristocratica occidentale” – essenzialmente formatasi negli anni in cui Taiwan era una delle “tigri asiatiche”), ha sempre, più o meno, espresso una polarizzazione tra secessione e unificazione con la Cina. Sino al punto che nel 2004, i due referendum che chiedevano di rafforzare le politiche militari contro la Cina non raggiungono il quorum.

La vittoria di questo gennaio 2020 di Tsai Ing-wen, avvenuta sulla base di una proposta di rottura con la Cina, sulla base di un accordo ferreo con gli USA e su quella di un rifiuto secco persino della soluzione cinese “one country, two system” (un Paese due sistemi), apre un quadro potenzialmente drammatico a Taiwan. Già nel 2005, infatti, le posizioni del leader indipendentista taiwanese Chen Shui-bian avevano provocato una dura reazione da parte di Pechino, che rispose alle sue provocazioni dichiarando che “qualora Taipei (la capitale di Taiwan, n.d.r.) si proclamasse indipendente, la Cina interverrebbe militarmente”.

Ma, oltre la legittima difesa della propria unità e integrità territoriale, cosa spinge la Repubblica Popolare Cinese ad assumere tali posizioni? E’ del tutto evidente che Pechino ( e il PC Cinese) sono costretti ad assumere questa linea di difesa in un quadro generale contrassegnato da una particolare aggressività militare ed economica USA: la VI e potente Flotta della marina militare americana è stanziata da tempo difronte al Mare delle Filippine, come minaccia armata alla Cina; la nuova  militarizzazione del Giappone è frutto del disegno americano volto all’accerchiamento della Cina;  l’esercito della Corea del Sud, che prende ordini direttamente dagli USA e dalla NATO, è in perenne mobilitazione sui confini con la Corea del Nord; lo spostamento delle basi NATO verso i confini russi (come in Ucraina) è una minaccia anche per la Cina; lo stesso, recentissimo, assassinio del generale iraniano Soleimani da parte di Trump non è solo una terribile minaccia all’Iran ma anche al suo alleato cinese. E l’aggressività USA contro la Cina comunista prende densamente corpo anche attraverso la lotta doganale e d economica generale USA contro Pechino.

È in questo contesto che vanno giudicate le affermazioni di Xi Jinping nel già citato intervento dello scorso 2 gennaio su Taiwan di fronte alla Grande Sala del Popolo: “La proprietà privata, le fedi religiose e i legittimi diritti dei compatrioti taiwanesi saranno preservati” – ha detto Xi Jinping – solo dopo il rientro nella madrepatria, secondo la formula “Una Cina Due Sistemi”, come per Hong Kong”. Aggiungendo che “Sistemi politici differenti non possono servire da scusa per ambizioni separatiste”. E così concludendo: “La risoluzione della questione di Taiwan non può essere più lasciata alle generazioni future, come è stato fatto per settant’anni dal dicembre 1949, quando il nazionalista Chiang  Kai-shek, sconfitto nella guerra civile dalle forze rivoluzionarie di Mao Zedong, si arroccò nell’isola. A partire da tutto ciò noi non possiamo fare alcuna promessa di rinunciare all’impiego della forza, ma manteniamo, di fronte a un intervento esterno o a strappi indipendentisti, l’opzione di ricorrere ad ogni misura necessaria”.

E’ così internazionalmente evidente che la richiesta di secessione di Taiwan dalla Cina sia un espediente imperialista, che la stessa “comunità internazionale” in gran parte si ritrae da questo disegno, ed è per questo che, nonostante il gran can-can americano, sono soli 15 i governi del mondo, oggi, a riconoscere Taiwan come Paese indipendente e addirittura  gli stessi USA non hanno osato aprire ancora un’ambasciata a Taipei, ma molto ipocritamente hanno, nella capitale, solo un “ American Institute”, che tuttavia è sufficiente a sostenere e dirigere la politica secessionista di Taiwan.

Nel contesto dato, segnato dal terrore USA di perdere la propria leadership mondiale a favore della Repubblica Popolare Cinese e difronte, dunque, alla visione internazionale tutta bellica di Washington, risultano ancora una volta profetiche le parole di Domenico Losurdo, quando valuta il disegno americano di sottrarre a Pechino l’isola di Taiwan: “A questo punto, l’obiettivo perseguito dagli USA risulta chiaro e inequivocabile: essi si propongono per così dire di terrestrizzare la Cina. Di qui una politica tesa a bloccare la riunificazione di Taiwan con la madrepatria e, possibilmente, trasformare l’isola in una portaerei anticinese, gigantesca e inaffondabile”.

di Fosco Giannini

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-taiwan_e_la_cina_gli_usa_e_i_secessionisti_soffiano_sul_fuoco_della_guerra/5871_32569/

Su Craxi

Mi pare di capire che il film di Amelio, per le sue caratteristiche, non è in grado di suscitare una riflessione di carattere storico su personalità e ruolo di Bettino Craxi.

Vedo ribaditi in rete giudizi consolidati, che appartengono al tempo della battaglia politica dell’epoca che sancì la sua eliminazione dalla vita politica.

La riduzione della sua vicenda a pura cronaca criminale di corruzione e malversazione, da un lato, e dall’altro la difesa acritica del suo operato, in nome di un malinteso “orgoglio socialista” che non sa interrogarsi a fondo sulla distruzione di una grande tradizione politica e ideale, che non avvenne esclusivamente ad opera di agenti esterni.

Eppure il tempo trascorso dovrebbe favorire almeno lo sforzo di un giudizio equanime su una figura che ebbe un enorme rilievo nella vita politica italiana.

Premetto che detestavo Craxi, per molte ragioni, politiche, culturali, addirittura antropologiche (non tanto lui, su questo piano, quanto il mondo che attorno a lui si era creato). Però sono passati vent’anni dalla sua morte, e chi si occupa di storia deve cercare di distaccarsi, pur ricordandoli, dai giudizi del tempo.

E inoltre – fatto non secondario – perché abbiamo visto all’opera i suoi nemici, che conquistarono il potere anche attraverso le forme della sua eliminazione.

Più che altro vorrei suggerire, ripromettendomi di tornarci sopra in maniera più distesa, alcuni filoni di discussione e di ragionamento.

La natura del fronte che mosse contro di lui:

– a) il partito di Repubblica e l’intendenza postcomunista che ne seguì le direttive (per la prima volta nella storia repubblicana il Circolo del bridge post-azionista realizzava il sogno di farsi effettivamente mosca cocchiera di grandi masse di manovra);

– b) i teorici del maggioritario che aprirono la lunga fase in cui si pensò che mettere al centro l’ingegneria istituzionale avrebbe sostituito con profitto una proposta politica e sociale deficitaria o inesistente. Qui Craxi era un ostacolo effettivo: dopo il vaniloquio di una “Grande Riforma” aveva compreso fin troppo bene che il suo potere derivava esclusivamente dal ruolo che il sistema proporzionale attribuiva al suo partito, che non superò mai la soglia di un tredici per cento, nonostante il vanto di “ondate” giocate su pochi decimali. Ma era sufficiente a fare del Psi il partito più governativo del mondo, al governo e al sottogoverno con comunisti o democristiani a seconda delle circostanze.

– c) la vera natura di “Mani pulite”, di cui oggi comprendiamo bene non solo le forzature ma anche il contributo alla creazione di un clima che ha contribuito a mutare in profondità le caratteristiche di ciò che abbiamo inteso per “sinistra” nell’arco della Seconda Repubblica.

– d) il fronte ampio dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo, mai così esteso e limaccioso nella nostra storia. Dobbiamo anche e soprattutto a quel clima se in Italia non abbiamo avuto Syriza, Podemos o gilet gialli, ma un’esperienza come quella promossa da Grillo e Casaleggio, divenuta nell’arco di questa legislatura forza di ampia maggioranza relativa, con percentuali un tempo raggiunte solo dal Pci.

– e) l’ostilità di un fronte internazionale molto potente, che non solo vendicava sgarbi brucianti come Sigonella o l’appoggio ad Arafat, ma richiedeva ormai adesione piena e non più condizionata (come quella che Craxi era in grado di offrire) a un progetto di riconversione globale dell’assetto europeo in termini di eradicamento di qualsiasi opzione socialdemocratica o “statalista”. Lo zelo cieco dei comunisti convertiti era più affidabile, anche perché disponeva ancora di forme di controllo delle masse popolari che i socialisti si erano ormai precluse.

Hammamet non è Caprera

Sbarazziamoci subito di un facile luogo retorico, non si trattò di esilio (forse in parte autoinflitto) ma di una volontaria latitanza. La rinuncia a difendersi aggravò sicuramente la sua posizione giudiziaria, e accentuò la dimensione di capro espiatorio in gran parte necessario e utile per l’Italia di quella transizione.

Rapporto con Berlusconi

C’è stata la tendenza diffusa a vedere una linea di continuità assoluta tra Craxi e Berlusconi: Craxi precursore di Berlusconi, quasi il Giovanni Battista che annuncia l’avvento del Messia.

Abbiamo visto negli anni Novanta molti giornalisti e politici dichiarare in televisione la loro legittima collocazione a destra, e poi aggiungere, come per dimostrare un percorso di coerenza: «del resto io ero craxiano».
Mostrerei cautela e avanzerei qualche dubbio su questa continuità.

Va ricordato che la stessa eredità politica di Craxi non è univoca, e perfino l’eredità familiare è controversa, con i due figli collocati in schieramenti opposti e sottosegretari in governi diversi. Ma i motivi di cautela derivano da molti fattori.

In primo luogo Craxi era un politico di professione (e anzi rappresentava forse il massimo storico di autonomia e separatezza della politica), non avrebbe potuto indulgere nell’antipolitica né concedersi turpi battute come quelle di Berlusconi sui politici che dovrebbero finalmente andare a lavorare.

Craxi era il segretario di un partito socialista, molto orgoglioso della sua storia, sia pure una storia riscritta, attribuendo assoluta centralità all’anticomunismo: in questo modo si falsava una storia che si era nutrita di dissensi e contrapposizioni aspre ma anche di momenti di unità e collaborazione.

Craxi aveva una visione della politica internazionale originale e autonoma, basata sulla tradizionale fedeltà atlantica ma anche su una particolare sensibilità per la vicenda palestinese: il braccio di ferro con gli americani dell’ottobre 1985 nella base di Sigonella in seguito alla vicenda dell’Achille Lauro rappresentò il punto più aspro di tensione nei rapporti con gli Usa nella vicenda repubblicana.

Craxi, infine, non era un leader populista, anzi esprimeva uno scarso appeal popolare (e probabilmente era istintivamente e cordialmente detestato dalla grande maggioranza degli italiani), la sua oratoria non era trascinante, fatta com’era di lunghe pause e di una terminologia tutta interna alla tradizione partitica.

E nelle memorie di quanti gli furono vicini ad Hammamet si ricorda che accolse con ilarità la notizia della “discesa in campo” di Berlusconi. Le televisioni di quest’ultimo peraltro erano allora le più accese sostenitrici di “Mani pulite” e avevano contribuito in maniera determinante a fare di Antonio Di Pietro un eroe popolare.

Distinguere tra Craxi e il craxismo

Il craxismo è un fenomeno che nel tempo si autonomizza e vive di vita propria. Bisogna notare alcune cose: che la battaglia culturale degli intellettuali craxiani si radicalizza e procede nel tempo in autonomia rispetto alla stessa linea del Partito socialista. Le riviste socialiste diventano la scuola quadri della futura cultura di Forza Italia, ma Craxi non vi partecipa in prima persona, i suoi discorsi sulla Resistenza non si discostano dall’ufficialità (per non parlare della passione che in parallelo il presidente Pertini esprime nel richiamarsi ai valori dell’antifascismo), la stessa fumosa velleità riformatrice dei socialisti si attenua dinanzi all’evidenza di un partito che deve tutto alla propria collocazione di ago della bilancia nel sistema proporzionale. I socialisti, o ciò che ne resta dopo il quindicennio craxiano, saranno nel vecchio quadro politico i più diffidenti verso la stagione referendaria che stava aprendosi.

Craxi e la “modernità”

Modernità è termine ambiguo che può significare molte cose (o può non significare nulla), e l’ideologia della “modernizzazione” fu il porto delle nebbie cui approdò un’intera generazione di marxisti pentiti. Ma non c’è dubbio che Craxi seppe cogliere prima di ogni altro in Italia il mutamento profondo che stava intervenendo in tutto l’Occidente. In forma originale, senza seguire fino in fondo le asprezze della Thatcher e di Reagan (l’accusa di “liberismo” che da alcuni gli viene rivolta è francamente ridicola, se indirizzata a un partito che aveva un rapporto strettissimo con l’industria di Stato).

Se ci sbarazziamo – pur senza ignorarle – delle immagini più pittoresche fiorite attorno alla nuova parabola socialista (e spesso provenienti dall’interno, come i “nani e ballerine” dovuta a Formica) non possiamo non cogliere nella fortuna del craxismo il riflesso di un sommovimento interno alla società italiana, che del resto veniva da lontano e aveva conosciuto una lunga incubazione nel corso degli stessi anni Settanta, che furono non solo anni di piombo e di rivolte sociali ma anche anni di emersione di soggettività nuove. Nuove e controverse, fondate su un individualismo sempre più consapevole e divenuto nel tempo irreversibile, che era refrattario a prediche su austerità e contenimento dei consumi.

Questo fenomeno non era solo “rampantismo”, a meno di non immaginare un rampantismo di massa. Era un fenomeno che avrebbe dovuto essere consapevolmente governato da chi se ne faceva interprete e mallevadore, ma qui si apriva una delle pagine più oscure e determinanti di quella parabola. La mano libera lasciata all’arricchimento, talvolta famelico, dei nuovi quadri socialisti, distruggeva lentamente una immagine consolidata nel tempo, del partito di “galantuomini”. Qui non c’era solo malevolenza degli avversari nella denuncia: fu Gaetano Arfé a utilizzare per primo l’immagine della “mutazione genetica” che era in corso, e fu Riccardo Lombardi, nel suo ultimo intervento in un consesso di partito, a pronunciare l’amarissima battuta sui socialisti che erano in galera in misura maggiore di quanti ve ne fossero stati durante il regime fascista.

Le occasioni mancate

Avrebbe dovuto essere, nella propaganda dei suoi seguaci, “il Mitterrand italiano”, il leader capace di riunificare la sinistra e portarla alla vittoria, ma non ci provò neppure, e l’obiettivo dei “riequilibrio” di forze tra socialisti e comunisti si tradusse in una nuova stagione della “conventio ad escludendum” del partito comunista che era sembrata superata dai risultati elettorali del 1976.

Qui si apre un grande paradosso: proprio in un’epoca nella quale le lacerazioni originarie del rapporto fra socialisti e comunisti sembravano assottigliarsi e avviarsi a composizione si apriva in Italia una lotta senza quartiere tra i due soggetti. Con responsabilità da entrambe le parti e assoluta incomprensione delle ragioni altrui.

La scelta, compiuta da Berlinguer in maniera un po’ nervosa e solitaria, della linea di «alternativa » alla Dc, che seppelliva definitivamente il compromesso storico, per essere credibile avrebbe dovuto fondarsi su un rapporto quantomeno di ascolto reciproco con il Partito socialista, senza il quale l’alternativa non era pensabile. Saranno invece gli anni in cui si toccava il punto più basso e conflittuale nel rapporto tra i due partiti. Le proposte concrete avanzate dai comunisti in questi anni si risolvono in slogan come il «governo degli onesti» o il «governo del presidente». Queste formule sono null’altro che traduzioni di editoriali di Eugenio Scalfari e della «Repubblica», che prefigurano il profilarsi di un’altra anomalia italiana degli anni successivi, cioè quella di un gruppo dirigente sostanzialmente eterodiretto (o profondamente influenzato) dagli opinionisti della grande stampa, senza l’autonomia concettuale che era propria di tutti i grandi partiti della sinistra europea.

Da parte socialista, neppure l’occasione offerta dalla crisi finale del comunismo sovietico venne colta per tentare un dialogo che non fosse volontà di annessione.

Entrambi i contendenti usciranno sfigurati e svuotati al termine della contesa, lasciando un vuoto di rappresentanza del mondo del lavoro che non verrà più colmato.

di Gianpasquale Santomassimo

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-su_craxi/82_32565/

Articolo 11, imponiamo il rispetto della Costituzione

Nell’ambito della campagna iniziata dal Fronte Politico Costituzionale per il rispetto dell’art.11 della Costituzione che vieta la partecipazione dell’Italia ad azioni di guerra per la soluzione di controversie internazionali, sabato 11 gennaio si è svolto un presidio a Roma, in prossimità del Quirinale, finalizzato alla consegna al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella della lettera che qui pubblichiamo, in cui si chiede

– il ritiro delle truppe italiane dai teatri di guerra
– il divieto di usare basi italiane per azioni militari all’estero
– l’abolizione degli embarghi verso altri paesi.

Chiamiamo in causa il Presidente Mattarella perchè, come garante della Costituzione non può e non deve consentire le violazioni dell’art.11.

Il Fronte Politico Costituzionale si augura che tutti coloro che condividono la battaglia per il rispetto dell’art.11 sapranno unirsi e collaborare al raggiungimento degli obiettivi.

Nei prossimi giorni è prevista una nuova iniziativa, questa volta al Ministero degli esteri, per chiedere la revoca degli embarghi

 Al Presidente della Repubblica italiana
    on.Sergio Mattarella  Illustre Presidente,
  oggi, 11 gennaio 2020, stiamo effettuando un presidio di cittadini nei pressi del Quirinale organizzato dal Fronte Politico Costituzionale con lo scopo di sensibilizzare la massima carica dello Stato da Ella rappresentata al rispetto dell’art.11 della nostra Costituzione che prevede che “l’Italia ripudia la guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali”.

   Sulla base di questa disposizione, l’Italia dovrebbe astenersi dal partecipare ad iniziative militari aggressive, come invece avviene in numerosi teatri di guerra. Compito dell’Italia dovrebbe, invece, essere quello di condannare nelle sedi internazionali opportune quei paesi che agiscono militarmente contro altri paesi per modificarne con la forza le istituzioni e trarne vantaggi economici e politici.

   Il tentativo di far passare gli interventi militari per aiuti umanitari non ha retto alla prova degli avvenimenti in nessuno dei paesi investiti dalle guerre. Il nostro Paese si è reso pertanto responsabile di atti aggressivi, violando lo spirito e la lettera della nostra Costituzione.

   Pertanto il Fronte Politico Costituzionale ritiene che Ella, come massimo garante della Costituzione, non possa ulteriormente consentire che si continui a violare una norma come l’art.11 e tollerare che le forze armate vengano impiegate nei teatri di guerra.
In particolare il Fronte Politico Costituzionale chiede che:

– vengano ritirati i militari italiani dai paesi coinvolti da guerre di aggressione

– venga impedito ogni supporto ad azioni di guerra che partano dal nostro territorio nazionale

– cessi ogni forma di embargo verso altri paesi

  Se Ella vorrà usarci la cortesia di incontrarci, saremo lieti di esporLe direttamente queste richieste. In ogni caso, ci impegnamo a sviluppare nel Paese un’azione tesa a far rispettare le norme costituzionali.

   Nel frattempo Le porgiamo i nostri distinti saluti.

       Roma, 11 gennnaio 2020

FRONTE POLITICO COSTITUZIONALE
il coordinatore nazionale Elio Trocini

Il bosco di pioppi nella Terra dei Fuochi: una storia d’impegno, amore e bellezza

Maria de Biase, preside virtuosa di una scuola pubblica del Cilento, racconta la storia di un progetto sostenibile realizzato con coraggio in un luogo devastato dall’inquinamento e dalla criminalità. Read More “Il bosco di pioppi nella Terra dei Fuochi: una storia d’impegno, amore e bellezza”

“L’Uganda rinunci al petrolio e salvi le Cascate di Murchison!”

L’Uganda possiede vaste risorse petrolifere e tre multinazionali sono pronte a trivellare dappertutto, anche nel Parco Nazionale delle Cascate di Murchinson. Una grande società edile cinese sta già costruendo una strada che attraversa l’area protetta. E’ in atto un disastro ambientale di enormi proporzioni: fai sentire la tua voce!

Lettera

CA: Il presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni; i vertici di TOTAL, CNOOC, CCCC, Exim Bank of China

Trivellazioni e grandi infrastrutture rappresentano una minaccia per il Parco delle Cascate Murchison e per il Lago Albert. Metti fine a questo disastro!

Leggi tutta la lettera

Il Parco Nazionale delle Cascate Murchison è uno dei gioielli africani. Migliaia di amanti della natura vengono qui’ per godersi lo spettacolo del ‘Victoria Nile’ che si insinua vorticosamente in una stretta gola. La regione di ‘Albertine Graben’ ospita animali selvatici come leoni, elefanti e ippopotami e almeno 500 altre specie. È elencata tra le più importanti ‘Bird and Biodiversity Areas’ (IBAs) ed è anche un sito Ramsar. Tutto ciò potrà essere obliterato se la TOTAL,  la Tullow Oil e la China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) procederanno alla perforazione dei 419 pozzi e all’estrazione di 200.000 barili al giorno. L’obiettivo finale è quello di costruire una raffineria, una zona industriale ed un oleodotto lungo 1.445 chilometri fino al porto di Tanga, in Tanzania.

All’inizio del 2019, la China Communications Construction Company (CCCC) ha iniziato la costruzione di una strada attraverso il Murchison Falls National Park, utilizzando – in buona parte – un percorso già impiegato dai turisti, ma ampliandolo con l’ausilio di mezzi pesanti.  L’espansione di questa strada frammenterà il parco nazionale ed i corridoi naturali utilizzati dalla fauna selvatica. CCCC è una delle più grandi società di costruzioni a livello mondiale. I suoi progetti testimoniano come la Cina continui a finanziare la distruzione ambientale su vasta scala.

La protesta sta crescendo in Uganda: la società civile chiede al governo di proteggere l’ambiente e le comunità locali, fermando l’espansione dall’industria petrolifera. Anche la pressione internazionale può dare un forte contributo, come dimostra la recente cancellazione di un progetto idro-elettrico vicino alle Cascate di Murchison. Il nostro obiettivo è quello di salvare quest’area protetta e scongiurare l’estrazione petrolifera in aree ad alta biodiversità.

https://www.salviamolaforesta.org/petizione/1200/uganda-rinuncia-al-petrolio-e-salva-le-cascate-di-murchison?mtu=470340425&t=5943

 

Scrivi contro l’abbattimento daini al Circeo

ACTION! Scrivi contro l’abbattimento daini al Circeo

Roma, 9 gennaio 2020 – Trecentocinquanta daini verranno presto uccisi in base al Piano di gestione del daino approvato dal  Parco nazionale del Circeo presieduto da Antonio Ricciardi, nominato con decreto del Ministero dell’Ambiente lo scorso ottobre. Il Piano prevede la riduzione della popolazione del 30% ogni anno e per i prossimi tre anni. Invitiamo a firmare la petizione online su Change.org […]

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Ricettario. La cucina della tradizione in chiave veg

Come modificare i piatti più comuni della tradizione in chiave veg  Questo libretto pubblicato da AgireOra Edizioni è un po’ diverso dai soliti ricettari: più che presentare una collezione di ricette più o meno originali, spiega quali modifiche introdurre nei piatti più comuni, che si consumano abitualmente in ogni famiglia (sia quelli di ogni giorno […]

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Incendi in Australia. Adotta un koala o aiuta i soccorritori

Milioni di animali sono morti e altre centinaia di migliaia periranno nei prossimi giorni a causa degli incendi boschivi nel sud-est dell’Australia. E’ questa una tragedia che addolora gli amanti degli animali dell’intero pianeta. Cosa possiamo fare per contribuire al salvataggio di alcune delle vittime? Qui sotto trovate alcuni semplici modi per partecipare e allargare […]

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Tutela della biodiversità, pubblicate le nuove linee guida

Roma, 3 gennaio 2020 – L’Italia si è finalmente dotata di uno strumento indispensabile per la conservazione della biodiversità, troppo a lungo danneggiata da incuria e cattiva programmazione. Lo dichiarano Lipu e Wwf dando notizia della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, avvenuta il 28 dicembre scorso in seguito all’intesa raggiunta tra Governo, Regioni e Province autonome […]

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Liberati 9 macachi usati nella sperimentazione dell’Iss

L’Istituto superiore di sanità (Iss) alla vigilia di Natale ha liberato nove macachi utilizzati per studi di immunologia. Ora sono al Centro recupero Biological Diversity di Semproniano (Grosseto), con cui Lav collabora da anni e dove sono già ospitate due colonie liberate dai laboratori dell’Università di Modena e di Padova. “Ora chiediamo al ministro alla […]

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Lavoro, ok al permesso retribuito per curare il pet

Anche la malattia del cane è un ‘grave motivo personale e di famiglia’ che motiva il diritto a un permesso retribuito. Lo ha concesso un’importante università pubblica romana, La Sapienza, a una dipendente il cui cane stava molto male e aveva bisogno di un intervento urgente medico veterinario. L’impiegata, single, non avendo alternative e per stare […]

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Webcam sui lupi in Minnesota (Usa)

Webcam dell’International Wolf Center di Ely, Minnesota (Usa) puntata sui lupi che il centro ospita per diffondere la cura, il rispetto e la conoscenza di questi splendidi animali. Benché siano lupi in cattività, in questo centro hanno molto spazio, cibo, cure  e amore. A loro modo, sono lupi fortunati. Per collegarsi alla cam in streaming […]

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Crostacei vivi sul giaccio? E’ un maltrattamento da denunciare

La vendita di aragoste, astici e altri crostacei non può avvenire esponendo gli animali su ghiaccio o con le chele legate. Lo afferma anche il Ministero della Salute in un documento medico-scientifico redatto dal suo Centro di Referenza Nazionale per il Benessere degli Animali, intitolato “Sofferenza di aragoste e astici vivi con chele legate e su […]

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Vivere con un cane da bimbi riduce il rischio di schizofrenia

Vivere con un cane durante l’infanzia potrebbe ridurre il rischio di schizofrenia in età adulta. Un effetto che non si osserva, invece, se da bambini si è avuto un gatto in casa. E’ la conclusione a cui è giunto uno studio pubblicato su Plos One a firma di ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimora (Usa). I […]

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Uccelli e fuochi d’artificio, le reazioni registrate dal radar

Non solo cani e gatti si spaventano per i fuochi d’artificio, anche gli uccelli selvatici. Le immagini da radar girate dall’Università di Amsterdam registrano la cosiddetta “botta” di uccelli che scappano terrorizzati alla mezzanotte del Capodanno, ogni anno dal 2007 in poi. Sono soprattutto gli uccelli acquatici quelli che volano via  in preda al panico. Guardate nella registrazione […]

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“La pecora nera”, favola di Natale

C’era una volta una pecora diversa da tutte le altre. Le pecore, si sa, sono bianche; lei invece era nera, nera come la pece. Quando passava per i campi tutti la deridevano, perché in un gregge tutto bianco spiccava come una macchia di inchiostro su un lenzuolo bianco: «Guarda una pecora nera! Che animale originale; […]

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Cavalli, qualche curiosità

I cavalli sono animali sociali e in natura il branco ha una struttura complessa. Guida del branco sono le femmine più anziane, che hanno sviluppato negli anni molte conoscenze. Hanno un’ottima memoria e sono animali empatici (non solo tra loro, ma anche con l’uomo), in grado di capire lo stato d’animo degli altri. | Se […]

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Distruzione habitat sia crimine contro l’umanità, petizione Wwf

Il Wwf Italia ha lanciato una petizione rivolta al Governo italiano affinché si faccia portavoce presso la Corte penale internazionale di una richiesta a beneficio della comunità internazionale: inserire tra i crimini contro l’umanità anche la distruzione dei sistemi naturali cruciali per la sopravvivenza dell’intera società umana, al pari del genocidio e dei crimini di guerra. Firma […]

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Non fa curare il suo cane, denunciato per maltrattamento

Denunciato al termine di un’indagine dei carabinieri forestali su denuncia di Oipa Italia onlus Ha omesso di curare uno dei suoi cani, che è poi morto in seguito alle gravi ferite non medicate: per questo motivo il proprietario dell’animale, un 50enne italiano residente a Prato, è stato denunciato per maltrattamento dai carabinieri forestali. | Se per i tuoi […]

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Come riconoscere una pelliccia vera da una sintetica

Ecco qualche utile indicazione per riconoscere una pelliccia vera da una sintetica. Clicca sulla tabella per ingrandirla. Ma, domanda, perché mettersi addosso un cappotto che imita una pelliccia vera? Chi ama e rispetta davvero gli animali forse non ama neppure le pellicce finte… Attenzione, le pellicce usate per gli inserti e le bordature di giacconi […]

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