TeleSUR, minacciata da Guaidó, chiama a difendere l’informazione come diritto umano

Ci risiamo. L’emittente teleSUR è di nuovo oggetto di attacchi da parte di quelle destre che cianciano di libertà di stampa ma in realtà vogliono solo media asserviti alla loro agenda golpista. Mezzi di comunicazione, come quelli afferenti il circuito mainstream, pronti a giustificare ogni loro malefatta. Casi lampanti sono il golpe in Bolivia e la brutale repressione popolare che avviene in paesi come il Cile e l’Ecuador. Mentre in Venezuela si continua a sovvertire la realtà con l’obiettivo di destabilizzare il governo guidato da Maduro.

Proprio per questa ragione domenica scorsa, l’ormai deputato semplice Juan Guaidó, già autoproclamato presidente del Venezuela, ha minacciato di “intervenire sull’amministrazione” di teleSUR. Forse al novello Pinochet non basta avere dalla sua parte già quasi tutto lo spettro mediatico nazionale e internazionale, cerca di silenziare una delle poche voci sempre pronta, grazie alla competenza e al coraggio dei suoi giornalisti, a raccontare una diversa versione dei fatti rispetto alla narrazione imposta dai media mainstream.

Narrazione fallace e che sempre vediamo distorta rispetto alla realtà per il fatto che questa deve essere funzionale all’agenda imposta da Washington. Altro esempio lampante lo abbiamo in occasione delle lotta interna all’opposizione venezuelana. Una fazione dissidente è riuscita ad estromettere Guaidó dalla presidenza dell’Assemblea Nazionale del Venezuela. Immediatamente la canea mediatica si è scatenata per cercare di far passare il nuovo presidente Parra come un chavista. Nulla di più falso.

In ogni caso teleSUR non si lascia intimidire dalle squallide minacce del golpista Guaidó che vuole «sequestrarla» in nome «della libertà di espressione».

In un comunicato diffuso attraverso il social network Twitter la presidente di teleSUR, Patricia Villegas, ha affermato che ancora una volta, «il grande capitale transnazionale, con la voce di attori politici di destra, agisce contro questo mezzo di comunicazione».

«Desiderano espropriare il suo segnale e tagliare una piattaforma di comunicazione che è servita per l’incontro dei Popoli. Intendono tornare ai tempi del silenzio e dell’invisibilità di coloro che rivendicano i loro diritti e lottano per un mondo migliore», si legge nel testo.

Viene ricordato che il 24 luglio 2019, teleSUR ha raggiunto 14 anni di trasmissione ininterrotta, informando e difendendo la verità dei popoli dell’America Latina e del mondo.

Si evidenzia che la sua copertura informativa ha come protagonisti i popoli. «Uno sguardo che esalta l’identità, la cultura e il sentimento delle comunità latinoamericane e caraibiche, visto come un pericolo dai centri di potere».

La Nueva Televisión del Sur CA, in questo senso chiama popoli, organizzazioni sociali, giornalisti, sindacati, istituzioni, governi e comunità in generale, «ad alzare la voce in difesa dell’informazione come diritto umano fondamentale e questa piattaforma di comunicazione, trincea di integrazione e pace».

Le grossolane minacce del burattino manovrato dagli USA Guaidó hanno trovato l’immediata risposta di tante personalità e capi di Stato dell’America Latina che si sono schierate al fianco dell’emittente creata per volontà dei comandanti Chavez e Fidel Castro con l’etichetta #VivateleSUR.

 

 

La redazione de l’AntiDiplomatico esprime la sua più totale solidarietà a teleSUR. Anche noi pensiamo che l’informazione debba essere considerata un diritto umano fondamentale e quindi teleSUR deve continuare a poter esprimere il suo sguardo che esalta l’identità, la cultura e il sentimento delle comunità latinoamericane e caraibiche» e di tutti i sud del mondo.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-telesur_minacciata_da_guaid_chiama_a_difendere_linformazione_come_diritto_umano/5694_32589/

 

 

“Resta forte Julian, stiamo combattendo per te. Non gli permetteremo di farti questo! Sarai libero!”

‘Resta forte, sarai libero!’, il video che mostra Julian Assange a Westminster in un van della polizia

Il fondatore di Wikileaks Julian Assange, attualmente imprigionato in un carcere di massima sicurezza a Londra, si è presentato davanti ai magistrati di Westminster a Londra dove è stata avviata un’audizione sulla sua possibile estradizione negli Stati Uniti.

Alcuni giornalisti sono riusciti a intravedere Julian Assange dopo la sua audizione in un van della della polizia fuori dal tribunale.

Assange, con gli occhiali e la barba grigia, è stato incoraggiato a “rimanere forte”.

“Resta forte Julian, stiamo combattendo per te. Non gli permetteremo di farti questo! Ricordalo! Resta forte, sarai libero!”, gli ha detto un uomo non identificato.

Incoraggiato da un secondo giornalista a parlare con la telecamera, Assange ha scosso la testa e gli ha indicato l’orecchio, indicando che non era in grado di sentire o parlare.

Gli amici e i colleghi giornalisti di Assange hanno ripetutamente espresso preoccupazione per un “rapido declino” della salute del fondatore di Wikileaks dalla sua prigionia. Si ritiene che la salute di Assange sia peggiorata costantemente dal suo confinamento all’ambasciata ecuadoriana nel 2012, peggiorando dopo essere stato incarcerato.

video di Ruptly

Fonte: Sputnik

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-resta_forte_sarai_libero_il_video_che_mostra_julian_assange_a_westminster_in_un_van_della_polizia/82_32576/

 

Polonia: Proibita per legge “l’interpretazione russa” della storia della II guerra mondiale

Con l’approssimarsi del 75° anniversario della vittoria sul nazismo, ci saranno infinite occasioni e necessità di tornare sul tema dello scatenamento della Seconda guerra mondiale.
Facendo seguito alle polemiche Varsavia-Mosca, per le parole di Vladimir Putin, che il 19 dicembre aveva definito l’ambasciatore polacco in Germania dal 1934 al 1939, Józef Lipski, “canaglia e porco antisemita”, giovedì 9 gennaio il Sejm polacco (la Camera bassa del Parlamento) ha adottato una risoluzione che eguaglia responsabilità naziste e sovietiche per lo scoppio della guerra.

E lo ha fatto a tempo di record: appena un paio di giorni prima, la proposta era stata avanzata da una dei cinque vice-Marescialli del Sejm, Ma?gorzata Kidawa-B?o?ska, di Platforma Obywatelska (Piattaforma Civica), il partito di Donald Tusk. Giustappunto in coincidenza col 75° dell’inizio dell’operazione “Vistola-Oder”, che portò alla liberazione della Polonia, al prezzo di 600.000 caduti sovietici, e alla vigilia del 75° della liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa, per la quale ricorrenza il presidente polacco Andrzej Duda pare deciso a rifiutare l’invito israeliano a Gerusalemme del prossimo 21 gennaio, offeso dal fatto che Putin sia presente quale “ospite principale”.

Dunque, cosa dice, in sostanza, la risoluzione, dal titolo Sejm przeciw manipulacji i zak?amywaniu historii przez polityków Federacji Rosyjskiej (Il Sejm contro manipolazioni e menzogne sulla storia dei politici della Federazione Russa), un calco, forse anche un po’ sbiadito, dello scandaloso obbrobrio del parlamento europeo del 19 settembre?

Il Sejm della Repubblica di Polonia condanna le dichiarazioni provocatorie e non corrispondenti a verità dei rappresentanti di organi supremi della Federazione Russa, che tentano di far ricadere sulla Polonia la responsabilità per l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. La dignità di una nazione e le relazioni tra Stati non possono essere costruite su bugie e falsificazioni della storia”. Inoltre: “due regimi totalitari dell’epoca” portarono all’inizio della Seconda guerra mondiale, “Germania nazista e Unione Sovietica stalinista e, dopo la conclusione del vergognoso Patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939, la Polonia e i Paesi dell’Europa centrale e orientale furono le prime vittime” dei due regimi totalitari. “Il Sejm rende onore alle vittime del totalitarismo nazista e sovietico ed esprime l’auspicio che la storia del loro martirio non venga mai falsificata o sia oggetto di approcci strumentali”.

Questo il succo. Tra il 19 dicembre, allorché Putin aveva dato quel lusinghiero giudizio su Józef Lipski, e il 9 gennaio, c’era stato uno scambio “diplomatico” serrato tra ambasciata russa a Varsavia, Primo ministro polacco Mateusz Morawietskij e la cosmetista Georgette Mosbacher, oggi ambasciatrice USA in Polonia.

Mosca afferma che “alcuni paesi europei stanno cercando di riscrivere la storia”, e Putin cita documenti comprovanti la collusione di Polonia e Germania nazista. Morawietskij dichiara che il Patto Molotov-Ribbentrop non era un “patto di non aggressione“, bensì il “prologo di crimini inimmaginabili commessi negli anni successivi da entrambe le parti“: in pratica, accusa l’URSS, al pari della Germania hitleriana, per lo scoppio della guerra.

L’ambasciata russa risponde che Morawietskij “non dice nulla di nuovo. Non dice nulla sulle affermazioni del Presidente russo, sulla politica di pacificazione con la Germania hitleriana, perseguita dalle potenze occidentali e dalla Polonia fino a 1939, sul rigetto – con l’attiva partecipazione della Polonia – degli sforzi dell’URSS per la sicurezza collettiva di fronte alla minaccia fascista; nulla sulla vergognosa cospirazione di Monaco, dopo la quale Polonia e Germania si spartirono il territorio cecoslovacco; nulla, sugli atteggiamenti antisemiti nella Polonia anteguerra“.

Per quanto riguarda i twitteraggi della Mosbacher, su “Hitler e Stalin che cospirarono per iniziare la Seconda guerra mondiale“, dall’Ambasciata russa twittano “Spettabile signora ambasciatrice, pensa davvero di saperne più di storia che di diplomazia?“.

Ora, davvero non mancheranno occasioni di tornare sul tema. Per limitarsi allo specifico della risoluzione del Sejm e dell’ambasciatore polacco nella Germania nazista, Józef Lipski, pare sufficiente dire che Lipski e il suo Ministro degli esteri Józef Beck, d’accordo con Hitler, avevano lavorato sulla questione della deportazione degli ebrei dalla Polonia, in Africa continentale o in Madagascar.

Come ricorda Valerij Usa?ëv su news-front.info, nello stenogramma della conversazione tra Beck e Hitler è detto: “È possibile che il Führer, per la soluzione della questione ebraica, possa provvedere a un territorio in Africa, che potrebbe essere usato per insediarvi non solo gli ebrei tedeschi, ma anche quelli polacchi“.

Lo stesso Lipski, nelle sue memorie Diplomatico a Berlino: documenti e ricordi, scrive: “Hitler fu colto dall’idea di risolvere il problema ebraico per mezzo dell’emigrazione nelle colonie, d’accordo con Polonia, Ungheria e forse anche Romania (a questo punto, risposi che se ciò aiuterà a risolvere la questione, gli dedicheremo un bellissimo monumento a Varsavia)”.

Appunto, “canaglia e porco antisemita”.

Per quanto riguarda il documento del Sejm del 9 gennaio e il conseguente divieto “di interpretazione della storia”, Stanislav Stremidlovskij sostiene su Vzgljad che questo può sfociare in “un procedimento penale contro chi metta in discussione il punto di vista ufficiale di Varsavia sulla guerra”, e ricorda come, a suo tempo, si fosse cercato di modificare la legge “Su l’Istituto della memoria nazionale“, per perseguire penalmente chi parlasse delle responsabilità polacche nella persecuzione degli ebrei.

Sempre su Vzgljad, il presidente dell’Associazione russa di studi baltici (RAPI) Nikolaj Meževi?, dice che “Fino a non molto tempo fa, nelle discussioni scientifiche polacche erano presenti punti di vista alternativi. Oggi non più. Non possono ammettere che il governo polacco abbia commesso una serie di errori nel 1939. I russi possono commettere errori; possono commetterli i tedeschi; ma i polacchi non possono sbagliare. Da qui, il desiderio di vietare tutto per legge“.

Per il polacco moderno, dice Meževi?, la negazione di un certo insieme di valori rappresenta un crimine di pensiero. “Affermare che Mosca nel 1939 aveva le proprie ragioni, equivale a estraniarsi dalla società, perdere il lavoro, essere estromessi dalla chiesa, dalle amministrazioni locali. E’ peggio che rubare o non andare a messa la domenica”.

Naturalmente, tanto la “risoluzione” del parlamento europeo, quanto quella del Sejm – daltronde, non erano stati forse proprio polacchi e baltici gli ispiratori “ideali” di quell’obbrobrio di quattro mesi fa? – con il pretesto della “verità storica” perseguono obiettivi molto attuali: il primo, la messa al bando del comunismo; il secondo, dato che quel bando già ce l’ha, trova un alibi in più per reprimere le manifestazioni di protesta contro l’ennesima “riforma” giudiziaria” volta, come dichiarato da Morawietskij a Die Welt, a fare come in Germania dopo il 1989, quando furono estromessi il 30% dei giudici della DDR, perché “troppo strettamente legati al regime totalitario”. In Polonia, “negli anni ’90 i giudici comunisti hanno modellato i loro successori”.

Dunque, vanno estromessi. Glielo chiede l’Europa?

di Fabrizio Poggi

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-risoluzione_shock_nel_parlamento_polacco_proibita_per_legge_linterpretazione_russa_della_storia_della_seconda_guerra_mondiale/82_32581/

 

Sabato 25 gennaio 2020 giornata di mobilitazione internazionale per la pace

Sabato 25 gennaio 2020
giornata di mobilitazione internazionale per la pace
Spegniamo la guerra, accendiamo la Pace!
contro le guerre e le dittature
a fianco dei popoli in lotta per i propri diritti

La guerra è un male assoluto e va ‘ripudiata’, come recita la nostra Costituzione all’Art. 11:
essa non deve più essere considerata una scelta possibile da parte della politica e della diplomazia”.

Il blitz del presidente Trump per uccidere il generale iraniano Soleimani, il vicecapo di una milizia irachena ed altri sei militari iraniani, è un crimine di guerra compiuto in violazione della sovranità dell’Iraq. Insieme alla ritorsione iraniana si è abbattuto anche sui giovani iracheni che da tre mesi lottano contro il sistema settario instaurato dall’occupazione Usa e contro le ingerenze iraniane, in un paese teatro di guerre per procura ed embarghi da decenni.

Irak, Iran, Siria, Libia, Yemen: cambiano i giocatori, si scambiano i ruoli, ma la partita è la stessa. Nella crisi del vecchio ordine internazionale, potenze regionali e globali si contendono con la guerra aree di influenza sulla pelle delle popolazioni locali. La sola alternativa consentita al momento è il mantenimento dei regimi teocratici o militari – comunque illiberali e non rispettosi dei diritti umani – con i quali si fanno affari, chiudendo occhi e orecchie su repressione, torture e corruzione.

La guerra non produce solo distruzione, ma cancella anche dall’agenda politica la questione sociale, oramai incontenibile ed esplosa nelle proteste delle popolazioni che hanno occupato pacificamente le piazze e le strade.

Non possiamo stare a guardare

Dobbiamo gridare il nostro no alla guerra, alla sua preparazione, a chi la provoca per giustificare la produzione e la vendita di armi. Guerre che, in ogni momento, possono fare da miccia ad un conflitto globale tanto più preoccupante per il potenziale degli armamenti nucleari oggi a disposizione dei potenti del mondo. Le vittime innocenti dell’aereo civile abbattuto “per errore” da un missile, dimostrano una volta di più che la guerra è un flagello per tutti, nessuno può chiamarsi fuori, siamo tutti coinvolti.

Manifestiamo il nostro sostegno alle popolazioni, vere vittime delle guerre, a chi si rivolta da Baghdad a Teheran, da Beirut ad Algeri, da Damasco, al Cairo, a Gerusalemme, a Gaza.

Quel che sta avvenendo nel Golfo Persico, aggiungendosi alle sanguinose guerre e alle crescenti tensioni in corso, mette in luce la drammatica attualità e il vero realismo dei ripetuti ma inascoltati appelli di Papa Francesco per l’avvio di un processo di disarmo internazionale equilibrato.

L’UE, nata per difendere la pace, deve assumere una forte iniziativa che – con azioni diplomatiche, economiche, commerciali e di sicurezza – miri ad interrompere la spirale di tensione e costruisca una soluzione politica, rispettosa dei diritti dei popoli, dell’insieme dei conflitti in corso in Medio Oriente e avviare una rapida implementazione del Piano Europeo per l’Africa (Africa Plan) accompagnandolo da un patto per una gestione condivisa dei flussi migratori.

Fermare la spirale di violenze è responsabilità anche italiana e chiediamo al nostro Governo di farlo con atti concreti:

• opporsi alla proposta di impiego della Nato in Iraq e in Medio Oriente;

• negare l’uso delle basi Usa in Italia per interventi in paesi terzi senza mandato ONU;

• bloccare l’acquisto degli F35;

• fermare la vendita di armi ai paesi in guerra o che violano i diritti umani come sancito dalla L. 185/90;

• ritirare i nostri soldati dall’Iraq e dall’Afghanistan, richiedendo una missione di peace-keeping a mandato ONU ed inviare corpi civili di pace;

• adoperarsi per la sicurezza del contingente italiano e internazionale in missione UNIFIL in Libano;

• aderire al Trattato per la messa al bando delle armi nucleari eliminandole dalle basi in Italia;

• sostenere in sede europea la necessità di mantenere vivo l’accordo sul nucleare iraniano implementando da parte italiana ed europea le misure di revoca dell’embargo

• porre all’interno dell’Unione europea la questione dei rapporti USA-UE nella NATO.

Per tutto questo invitiamo a aderire ed a partecipare alla giornata di mobilitazione internazionale di sabato 25 gennaio 2020, promossa dal movimento pacifista statunitense contro la guerra, che per noi sarà una grande mobilitazione contro tutte le guerre e tutte le dittature, a fianco dei popoli che si battono per il proprio futuro.

 

Promotori nazionali:

ACLI, ADIF, AIDOS, AOI, ARCI, ARCHIVIO DISARMO, ASC, ASGI, ASSOCIAZIONE 46° PARALLELO, ASSOCIAZIONE DIRITTI E FRONTIERE, ASSOCIAZIONE LAUDATO SI’, ASSOCIAZIONE PER LA PACE, ASSOCIAZIONE SENZA CONFINE, ASSOPACE PALESTINA, ATLANTE DELLE GUERRE, BEATI I COSTRUTTORI DI PACE, CGIL, CIPAX, CIPSI, CNCA, CULTURA E’ LIBERTA’, EUROPA VERDE, FIOM, FOCSIV, FONDAZIONE A. FRAMMARTINO, FONDAZIONE BENVENUTI IN ITALIA, GIURISTI DEMOCRATICI, GRUPPO ABELE, IFE, LEGAMBIENTE, LEGA PER I DIRITTI DEI POPOLI, LIBERA, LUNARIA, MEDICINA DEMOCRATICA, MFE, MIR, MOVIMENTO CONSUMATORI, MOVIMENTO EUROPEO, MOVIMENTO NONVIOLENTO, NOI SIAMO CHIESA, OPAL, PAX CHRISTI, PEACELINK, PRC-SE, RETE DEGLI STUDENTI MEDI, RETE DELLA PACE, RETE ITALIANA DISARMO, SBILANCIAMOCI, SINISTRA ITALIANA, TAVOLA DELLA PACE, TRANSFORM! ITALIA, UDU, UN PONTE PER…, USI, US.ACLI

Promotori locali:

ACLI – Brescia, AMNESTY INTERNATIONAL – Sassari, ANPI – Massa, ANPI – Perugia, ASSOCIAZIONE AMERINDIA – Sassari, ASSOCIAZIONE REGGIANA PER LA COSTITUZIONE- Reggio Emilia, CENTRO GHANDI – iVREA, CIRCOLO LIBERTA’ E GIUSTIZIA – Umbria, CITTADINANZA ATTIVA – Umbria, COMITATO PACE CONVIVENZA E SOLIDARIERA’ DANILO DOLCI – Trieste, COORDINAMENTO PER LA PACE – Como, COSTITUZIONE E BENI COMUNI – Milano, EMERGENCY – Perugia, Venezia, FERMIAMO LA GUERRA – Firenze, FIRENZE CITTA’ APERTA, L’ALTRA EUROPA – Venezia, PARROCCHIA SS. PIETRO E PAOLO – Papanice (KR), PONTE SOLIDALE – Perugia, SOCIETA’ DI MUTIO SOCCORSO – Umbria, TAVOLA SARDA DELLA PACE, THEATRE EN VOL – Sassari, TRIESTE PER LA PACE CONTRO LE GUERRE, UDS – Perugia, VERSO IL KURDISTAN – Umbria, VOCI DELLA TERRA – Roma

 

Inviare adesioni a: adesioni.piattaforma.pace@gmail.com

 

Piano non autosufficienza: “Non condiviso con la FISH!”

FISH - Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap

Siamo costretti a smentire ufficialmente e formalmente che il Piano per la non autosufficienza 2019-2021, approvato dalla Conferenza Unificata come allegato del decreto di riparto del Fondo per la non autosufficienza, abbia mai ottenuto l’approvazione e l’avallo della nostra Federazione.”

Così replica pubblicamente Vincenzo Falabella, presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, alle diffuse critiche e richieste di chiarimenti che provengono dai territori proprio in questi giorni dopo la pubblicazione del decreto cui si accenna sopra.

E Falabella ricostruisce anche l’iter: “Nell’ottobre scorso (il giorno 9) la FISH, con molte altre organizzazioni, è stata convocata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali alla riunione della Rete della protezione e dell’inclusione sociale. Sul tavolo vi era il tema del Fondo per la non autosufficienza e del relativo Piano, strumento operativo e di indirizzo di cui da anni si chiede una attenta elaborazione e una conseguente adozione.”

In quell’incontro la segreteria tecnica ha presentato i dati e le elaborazioni relative che hanno consentito finalmente di avere un quadro un po’ più preciso e trasparente di come negli ultimi anni siano stati spesi dalle regioni gli stanziamenti relativi a quel Fondo.

Nel corso di quello stesso incontro sono stati sinteticamente presentati gli assi su cui elaborare il Piano per la non autosufficienza, strumento utile a costruire comuni livelli essenziali di prestazioni nelle regioni italiane.

Elaborare quel Piano comporta approfondimenti, attenzioni, confronti, concertazioni fra tutti gli attori, istituzionali e non. E con la condivisione, considerata la Convenzione ONU, con le organizzazioni delle persone con disabilità.”

Al contrario, il testo del Piano non è mai stato presentato o discusso dalla Rete, ma diviene un allegato del decreto di riparto del Fondo non autosufficienza, discusso e sancito dalla Conferenza Unificata il 7 novembre 2019, pronto per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Il testo era stato “anticipato” dalla segreteria tecnica della Rete solo il pomeriggio precedente.

Nel Piano approvato ci sono elementi condivisibili, altri molto approssimativi, altri decisamente non condivisibili. – prosegue Vincenzo Falabella – Ma non è nel merito che vogliamo entrare, anche perché ormai il danno è fatto. È il metodo che è assolutamente inaccettabile: un Piano strategico come questo è stato elaborato ed approvato senza la condivisione dei diretti interessati, perdendo l’occasione di affinare al meglio lo strumento, oltre che di renderlo un patrimonio partecipato e comune.”

COMUNICATO STAMPA

14 gennaio 2020

 

FISH – Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap

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La Top 100 delle aziende delle armi

Chi sono, a chi vendono e quanto fatturano le cento maggiori aziende produttrici di armi nel Mondo? Il rapporto ‘The Sipri top 100 arms‑producing and military services companies’ redatto dal Sipri (Stockholm International Peace Research Institute, Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma) riferito all’anno 2018 e pubblicato nel dicembre 2019, ci fornisce un quadro esauriente per rispondere a queste domande.

La Sipri Top 100 ha rilevato che nel 2018 le vendite di armi e servizi militari delle 100 aziende più rilevanti hanno raggiunto i 420miliardi di dollari, con un aumento del 4,6% rispetto all’anno precedente (le cifre escludono la Cina, vedi Chi fa cosa) e il 47% in più rispetto al 2002.

Come succede ogni anno dal 2002 nella Top 100 Sipri la stragrande maggioranza delle società quotate nella classifica hanno sede negli Stati Uniti, Europa e Russia, con gli Usa che possiedono di gran lunga il numero più alto delle società elencate.

Gli Stati Uniti alla guida

Le vendite delle prime 100 aziende con sede negli Stati Uniti sono aumentate del 7,2 per cento nel 2018. In questo anno, per la prima volta dal 2002, le prime cinque aziende hanno tutte sede negli Stati Uniti e contano su vendite per 148miliardi di dollari, il 35% del totale delle prime 100. Le aziende classificate dal 6 al 10 rappresentano invece il 15% del totale.

Lockheed Martin è di gran lunga il più grande produttore di armi al mondo: nel 2018 le sue vendite  sono aumentate del 5,2 per cento rispetto all’anno precedente. L’azienda occupa la prima posizione in Top 100 dal 2009. Un driver importante delle maggiori vendite di armi di Lockheed Martin nel 2018 è stata un aumento delle consegne di aerei da combattimento F-35 negli Stati Uniti e in altri Paesi. La seconda azienda è la Northrop Grumman, le cui vendite sono aumentate del 14% nel 2018, raggiungendo i 26,2 miliardi di dollari. La crescita delle vendite di armi di 3,3miliardi è stata la più grande di qualsiasi società elencata nel Top 100 per il 2018 ed è stata guidata dall’acquisto di missili balistici e sistemi di difesa missilistica.

E nel Vecchio Continente?

Sono 27 le aziende con sede in Europa che hanno trovato posto nella Top 100: insieme hanno rappresentato il 24% delle vendite totali di armi. Di queste otto hanno sede nel Regno Unito, sei in Francia, quattro in Germania, due in Italia e uno ciascuno in Polonia, Spagna, Svezia, Svizzera e Ucraina. Due delle 27 società (Airbus Group e Mbda) sono classificate come “transeuropee” perché le sedi di proprietà e controllo sono situate in più di una Nazione europea.

Le vendite di armi da parte di società con sede nel Regno Unito sono state di 35,1miliardi nel 2018, equivalente a una quota dell’8,4% delle vendite totali. Anche se le vendite di armi per le società britanniche sono rimaste le più alte in Europa hanno riportato una riduzione nel 2018. Le vendite di armi di Bae Systems (al sesto posto), la più grande compagnia d’armi con sede nel Regno Unito, è scesa del 5,2 per cento nel 2018, arrivando a 21,2miliardi. Il calo può essere attribuito alla liquidazione della produzione dei velivoli da combattimento Typhoon. Una lieve diminuzione si è avuta anche nella somma delle vendite di società francesi, dovuta al declino dell’azienda Thales, del gruppo navale e di Cea. Di contro, però, sono aumentate le vendite per la Dassault Aviation Groupe, grazie alle esportazioni degli aerei da combattimento Rafale in Egitto, India e Qatar. Con vendite di armi combinate di 11,7miliardi, due società con sede in Italia sono state inserite nella Top 100 nel 2018: Leonardo, il più grande produttore italiano di armi, si è classificato all’ottavo posto, con un aumento di 4,4% e Fincantieri (50esimo posto), la società di costruzioni navali, le cui vendite sono aumentate dell’8%.

Per la Germania nella Top 100 si annovera la Rheinmetall, al 22esimo posto, la più grande azienda tedesca. La crescita nelle vendite di Rheinmetall è stata compensata dalla riduzione del 19% della vendita di armi di ThyssenKrupp, che si trova ora al 57esimo posto. Le altre cinque società europee elencate nella Top 100 per il 2018 sono poi Saab (Svezia), al 30esimo posto, UkroboronProm (Ucraina), al 71esimo, Pgz (Polonia), classificato 74esimo, Navantia (Spagna), al 76esimo e Ruag (Svizzera) che si è piazzata in 95esima posizione.

a cura di Alice Pistolesi

Dossier/ La Top 100 delle aziende delle armi

 

Fiammetta Cappellini (AVSI): Haiti, 10 anni dopo il terremoto la situazione è ancora molto grave

Era il 12 gennaio 2010 quando un terribile terremoto di magnitudo 7.0 colpì gravemente la Repubblica di Haiti, provocando oltre 220mila morti, 1.5 milioni di sfollati e il collasso di oltre 300mila edifici. Read More “Fiammetta Cappellini (AVSI): Haiti, 10 anni dopo il terremoto la situazione è ancora molto grave”

Le parti utili di quella Legge sul reclutamento del personale scolastico

Superando.it

«Questo provvedimento è utile ad assicurare un maggior numero di docenti di ruolo, in modo da ridurre il precariato assai presente anche nel numero degli insegnanti per il sostegno»: lo dichiara tra l’altro Salvatore Nocera, presidente del Comitato dei Garanti della FISH e responsabile per l’Area Normativo-Giuridica dell’Osservatorio sull’Integrazione Scolastica dell’AIPD, a proposito della Legge 159/19, che ha convertito il Decreto Legge “Misure di straordinaria necessità ed urgenza in materia di reclutamento del personale scolastico e degli enti di ricerca e di abilitazione dei docenti”
(continua…)

Trenta ragazzi con disabilità che giocheranno a calcio e a basket
Ha preso il via in dicembre a Bosisio Parini (Lecco) il progetto “Briantea84 Academy”, che ha avviato la stagione della Scuola Calcio e della Scuola Gioco Basket della Nostra Famiglia. Nata nel 2011 da un’idea dell’Associazione Sportiva Dilettantistica Briantea84 di Cantù (Como), quest’anno – grazie alla Fondazione Candido Cannavò per lo Sport – l’iniziativa può contare sulla presenza del gruppo Juice Plus+, ciò che consentirà di supportare la stagione sportiva di trenta atleti con disabilità intellettivo-relazionale
(continua…)

Quando bisognava lottare contro i “comitati anti-spastici”
Accadde in Versilia, negli Anni Sessanta, quando alcuni genitori portarono i loro figli con gravi disabilità in vacanza a Forte dei Marmi (Lucca), a dispetto di quanto accadeva all’epoca, quando le persone con disabilità erano relegate in “colonie”, isolate da tutti e tutto. E per realizzare l’iniziativa, di fronte alle proteste che portarono addirittura a “comitati anti-spastici”, fu necessaria la Sentenza di un Pretore. Il tutto viene raccontato nel bel docufilm “L’estate più bella”, che sta uscendo in queste settimane nelle sale di alcune città
(continua…)

Troppe barriere all’inclusione nella scuola superiore
«Tenuto conto che l’integrazione scolastica nel nostro Paese ha una storia quarantennale – scrive l’insegnante Giovanni Maffullo -, come si dovrebbe continuare questa storia, per renderla realmente proficua e concreta? E tra le tante barriere che avversano l’inclusione degli studenti con disabilità, una delle domande che mi pongo è: come si pensa di assicurar loro il diritto all’educazione e all’istruzione, non comprimibile per ragioni economiche, se non si investe sulla formazione del personale scolastico?»
(continua…)

Non solo 2 Aprile: il concorso rivolto alle scuole
«L’autismo non va ricordato solo nella Giornata Mondiale del 2 Aprile, ma ogni giorno, attraverso un’informazione consapevole da parte di tutti quei luoghi pubblici che non sempre sono alla portata dei nostri bambini, ragazzi e adulti con disturbo dello spettro autistico, migliorando in tal modo attraverso l’informazione la loro qualità di vita»: così la Cooperativa Sociale campana Autismo e ABA aveva presentato la campagna di sensibilizzazione denominata “#Nonsolo2aprile”, nel cui àmbito è stata ora lanciata la prima edizione dell’omonimo concorso rivolto alle scuole
(continua…)

Arriva in Piemonte la Coppa del Mondo Paralimpica di Sci Alpino
Da mercoledì 15 a venerdì 17 saranno tre giornate di grande sport a Prato Nevoso, la località del Cuneese scelta dall’IPC, il Comitato Paralimpico Internazionale, attraverso la FISIP (Federazione Italiana Sport Invernali Paralimpici), per ospitare tre gare di Slalom Speciale di Coppa del Mondo Paralimpica di Sci Alpino cui parteciperanno numerosi atleti provenienti da diverse nazioni del mondo. Incaricata di organizzare l’unica tappa italiana della prestigiosa kermesse sportiva è l’Associazione locale DiscesaLiberi
(continua…)

Invariate (e insufficienti) le risorse per la vita indipendente in Toscana
«Ormai da cinque anni, la Regione Toscana non aumenta le risorse finanziarie per la vita indipendente delle persone con disabilità gravi, ferme a 9 milioni di euro all’anno»: a denunciarlo sono quelle stesse Associazioni della Toscana protagoniste in questi anni di una serie di iniziative e proteste organizzate per chiedere alla propria Regione un aumento delle risorse destinate alla vita indipendente delle persone con disabilità gravi
(continua…)

La persona con disabilità va rispettata nella sua complessità
«Questo nostro documento chiede solo il rispetto di una serie di diritti che hanno già la copertura economica per essere garantiti. Sono azioni necessarie per avvicinarci al concetto di vita normale come tutti. Richiedono una cosa fondamentale: che si parta sempre dalla persona con disabilità che non esprime solo i bisogni, ma anche le passioni, i desideri e il suo diritto di essere rispettata nella sua complessità»: si conclude così il documento presentato dalla Federazione FISH Calabria ai candidati alla Presidenza della propria Regione, in vista delle elezioni del 26 gennaio
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“Fuori dall’economia”

La sfida di liberarci dall’antropologia economicista è molto alta, investe nel profondo il sentire comune delle persone prima ancora che la teoria dell’economia politica. Si tratta di uscire dal modello di civilizzazione occidentale del mondo, fondato sull’ossessione della crescita. Una sfida difficile perfino da pensare, incastrati come siamo in una società dove l’esistenza dipende oramai (quasi) completamente dalla nostra “capacità economica”. “Uscire dalla logica economica, magari per gradi, – scrive Paolo Cacciari – significa imboccare una strada di liberazione e di emancipazione politica…”. Per intraprenderla abbiamo bisogno di mettere al centro cooperazione, solidarietà, mutualità, autogoverno delle comunità ma anche i legami di gratitudine, l’affetto, l’assistenza reciproca

Napoli, vita quotidiana. Nella didascalia che accompagna la foto, l’autore, Ferdinando Kaiser, richiama una citazione di Johann Wolfgang Goethe: “Trovo nel popolo napoletano la più vivace e geniale industria, non per diventare ricchi, ma per vivere senza preoccupazioni”
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Il titolo dell’incontro (Felicità ai tempi della fine della crescita, promosso nell’ex Asilo Filangeri di Napoli)* ci suggerisce un movimento di uscita secca dal paradigma economico (vero dominatore della modernità, assieme a una sua parente stretta: la tecnologia) verso qualcos’altro, che rimane tuttavia ancora difficile da intuire e da immaginare.

Infatti, se l’economa è diventata “il tutto” (il fine e il mezzo della cooperazione sociale), se l’economicismo ha invaso ogni spazio del pensiero e dell’azione umana, così come l’economia politica ha fagocitato l’intera politica, allora la dimensione non-economica, ultaeconomica, l’aneconomico (per dirla con Derrida), è difficile persino da concepire, crea sgomento, come quando ci troviamo di fronte al vuoto e all’ignoto.

Per questo motivo “tattico” a molti oppositori del sistema economico dominante sembra più facile proporre la strada della “risignificazione” del campo semantico dell’economia, aggettivandolo, emendandolo e qualificandolo, piuttosto che abolire il sistema economico nella sua interezza. Fuoriuscire dal giogo dell’economa, come scrive Anselm Jappe, Uscire dall’economia. L’idea prevalente nei movimenti alternativi (anche in quelli più trasformativi, che sostengono che “un altro mondo è possibile”) è quella di far uscire la società da un determinato sistema economico (variamente qualificato come: liberista, capitalista, estrattivista, mercantile, statalista, patriarcale, etno e antropocentrico…) per farla entrare in un altro sistema economico (in una una nuova economia de-economicizzata, se così si può dire) che sia più socialmente connotato, più sostenibile, equilibrato, equo, inclusivo, capace di prendersi cura delle vite di tutte le persone (umane e non umane) presenti e future sulla faccia della Terra.

La tesi radicale che sostiene Serge Latouche nei suoi lavori più problematici e impegnativi di storia del pensiero economico, in particolare in: L’invenzione dell’economia, [Bollati e Boringhieri (2005) 201] è che non sia possibile uscire dalla crisi sistemica epocale della civiltà contemporanea senza mettere sotto accusa in toto il suo fondamento pratico e teorico: l’economia nel suo insieme e nella sua essenza (leggi anche Uscire dall’economia, ndr).

Non è facile entrare in questo ordine di idee, poiché siamo abituati a pensare all’economia come qualche cosa di indispensabile a soddisfare i bisogni fondamentali di ogni persona. Non è facile riuscire a immaginare una società che possa pensarsi libera dalla necessità di strutturarsi in funzione delle proprie esigenze di sussistenza e riproduzione, cioè principalmente materiali, se accettiamo una definizione ampia e generica di economia come “le attività e i mezzi volti a soddisfare i bisogni umani” (Ina Praetorius, L’economia è cura. La riscoperta dell’ovvio, IOD Edizioni, 2016). Anche Latouche ammette che sono sempre esistite pratiche economiche concrete, “sostanziali” (come le definiva Polanyi. Un filone ripreso e aggiornato recentemente dagli economisti che parlano di “Economia fondamentale”, in quanto “necessaria alla vita quotidiana”) volte alla sopravvivenza, alla produzione del “pasto quotidiano” e a soddisfare la “necessità naturale” di “fuggire in primo luogo il più grande dei mali che sono in natura: la morte” (Hobbes). Tant’è che persino nelle società animali – scrive con una punta di ironica polemica Latouche – potremmo individuare dei comportamenti “economici”, cioè utilitaristici.

Non è quindi questa l’economia (informale, consustanziale alla vita) da cui Latouche intende “uscire senza mezzi termini”. In realtà il campo semantico dell’economia (nell’immaginario sociale e nella realtà) è molto più complesso: investe tutte quelle attività che interagiscono con l’ambiente, che sono utili a fornire i mezzi materiali e i flussi di beni che permettono la riproduzione della società: produzione, circolazione, distribuzione, ripartizione, consumo … di beni e servizi, materiali e immateriali, fisici e simbolici.

Latouche vuole mettere sotto critica, demitizzare e decostruire il lungo processo (incominciando dalla Grecia antica, e sicuramente prima ancora) di invenzione di un ordine sociale all’intero del quale l’azione economica si separa progressivamente dalle altre condotte umane (religiose, familiari, amicali, comunitarie, conviviali, ludiche…), si autonomizza dalle altre forme di pensiero (si emancipa dalla filosofia morale), si dà un proprio statuto di presunta scientificità (al pari delle “scienze dure”, che studiano i fenomeni naturali), autodefinisce la propria essenza “naturale” e “universale” (indipendente dalla storia, dalle culture, dalle tradizioni specifiche dei popoli), crea le sue istituzioni (moneta, commercio, mercato, proprietà, lavoro retribuito…), elabora i presupposti ideologici su cui plasmare un idealtipo umano omogeneo: l’homo oeconomicus. Quella visione economica del mondo che conduce all’affermazione dell’individualismo ontologico e metodologico, del soggetto autonomo, sovrano, “animale desiderante” alla ricerca del piacere, della ricchezza, del potere esclusivo – per risalire ad Aristotele. Un processo alla fine del quale, l’economia trionfa, sia come pratica concreta che come teoria attraverso una successione di strappi e di accelerazioni impressionanti (legati soprattutto alle continue rivoluzioni tecnologiche generate dalle “sperimentazioni” in campo militare) e giunge a invadere tutto lo spazio sociale, a condizionare le relazioni interpersonali (a partire da quelle lavorative), riuscendo a imporre le sue logiche regolative, la sua morale, la sua etica utilitaristica, produttivistica, proprietaria. Con le conseguenze che ben abbiamo imparato a conoscere: predazione delle risorse naturali e distruzione della biosfera, sfibramento dei legami sociali solidali, diseguaglianze e ingiustizie, istupidimento, competitività, aggressività e violenza … L’homo oeconomicus è in realtà più lupus che sapiens (Thomas Hobbes va preso tragicamente sul serio).

Viviamo oramai in una società interamente “economicizzata”, dominata dalla ragione e dalla logica economica. Una società paneconomica. Una società di mercato capace di misurare, prezzare e mercificare ogni cosa e ogni relazione. L’economia è diventata la regina incontrastata delle scienze sociali. Il suo linguaggio calcolatore (crediti e debiti, costi e benefici, dare e avere …) è diventato universale, esclusivo. Altri tipi di valutazione delle cose e delle azioni che non siano monetari sono relegati in ambiti privati, non influenti sul piano politico.

In questa situazione facciamo quindi già molta difficoltà a ipotizzare l’esistenza anche solo di forme di economie “altre”, diverse dall’iperliberismo turbocapitalista. Figurarsi se riusciamo a immaginare un mondo non-economico, una società aneconomica. Capace, cioè, di soddisfare i propri bisogni senza ricorrere alle leggi auree dell’economia (domanda e offerta, plusvalore e investimenti, capitale e lavoro, rendite e salari, ecc.).

La sfida di Latouche (liberarci dall’antropologia economicista), quindi, è molto alta, investe nel profondo il sentire comune delle persone prima ancora che la teoria dell’economia politica. Tuttavia – egli afferma – è una battaglia ideale, culturale e pratica indispensabile da ingaggiare se vogliamo davvero uscire dal modello di civilizzazione occidentalizzante del mondo.

Non basta infatti dare all’economia “una colorazione verde o di socialità ed equità, immettendo dosi più o meno forti di regolazione statale o di ibridazione con la logica del dono e della solidarietà.” (p. XI). Bisogna andare a scalfire l’essenza del pensiero economico che è riduzionista, funzionalista, utilitarista, antropocentrica. E, aggiungo io, androcentrica e specista.

In questa opera di disvelamento dell’essenza dell’economia Marx e il marxismo non ci sono di grande aiuto poiché anch’essi “adottano il paradigma dell’uomo padrone e dominatore della natura”, mentre il socialismo “si accontenta di abolire la società borghese per consegnarla ai lavoratori” (p.71). Non basta socializzare i mezzi di produzione per uscire dall’angusto dominio dell’economico, Né distribuire in modo più equo i dividendi sociali, “a valle”.

Anche le affannose ricerche, oggi molto alla moda, di formule che promettono di rendere compatibili i business con l’ambiente e l’equità sociale (Environmental Social Governance, Corporate Social Responsability, Sustainable and Responsible Investment, Impact Investing, ecc.) appaiono del tutto inadeguate rispetto alla crisi sistemica, epocale in corso. Al massimo, le più avanzate e “innovative” proposte di riforma delle politiche economiche oggi sul tappeto (quando non sono palesemente delle truffe, Fake Sustainability) chiedono di regolare e responsabilizzare gli attori economici (il sistema delle imprese e della finanza) per riuscire a mitigare gli effetti più devastanti che i loro comportamenti causano alla biosfera, alle comunità umane e ai singoli individui. Si limitano a ipotizzare nuovi “modelli di sviluppo” (cioè di espansione della sfera economica), nuovi sistemi di business e di governance “multi fattoriali”, capaci di introiettare nei loro bilanci non solamente gli interessi degli azionisti, ma anche quelli degli abitanti della Terra. Tuttavia il traguardo della Triple Botton Line, che contempla Profit, People and Planet, si allontana sempre di più (vedi il Rapporto dell’European Environmental Bureau, Decoupling Debunked. Evidence and arguments against green growth as a sole strategy for sustainability). Così l’economia si fa un po’ più “civile”, un po’ più “green”, più “bio”, un po’ meno sprecona e più “circolare”, più “inclusiva”, “condivisa” e “solidale”, persino più “umana”… Ma resta saldamente “economia”! Cioè, ancora ancorata ai parametri della ricerca della massima produttività dei fattori impiegati, del massimo rendimento dei capitali investiti… insomma dalla crescita! (Intesa come volume del valore monetario delle merci prodotte e scambiate, cioè del Pil). Questa è la legge ferrea non solo del capitalismo, ma dell’economia in quanto tale. Ci dice Latouche e, prima di lui, André Gorz, Claudio Napoleoni, Giorgio Ruffolo e altri ancora: l’economia è il campo dove si coltiva la crescita. Ed oggi (nell’Antropocene) l’umanità ha bisogno di tutto fuorché di crescere.

Tuttavia, per riuscire a comprendere il successo di questo modello di civiltà fondato sulla crescita economica (e cercare di trovare il modo in cui poterlo sconfiggere) ci dobbiamo chiedere quali sono le ragioni dell’avvento della teologia della crescita, della divinizzazione del denaro, del feticismo delle merci. Ritengo, molto banalmente, che ciò derivi dal fatto che per una parte non piccola delle popolazioni delle nazioni che per prime hanno imboccato la via della seconda rivoluzione industriale (fordista-keynesiana) la crescita economica ha coinciso con un aumento delle dotazioni materiali, un maggiore autonomia economica, un allargamento delle libertà civili e persino un senso di riscatto e di appagamento. La fortuna dell’egemonia culturale che ancora oggi esercita la American way of life resiste a dispetto della decadenza dell’impero che l’ha concepita.

Non riusciamo, quindi, ad immaginare un sistema di vita diverso. Ha detto un saggio: “È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo” (Frase di difficile attribuzione, tra Slavoj Žižek e Fredric Jameson). Figuriamoci la fine dell’economia.

Siamo infatti rimasti incastrati in una società dove la nostra esistenza dipende oramai (quasi) completamente dalla nostra “capacità economica”, dalla solvibilità sul mercato, dalla disponibilità monetaria, dall’accesso al credito. Senza denaro non riusciamo a soddisfare le necessità più elementari. Tutto è a pagamento. Dall’accudimento dei bambini alle cure degli anziani, dal cibo alle medicine, dall’abitazione alla mobilità. Senza denaro ci sono solo le mense della Caritas! E i modi per procurarsi del denaro non sono molti: mettersi sul mercato e rendersi disponibili a qualsiasi tipo di prestazioni in cambio di compensi.

Le nostre società “tardomoderne” sono entrate in un circuito paradossale: per salvare la Terra (conversione ecologica, mitigazione, adattamento…) e per arrivare anche alla fine del mese (parafrasando lo slogan dei gilet gialli) servono più soldi, più investimenti, più lavoro retribuito, più occupazione. Per avere le risorse necessarie a riconvertire le produzioni energetiche e ridurre le povertà è stato calcolato che il Pil dovrebbe crescere di 3 o 4 punti all’anno. La politica viene quindi chiamata a creare le condizioni (stimoli, incentivi, opportunità, infrastrutture …) affinché si investano capitali, si produca e si consumi sempre di più. Dimenticando che le leggi ferree dell’economia ci hanno insegnato che per fare più utili serve abbattere i costi dei fattori di produzione a iniziare dalla terra e dal lavoro, dal prelievo delle risorse naturali e dal costo del lavoro degli esseri umani. Il cane finisce così per mordersi la coda. Tra crescita e sostenibilità – nel cotesto economico – si instaura un “doppio legame” schizoide. È impossibile ottenere ambedue le cose. Ogni punto di Pil – calcolava anni fa Giorgio Nebbia – si porta con sé 893 milioni di tonnellate di materia estratta dalla natura. La fisiologia dell’economia dei soldi è diversa da quella del’economia della natura, se così possiamo chiamare i complessi cicli bio-geo-chimici che regolano e rigenerano la vita sulla Terra. Possiamo immaginare di “efficientare” i cicli produttivi, i trasporti, le abitazioni… ma è impossibile ipotizzare alla “angelizzazione del Pil” (la battuta è di Herman Daly, l’autore di Beyond Growth), cioè ad una completa de-materializzazione delle merci. Per sperare di contenere le emissioni di gas climalteranti, ad esempio, è stato calcolato che i paesi ricchi dovrebbero diminuire i loro consumi di circa il 6 per cento ogni anno. L’antropologo Jason Hickel (The Divide. Guida per risolvere la disuguaglianza globale, il Saggiatore, 2018) ha scritto che una strategia di ridimensionamento dei consumi di tale portata si può trasformare in un collasso socio-economico se ogni paese non adotta una politica di decrescita. Cioè una politica di riduzione mirata, programmata, condivisa delle attività antropiche.

I libri di Latouche e di molti altri economisti non ortodossi, ci spiegano che il libero mercato non è mai esistito. Che la competizione tra gli agenti economici non si compone in nessuno spontaneo equilibrio. Che gli interessi egoisti dei singoli individui non generano alcun bene comune. Che la “mano invisibile” è in realtà manovrata dal braccio di ferro del mostro Leviatano. Che il benessere conta, ma conta anche come lo si raggiunge e a quale prezzo. Che l’economia non è affatto la regola di vita generale razionale, logica, imparziale, asettica, “scientifica” a cui ogni essere umano è tenuto a conformarsi per raggiungere l’armonia e la felicità di tutti. Ma è solo uno dei tanti campi di battaglia (oltre a quelli giuridico, medico, urbanistico, artistico, politico …) dove si confrontano visioni del mondo, sistemi di valori, interessi e rapporti di forza contrastanti.

L’economicizzazione della società (resa possibile grazie alla ideologizzazione dell’economa politica) è stata funzionale agli interessi dei ceti sociali dominati. L’economia è stata forse la principale arma che ha consentito di perpetuare il potere delle classi dei possidenti e di subordinare le altre.

Uscire dalla logica economica – magari per gradi – significa quindi imboccare una strada di liberazione e di emancipazione politica. Oltre che di riparazione del buon funzionamento della biosfera. Per incominciare a intraprendere questa strada occorre però riuscire a sostituire all’utilitarismo produttivista e consumistico altri parametri di riferimento, altri paradigmi antropologici, altri valori ideali, quali: la cooperazione, la solidarietà, la reciprocità, la mutualità… attraverso l’empatia. Oltre alla “economia della natura” va messa in campo l’“economia dei sentimenti”, rivalutando il libro dimenticato di Adam Smith (Teoria dei sentimenti morali), li dove scriveva che “una società è fiorente e felice” quanto più stretti sono i vicoli dell’affetto, i legami di gratitudine, l’assistenza e l’amore reciproci e disinteressati.

Non so se in una società del genere potremo ancora chiamare “economiche” le azioni e le politiche volte agli obiettivi della riduzione degli impatti ambientali, della diminuzione delle diseguaglianze sociali, della cura delle relazioni umane, dell’aumento delle capacità di autogoverno delle comunità locali, della realizzazione delle persone. O se dovremmo chiamarle semplicemente attività di cura di sé, degli altri, del mondo. Come ha scritto Ina Praetorius: “forme di esistenza tra cura, arte ed ecologia”.

di Paolo Cacciari

12 Gennaio 2020

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*Questo testo è stato preparato per un intervento all’incontro del 10 e 11 gennaio 2020 “Felicità ai tempi della fine della crescita“, promosso all’ex Asilo Filangeri di Napoli all’interno del laboratorio di studi “Ecologie politiche del presente”

https://comune-info.net/fuori-dalleconomia/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=fuori-dall-economia_72

 

A Milano il 14 gennaio, presentazione libro “Uno spicchio di cielo dietro le sbarre”

Presentazione libro “Uno spicchio di cielo dietro le sbarre”
di Claudio Pozzi, edito dal Centro Gandhi di Pisa

Martedi 14 gennaio 2020 c/o LOC, via Mario Pichi 1 – Milano

Claudio Pozzi, introdotto da Massimo Aliprandini (Lega Obiettori di Coscienza) e Alfonso Navarra (LOC), con gli interventi di Rocco Altieri e Giuseppe Bruzzone, presenta il suo diario dal carcere, quando, allora 24enne, nel 1972 fu rinchiuso a Gaeta per oltre cinque mesi, avendo rifiutato di fare il servizio militare.
Claudio faceva parte di quell’onda di giovani coraggiosi, autenticamente “ribelli” alle logiche del potere militarista, che, facendosi incarcerare, permisero nello stesso 1972, il 15 dicembre, di approvare la legge sul diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare che istituì il servizio civile alternativo.
I nuovi movimenti giovanili potrebbero trarre ispirazione da quella stagione di lotta anche per riproporre il rapporto tra i temi dell’ecologia e della democrazia e il tema della pace e della nonviolenza, che sembra diventato per movimenti e partiti politici odierni un tabù di cui non si può parlare.

 

“Il governo di Londra impedisce il ricongiungimento dei minorenni rifugiati con le loro famiglie”

COMUNICATO STAMPA

AMNESTY INTERNATIONAL, SAVE THE CHILDREN E IL CONSIGLIO DEI RIFUGIATI DENUNCIANO IL GOVERNO DI LONDRA: IMPEDISCE IL RICONGIUNGIMENTO DEI MINORENNI RIFUGIATI CON LE LORO FAMIGLIE

Tre organizzazioni non governative britanniche (Amnesty International, Save the children e il Consiglio dei rifugiati) hanno accusato il governo di Londra di impedire “volutamente e in modo distruttivo” i ricongiungimenti dei minorenni rifugiati con le loro famiglie.

In un rapporto di 38 pagine intitolato “Senza la mia famiglia”, le tre Ong denunciano che la normativa britannica sui ricongiungimenti familiari è in contrasto con la legislazione nazionale e viola profondamente il diritto internazionale, causando danni irrimediabili ai minorenni rifugiati che si trovano nel Regno Unito.

Le norme vigenti prevedono che i rifugiati maggiorenni che desiderano ricostruire le loro vite nel Regno Unito possano sponsorizzare il ricongiungimento con i familiari stretti. Ciò non vale per i bambini rifugiati. Il Regno Unito è l’unico stato europeo che impedisce ai minorenni rifugiati di sponsorizzare il ricongiungimento coi loro familiari.

Il rapporto, realizzato attraverso una serie di interviste con persone di età compresa tra 15 e 25 anni, tutte arrivate nel Regno Unito quando avevano meno di 18 anni, elenca gli effetti devastanti della separazione tra i minori rifugiati e le loro famiglie: ansia permanente, timore per i propri familiari rimasti nel paese di origine e, in alcuni casi, gravi disturbi mentali.

Habib*, che ora ha 17 anni, è fuggito dal Sudan dove era stato imprigionato e torturato all’età di 15 anni. Ha raggiunto la Libia, lasciandosi alle spalle la madre e i fratelli minori. In Libia ha subito trattamenti così duri da avere ancora dei dolorosi flashback. Alla fine ha trovato salvezza nel Regno Unito ma è ancora separato dalla sua famiglia:

“Non li vedo ormai da quasi tre anni. È tanto tempo, mi manca mia madre. Qui è davvero dura, non è una cosa che puoi dimenticare. Puoi cercare di nasconderla, ma non puoi dimenticare. Vivere senza la tua famiglia è come avere un corpo privo di anima”.

Rifat*, che ora ha 17 anni, ricorda che i suoi genitori gli dicevano che sarebbero rimasti sempre insieme nel loro paese, la Siria:

“Poi [quelli dell’esercito] hanno bussato alla porta di casa e mi hanno detto che dovevo unirmi a loro per combattere. Era da un mese che mi stavo nascondendo a casa. Mio padre mi ha informato che erano venuti a prendere anche il figlio dei nostri vicini, che aveva 15 anni come me. Allora sono scappato. I miei non volevano ma l’ho fatto per la mia vita. [Le forze armate] prendevano tutti i ragazzi…”.

Gli operatori sociali e gli altri professionisti che seguono i minori rifugiati senza famiglia hanno espresso tutto il loro disagio sottolineando quanto la famiglia abbia un ruolo cruciale nel benessere dei minori e nella fase dello sviluppo dell’identità, dell’istruzione e dell’integrazione sociale. I minori rifugiati sono soggetti a ripetuti eventi traumatici, che si aggiungono allo stress del vivere soli e lontano dal proprio paese.

Diana, operatrice sociale, segue Hemin*, ora 16enne, fuggito dall’Iraq:
“È un bambino di guerra, ha continui tremori. In passato, quando tremava, la mamma si metteva a dormire accanto a lui. Quando mi parla della madre, mi dice sempre che sono i piccoli gesti a fare le grandi cose”.

Il rapporto evidenzia anche le costanti critiche mosse al governo di Londra da alti rappresentanti della magistratura, da commissioni parlamentari e dal Comitato per i diritti dell’infanzia.

Sebbene nel 2018 un’ampia maggioranza trasversale di parlamentari avesse approvato una mozione per cambiare la normativa, il governo ha continuato a bloccare e a rinviare l’iniziativa. Amnesty International, Save the children e il Consiglio dei rifugiati chiedono con urgenza che i minori rifugiati abbiano le stesse opportunità degli adulti di ricongiungersi coi loro familiari.

Il governo di Londra sostiene, senza portare alcuna prova al riguardo, che le riunificazioni familiari potrebbero incoraggiare le famiglie a inviare in Europa dei minori non accompagnati in modo da farne delle “àncore” per gli altri membri della famiglia.

Ulteriori informazioni
Nel 2019 il Regno Unito ha riconosciuto come rifugiati solo 1070 minori, meno di tre al giorno. Nel farlo, le autorità hanno riconosciuto che i richiedenti asilo erano fuggiti da conflitti, persecuzioni e altre violazioni dei diritti umani e che sarebbe stato insicuro rinviarli nei paesi da cui erano scappati. Eppure, esse impediscono a questi rifugiati di ricongiungersi ai loro genitori, ai loro fratelli e alle loro sorelle.

Amnesty International, Save the children e il Consiglio dei rifugiati, insieme alla coalizione “Famiglie insieme”, chiedono modifiche urgenti alla normativa sui ricongiungimenti familiari. In particolare:
– il diritto per i minori rifugiati di sponsorizzare l’arrivo dei loro familiari stretti in modo da ricostruire insieme le loro vite e integrarsi nelle nuove comunità di appartenenza;
– l’allargamento della definizione di “familiare” in modo che i rifugiati neo-maggiorenni e anziani possano vivere in sicurezza coi loro familiari nel Regno Unito;
– il ripristino dell’assistenza legale, in modo tale che i rifugiati che hanno perso tutto abbiano il sostegno necessario per affrontare il complicato percorso del ricongiungimento familiare.

Roma, 13 gennaio 2020

Il rapporto “Senza la mia famiglia” è online qui:
https://www.amnesty.org.uk/files/FAMILY%20REUNION/Without%20my%20family%20report/Without_my_family_report.pdf