L’amaro ricatto delle pensioni: flessibilità in cambio di tagli

Il 27 gennaio si è tenuto un incontro istituzionale tra sindacati, governo e INPS, primo di una serie di appuntamenti – già calendarizzati a febbraio e marzo – finalizzati ad elaborare una nuova riforma delle pensioni. Ad oggi, al netto di casi particolari come “Opzione donna”, le pensioni di inabilità e la residuale pensione di anzianità (riservata a coloro che, al 31 dicembre 2011, potevano far valere determinati requisiti anagrafici e contributivi), sono previste tre modalità di pensionamento per la maggior parte dei lavoratori dipendenti: quota 100, la pensione di vecchiaia e la cosiddetta pensione anticipata.

  • Con ‘Quota 100′, in via sperimentale fino alla fine del 2021, è possibile accedere al pensionamento con almeno 62 anni di età e 38 di contributi.
  • Quanto alla pensione di vecchiaia, è necessario distinguere tra chi aveva già anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 e chi ha iniziato a versare i contributi dopo tale data. Quanto ai primi, essi possono accedere alla pensione di vecchiaia se hanno almeno 67 anni di età (da adeguare agli incrementi della speranza di vita) e 20 di contributi. Quanto ai secondi, essi, oltre ai requisiti che abbiamo appena elencato, devono aver maturato un montante contributivo tale da far sì che l’importo della prima rata di pensione sia non inferiore a circa 687 euro (pari all’assegno sociale moltiplicato per 1,5). Infine, sempre per quel che riguarda i lavoratori dipendenti che hanno iniziato a versare a decorrere dal 1° gennaio 1996, è possibile andare in pensione con 70 anni di età e con almeno 5 anni di contribuzione effettiva (al netto, cioè, dei contributi figurativi, quelli non derivanti da attività lavorativa).
    • Per quel che riguarda la pensione anticipata, tutti i lavoratori possono accedervi con un requisito contributivo di 42 anni e 10 mesi, se uomini, e 41 anni e 10 mesi, se donne. Inoltre, i lavoratori che hanno versato il loro primo contributo dopo il 1° gennaio 1996 (e che prima avevano zero contributi), possono accedere alla pensione anticipata con 64 anni di età (da adeguare, a decorrere dal 2021, agli incrementi della speranza di vita) e 20 di contribuzione effettiva, a patto che la prima rata di pensione sia pari, almeno, a 1.282,37 euro (assegno sociale moltiplicato per 2,8).

    Il tavolo sindacati-governo-INPS è stato aperto a seguito del lancio di una proposta da parte dei sindacati confederali, volta a superare la rigidità dei criteri di accesso anagrafico alla pensione che verranno automaticamente ripristinati con l’esaurirsi dell’opzione ‘Quota 100’.

    Quota 100, la misura voluta dal governo Lega-5stelle, terminerà infatti nel 2021. Dal 2022, dunque, sic rebus stantibus, tornerebbe l’età pensionabile – necessaria per avere diritto alla pensione di vecchiaia – fissata dalla legge Fornero a 67 anni (e 20 anni di contributi) e destinata lentamente ad aumentare in modo automatico oltre quella soglia nel caso di aumenti della speranza di vita (Legge Sacconi-Tremonti del 2010). Dal 2022, quindi, si verificherebbe uno scalone eclatante di ben 5 anni che riporterebbe l’età minima di pensionamento a 67 anni, abolendo la possibilità di accedervi prima a 62 anni con 38 di contributi, ferma restando la possibilità di accedere alla pensione cosiddetta ‘anticipata’, subordinata al versamento dei contributi nella misura che abbiamo specificato sopra.

    La proposta dei sindacati per scongiurare detto scalone è di fissare la pensione di vecchiaia a 62 anni con 20 anni di contributi e ripristinare la pensione di anzianità a 41 anni per tutti come misure strutturali. Di per sé il provvedimento garantirebbe senza dubbio una permanente maggior flessibilità in uscita, non limitata a periodi sperimentali come accaduto con ‘Quota 100’; si tratterebbe di una misura ben più robusta di Quota 100 anche nel contenuto in quanto l’uscita a 62 anni non sarebbe subordinata ad una lunga carriera di versamenti (i 38 anni della misura voluta da Lega e 5stelle), ma ai canonici 20 anni previsti ad oggi per il normale accesso alla pensione di vecchiaia a 67 anni.

    Da parte del governo non è giunta una posizione ufficiale unitaria, ma si sono rincorse numerose voci ufficiose di una controproposta che consisterebbe nel fissare l’età pensionabile di vecchiaia a 62 o 64 anni, da accompagnare però con il pieno ricalcolo contributivo delle pensioni ad oggi ancora pagate in parte con il sistema retributivo. Cosa significa ricalcolo contributivo? Procediamo per gradi.

    Ricordiamo anzitutto che ad oggi sono ancora in vigore tre sistemi di calcolo della pensione:

    • Contributivo: per chi ha iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995 (anno di varo della Legge Dini). Il computo contributivo prevede che la pensione sia calcolata sulla base dei contributi versati, trasformati in rendita pensionistica spalmata sugli anni di vita media attesi stimati al momento della pensione.
    • Retributivo: per chi aveva maturato almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, calcolo retributivo fino al 31 dicembre 2011 e poi, in base alla legge Fornero, contributivo per gli anni successivi. Il computo retributivo prevede che la pensione sia calcolata come percentuale dello stipendio indipendentemente dai contributi versati fissando dei tassi di sostituzione (rapporto tra ultimo salario e pensione) ritenuti socialmente adeguati.
    • Misto, ossia retributivo fino al 31 dicembre 1995 e poi contributivo, per chi al 31 dicembre 1995 già lavorava ma non aveva ancora maturato 18 anni di contributi.

    Evidentemente tra pochi anni le pensioni con computo retributivo fino al 2011 andranno gradualmente a scadenza e tra una ventina d’anni anche il sistema misto tenderà ad esaurirsi per il progredire dell’età delle coorti anagrafiche interessate. Per almeno vent’anni, tuttavia, milioni di persone avranno ancora diritto ad un calcolo della pensione almeno parzialmente retributivo.

    Il calcolo retributivo è più generoso del contributivo e la differenza tra i due sistemi di computo tende a ingigantirsi in caso di carriere precarie, discontinue e lunghi periodo di disoccupazione non coperti da versamenti contributivi. La riforma Dini del 1995, che introdusse il computo contributivo, precedette di un solo anno la Riforma Treu del mercato del lavoro (1996), che segnò la trasformazione del diritto del lavoro italiano dando la stura alla proliferazione del precariato tramite la creazione di nuove tipologie contrattuali che andavano a marginalizzare il contratto a tempo indeterminato e tutti i diritti e le garanzie ad esso legati.

    Nel contesto del mercato del lavoro attuale, plasmato tra gli anni ’90 e 2000 e aggravato dall’aumento della disoccupazione, una pensione calcolata con il metodo contributivo integrale produrrà tassi di sostituzione molto bassi, una volta che il sistema entrerà pienamente a regime. La tabella che segue mostra con evidenza il crollo dei tassi di sostituzione previsti nel corso dei prossimi anni rispetto alla situazione attuale e a quella di soli pochi anni fa.

    Fonte: Ragioneria dello Stato.

    La proposta di ricalcolo dell’assegno contributivo, da estendere anche a chi avrebbe ancora diritto al computo retributivo o misto, significherebbe un taglio molto significativo della pensione, tanto più forte quanto più pesa la quota parte di carriera computata con il calcolo retributivo. Si stima che i tagli potrebbero arrivare fino al 30% della pensione attesa. Un ricatto in piena regola, dove al lavoratore viene prospettata la scelta tra la Scilla di dover continuare a lavorare fino allo stremo e la Cariddi di andare in pensione prima, ma con un assegno mensile fortemente penalizzante.

    Va ricordato che, vigente un sistema contributivo, un anticipo dell’età pensionabile a 62, 64 o a qualsiasi altra età già di per sé comporta un taglio dell’assegno rispetto al livello raggiungibile con i 67 anni. Taglio dovuto al minor versamento di contributi e al maggior numero di anni di vita media attesa su cui spalmare il montante contributivo versato. Questo è il motivo, ad esempio, per cui l’anticipo pensionistico reso possibile da quota 100 causa una caduta della pensione da calcolare sulla quota parte contributiva compreso tra il 5% e il 21% del valore che la pensione avrebbe con l’accesso a 67 anni.

    Con il ricalcolo esteso all’intera carriera, quindi, quel 20-30% di taglio ulteriore si andrebbe a sommare al taglio di base già implicito nella riduzione dei contributi versati e dei maggiori anni di vita attesi. Sarebbe cioè un taglio rispetto a quanto il pensionato otterrebbe anticipando l’età di uscita dal lavoro senza la penalizzazione del ricalcolo della quota retributiva.

    Dalle file del Partito Democratico è emersa esplicitamente la proposta di Tommaso Nannicini, che prevedrebbe per l’appunto l’accesso alla pensione con 64 anni di età e 20 di contributi, con il ricalcolo contributivo integrale dell’assegno. Il presidente dell’INPS Tridico, similmente, si è espresso positivamente sulla possibilità di un’uscita flessibile anche a 62 anni, purché avvenga con il ricalcolo contributivo.

    Insomma, la linea sembra quella di voler concedere qualcosa sull’età pensionabile per evitare il disastro sociale dello scalone dal 2022, a patto di accettare la scure dei tagli sulle pensioni. Una riforma priva di costi dunque, l’unica accettabile nel contesto dell’austerità che impone, dentro la dimensione delle risorse scarse, il triste scambio tra diritti sociali artificiosamente escludibili. E così, a dispetto delle rassicurazioni dei sindacati, la proposta messa in campo sembra estremamente fragile nella sua tenuta, rischiando di divenire oggetto di uno scambio a costo zero per le finanze pubbliche, ma con un costo molto elevato per le tasche dei pensionati.

    Prive di logica e maldestre, d’altro canto, appaiono le critiche dei più liberisti tra i liberisti, rivolte all’‘innocua’ controproposta governativa. Ci ha pensato Elsa Fornero a bacchettare governo e presidente dell’INPS, asserendo che la flessibilità in uscita con il ricalcolo porterebbe ad un aumento dei pensionati poveri, motivo che dovrebbe sconsigliare il governo dall’applicarla. Con un’argomentazione al limite tra l’ovvio, il paternalista e il sibillino, l’obiettivo è quello di buttar via il bambino (la maggior flessibilità) con l’acqua sporca (il ricalcolo contributivo), dando per scontato che la soluzione senza ricalcolo proposta dai sindacati sia semplicemente irricevibile in quanto onerosa per le finanze pubbliche.

    Al contrario è del tutto evidente, invece, che una qualche forma di flessibilità in uscita, tanto più in un sistema contributivo, è non solo sacrosanta, ma persino ovvia visto che anticipando il momento della pensione si rinuncia già a priori ad un bel gruzzolo di soldi in cambio di tempo. Ed in questo appare del tutto deleteria l’idea, appoggiata dal governo e dall’Inps, di voler provocare fin da subito il drammatico ridimensionamento della pensione che il sistema contributivo comporterà inevitabilmente a regime. Del resto, è proprio qui tutta la debolezza intrinseca della stessa proposta dei sindacati.

    Oltre ad essere fragile nella sua tenuta ed esposta al ricatto del ricalcolo, oltre ad essere molto moderata nei termini quantitativi (si chiede l’accesso a 41 anni per anzianità a fronte dei 42 e 10 mesi attuali), la proposta è soprattutto monca nei contenuti generali. Una proposta che non entra in alcun modo nel merito del vero nodo (il più grande e problematico) posto dal sistema previdenziale italiano: la gravissima inadeguatezza delle pensioni.

    Con il contributivo a regime tra qualche anno, un accesso alla pensione ad un’età più bassa corrisponderà automaticamente ad un taglio della prestazione pensionistica così forte che pochi potranno permettersi di andare in pensione ad un’età ragionevole. Si pone allora in maniera non procrastinabile, anche come conseguenza dell’importanza della flessibilità dell’età di uscita, l’urgenza di un innalzamento del livello delle pensioni a partire da quelle più basse, in un paese dove un pensionato su tre percepisce una pensione inferiore ai 1000 euro al mese. Un innalzamento attuabile in diversi modi e tramite vari canali. Da un lato agendo sul mercato del lavoro abbattendo disoccupazione e precarietà (e quindi elevando il montante contributivo); dall’altro, dove necessario, ricavando risorse in deficit e/o sottraendole maggiormente a chi ha di più, ad esempio attraverso l’abolizione delle agevolazioni fornite alle aziende con le varie politiche di decontribuzioni accordate negli ultimi anni e/o attraverso un possibile ricorso alla fiscalità generale, in un contesto di rafforzamento della progressività dei tributi.

    Solo ponendo urgentemente il tema dell’entità della pensione è possibile affrontare con coerenza e con effetti di lungo periodo il tema importantissimo della maggior flessibilità dei requisiti anagrafici.

    Coniare Rivolta è un collettivo di economisti

    https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-lamaro_ricatto_delle_pensioni_flessibilit_in_cambio_di_tagli/82_32949/

Le fake news su Aleppo del documentario “Alla mia piccola Sama”

E se i nazisti avessero realizzato un film strappalacrime sui campi di sterminio? Ovviamente, sapendo chi lo ha prodotto, ci sarebbe da indignarsi.

E allora, parliamo di “For Sama” (titolo in Italiano: “Alla mia piccola Sama”): nomination agli Oscar,  già idolatrato da Repubblica e in programmazione nelle sale italiane per il 13 febbraio. Un “film-documentario” strappalacrine, prodotto da Hamza al-Kateab che racconta l’odissea di una donna di Aleppo che, nel 2016, dopo la “distruzione dell’ospedale  Al Quds, ad Aleppo, ad opera dell’aviazione russa”, non sa dove partorire la sua bambina.

Peccato che l’ospedale Al Quds – con buona pace di ONG come Medicin sans frontieres – non sia mai stato distrutto, essendo il “celebre” edificio ridotto in macerie spacciato come “ospedale” (vedi la foto diffusa in ogni dove da Medicin sans frontieres) null’altro che un deposito, anche di munizioni, di Jabhat al Nusra (filiale siriana di Al Qaeda).

E a proposito di Jihadisti, assolutamente nulla ci racconta “For Sama” sull’inferno al quale avevano condannato la popolazione di Aleppo est; un inferno – costellato da episodi raccapriccianti, come il camion-bomba all’ospedale di Al Kindi, la pubblica decapitazione di un ragazzino, il lancio dal tetto degli impiegati di un ufficio postale …. E nulla ci racconta sulla sorte dei civili che vivevano nella parte occidentale di Aleppo, controllata dal governo, sottoposta a tiri dei cecchini e continui lanci di mortai e missili che hanno provocato migliaia di morti. Per saperlo, basterebbe andare a vedere le scene di giubilo della popolazione di Aleppo est dopo la liberazione da parte delle truppe siriane (che, per evitare un ennesimo bagno di sangue, avevano concesso un salvacondotto – garantito dalla Croce Rossa Internazionale – ai Jihadisti e ai loro familiari).

Si dirà “Ma, in fondo For Sama è solo una denuncia delle tante sofferenze prodotte dalla guerra.” Non è così. È molto peggio questo film realizzato da al-Kateab. Un rifugiato di lusso in Gran Bretagna e sulle cui frequentazioni è opportuno soffermarsi dando una occhiata a queste foto, diffuse dalla giornalista Eva Bartlett che documentano la vicinanza del produttore del film a efferati Jihadisti.

(A) al-Kateab, in smoking, riceve un ennesimo prestigioso premio
(B e C) al-Kateab in festosa compagnia con il suo amico Maayouf Abu Bahr
(D) Maayouf Abu Bahr, con i suoi compari dell’ISIS, stanno per decapitare il dodicenne Abdallah Issa

Commuoversi per la sorte toccata, nel 2016, alla mamma di Sama? Certamente legittimo, senza dimenticarsi che OGGI sopravvivono in Siria decine di migliaia di altre donne che non sanno dove andare a partorire in una terra straziata da una guerra imposta dall’Occidente e, soprattutto, da sanzioni imposte dall’Unione Europea, con il beneplacito del Governo italiano.

Andare a vedere “Alla mia piccola Sama” per arricchire gente come i coniugi al-Kateab? Questo è davvero inconcepibile.

Francesco Santoianni

(testo, in parte, ricavato dall’articolo A Beautiful but Deceptive Documentary: “For Sama” tradotto e pubblicato in Italiano su Oraprosira)

 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-le_fake_news_su_aleppo_del_documentario_alla_mia_piccola_sama_e_le_frequentazioni_del_produttoreprotagonista/6119_32944/

 

Ancora pochi giorni per tentare di fermare quel ritorno ai vecchi istituti

Superando.it

«Nei prossimi giorni la Commissione Consiliare competente esprimerà il proprio parere e subito dopo la Giunta approverà l’atto in via definitiva. Moltiplichiamo, dunque, gli sforzi e le sottoscrizioni alla petizione da noi lanciata, per premere su Giunta e Commissione e far cambiare una proposta profondamente sbagliata»: lo si legge in una nota del Gruppo Solidarietà, riguardante i nuovi requisiti di funzionamento dei servizi sociosanitari diurni e residenziali, proposti dalla Giunta Regionale delle Marche, ciò che viene ritenuto come «un inaccettabile ritorno ai vecchi istituti»
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Bene Sanremo per le persone sorde
«Sono molto soddisfatto che la RAI abbia deciso di garantire per tutte le cinque serate del Festival di Sanremo il servizio di sottotitolazione in diretta e, novità assoluta, l’interpretazione in LIS (Lingua dei Segni Italiana). È un bel passo avanti, in termini di accessibilità, per rendere il servizio pubblico radiotelevisivo realmente accessibile e far rispettare così i diritti di cittadinanza di tutte le persone sorde»: lo dichiara Giuseppe Petrucci, presidente dell’ENS (Ente Nazionale per la Protezione e l’Assistenza dei Sordi)
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Un disability manager incontra gli studenti delle scuole medie
Dapprima una parte teorica, con la presentazione delle varie disabilità e del tema dell’accessibilità, successivamente una prova pratica, in condizioni di “disabilità artificiale”, che permetterà ai giovani studenti di sperimentare cosa significhi la disabilità: consisteranno in questo i due incontri in altrettante scuole medie di Treviso, che il 10 e il 17 febbraio saranno condotti da Rodolfo Dalla Mora, disability manager del Comune di Treviso, dell’ULSS 2 Marca Trevigiana e dell’ORAS (Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione) di Motta di Livenza
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Salirò sul palco di Sanremo, per combattere la sclerosi multipla con la danza
«Sarà una grande fatica essere sul quel palco, perché la malattia sta progredendo, ma voglio essere lì, per mostrare che tutto è possibile se lo si vuole e che la mente non conosce disabilità. Quando ballo non mi sento malato, è il mio modo di “prendere a calci” la sclerosi multipla. Dopo che ho ballato sto bene di testa, anche se fisicamente sono dolorante, e se si sta bene di testa, si vince su tutto!»: lo dice Ivan Cottini, persona con la sclerosi multipla, che l’8 febbraio danzerà con la compagna di viaggio Bianca Maria Berardi, durante la serata finale del 70° Festival di Sanremo
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Per non trovarsi mai più in situazioni di criticità sui farmaci salvavita
Nel corso di un nuovo incontro di AICE (Associazione Italiana Contro l’Epilessia) e ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale) con i vertici dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), per tentare di risolvere le criticità riguardanti alcuni farmaci antiepilettici, l’AIFA stessa ha convenuto con le Associazioni l’opportunità di adottare misure per prevenire e affrontare ogni criticità riguardante farmaci salvavita, con la piena partecipazione dei rappresentanti delle persone con patologie croniche e invalidanti
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Il diritto di fare il bene
Il convegno “Dono, fraternità e bellezza. Il diritto di fare il bene. Pensieri in dialogo”, promosso per l’8 febbraio a Padova dalla Fondazione Zancan, avvierà un percorso finalizzato ad elaborare la “Carta dei Valori del Volontariato”, nell’àmbito di “Padova Capitale Europea del Volontariato 2020”. Coordinato dalla stessa Fondazione Zancan, tale percorso si comporrà di una serie di iniziative che produrranno documenti e sussidi culturali, volti a facilitare l’approfondimento dei contenuti e delle proposte, caratterizzate sul piano costituzionale, relazionale, etico, valoriale e spirituale
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Piergiorgio Maggiorotti, una vita contro ogni barriera e discriminazione
«Desideriamo ricordarti con profonda riconoscenza e immensa stima, per il grande contributo che hai dato alle battaglie prima per i diritti delle Persone con lesione al midollo spinale, poi per l’intero movimento delle Persone con disabilità, contro tutte le discriminazioni e contro ogni forma di barriera»: lo scrive Vincenzo Falabella, presidente delle Federazioni FAIP e FISH, parlando di Piergiorgio Maggiorotti, importante persona di riferimento per tutti coloro che si impegnano in favore dei diritti delle Persone con disabilità, già presidente della FISH Piemonte, scomparso ieri a Torino
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Ferm-Armi, a Vicenza l’8 febbraio per dire “No alla armi”

Vicenza ogni anno ospita Hit Show, la più grande fiera internazionale dedicata alle armi: ad oggi è l’unico evento di settore nell’Unione Europea che permette l’accesso indiscriminato a chiunque: bambini compresi. Read More “Ferm-Armi, a Vicenza l’8 febbraio per dire “No alla armi””