1.800 miliardi di dollari per spese militari, mentre avanza il coronavirus

Come dimostra la pandemia in corso, è urgente una politica di collaborazione multilaterale. Investire le cifre colossali destinate alle armi per rispondere alle sfide del XXI secolo. Il contributo dell’autore del libro di Città Nuova Terra di conquista (ambiente e risorse tra conflitti e alleanze) 2020.

I 1.800 miliardi di dollari in spese militari mondiali nel 2018, secondo l’ultimo rapporto del Sipri di Stoccolma ( Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace) , non sembrano costituire alcuna barriera contro la pandemia in corso, che anzi sta colpendo con progressiva violenza anche i Paesi più impegnati nel rafforzare i propri dispositivi militari, dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Francia alla Gran Bretagna.

Anche l’Italia, impegnata nella difesa con 26 miliardi di euro nel 2020 e nell’acquisto di nuovi sistemi d’armamento come i bombardieri nucleari F35, le fregate FREMM e l’ennesima portaerei Trieste, nonché in ben 36 missioni militari all’estero, scopre di essere impreparata a sostenere l’impatto del COVID-19.

Se le cifre stanziate per la difesa sono certamente inferiori in Italia a quelle del settore sanitario, con un rapporto di uno a cinque, le riflessioni che questa crisi ci impone sono diverse.

In primo luogo la globalizzazione, con i suoi effetti sia positivi sia negativi, è una realtà ineluttabile che, però, va governata e gli strumenti sinora adottati si sono dimostrati per lo più inadatti ed insufficienti, se non addirittura obsoleti.

Le tendenze sovraniste/nazionalistiche, che guardano al passato, si rivelano inefficaci e controproducenti e la politica di potenza, fatta propria da molti governi, non è in grado di rispondere alle sfide di un mondo divenuto un “villaggio globale”, per dirla con Marshall Mc Luhan che si riferiva al mondo delle comunicazioni di massa.

La corsa agli armamenti, guidata dagli USA insieme ai suoi alleati (che complessivamente spendono nel settore della difesa quasi 1.000 miliardi di dollari), inseguiti dalla Cina con un quarto della cifra e dalla Russia con appena un ventesimo, evidenzia una logica basata ancora sui rapporti di forza e non sulla prospettiva di una collaborazione multilaterale che deve rispondere alle sfide del XXI secolo.

In secondo luogo i cambiamenti climatici investono l’intero nostro pianeta in tempi e modi imprevisti e drammatici, in cui siamo tutti coinvolti, anche coloro che negano tali fenomeni. La siccità e la desertificazione stanno colpendo zone sempre più vaste del nostro pianeta, insieme allo scioglimento dei ghiacciai e all’innalzamento del livello dei mari, provocando fenomeni migratori con i cosiddetti profughi ambientali, che si vanno a sommare a quelli causati dalle guerre e dalle persecuzioni arrivando complessivamente nel 2019 a ben 70 milioni di persone. Uno dei segnali di tutto questa è Giacarta, capitale dell’Indonesia, che sprofondando al ritmo di 25 centimetri l’anno è già quasi per metà sotto il livello del mare, al punto che si è deciso di abbandonarla per ricostruirla in un luogo più sicuro.

In terzo luogo il liberismo economico oggi predominante, basato a volte sul libero mercato e altre volte su politiche protezioniste fondate sulla forza e su dazi commerciali (come il bando imposto al mondo da Washington contro l’Iran), mostra tutti i suoi limiti sia nei confronti del reddito (concentrazione crescente della ricchezza nelle mani di pochi), sia nei suoi effetti sull’economia mondiale che vede attuarsi una logica predatoria delle risorse da un lato e un modello di vita fondato sullo spreco, il tutto ai danni di una larga parte del mondo sottoposto ad un crescente impoverimento.

Il liberismo economico, di fatto, è strettamente fondato su una concezione sovranista/nazionalista dei rapporti tra gli stati e connesso alle politiche predatorie delle risorse ambientali, siano esse costituite da idrocarburi, uranio, cobalto o prodotti alimentari. Ne è un esempio noto a tutti la foresta amazzonica, devastata da una politica tesa a produrre profitti immediati connessi alla produzione, di carne, soia e legname.

In quarto luogo tali logiche sovraniste/nazionaliste, sempre più emergenti in questi anni, hanno mostrato la loro forza, quando hanno ripetutamente nel tempo ostacolato la collaborazione internazionale: basta pensare alla Brexit, al sostegno offerto ad essa da Trump, all’euroscetticismo di diversi Paesi membri dell’UE, nonché al continuo boicottaggio ed esautoramento dell’ONU, attuato da molti Paesi in più occasioni (dalla guerra contro la Libia di Gheddafi all’assenza d’iniziativa in Siria e nello Yemen).

Di fronte alla pandemia, esse sono riemerse chiaramente negli esitanti atteggiamenti di diversi partner europei nei confronti dell’Italia, bloccando addirittura le forniture di materiali sanitari e, di fatto, evidenziando tutti i limiti dell’UE, incapace di soccorrere un membro in difficoltà, come ha evidenziato anche la recente, (il bando commerciale imposto da Washington contro l’Iran) famigerata frase di Cristine Lagarde, presidente della Banca centrale europea («Non siamo qui per chiudere gli spread, ci sono altri strumenti e altri attori per gestire quelle questioni»).

Inaspettatamente gli aiuti all’Italia giungono dalla Cina, che sta uscendo dalla crisi sanitaria e sta mostrando un approccio collaborativo che, invece, ci si sarebbe attesi dai partner europei e d’oltre Atlantico. Addirittura il campione dell’”America first”, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha cercato di ottenere, a suon di dollari, in esclusiva per gli Stati Uniti un possibile vaccino, provocando una risposta sdegnata da parte tedesca, che dichiara di lavorare per il mondo intero.

Questa risposta, insieme all’aiuto cinese e all’impegno di tanti operatori della sanità e del mondo del volontariato in Italia e all’estero, ci fanno ricordare però che un altro mondo è e deve essere possibile, per la sopravvivenza di tutta l’umanità e non solo di un’élite, fondato non sulla forza delle armi sempre più letali, ma su un modello diverso di sviluppo globale.

 

1.800 miliardi di dollari per spese militari, mentre avanza il coronavirus

Comunità Operosa Alto Verbano, progetto “Adotta una persona”

Fino a qualche settimana fa la Comunità Operosa Alto Verbano impegnava tutte le sue migliori risorse nell’affrontare le problematiche dei cambiamenti climatici, la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, la lotta allo spreco alimentare fino ad ambiziosi progetti di rigenerazione territoriale. Read More “Comunità Operosa Alto Verbano, progetto “Adotta una persona””

Coronavirus, appello per immediata apertura ospedale da campo alpini a Bergamo

Gli ospedali a Bergamo sono al collasso. In una settimana sono decedute 300 persone per Covid-19, non ce la facciamo più. Abbiamo bisogno dell’ospedale da campo degli Alpini, ma la Regione Lombardia ha bloccato il progetto. Chiediamo di sbloccarlo il prima possibile!

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La mia città sta morendo. Bergamo sta morendo. 

Gli ospedali sono al collasso, non c’e più posto.

La gente muore. Ovunque vedi solo lutti.

Dopo averci detto che avrebbero attivato l’ospedale da campo degli Alpini ed averci illuso che in pochi giorni l’avrebbero aperto ora la Regione Lombardia blocca il progetto.

Noi stiamo morendo.
Abbiamo bisogno dell’ospedale da campo, abbiamo diritto di non morire.

Vi prego aiutateci,firmate e condividete questa petizione con i vostri amici.

Firma con un solo click

 

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Dobbiamo godere degli stessi diritti degli altri cittadini!

Superando.it

Il Comitato di Bioetica della Repubblica di San Marino ha prodotto un importante documento, centrato sull’attuale emergenza sanitaria, che si occupa del trattamento medico nei confronti di pazienti di ogni età o con gravi disabilità. Esso stabilisce che l’unico criterio di cui tenere conto «non sia quello dell’età o della condizione di disabilità, ma quello delle condizioni cliniche di ogni persona». «Un documento – scrive Giampiero Griffo – che ribadisce con forza un concetto: noi persone con disabilità siamo cittadini come gli altri, che devono godere degli stessi diritti degli altri!»
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Il Terzo Settore non si ferma
«Non ci fermiamo – aggiunge Fiaschi – e continueremo ad andare avanti, anche se molte nostre realtà sono state messe in ginocchio da questa crisi sanitaria e sociale: Circoli e Associazioni chiusi, attività rallentate, operatori e lavoratori che non possono proseguire con le loro iniziative. E siamo preoccupati anche per l’impegnativa ricostruzione che ci attenderà dopo l’emergenza»: a dirlo è Claudia Fiaschi, portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore, che commenta con favore le misure approvate a sostegno delle organizzazioni di Terzo Settore nel Decreto cosiddetto “Cura Italia”
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La didattica a distanza per le scuole medie inferiori
Dopo l’avvio, nei giorni scorsi, da parte del Centro Studi Erickson, di “Dida-LABS”, ambiente online gratuito per il supporto di attività didattiche delle scuole elementari, da svolgere a distanza, ora sempre Erickson ha lanciato un’analoga iniziativa rivolta alle scuole medie inferiori, per rispondere anche qui alle necessità di individualizzazione e personalizzazione per ogni studente, sempre con un’attenzione particolare agli alunni con BES (bisogni educativi speciali), DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) e ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività)
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Informazioni sull’emergenza coronavirus accessibili alle persone con afasia
Per le persone con afasia, che hanno difficoltà a leggere e a seguire le comunicazioni televisive, Cerchi di cura, rete di professionisti impegnata in àmbito di disabilità neurologica acquisita, che si occupa di persone adulte con esiti neurologici da ictus/trauma cranico o altre patologie neurodegenerative, ha prodotto un documento in formato accessibile che fornisce informazioni sul coronavirus
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Un ausilio al tempo del coronavirus: l’”hula hoop con bretelle”
«La fantasia popolare, quella di tutti i popoli, è impegnata nella ricerca di ausili anticoronavirus», scrive Giorgio Genta, con la consueta cifra tra il serio e il faceto. «E quindi, rispolverando il mio periodo di “furore fai da te”, ho ideato l’“hula-hoop con bretelle”, che mi aiuta a mantenere la prescritta distanza dagli altri umani, impedendomi fisicamente di commettere avvicinamenti illeciti. Funziona un po’ come un girello senza ruote per adulti, anzi per vecchi come me…»
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Una scatola studiata ad hoc per tanti bambini con disabilità costretti in casa
«200 bambini con disabilità che frequentano i nostri servizi rischiano che i propri progetti di vita e percorsi educativi vengano interrotti dall’emergenza Covid-19»: lo dicono dall’Associazione L’abilità di Milano, che per tentare di far fronte alla situazione ha dato vita all’iniziativa “The Right Box”, consistente in una scatola studiata ad hoc per ogni bambino, contenente giochi, libri di lettura e materiale didattico appositamente preparato, che verrà recapitata a duecento famiglie da una rete di volontari, consentendo ai bimbi di riprendere il percorso educativo bruscamente interrotto
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Supporto all’emergenza psicologica delle famiglie con autismo
«La situazione è straordinariamente grave e complessa per tutti, ma lo è ancora di più per chi ha un figlio o una figlia con autismo. Per questo abbiamo deciso di mettere a disposizione uno sportello di ascolto e supporto telematico»: a dirlo è Mario Paganessi, direttore della Fondazione Oltre il Labirinto-Per l’Autismo di Treviso, informando del servizio gratuito attivato in questi giorni, che offre la possibilità di parlare con una specialista, allo scopo di supportare le famiglie di persone con autismo nell’attuale emergenza, in particolare da un punto di vista psicologico
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Il Garante delle persone private della libertà personale e la disabilità
Si occupa anche delle strutture residenziali e semiresidenziali per persone con disabilità, il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, nella nota di commento ai Decreti Legge approvati in questi giorni dal Governo, riguardanti l’’emergenza legata al coronavirus. In particolare l’auspicio del Garante è che tutte le Regioni e i Comuni attivino le Unità Speciali, atte a garantire le prestazioni sanitarie e sociosanitarie a domicilio, e lo facciano collaborando con le Associazioni delle persone con disabilità e delle loro famiglie
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Facciamo squadra, per affrontare l’emergenza
Ne sono convinte la Federazione FISH Campania e l’Associazione ANFFAS Campania, che si ritengono soddisfatte dell’apertura alle Associazioni di persone con disabilità e delle loro famiglie da parte della task-force regionale impegnata sull’emergenza sanitaria legata al coronavirus. Soddisfazione che viene espressa anche per il provvedimento con cui la Regione ha disposto l’anticipazione di 15 milioni di euro relativi al Fondo per le Politiche Sociali, con priorità ai servizi riguardanti le persone con disabilità e gli anziani
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Coronavirus: i marchi tutelino i lavoratori del tessile

I marchi devono assumere misure immediate per minimizzare l’impatto del coronavirus sulla salute e la vita dei lavoratori del settore moda.

Il nuovo coronavirus ha raggiunto livelli di pandemia globale e sta colpendo le persone in tutto il mondo, compresi i lavoratori dell’abbigliamento nelle catene di fornitura globali. Proteggerli significa prendere misure per limitare la loro esposizione e garantire che chi lotta quotidianamente per la sopravvivenza non sia spinto sotto la soglia di povertà.

A causa infatti dei bassi salari e della diffusa repressione della libertà di associazione, i lavoratori tessili vivono già in situazioni precarie e le ricadute economiche della pandemia stanno avendo conseguenze di vasta portata.

Esortiamo tutti i marchi dell’abbigliamento ad adottare immediatamente misure proattive di due diligence per proteggere i lavoratori che producono le loro merci: i marchi devono assumersi le loro responsabilità e garantire che coloro che hanno reso possibili i loro profitti non si facciano carico dell’onere finanziario di questa pandemia.

Molte fabbriche nei paesi produttori stanno chiudendo o sono a rischio di chiusura a causa della scarsità di materie prime, della riduzione degli ordini e delle preoccupazioni per la salute pubblica. I lavoratori dell’abbigliamento guadagnano già uno stipendio da fame, con salari che coprono a malapena le loro esigenze di base, senza lasciare nulla in più per gestire le emergenze o i periodi di assenza dal lavoro. Queste chiusure, sia temporanee che permanenti, li stanno spingendo verso il baratro – soprattutto i lavoratori migranti che potrebbero non avere reti sociali locali su cui fare affidamento e potrebbero dover affrontare ulteriori restrizioni o attacchi xenofobi.

Secondo le inchieste dei media e le informazioni che abbiamo raccolto attraverso la nostra rete di partner, i Paesi più colpiti sono lo Sri Lanka, il Bangladesh, l’Indonesia, l’Albania e gli stati dell’America centrale.

I lavoratori tessili vivono alla giornata. Se perdono il lavoro, perderanno il loro salario mensile che gli permette di mettere in tavola il cibo per loro e per le loro famiglie“, ha detto Kalpona Akter, presidente del Bangladesh Garment & Industrial Workers Federation.In caso di licenziamento dei lavoratori, i marchi dovrebbero garantire pagamenti immediati ai fornitori, in modo che i lavoratori possano ricevere piena indennità di licenziamento come previsto dalla legge“.

Già da alcune settimane la situazione è particolarmente grave in Cambogia e in Myanmar. Circa il 10% delle fabbriche di abbigliamento nella regione di Yangon in Myanmar è temporaneamente chiuso e i lavoratori non ricevono il loro stipendio. Il trattamento di fine rapporto, che spetta se la chiusura della fabbrica dura più di tre mesi, ammonta solo alla metà dello stipendio mensile per ciascun anno di lavoro, dopo un periodo iniziale di prova di sei mesi. Molte fabbriche in Myanmar hanno aperto solo negli ultimi cinque anni, il turnover dei lavoratori è molto alto e quindi molti di essi rimarranno senza nulla. Secondo i nostri contatti le chiusure delle fabbriche sono utilizzate anche per reprimere la libertà di organizzazione dei lavoratori in tutto il Paese.

I lavoratori temono inoltre che il coronavirus abbia un impatto sul loro diritto alle festività pubbliche pagate. Il Festival dell’acqua, il Capodanno del Myanmar, si svolge in aprile e viene celebrato ogni anno con congedo pagato di dieci giorni. Quest’anno i festeggiamenti pubblici sono stati cancellati a causa dei timori di infezione e i lavoratori temono che le fabbriche non permettano loro di prendere il congedo, contando invece ogni assenza come malattia non retribuita.

Il quadro in Cambogia è altrettanto preoccupante: decine di migliaia di lavoratori dell’abbigliamento potrebbero perdere il lavoro nelle prossime settimane, se la situazione delle materie prime non migliora. Secondo la legge nazionale, i datori di lavoro devono richiedere l’autorizzazione per sospendere i lavoratori, cui devono corrispondere il 40% dei 190 dollari di salario minimo mensile e dare la possibilità di seguire corsi di formazione, per guadagnare un ulteriore 20%. Tuttavia i rapporti governativi ora suggeriscono che i lavoratori potrebbero ricevere il 60% del salario minimo per soli sei mesi e diverse imprese hanno già sospeso i lavoratori senza autorizzazione. Molti di essi vivono già indebitati, chiedendo prestiti per compensare le carenze del loro misero salario, ora si trovano in una situazione in cui non possono permettersi di pagare le rate mensili, rischiando anche di perdere eventuali terreni di famiglia messi a garanzia.

I marchi di abbigliamento hanno tratto profitto dal lavoro degli operai cambogiani. Ora devono fare un passo avanti in questo periodo di crisi e garantire la protezione della loro vita e dei loro mezzi di sussistenza. I lavoratori dovrebbero poter rimanere a casa fino a quando la situazione non sarà gestibile e i marchi devono garantire che ricevano il loro stipendio regolare, bonus di presenza e indennità di trasporto e alloggio durante tutto il periodo“, ha dichiarato Tola Moeun, Direttore Esecutivo del Center for Alliance of Labor and Human Rights (CENTRAL).

I brand devono stare al fianco dei lavoratori che confezionano i loro abiti e attivarsi immediatamente per garantire che continuino a ricevere il loro salario durante le chiusure delle fabbriche o le assenze per malattia. Chiediamo ai marchi di impegnarsi pubblicamente a svolgere un’adeguata due diligence per quanto riguarda gli eventi che si verificheranno in seguito alla diffusione del COVID-19.

In particolare, nel momento di una crisi pandemica, i marchi devono:

  • Garantire che le fabbriche fornitrici rispettino gli obblighi o le raccomandazioni governative sulla sospensione dei grandi raduni e se necessario la chiusura delle fabbriche per la durata appropriata a proteggere la salute dei lavoratori e delle loro comunità, mantenendo in essere al tempo stesso i contratti di tutti i lavoratori e il pagamento regolare di tutti i loro salari;
  • Garantire che i lavoratori che vengono mandati a casa per mancanza di lavoro siano coperti con il loro pieno e regolare salario;
  • Garantire che i lavoratori che contraggano il virus, o che sospettino di averlo, possano prendere un congedo per malattia senza ripercussioni negative e siano retribuiti con il loro pieno e regolare salario durante tutto il periodo di recupero e di autoisolamento;
  • Garantire che, alla riapertura delle fabbriche, le scadenze degli ordini siano rivalutate per evitare che i lavoratori facciano gli straordinari obbligatori per recuperare i ritardi;
  • Garantire che le misure di lotta contro il virus non limitino indebitamente la libertà di movimento dei lavoratori o la loro libertà di organizzazione.

In tempi di paura e disinformazione è di vitale importanza astenersi dal diffondere informazioni non verificate e assicurarsi che tutte le comunicazioni sul virus e le sue conseguenze si basino su fonti affidabili. I marchi devono garantire che i lavoratori delle fabbriche fornitrici ricevano informazioni accurate e aggiornate dai loro datori di lavoro.

In un periodo di crisi, la forza si trova nella solidarietà e siamo orgogliosi di far parte di una comunità globale. Ci schieriamo con i lavoratori i cui diritti sono violati ogni giorno e che stanno affrontando battaglie economiche ancora più grandi a causa di questa pandemia. La necessità di lottare per i diritti dei lavoratori continua oggi più che mai e all’ombra di questa crisi la necessità di un salario dignitoso si fa sempre più incombente.