Lavoratrici ridotte alla fame: cosa fanno i marchi della moda?

Dall’inizio della crisi sanitaria, milioni di lavoratrici tessili non hanno ricevuto il pieno stipendio o sono state licenziate senza alcuna indennità.

 

Lavoratrici ridotte alla fame: cosa fanno i marchi della moda?

Tutto il network della Clean Clothes Campaign è impegnato in questi giorni a mettere pressione sui marchi e i distributori della moda affinché si assumano le loro responsabilità nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori delle loro filiere produttive garantendo che ricevano i salari che gli spettano per legge o per contratto. Azioni in diverse città del mondo hanno portato in strada la voce dei lavoratori che hanno perso stipendio o lavoro senza alcuna compensazione durante la pandemia. Sono persone che da decenni guadagnano salari di povertà, senza alcuna possibilità di accumulare risparmi che avrebbero potuto aiutarle in questo periodo di crisi. Ora vanno a letto letteralmente affamate, senza speranza per il loro futuro.

Dall’inizio della crisi sanitaria, milioni di lavoratrici tessili non hanno ricevuto il pieno stipendio o sono state licenziate senza alcuna indennità. Una ricerca della Clean Clothes Campaign pubblicata ad Agosto aveva mostrato come durante i primi tre mesi, da Marzo a Maggio, avessero perso dai 3,2 ai 5,8 milioni di dollari in paghe non ottenute e indennità non ricevute. Da giugno la Clean Clothes Campaign sta chiedendo ai marchi e ai distributori di mostrare pubblicamente il loro impegno a salvaguardare il sostentamento delle lavoratrici, sottoscrivendo “un’assicurazione salariale” per garantire che le operaie ricevano ciò che gli è dovuto, sia durante la pandemia che oltre, e aderire a un fondo di garanzia che assicurerà sostegno al reddito dei lavoratori, in caso di fallimento dei fornitori.

Una dozzina di marchi ha già risposto positivamente: è tempo che anche le altre aziende seguano questa strada, soprattutto i brand più grandi che possono avere un impatto maggiore come H&M, Nike e Primark. 
Si tratta di aziende, del resto, che hanno registrato profitti considerevoli nell’ultimo trimestre. L’Associated British Foods proprietaria di Primark ha dichiarato a Novembre 914 milioni di sterline (circa 1 miliardo di euro) di profitti lordi nel 2020. H&M group ha annunciato 24.851 milioni di SEK (2.35 milioni di euro) di profitti nell’ultimo trimestre. Nike ha riportato 1,5 miliardi di dollari (circa 1,3 miliardi di euro) di profitti netti e 384 milioni di dollari (325 milioni di euro) di dividendi per gli azionisti, oltre l’11% in più dell’anno precedente. I marchi sono i principali beneficiari di profitto nella catena del valore e quindi hanno la forza di intervenire.

La Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, ha contattato numerosi marchi di tutti i settori, dal lusso alla fast fashion. Questi includono: Artsana, Armani, Benetton, Calzedonia, Roberto Cavalli, Diadora, Diesel, Dolce & Gabbana Salvatore Ferragamo, Geox, Gucci, Lotto Sport, Miroglio, Moncler, Max Mara, OVS, Original Marines, Piazza Italia, Prada, Robe di Kappa, Salewa, Teddy, Tods e Zegna. Con alcuni marchi è in corso un confronto aperto mentre molti non hanno mai risposto. Finora tuttavia, nessuno ha aderito alla richiesta della campagna di sottoscrivere pubblicamente l’impegno alla continuità salariale e a contribuire alle indennità per quei lavoratori rimasti senza salario, senza lavoro e senza protezione sociale nei segmenti più vulnerabili delle catene globali di fornitura.

Una lavoratrice, sindacalista impiegata presso un fornitore di Nike che ha chiesto di rimanere anonima, ci ha raccontato: “Per la maggior parte di noi, la pandemia è stata molto dura. Ora siamo costrette ad accettare tagli agli stipendi, pur non essendoci tagli ai profitti. Molte di noi hanno rate da pagare per debiti contratti con le banche, con le cooperative o con gli strozzini. La domanda è: perché abbiamo debiti? Innanzitutto perché i salari non hanno mai coperto i nostri bisogni primari”.

Proteste sono previste nei Paesi produttori, come il Myammar e l’Indonesia, in Europa e in Nord America. Attivisti, lavoratori e sindacalisti hanno cercato di portare all’attenzione il grido di protesta di queste donne nel rispetto delle prescrizioni delle normative anti Covid. Diverse azioni sono state realizzate online: migliaia di consumatori si sono uniti con i loro account per chiedere ai marchi di assumersi le loro responsabilità.

Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti ha dichiarato: “I marchi committenti hanno la responsabilità e l’opportunità di dare concretezza alle loro dichiarazioni sulla sostenibilità. Per decenni essi hanno beneficiato del lavoro sottopagato di milioni di lavoratrici che hanno reso possibili ingenti profitti e dividendi per gli azionisti, in molti casi anche durante la crisi. Oggi, nel pieno della seconda ondata di restrizioni dovute alla pandemia, portiamo la voce di quelle operaie confinate alle periferie delle filiere che rischiano di scivolare nella miseria più nera, se non riceveranno almeno i salari di legge e le indennità necessarie a fare fronte, in molti casi purtroppo, alla perdita del lavoro.

 

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