Conte, un leader radical-moderato. Cosa cambia?

Non vi è dubbio che Conte ha avuto la capacità, tutt’altro che scontata, di superare fino ad oggi tutti gli scogli che gli si sono presentati davanti, da Salvini a Renzi, a Grillo, e di riproporre una leadership che condiziona lo sviluppo della situazione politica italiana.

Se qualcuno pensava che Conte, e con lui i grillini, fossero alla deriva e ormai prossimi al dissolvimento, per ora dovrà ricredersi.

Dov’è la forza di Conte e perchè l’estinzione della sua area politica è rimandata?

Se vogliamo sintetizzare la sostanza del suo risultato, dobbiamo dire che egli ha saputo coniugare efficacemente due esigenze: mantenere un legame istituzionale e riproporre in quel contesto tematiche di cambiamento. Lo si è visto con la riforma Cartabia, lo si vedrà col reddito di cittadinanza e con altre eredità del programma grillino. Quello che appare più evidente però, oltre a ciò, è che attorno a Conte si va consolidando un’area politica che vuole impedire che la situazione vada in pasto alla canea renziana e alla destra. Lo si vede in particolare con la saldatura tra l’ex premier e il Fatto Quotidiano. Conte è il mediatore politico e il quotidiano di Travaglio il cecchino che tiene sotto tiro le malefatte della destra e i corrotti e naturalmente anche Draghi.

Un effetto collaterale di questa situazione è l’emarginazione del PD come partito della mediazione governativa e del draghismo a prescindere. Le forze dominanti non hanno bisogno della mediazione di un PD inerte e dilaniato dalle sue contraddizioni interne. Il ruolo di Conte che, nel contesto del governo di ‘unità nazionale’ dà un segnale, in prospettiva, di un’alternativa politica emerge anche per questo.

Il discorso fatto finora serve a sottolineare che non bisogna abbandonarsi a facili conclusioni sull’evoluzione della situazione. Quella che abbiamo definito ‘sinistra sottotraccia’ e che riemerge continuamente in vari modi, dimostra che in Italia l’esigenza di un processo reale di cambiamento ha un peso oggettivo e non è fuori gioco. Questa esigenza va analizzata attentamente per capire come connetterla a un progetto di avanzamento politico e sociale in Italia.

Cosa significa questo? In primo luogo, per quanto ci riguarda, vuol dire che dobbiamo fare i conti con una cultura di ‘opposizione’ che vive di tematiche che, pur collegate al quotidiano, mancano di una seria struttura organizzativa e sono per di più frammentate e prive di un rapporto con la dialettica politica del paese. Finchè non si riuscirà a superare questa condizione, non si potrà andare oltre l’esistente e il film degli avvenimenti, aldilà delle finzioni, dovremo guardarlo da spettatori.

Dicendo questo non vogliamo innestare nessuna guerra di religione contro questo o quel gruppo o gruppetto, ma fare un bilancio oggettivo degli ultimi anni e trarne le dovute conseguenze. In particolare due elementi emergono con evidenza: l’arretramento della coscienza di massa dei lavoratori, che spesso si esprime elettoralmente in modo che contrasta con i loro interessi di classe, e l’incapacità degli oppositori ‘a prescindere’ di collegarsi alle spinte reali che animano la società e che si sono manifestate col 32% ai 5 Stelle nel 2018 e con miserevoli zero virgola per avventure neoparlamentaristiche di gruppi alternativi che da decine di anni recitano sempre la stessa parte.

Ma qual è allora la strada da imboccare? Senza salire in cattedra e dare lezioni a chicchessia suggeriamo di considerare l’opportunità di una riflessione che sappia coniugare il reale con l’immaginario e rendere concreta la prospettiva di una riorganizzazione politica del fronte di classe e antiliberista. Senza di ciò il cambiamento si ferma a Conte. Nel bene e nel male.

Sciogliere questi nodi spetterebbe a una forza comunista che avesse raggiunto in questi anni la maturità di un progetto legato alla ripresa del movimento popolare in Italia, ma finora di un passaggio di questo tipo non si son viste nemmeno le avvisaglie. Continuano ad operare gruppi che si definiscono ‘partiti’ e rievocano forme di organizzazione neobordighista che ben poco hanno a che fare con la tradizione dei comunisti legata ai nomi di Gramsci e di Togliatti. Se evochiamo i loro nomi non è per richiamare una belle epoque – ne tengano conto i tardo-berlingueriani di casa nostra – ma per riproporre quella ricerca di una prospettiva che, sotto la loro direzione, ha fatto grande il comunismo italiano. Una ricerca non basata su frasi fatte, ma su analisi corrette dentro le contraddizioni sociali e politiche dell’epoca.

E’ su questo che, fatte le dovute differenze storiche, bisogna riflettere maggior­mente oggi. Perchè delle due l’una: o riteniamo che le condizioni per un avanzamento non siano ancora mature, e allora Conte diventa un riferimento, oppure dobbiamo ammettere che non siamo stati capaci di affrontare la situazione con strumenti adeguati a condizionare gli avvenimenti, ed è arrivato finalmente il momento di discuterne.

Aginform
9 agosto 2021

 

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