“I nodi vengono al pettine. Che fare?”

Hanno voluto disarcionare Conte per ristabilire il controllo di una situazione che stava sfuggendo di mano e che inquietava soprattutto l’UE. Per questo è stato commissionato al mercenario Renzi il colpo di mano che ha portato Draghi al governo. L’operazione non è stata solo tecnica, ma contestualmente si è mossa una macchina di tipo ‘istituzionale’ che partendo dalla precarietà dell’equilibrio raggiunto puntasse a trovare le basi strategiche, anche elettorali, di un progetto di ampio respiro.

Non era un’operazione facile perchè doveva fare i conti col salvinismo e con la natura dei 5 Stelle. Perciò è partita con i toni bassi dell’emergenza e poi, una volta addomesticato Salvini e portato Conte a considerare la realpolitik di governo, sono iniziate le grandi manovre per il contenimento dell’asse di destra e il consolidamento del PD come perno del governo Draghi e garante del suo futuro. Con la vittoria elettorale dei dem e l’attacco ai 5 Stelle su Torino e Roma, potrebbe sembrare che l’operazione sia andata a buon fine, ma lo schema deve ancora fare i conti con la realtà e questa ci dice che i giochi non sono affatto conclusi e si apre uno scenario al tempo stesso interessante e inquietante.

Ci sono intanto questioni interne al governo. Fino a che punto Salvini si farà cuocere a fuoco lento per coprire un Berlusconi che nei fatti punta ad entrare in un governo dei moderati? Quanto ai 5 Stelle di Conte, dopo le provocazioni dem di Torino e di Roma quanto reggeranno nella posizione di sgabello di una leadership PD che ne distruggerebbe definitivamente la credibilità? Non è detto che Draghi non riesca nell’intento di bloccare o mediare queste pulsioni, ma nel frattempo c’è un Alessandro Di Battista che sta scaldando i motori per rovesciare il tavolo dell’attuale direzione grillina e coagulare un settore dell’opposizione.

Lo scenario più importante e per certi versi più inquietante però viene da altre parti, dalle manifestazioni anti green pass e dal livello di astensionismo registrato nelle ultime elezioni amministrative, che al ballottaggio ha raggiunto il 60% degli aventi diritto al voto. Si tratta di due fatti che pesano sulle prospettive e vanno correttamente interpretati per valutarne la valenza e le conseguenze.

Partiamo dal green pass. Come valutare il fatto che in Italia c’è stato un crescendo di manifestazioni di piazza con la partecipazione di decine di migliaia di persone contro l’introduzione del passaporto vaccinale? Come valutare i fatti di Roma, di Milano e infine di Trieste? E’ indubbio che questi avvenimenti hanno mutato lo scenario su cui si è andato rappresentando lo scontro politico fino ad oggi e hanno introdotto una variante inaspettata. In scena rispetto a questi fatti dentro le manifestazioni è venuta fuori con evidenza una presenza fascista diffusa, ma non solo. In realtà assieme ai vecchi arnesi di Forza nuova e di Casa Pound si è mobilitato un ceto che con questi gruppi non ha un rapporto politico reale. Di qui la difficoltà di interpretazione del fenomeno, che ha prodotto in alcuni settori della sinistra, e in particolare di quelli che si definiscono ‘alternativi’, uno sbandamento rispetto alla posizione da assumere. Siccome il movimento si andava esprimendo contro il governo Draghi per i provvedimenti da esso adottati, si era portati a concludere che fosse l’occasione per sferrare l’attacco contro la sua linea liberista.

A ben vedere però ciò che è venuto fuori è che coloro che sono scesi in piazza sono il prodotto di una nuova cultura, di una ideologia che pone al centro una spinta di tipo qualunquista dentro cui emergono non solo i vecchi gruppi fascisti, bensì un nuovo personale politico che tende ad amalgamarsi per diventare forza politica dopo la delusione avuta dai partiti – 5 Stelle e Lega – a cui, pressato dalla crisi, aveva affidato le sue speranze.

Questa realtà inoltre si innesta, per capire le prospettive, con l’astensionismo abnorme che si è registrato nelle elezioni amministrative. Perchè si è arrivati a questi livelli? E’ chiaro che esiste una connessione tra le due cose. Non votare non significa, come tendono a far credere gli imbonitori sui mass media, solo disaffezione al voto. Dietro il rifiuto di votare c’è qualcosa di molto diverso. C’è una parte consistente della popolazione che vive la crisi economica, pandemica, sociale, si sente schiacciata dall’indirizzo liberista imboccato ed esprime rabbia che però non trova uno sbocco politico su cui riversarsi. Chi costruirà l’egemonia su quest’area sociale?

Qui si pone dunque il problema del che fare? O meglio sarebbe dire di che cosa si dovrebbe fare, perchè gli strumenti che abbiamo a disposizione sono assolutamente inadeguati per condizionare su basi di classe e in una prospettiva di trasformazione le forze non omologate al blocco di potere liberista.

Qualcuno a sinistra ha avuto la tentazione di cavalcare la tigre delle proteste, ma non ha avuto fortuna. Senza una proposta adeguata da parte di una forza politica nuova che abbia la credibilità e la capacità di determinare una grande aggregazione di massa non si può condizionare la situazione. Il dibattito su questo è aperto e qualcuno di noi ha individuato le basi di una possibile ripresa con la costruzione di un fronte costituzionale che metta al centro non la retorica mattarelliana, ma i tre punti chiave che caratterizzano la Costituzione italiana: una politica estera di relazioni pacifiche a livello internazionale, il ruolo dello stato nell’economia e il rispetto dei diritti costituzionali per i lavoratori e i cittadini.

Questa scelta ci consentirebbe anche di inserirsi in modo reale nello scontro sulla politica UE e nel quadro geopolitico dove operano Cina, Russia e l’asse mediorientale della resistenza antisionista e anti USA.

Per questo bisogna insistere, insistere, insistere su questa prospettiva se vogliamo tentare di dare una risposta a ciò che sta avvenendo.

Aginform
20 ottobre 2021

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