Bla Bla COP$ si è conclusa con il fallimento annunciato

13 novembre 2021, serata sciagurata. Abbiamo appreso in tempo reale la notizia, data subito dal TG2 delle 20:30, dal nostro delegato alla COP26, Ennio Cabiddu: i 196 Stati (più la UE) riuniti nella conferenza ONU hanno accettato, dopo 13 giorni di discussioni, il “Patto di Glasgow” – un brutto compromesso tra USA e Cina – per affrontare (a chiacchiere) i cambiamenti climatici e delineare le basi (d’argilla) per il suo finanziamento futuro.

(Da osservatore accreditato, pur essendo rientrato in Italia, nella sua Sardegna, Ennio, tramite una specifica piattaforma informatica, poteva ancora collegarsi alla sala del Palazzo Congressi in cui si svolgeva l’assemblea ONU e assistere ai negoziati come fosse presente di persona).

L’esito negativo per Disarmisti esigenti, WILPF e partners (Argonauti per la pace, Progetto Mediterraneo, XR Pace, etc.), a dire il vero, era scontato: proprio il giorno prima a Milano – il 12 novembre che era la data per la chiusura ufficiale dei negoziati a Glasgow che poi si sono prolungati – alla Darsena, dalle ore 16:00 alle ore 19:00, avevamo organizzato “BLA BLA COP$”, un incontro con la cittadinanza, trasmesso da Radio Nuova Resistenza, in cui anticipavamo il succo di quello che sarebbe poi emerso il giorno dopo.

Nella convocazione già parlavamo di fallimento annunciato della COP26 riassumibile in tre punti: 1) promesse vuote sulla decarbonizzazione; 2) finalizzazione al business finanziario e delle multinazionali; 3) recupero del nucleare quale fonte presunta alleata delle rinnovabili.

(Una parte dell’incontro è visionabile al seguente link: https://www.nuovaresistenza.org/2021/11/bilancio-della-conferenza-sul-clima-di-glasgow-cop26-video/).

Diciamo che il documento finale che è emerso dopo i conciliaboli in extremis nei tempi supplementari del 13 novembre tra l’inviato americano John Kerry e quello cinese (entrambi si sono fatti scudo delle posizioni dei Paesi più arretrati) va ben oltre le peggiori previsioni, confermando in pieno lo scetticismo urlato di Greta Thunberg, la fondatrice dei “Fridays for future”, cui questa volta non è stato concesso il palco istituzionale.

Anche a parole, in buona sostanza, si sono fatti dei passi indietro.

Si richiama, nel documento finale, la necessità di rispettare il tetto di 1,5° C di aumento della temperatura per fine secolo rispetto all’epoca preindustriale (dovremmo arrivare a 15,6°C di temperatura media globale quando già oggi siamo a 15,1°C) sapendo bene che le promesse di tagli di CO2 e altri gas climalteranti, non vincolanti, degli Stati porteranno, se va bene, a +2,7° C secondo l’UNEP.

L’artificio retorico per “vendere” qualche aspetto positivo all’opinione pubblica è quello che, a parole, l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura a 1,5°C diventa principale e i 2°C secondari, l’inverso che a Parigi, insomma.

Lo stesso documento ammette che la risposta all’urgenza climatica è insufficiente: le emissioni di CO2 aumenteranno del 14% al 2030 mentre dovrebbero diminuire del 45% per restare dentro l’1,5°C di aumento massimo.

Non vi è una scadenza tassativa per la decarbonizzazione grazie alla dicitura generica “entro la metà del secolo” che rende legittime la data cinese (2060) e quella indiana (2070).

Per il 2030 si auspica un taglio del 45% delle emissioni di anidride carbonica rispetto al 2010. Il testo invita i paesi a tagliare drasticamente anche gli altri gas serra (metano e protossido di azoto)

Resta il punto che le National Determined Contributions – NDC degli Stati, tagli di CO2 sempre volontari, dovranno essere rafforzati entro il 2022, e comunicati alla COP27 del Cairo.

Le energie fossili sono citate come parte del problema ma vi è ancora spazio per il loro impiego duraturo e per finanziarle “in modo efficace” e persino l’uscita dal carbone non è tassativa, anzi si ammette un suo “uso efficiente”.

(Qui va inserito il colpo di scena finale dell’India che ha fatto cambiare phase out dal carbone in phase down, eliminazione con riduzione).

Non vi è un calendario per la fine delle sovvenzioni alle energie fossili ed anzi si apre la strada ai bond sedicenti “sostenibili” per il nucleare (appaiato con il gas quale “fonte transizionale”) con la UE a fare da apripista con la sua tassonomia in dirittura d’arrivo.

La promessa dei 100 miliardi di aiuti ai Paesi in via di sviluppo, di cui si parla da 12 anni e mai mantenuta, è rimessa di fatto in discussione. Il documento invita i paesi ricchi a raddoppiare i loro stanziamenti, e prevede un nuovo obiettivo di finanza climatica per il 2024. Ma nel testo non è fissata una data per attivare il fondo per gli aiuti alla decarbonizzazione. Uno strumento previsto dall’Accordo di Parigi e mai realizzato: si vede che i paesi ricchi non vogliono tirare fuori i soldi…

In questa logica non è accettato e tanto meno attivato il fondo separato per le vittime che compensi “le perdite e i danni” (che aprirebbe una miriade di contenziosi internazionali). Il testo prevede solo che si avvii un dialogo per eventualmente istituirlo.

La Cop26, nel momento stesso in cui toglie loro la parola, riconosce l’importanza di giovani, donne e comunità indigene nella lotta alla crisi climatica, e stabilisce che la transizione ecologica debba essere “giusta ed equa”.

La Cop26 vara le linee guida per tre previsioni dell’Accordo di Parigi che finora erano rimaste inattuate: il mercato globale delle emissioni di carbonio (articolo 6), il reporting format con le norme con cui gli stati comunicano i loro risultati nella decarbonizzazione (trasparenza) e le norme per l’attuazione dell’Accordo di Parigi (Paris Rulebook).

Ma, in sostanza, non ci sono regole chiare che impediscono che si imbrogli sui dati: ed il più grande imbroglio, aggiungiamo noi, è che non si calcolino le emissioni derivanti dalle attività militari, stimabili intorno al 20% del totale.

Sul fronte degli accordi internazionali raggiunti durante la Cop26, la novità più clamorosa è il patto di collaborazione fra Usa e Cina sulla lotta al cambiamento climatico. Le superpotenze rivali, smentendo di essere in “guerra fredda”, accettano di lavorare insieme su tutti i dossier che riguardano il clima, dalle rinnovabili alla tutela degli ecosistemi.

Poi ci sono l’accordo fra 134 paesi (compresi Brasile, Russia e Cina) per fermare la deforestazione al 2030, con uno stanziamento di 19,2 miliardi di dollari, e quello per ridurre del 30% le emissioni di metano al 2030 (ma senza Cina, India e Russia). Venticinque paesi (fra i quali l’Italia) hanno deciso di fermare il finanziamento di centrali a carbone all’estero, e altri 23 di cominciare a dismettere il carbone per la produzione elettrica.

Oltre 450 aziende, che rappresentano 130.000 miliardi di dollari di asset, hanno aderito alla coalizione Gfanz, che si impegna a dimezzare le emissioni al 2030 e ad arrivare a zero emissioni nette al 2050. Una trentina di paesi e 11 produttori di auto (ma non ci sono né l’Italia né Stellantis) si sono impegnati a vendere solo auto e furgoni a zero emissioni entro il 2035 nei paesi più sviluppati, ed entro il 2040 nel resto del mondo.

Nelle sue corrispondenze Ennio Cabiddu sottolinea che “abbiamo a che fare con 26 sfumature di COP” perché abbiamo assistito a diversi accordi tra alcuni Stati in vari settori: si pensi al BOGA (Beyond Oil and Gas Alliance) tra 12 Paesi comprendenti l’Italia; o agli accordi sul metano e sulla deforestazione (per 100 Paesi da stoppare entro il 2030).

Le sfumature che più ci piacciono riguardano l’impegno della società civile manifestato con il corteo studentesco dei 50mila il 5 novembre (School Strike for Climate) e soprattutto quello dei movimenti del 6 novembre (Global Day of Action). Una memorabile e festosa manifestazione di 200.000 mila persone, nutrita dalla partecipazione massiccia, nonostante il maltempo, di movimenti, sindacati, ONG, associazioni, gruppi religiosi, reti per la giustizia razziale, gruppi giovanili e tante altre realtà, anche pacifiste, provenienti da tutto il mondo.

Questa manifestazione, con in testa i movimenti indigeni dell’America Latina e delle popolazioni africane, rappresenta la crescente consapevolezza dell’emergenza climatica da parte dell’opinione pubblica mondiale. Essa ha dato potenzialmente corpo al valore della terrestrità e ai contenuti della Cop26 Coalition per una politica globale in grado di dare risposte concrete alla crisi climatica, partendo dal sostegno ai Paesi in via di sviluppo che non hanno a disposizione le risorse per avviare la transizione.

Noi facciamo parte della componente che ha lavorato e lavora per la convergenza sull’azione climatica per la pace: la pace con la natura che, attraverso il disarmo, diventa condizione per la pace tra gli esseri umani in una società giusta, di eguali liberi e liberati dall’oppressione sulle donne, sui diversi, sulle minoranze di ogni genere.

A Glasgow dall’Italia siamo partiti con due obiettivi:

Inserire le attività militari nel calcolo delle emissioni e quindi il loro taglio quale contributo essenziale alla soluzione del problema climatico;
Vigilare contro il ritorno del nucleare civile autoproponentesi come alleato delle rinnovabili ma in realtà funzionale alla potenza militare.
Per il momento ci sembra di non aver trovato molto spazio per i nostri temi ma il nostro lavoro per sensibilizzare l’opinione pubblica e gli stessi movimenti andrà avanti, secondo il motto di un grande pensatore e rivoluzionario, di origine sarda ma appartenente all’umanità, “con il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà”.

Un primo ed urgente momento di impegno sarà la campagna perché il governo italiano, rispettando la volontà popolare espressa inequivocabilmente in due referendum (1987 e 2011), non resti in un finto silenzio ma prenda posizione contro l’inclusione del nucleare (ma anche del gas e della CCS) nella tassonomia che la UE dovrebbe varare il 7 dicembre.

Un secondo impegno di più lungo periodo riguarda una ICE (Iniziativa dei cittadini europei) sull’adesione al TPAN (Trattato di proibizione delle armi nucleari); ICE – cioè raccogliere un milione di firme in almeno 7 Paesi della UE, di cui vanno poggiate le fondamenta costruendo un effettivo coordinamento antinucleare europeo: noi, consapevoli delle difficoltà e dei nostri stessi limiti, continuiamo a lavorare, in direzione ostinata e contraria, animati dal gramsciano “pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà”…

15.11.21 – Alfonso Navarra

(Foto di Roberto Gammeri)

BLA BLA COP$ si è conclusa con il fallimento annunciato (pressenza.com)

 

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