Fulvio Grimaldi: “Lezioni dall’America Latina”

Italia – Honduras, chi è la Repubblica delle Banane? Guerra da Russia e Cina, o a Russia e Cina?

 

 

Colpi di Stato alla Hillary e “colpi di Stato” alla Donald 

Meravigliosi i  testacoda del “quotidiano comunista” che sostiene e propaga tattiche e strategia dei neocon USA, preferibilmente Democratici, milizie della Grande Cupola. Sono tanto clamorosi da fornire un ottimo esempio al resto della stampa di regime. Quotidiano indifferente e, sotto sotto (neanche tanto) connivente con le nequizie del proconsolato amerikano quando pratica diritti umani e democrazia sulle popolazioni di Venezuela, Afghanistan, Siria, Iraq e tantissimi altri. Ma alza la cresta fiammeggiante di riprovazione quando si tratti di un presunto, tentato golpe contro i suoi poteri di riferimento.

Di questo si occupa, con l’approvazione della conventicola mediatica affine, il “manifesto” quando illustra, alla mano di documenti, taroccati quanto quelli delle commissioni sull’11 settembre, o sull’assassinio dei due Kennedy, o sul Russiagate, “il “colpo di Stato” promosso da Donald Trump il 6 gennaio. Giorno in cui, capeggiati da un soggettone con pelle di bisonte e corna, avrebbe lanciato  i suoi jihadisti in bianco contro il Congresso a Capitol Hill. Pensare che quelli veri li aveva concepiti e poi rastrellati dai bassifondi della delinquenza dello spazio islamico, la pur adorata Hillary Clinton. La stessa che poi, tra pacche sulle spalle del guerriero Nobel della Pace, Obama, si avventò sull’Honduras (per poi insistere con l’Ucraina), di cui nella puntata di “Mondocane”.

 

Dove vai se la False Flag non la fai?

Come nel caso di tutte le False Flag di cui gli USA sono, dopo intenso stage in Israele, i primatisti assoluti e quasi unici, almeno fin dalla Croce in cielo “vista” da Costantino, ogni granello di logica e di cui prodest ci illustra un’evidenza. Che la montatura di Capitol Hill non fu che la continuazione dell’incendio della “Maine” per prendersi Cuba, di Pearl Harbour per distruggere il Giappone, delle Torri Gemelle per lanciare sette guerre e di quasi ogni fatto terroristico per spargere semi di  Stato di Polizia dappertutto.

C’è la dimostrata dimostrazione che nella notte dal 3 al 4 novembre si bloccarono per ore gli scrutini, passando da un Trump in vantaggio a un Trump senza neanche più un voto per ore, con tanto di algoritmi impazziti e vagonate di voto postale arrivate dopo la scadenza. Allora diventa chiaro che la messinscena di Capitol Hill serviva unicamente a lanciare un macigno su dubbi, sospetti e shock di mezza America, anzi di mezzo mondo occidentale (l’altro mezzo se la rideva). E a seppellirvi sotto il reale vincitore del voto.

Oltre al purulento bubbone del terrorismo jihadista, a Hillary e soci dobbiamo varie prodezze. Intanto la succosa vendetta per la sconfitta inflittale nel 2016 da The Donald. Poi la patetica farloccaggine del Russiagate per rinfrescare la guerra fredda, l’uso di comunicazioni di Stato per affaracci privati, i fondi sauditi a una sua fondazione che si può immaginare di cosa si occupasse, le email che ne hanno rivelato gli intrighi con i servizi britannici……

Hillary per l’Honduras: 12 anni di dittatura, sangue e narcos

Qui sorvoliamo sul colpo di Stato in Ucraina, con corollario di massacri, nazisti al potere, guerra interna, sfascio del paese a tutti i livelli. E sulla Libia rasa al suolo con, per suo massimo divertimento, il linciaggio di Muammar Gheddafi. E rimaniamo sull’Honduras, prima manifestazione nota delle di  lei nefandezze. Organizzò, con l’aiuto di scherani del Mossad e del mercenariato militare, a suo tempo adoperato  da John Negroponte (datore di lavoro di Giulio Regeni) contro il Nicaragua sandinista, un colpo di Stato sanguinario quanto quelli più noti di Cile e Argentina. Golpe  che, poi si consolidò in una dittatura banditesca, predatrice, assassina e narcotrafficante, durata 12 anni.

Golpe criminale e sanguinario, ma benedetto da Rodriguez De Madariaga, primate cattolico in Honduras, oggi capo del Consiglio dei 9, i più stretti collaboratori del Papa argentino che ha serenamente convissuto con la dittatura e con i desaparecidos.

L’Honduras, da Repubblica delle Banane (Chiquita) che era stato quasi ininterrottamente dall’indipendenza, tornò a questo suo ruolo, come determinato dalle multinazionali yankee ed europee. Nel marzo del 2009 gli USA rovesciarono col golpe militare Manuel Zelaya, presidente liberamente eletto e che aveva posto il suo popolo sul cammino della liberazione, della sovranità, dei diritti sociali e dell’adesione al concerto latinoamericano  antimperialista dell’ALBA. La cricca installata riuscì, a forza di repressione, assassinii mirati, concessioni alle multinazionali in termini di estrattivismo, disboscamento, zone economiche speciali, azzeramenti fiscali, due tornate elettorali oscenamente manipolate, a mantenersi al potere fino al 22 novembre di quest’anno.

Sono gli anni in cui noi onorammo il paese martirizzato con la presenza etica ed estetica del “Grande Fratello”.

Manuel Zelaya e Xiomara Castro

Quel giorno il popolo honduregno diede a Xiomara Castro, moglie di Zelaya, una vittoria senza uguali nella storia dell’Istmo: votò il 68% degli aventi diritto e diede a Xiomara, leader del partito della Resistenza LIBRE (Libertad y Refundacion), venti punti di vantaggio sul candidato della destra golpista. Un divario impossibile da colmare, nemmeno con i soliti brogli e le contestazioni di giudici corrotti e dell’OSA, la finta Organizzazione degli Stati Americani sotto la ferula degli USA. L’Honduras la banana se l’è tenuta, l’ha sbucciata e mangiata.

A questo punto che si fa, si sono chiesti Hillary e gli hillariani. Ma è ovvio: falliscono i golpe, si rifanno le guerre. Ce ne sono a due belle pronte e cotte. La Cina che invade i suoi mari territoriali e che chiama un’isola della Cina Cina. La Russia che pretende di disporre le proprie truppe sul proprio territorio, gentilmente a centinaia di chilometri dai propri confini, visto che la NAT0 rumoreggia incessantemente, con aerei, navi, missili e armate, lungo quegli stessi confini. Basta dire che cinesi e russi stanno per attaccare Taiwan e Ucraina, allestire una bella False Flag. E si ritorna in sella.

E già, perchè visto che l’Onduras, tornato in sè, blocca il transito dei narcotici, che lì aveva una tappa strategica tra la Colombia e i forzieri delle banche USA e, da lì, alle Caiman, ecco che deve tornare a intervenire l'”Industrial-military complex”.  Viene meno il narcotraffico, ecco, a compensazione, il traffico di armi e guerre. E la Federal Reserve tampona il crollo del paese con il più alto debito del mondo. In altri paesi si chiamerebbe default.

Dai, che ce la facciamo!

 Dopo l’Operazione Condor del Premio Nobel Henry Kissinger che, negli anni ’70 e seguenti del secolo scorso, incistò nell’America Latina un dittatore sanguinario dopo l’altro, generali alla Pinochet e Videla. Poi, dal seme della lotta ai colonialisti iberici, fiorirono le nuove rivolte, tra militari, civili ed elettorali. Le ho vissute nell’Argentina, salvata dai Kirchner, nella Bolivia liberata da Evo Morales, nell’Ecuador riscattato da Rafael Correa e, in lungo e in largo, nel fantastico Venezuela di Hugo Chavez. Se oggi non mi abbandona la speranza  che anche sui novelli mostri bio-tecno-fascisti si possa prevalere, e grazie alla fiducia che mi hanno dato la resistenza, la coscienza, il coraggio di quei popoli.

Vabbè, dice, sono latinoamericani, indios, meticci che hanno sbaragliato imperi. Ma non siamo latini anche noi? Non abbiamo contribuito a liquidare l’impero austrungarico? Non abbiamo, più recentemente cacciato i precursori, in verità meno spaventosi, dei totalitaristi di oggi?

Donne altre

In Honduras, come si vede nella puntata di “Mondocane”, ho visto la più diffusa, decisa, generosa, lotta di popolo di ogni altra mia esperienza. Con le donne protagoniste di maggioranza, per elaborazione politica, organizzazione, iniziativa, coraggio, sacrificio. Quando il solito “manifesto” esprime orgasmi incontenibili per le epifanie di donne molto belle e ben vestite in “Non una di meno”, mi invadono la memoria, insieme a quelle tra le macerie di Siria, Iraq, Vietnam, o Libia, le donne con in braccio i bambini morenti di uranio, o di agente orange. O quelle honduregne, messicane, venezuelane, argentine, ferite nella dignità, sovranità, bisogni materiali e dell’anima, che affrontavano gli sgherri dei golpisti.

Berta, l’America Latina è donna

Tutte devono qualcosa a Hillary Clinton, cara al “manifesto”. Compresa Berta Caceres, mia amica, patriota latinoamericana, anticapitalista, antimperialista, leader del popolo Lenka e del Fronte di Resistenza honduregno, assassinata il 2 marzo 2016 da sicari dell’impresa estrattiva multinazionale che voleva violare, con un intervento devastante, la terra sacra dei Lenka. E’ stata Berta a non cessare mai di indicare nella virago Clinton l’autrice del golpe che ha tolto 12 anni di vita a un popolo.

A volte quel motto suona vuoto, o disperato. Ma quando il popolo, le donne dell’Honduras, hanno travolto il regime dei golpisti, prima con i corpi e poi con il voto, il grido “BERTA VIVE” suonava proprio realistico e vero.

 
Berta Caceres 

Fulvio Grimaldi
DOMENICA 12 DICEMBRE 2021

MONDOCANE: Italia – Honduras, chi è la Repubblica delle Banane? — LEZIONI DALL’AMERICA LATINA — Guerra da Russia e Cina, o a Russia e Cina? (fulviogrimaldi.blogspot.com)

 

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