“Assange va punito perché ha svelato il lato oscuro delle nostre democrazie”

Il processo a Julian Assange è un processo politico: il fondatore di Wikileaks va punito perché ha svelato il lato oscuro delle nostre democrazie.

La mala informazione in Italia anche in questi giorni ha fatto il suo lavoro sporco, ingannando i propri lettori sul caso Assange, la richiesta di estradizione degli Usa e le accuse che gli sono rivolte in base all’Espionage Act del 1917 [una legge emanata durante la prima guerra mondiale sostanzialmente per perseguire spie e sabotatori, che non consente alla difesa di usare l’argomento dell'”interesse pubblico” nello svelare informazioni coperte da segreto].
Nello stesso giorno in cui il mondo celebrava la giornata dei diritti umani e due coraggiosi giornalisti ricevevano il premio Nobel per la pace per il lavoro svolto in nome di un giornalismo indipendente a difesa della democrazia, l’Alta Corte inglese ribalta la decisione di non concedere agli USA l’estradizione di Assange della giudice distrettuale, Vanessa Baraitser, per il rischio concreto di suicidio per il fondatore di Wikileaks. Si è saputo poi in questi giorni che Assange ha anche avuto un ictus. Ricordo che da due anni, senza aver commesso alcun reato, Assange si trova nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh in UK e che lo Special Rapporteur ONU sulla tortura, Nils Melzer, ha concluso, in una perizia con uno psichiatra e un professore di medicina legale, che Assange mostra “tutti i segni tipici delle vittime della tortura psicologica”.
Assange ha svelato le bugie, le stragi di civili, la corruzione, le politiche catastrofiche della cosiddetta Guerra al Terrore: le migliaia di documenti pubblicati nel 2010 hanno offerto all’opinione pubblica una finestra senza precedenti, tra le altre cose, sulla mancanza di giustificazione e l’inutilità delle guerre in Afghanistan e Iraq. Dove si spinge una democrazia in nome della protezione della democrazia stessa? Una democrazia che usa la segretezza non per proteggere la sicurezza e l’incolumità dei cittadini, ma per nascondere crimini e garantire l’impunità ai potenti. Una democrazia che abusa dei suoi poteri, violando diritti umani e i principi fondativi stessi della democrazia. “Un potere dunque che vuole mettersi al riparo dallo scrutinio democratico, dell’opinione pubblica e del giornalismo, e che è disposto a fare qualunque cosa pur di restarvi — anche distruggere scientificamente la vita e la reputazione di chiunque osi puntare un cono di luce nelle sue stanze più buie”, come ha scritto Fabio Chiusi.
Questa è la colpa di Assange aver reso pubblico il lato oscuro, i meccanismi del potere segreto che in democrazia si sono rivelati non così diversi dai regimi autoritari. E lo ha fatto insieme alle più importanti testate internazionali (Guardian, Washington Post, New York Times, El Paìs, Der Spiegel…). L’accusa per cui rischia 175 anni di galera ruota intorno alla sua gestione e relazione con la fonte che gli ha permesso di mettere le mani su quel materiale. Ecco perché il processo ad Assange, come stanno ribadendo da anni sia i principali giornali mondiali che le principali associazioni impegnate per i diritti umani e per la libertà di espressione e informazione, è un processo al giornalismo e alla sua funzione di cane da guardia del potere. Ecco perché una condanna di Assange costituirebbe un precedente pericoloso per il giornalismo in tutto il mondo.
A decidere di perseguire Assange è stato Trump. Obama aveva rinunciato proprio per quello che venne definito “The New York Times problem”. Il dilemma di incriminare Assange per lo stesso tipo di giornalismo investigativo che portano avanti i media mainstream. Media mainstream con cui tra l’altro Assange ha collaborato proprio in occasione degli Afghan War Logs e Iraq War Logs e altro ancora. Sciaguratamente l’amministrazione Biden ha deciso di portare avanti il processo e così ha fatto appello alla Corte inglese per l’estradizione.
Durante la cerimonia per il premio Nobel, i giornalisti Maria Ressa e Dmitry Muratov hanno tenuto due discorsi importanti. Quello che sinceramente mi ha molto ferito è non aver sentito da parte loro nemmeno una parola sul caso Assange. Una loro parola in quel momento e in quel contesto avrebbe potuto avere un effetto dirompente per la causa. Il caso Assange riguarda anche loro e la motivazione per cui quel giorno hanno ricevuto il Nobel. Il giornalismo in tutto il mondo è a rischio, anche nelle nostre democrazie, con questo processo. Il trattamento riservato ad Assange è spietato, disumano, non degno di una democrazia. E bisogna avere il coraggio di denunciare per questo USA e UK, così come denunciamo le derive autoritarie delle Filippine di Duterte e della Russia di Putin.
Una recente inchiesta ha svelato anche un piano della CIA, sotto l’amministrazione Trump, per uccidere Assange. Assange non lo hanno ucciso, ma gli hanno distrutto la vita. E il messaggio è chiaro: chi osa svelare il lato oscuro del potere delle nostre democrazie riceverà lo stesso trattamento. Intanto chi ha commesso i crimini svelati da Wikileaks e dalle testate giornalistiche che hanno lavorato con Assange non ha mai fatto un giorno di galera e continua a vivere nell’impunità. Qualcuno, che invece era stato arrestato, come i mercenari responsabili di una strage di civili in Iraq nel 2007, è stato anche graziato (sempre da Trump).
“Nessuno – è l’atto di accusa del Guardian di un anno fa – è stato processato per i crimini denunciati da WikiLeaks. Invece, l’amministrazione Trump ha lanciato un assalto su vasta scala al Tribunale penale internazionale per aver osato indagare su questi e altri reati e sta perseguendo l’uomo che li ha portati alla luce, compiendo un passo senza precedenti di perseguirlo ai sensi dell’Espionage Act per aver pubblicato informazioni riservate. (Mike Pompeo, Segretario di Stato ed ex direttore della CIA, ha precedentemente descritto WikiLeaks come una “agenzia di intelligence ostile non statale”). In tal modo, ha scelto di attaccare una delle basi stesse del giornalismo: la sua capacità di condividere informazioni vitali che il governo preferirebbe sopprimere”.
Se questo tentativo di estradizione avrà successo, nessun editore e nessun giornalista che si occupa di sicurezza nazionale – ovunque si trovi – potrà considerarsi al sicuro.
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