Fulvio Grimaldi: “La lezione di Novak Djokovic. Un serbo, uno di noi”

“Felice il paese che non ha bisogno di eroi” risponde Galileo a un suo interlocutore nel dramma di Bertold Brecht. E diceva bene. Con l’annotazione, però, che quando un paese è infelice, il bisogno di eroi è auspicabile.

Qui abbiamo mezzo mondo infelice, il mezzo essendo quello politicamente e moralmente sottosviluppato del Nord, nel quale, invece, di eroi ci sarebbe enorme urgenza e dei quali  si sente disperatamente l’assenza.

Noi, nel nostro piccolo abbiamo avuto un operaio, un portuale, che ha fatto gettare lo sguardo sorpreso e ammirato dell’Europa su Trieste, per aver saputo rompere un incantesimo letale. Quello che dall’inizio dell’operazione “Pandemia”  ha ingabbiato la sua classe in formule politiche sclerotizzate, tali da impedire la comprensione, perfino la percezione, dei nuovi, inediti, meccanismi di un potere di cui, nonostante le più lampanti evidenze, non riusciva neppure a immaginare la dimensione del tasso criminale e totalitario.

Certo, dal cemento armato sotto cui la piastra mediatica schiaccia ogni definizione e ogni riconoscimento della realtà, hanno fatto capolino voci, intelletti, testi, scienza onesta, adunate e marce. Il sociocidio programmato ha subito rallentamenti, intralci e siamo enormemente grati a chi vi si è impegnato e, quasi sempre, ne ha pagato lo scotto. “Dal letame nascono fiori”, vero, e anche dalle dittature, che del letame sono la solidificazione politica.

Ma finora, dopo ben 22 mesi in cui si è provato, a mezzo di vessazioni di cui l’umanità non aveva mai avuto idea e che ancora non si capacita possano essere state inflitte, è mancata una figura umana che potesse riunire in sé, al costo di non solo perdere i cospicui guiderdoni legati al suo mestiere, ma anche di compromettere l’intero suo futuro, le qualità dell’eroe in cui siano riassunte e sublimate le istanze di chi vede, soffre e si ribella.

Spesso ho visto giocare Novak Djokovic, il serbo di una mia diversa patria d’elezione, che le potenze del mondo hanno voluto distruggere, ma non hanno saputo piegare. Ne ho sentito le parole, gentili, sincere, rispettose degli avversari, a ognuna delle infinite vittorie conseguite. Una brava persona, un gentiluomo, uno che sente e che pensa. Molto diverso dal suo avversario classico, lo spagnolo. Oggi l’ho visto salutare, sorridente, allegro, dalla ringhiera di una topaia in cui il regime australiano, tra i più claustrofili e aggressivi, lo ha rinchiuso, accanto alle vittime della sua furia parasanitaria nei confronti di spiaggiati dell’emigrazione. Aveva alle spalle la violazione di ogni diritto civile e umano. La bieca ferocia  dei pretoriani di questa ultima espressione dello storico razzismo genocida anglosassone, lo avevano sottoposto a un interrogatorio-rappresaglia di sette ore per essere titolare di una guarigione dal Covid senza “vaccino” e di un certificato che lo esime dal farsi sabotare il controllo del proprio corpo con qualcosa di oscuro, sperimentale e dalle conseguenze nefaste note e, nel lungo periodo, ignote. Mi piace credere che lo abbia fatto tanto per la propria integrità, come per quella di tutti noi. Alla fine, gli sgherri di Morrison l’hanno sbattuto in quarantena nella topaia, lui guarito, esente e negativo ai test. Tanto per dirci quanto valga il criterio di Ippocrate.

Una ventina d’anni fa, Novak avrà avuto 12-13 anni. Magari in una mia visita con telecamera a una scuola media di Belgrado, di quelle non incenerite insieme a ospedali, case, ponti da Clinton, D’Alema e Mattarella, l’avrò anche incontrato. Magari avremo condiviso gli schianti e i roghi della guerra Nato del ’99. A vedere quel che è diventato, sicuramente Djokovic è scampato al serbicidio tentato con le bombe all’uranio impoverito sulle città. Ma anche con l’alluvione del Danubio uscito dagli argini, in seguito a una nubifragio provocato dalla NATO con ioduro d’argento, per inondare i territori su cui si erano sparsi i veleni chimici del bombardamento Nato sul complesso di industrie chimiche e petrolchimiche di Pancevo.

Girando la Serbia, quel che rimaneva della Jugoslavia frantumata e che della Jugoslavia era il cuore, tra la distruzione e i due anni di una fenomenale ripresa e ricostruzione, spesso con le mani nude dei soli operai, come nel caso della Zastava (industria di automobili), o dei ponti sul Danubio, ho incontrato quegli eroi di cui questo popolo, eroico nei secoli contro turchi e tedeschi, aveva bisogno nella sua infelicità non doma: donne, soprattutto, insegnanti, militanti politici, profughi deportati da Kosovo o Croazia, medici, operai, lo stesso Slobodan Milosevic, che mi ha dato la sua ultima intervista prima dell’arresto da parte della feccia della prima “rivoluzione colorata” allestita dalle centrali cripto-CIA. Quelle del regime-change nazionicida a fini della  globalizzazione nel segno di Blackrock e Rothschild. Quelle a cui non manca mai il sostegno e il plauso di una stampa, “il manifesto” anticomunista in testa, che oggi non saprebbe camminare, se non facendo suoi i tentacoli di un virus.

Novak Djocovic, magari, domani cambierà, nel nome della maledetta resilienza, si conformerà. E io dovrò ricacciarmi la penna in gola. Ma nell’oggi in cui scrivo, è il mio eroe, è il nostro eroe, la bandiera alta su turbe immense, smarrite nel buio, perseguitate,  cacciate come bestie, ansiose di luce e mature per la rivolta. Un raggio di luce ci viene da una topaia di Melbourne. E’ serbo, Djocovic.

Fulvio Grimaldi

07/01/2022

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore.

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