Fulvio Grimaldi: “Viene giù il carcere?”

Scrivo da un paese che ha storicamente appaltato le sue sovranità e autodeterminazione, e dunque la dignità e libertà del suo popolo, a chi, Stato o Unione di Stati, le pretendesse. Fatta eccezione per alcune fasi nella seconda metà dell’Ottocento. Oggi l’Impero ci ha inflitto un valvassore incaricato di portare a termine l’opera iniziata, tempo fa, con l’aziendalizzazione della Scuola e la digitalizzazione cerebrale dei suoi frequentatori, e da concludere con la neutralizzazione, l’annientamento e la carcerazione di quanto di libero e pensante è sopravvissuto. Di questo, e di parecchio altro, si tratta nella puntata di “SANCHO” (sotto).

Annaspando alla ricerca di qualche frammento di sughero che ci tenesse a galla per quanta merda ingoiassimo, c’è chi ha trovato temporaneo sostegno in un campione mondiale del tennis e chi in un campione europeo di rubabandiera (nazionale).

Il conforme


Benedicente e con aureola: santo subito

Il secondo, Davide Sassoli, è stato testè celebrato dal colto e dall’inclita, ma soprattutto dai suoi mandanti, gestori e loro utili idioti, con un funerale di Stato. Apogeo conclusivo (si spera) di una settimana di passione eulogistica e di beatificazione come non se ne ricordava dai tempi di Teresa di Calcutta (peraltro una strega). Del collega (se tale si può dire il disco con il logo della Voce del Padrone) non mi sarei curato, non fosse stato per l’alluvione di livore e dileggio riversata dagli schermi di un sedicente informatore e autentico delatore (TG Mentana, La7) sul povero Prof. Paolo Becchi.

Di Becchi, già teorico dei Pentastellati, si può dire di tutto (come di Massimo Cacciari, capitato a sua insaputa nel consesso di persone coerenti e lucide e subito distintosi), ma non che nelle sue osservazioni sull’eziologia del male che ha ucciso Sassoli non fosse confortato dal brivido di sospetto che è corso per le sinapsi di mezzo mondo. Che, cioè, nella polmonite di 4 mesi prima e poi nel decadimento delle difese immunitarie del tri-punturato Sassoli avesse svolto qualche ruolo la sostanza multiforme che, nei continenti che ne abusano, sta provocando esiti analoghi in numeri incontenibili (e ormai insopprimibili) di vittime.

Gli sgherri giudiziari di Tomàs de Torquemada non avrebbero potuto pronunciare invettiva più feroce nei confronti di un sabba di streghe in cui fossero stati divorati bambini (a quei bambini ci hanno poi pensato i successori del Grande Inquisitore nelle scuole catto-canadesi  quando, negli anni che arrivano a noi, a decine di migliaia hanno fatto fuori, e poi dentro fosse comuni, bambini indigeni. Sia detto per utile inciso).

In qualche modo, il TG di Mentana ha dato anch’esso rilievo a un personaggio archetipo della Commedia dell’Arte democristiana, come raccontata da Alberto Sordi: il raccomandato. Arrivò tra noi del TG3 e stette per un paio d’anni, reduce da qualche quotidiano e destinato a ben altri olimpi. Apparve incongruo rispetto all’antimondo rappresentato da noi telecabulisti rossi. Persona gentile e peripatetico di redazione in redazione, di viale in bar, di mensa in viale. Non ricordo di avergli mai visto fare un servizio.

Era simpatico a tutti per i modi educati e sorridenti. Sorrisi dall’alto, con quel filo di ironia benevola, un po’ sfottente, che il signore regala al simpatico giardiniere, quando sa di camminare su tappeti rossi tessuti in Vaticano, nello scoutismo cattolico (scuola quadri DC-CL) e nella DC. Poi è andato a condurre il TG che insegna, inquadra, non dà mai fastidio, poi è salito a Strasburgo a rinforzare le fila dei mai fastidiosi, poi è diventato presidente che atterra con il sorriso e le belle parole i fastidiosi (pochi da quelle parti) e marito morganatico dell’imperatrice germanica: Santo Davide accanto a Santa Ursula. Coppia paragonabile a Lucrezia con l’innocuo, ma adorante Giovanni Sforza Alfonso d’Aragona, Alfonso I d’Este.  Due lucchetti sulla gabbia dell’uccellino Italia, da rifocillare e far cantare con qualche grano di PNRR.

Il non conforme

E passiamo al numero uno del tennis mondiale. Quello che, nel paese che ha rinserrato in colonie di lager i così definiti “positivi”, ha dimostrato che, pagando di persona, si può mettere con le spalle al muro, denudato della sua pretesa di democrazia, un regime come quello che, pure, si era portato più avanti, con noi, nella macelleria umana finalizzata al Grande Reset. Novak- Nole – Djokovic, è l’inusitato miracolo di una figura di alto significato sportivo e spettacolare, che esce dai binari che l’ordine costituito gli ha messo davanti. Dallo sportivo all’uomo che assume su di sè l’altissimo significato della resistenza politica nel nome di un’umanità che rifiuta di essere ridotta al servizio dell’Intelligenza Artificiale, dei suoi logaritmi e delle sue facilitazioni pseudosanitarie.

Avevo in qualche modo anticipato, nella puntata di SANCHO, la sopraffazione nei confronti della Giustizia con cui il governo del premier australiano Scott Morrison avrebbe disfatto la separazione dei poteri dello Stato, garanzia ormai arcaica di democrazia (come non lo sono mai stati i nostri presidenti dopo Pertini). Data la consanguineità morale a antropologica di questo visir di Bill Gates nell’altro emisfero col nostrano Capo di ogni nefandezza, c’era da aspettarselo.

Così un serbo che consapevolmente ha sfidato la criminalità ufficiale organizzata, nella sua versione bio-tecno-totalitaria (che, almeno da noi, si regge sulla consunstanzialità con quella extra-istituzionale), mettendo a rischio la sua enorme figura pubblica, le soddisfazioni degli appassionati del suo sport, è diventato un archetipo. Archetipo della verità/libertà. Proprio come Spartaco, definizione per la quale suo padre è stato coperto di dileggio dai pari di Mentana, degli amanuensi di regime, o del “manifesto”. Neanche questa disfatta hanno saputo metabolizzare con dignità, senza parole e facce deformate dall’odio.

Anzi, con la bava che gli cola dalla bocca, aspettano golosi che ora il regime di Canberra gli infligga tre anni di divieto di tornare nel paese, indispensabile per il Grande Slam, che lo condanni a 4 anni di prigione per aver prodotto “documenti falsi” e che quei cialtroni del governo dello Sport a forza di plusvalenze, gli comminino tre anni di sospensione. Cioè la fine della carriera. Djokovic resisterà?

Fallimenti a catena della loro strategia operativa, due anni di vigile attesa e di morti, un anno e passa di avvelenamenti, 24 mesi di assalto al lavoro, all’economia, all’istruzione, altrettanti di stupro della libertà, socialità, convivenza umana, il regno assoluto dell’inganno e della menzogna per strappare all’evoluzione umana la conquista della logica, del raziocinio, lo sprofondamento in un mondo della paura e della devastazione psicofisica e ambientale, un accanimento sulla frantumazione della coesione delle comunità rispetto alla quale il divide et impera d’antan è una modesta lite tra comari.

Di fronte a questi pifferai del post-atomico senza atomica (la useranno quando il “bacillo” non basterà), che si aggrappano al “positivo” di Djokovic, marcato dal solito tampone falso e manipolatorio, la “discussa” onestà del campione fa fare ai suoi strilloni la figura del Segretario di Stato, generale Colin Powell, quando agitava una provetta allo scopo di poter far uccidere tre milioni di iracheni. Hanno definito Djokovic un untore perchè, da guarito ma positivo, si è mescolato agli amici. “Positivo” è 9 volte su dieci un trucco per moltiplicare la “pandemia”; “positivo asintomatico” vuol dire sano come un pesce. Dunque  era nel pieno diritto di Novak frequentare gente. Che gli scagnozzi dell’OMS lo decidano o no.

Ma anche se Nole avesse provato, con qualche sotterfugio, ad aggirare gli sbirri di Morrison e i rottweiler mediatici dell’operazione globale, non avrebbe fatto nient’altro che esercitare il suo diritto alla libertà, con qualsiasi mezzo, costi quel che costi. Come Spartaco.  Una volta Spartaco sorgeva a Roma. Oggi tra i serbi, a Belgrado, Ci avrei giurato.

Sancho 16 II stagione – Fulvio Grimaldi – Per un nuovo anno di Resistenza

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