[Sinistrainrete] Vladimiro Giacché: È la contraddizione che muove il mondo

«La fine di qualcosa»: così il grande pianista canadese Glenn Gould, rivolgendosi al pubblico prima dell’inizio di uno dei suoi più straordinari concerti, definì la musica di Bach.

 

 

Vladimiro Giacché: È la contraddizione che muove il mondo

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È la contraddizione che muove il mondo

di Vladimiro Giacché

Testo della lectio al convegno Euro, mercati, democrazia e… conformismo EMD 2020, svoltosi a Montesilvano (PE) nei giorni 17 e 18 ottobre 2020

EgaIkRrWkAIkliw.jpg large1. Una fine e un inizio

«La fine di qualcosa»: così il grande pianista canadese Glenn Gould, rivolgendosi al pubblico prima dell’inizio di uno dei suoi più straordinari concerti, definì la musica di Bach. Il pensiero di Hegel rappresenta l’ultimo grande tentativo sistematico della storia della filosofia, un’ambizione che già la generazione di filosofi successiva abbandonò. Da questo punto di vista la filosofia hegeliana è davvero anch’essa «la fine di qualcosa». Ma d’altra parte è innegabile che il pensiero di Hegel abbia esercitato un’enorme influenza sui filosofi successivi. Alcuni aspetti della sua filosofia hanno esercitato un potente influsso sulla storia – non soltanto del pensiero – sino ai giorni nostri. La filosofia di Hegel è quindi sia una fine che un inizio. Per questo motivo, e per un motivo più importante: perché, come vedremo più avanti, nel suo pensiero la fedeltà alla tradizione filosofica, la continuità rispetto a essa, si unisce a un forte elemento di rottura, nientemeno che rispetto a un principio cardine della tradizione filosofica quale quello di identità.

Il pensiero di Hegel, al pari di quello di tutti i grandi pensatori, fa parte del patrimonio culturale dell’umanità. Allo stesso modo di un monumento storico, di un dipinto, di un brano musicale. In quanto tale, fa parte di una storia. Ma il suo significato non si esaurisce in essa, eccede ogni interpretazione – e proprio per questo è in grado di parlare a generazioni diverse, di divenire alimento di un nuovo pensiero. Il pensiero di Hegel fa parte anche di noi, perché è inserito nella tradizione culturale in cui noi stessi pensiamo. Talvolta ridotto a frammenti, a singoli concetti, a frasi isolate, ma comunque già presente in noi inconsapevolmente anche prima dell’inizio di ogni lavoro interpretativo.

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Gilles Dauvé: La fine del mondo non avrà luogo

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La fine del mondo non avrà luogo

di Gilles Dauvé

[VI episodio della serie: Pommes de terre contre gratte-ciel, apparso su ddt21.noblogs.org; marzo 2021]

Image 001«L’apocalisse di cui vi si dice non è quella vera». (Armand Robin, Poèmes indésirables, 1943-‘44)

Il catastrofismo, che – come abbiamo visto nell’episodio precedente – a volte può tingersi di marxismo, ha il vento in poppa: un mondo sull’orlo del collasso ci sta travolgendo, è urgente agire… o forse no, se è già troppo tardi. Ma di quale collasso stiamo parlando?

 

1. Collassato

Il collasso è un’immagine che colpisce: qualcosa o qualcuno crolla. Ma l’estinzione o la scomparsa di una società, più che coincidere con uno shock o una rottura, avviene dopo un declino generalmente accompagnato da una trasformazione di lungo periodo, che spesso si estende su un arco di diversi secoli, ed è raro che la decomposizione non sia anche una ricomposizione.

«Non è perché le “risorse” stanno diventando più scarse e (quasi) tutte le attività saranno rilocalizzate radicalmente, che le attuali strutture organizzative delle nostre società scompariranno, e che il produttivismo si arresterà. A questo proposito, la rappresentazione del “picco” (che in realtà è più simile a un plateau) della produzione di combustibili fossili comporta un grosso difetto. Viene sottinteso, e a volte esplicitamente affermato, che la rarefazione di queste energie causerebbe il collasso del capitalismo. Ma la scarsità non porta alla fine dei rapporti di produzione (al contrario). Il produttivismo andrà fino in fondo, fino all’ultima goccia, se avrà campo libero. Non ci sarà una fine meccanica del capitalismo […], ci sarà “solo” una riallocazione delle “risorse” disponibili […] e una maggiore intensità nei rapporti di sfruttamento e nell’estrazione delle materie prime. […] L’elettricità non scomparirà, i tagli di corrente saranno sporadici. Internet non si spegnerà da un giorno all’altro: una parte della popolazione si troverà scollegata, con un accesso alla rete sempre più oneroso.» (Jérémie Cravatte)

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Alastair Crooke: Pandemia e strategia economica: una trama inestricabile

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Pandemia e strategia economica: una trama inestricabile

di Alastair Crooke

Benedetto Cristofani handelsblatt corona bull cristofaniTre anni fa, parlando degli sforzi per far rientrare in patria dall’Asia i posti di lavoro persi dai colletti blu americani, avevo detto ad un professore americano dell’US Army War College di Washington che questi posti di lavoro non sarebbero mai ritornati. Erano perduti per sempre.

Il professore aveva replicato che era proprio così, ma che ero io a non capire il punto. L’America non si aspettava, né voleva, che ritornasse in patria la maggior parte di quei banali posti di lavoro dell’industria manifatturiera. Avrebbero dovuto rimanere in Asia. Le élite, aveva continuato, volevano solo i posti di comando del settore tecnologico. Volevano la proprietà intellettuale, i protocolli, le metriche, il quadro normativo che avrebbe permesso all’America di caratterizzarsi ed espandersi nei prossimi due decenni di evoluzione tecnologica globale.

Il vero dilemma però, secondo lui, era: “Cosa bisognerebbe fare di quel 20% della forza lavoro americana che non sarà più necessaria, che non servirà più per il funzionamento di un’economia a base tecnologica?”

In effetti, quello che il professore aveva sottolineato era solo uno dei tanti aspetti di un dilemma economico fondamentale. Negli anni settanta e ottanta le aziende statunitensi si erano impegnate a delocalizzare in Asia il costo del lavoro. In parte per tagliare le spese e aumentare la redditività (e così era stato) ma anche per una motivazione più profonda.

Gli Stati Uniti sono sempre stati un impero espansionistico, sempre alla ricerca di nuove terre, di nuovi popoli e delle loro risorse umane e materiali da sfruttare. Il movimento in avanti, la continua espansione militare, commerciale e culturale è la linfa vitale di Wall Street e della sua politica estera.

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Francesco Fistetti: Losurdo e la filosofia tra Lenin ed il marxismo

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Losurdo e la filosofia tra Lenin ed il marxismo

di Francesco Fistetti

A giugno del 2018 veniva a mancare Domenico Losurdo, uno dei massimi filosofi politici italiani, pugliese (era nato a Sannicandro di Bari nel 1941), le cui opere sono tra le più tradotte al mondo (dall’Europa agli Stati Uniti e al continente latino-americano), compreso il suo ultimo testo, Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, edito da Laterza l’anno prima della morte.

Si era laureato con Pasquale Salvucci nel 1963 all’università “Carlo Bo” di Urbino, dove ha insegnato Storia della filosofia nella Facoltà di Scienze della Formazione, ricoprendo anche la carica di direttore dell’Istituto di Scienze Filosofiche e Pedagogiche. Figura complessa di studioso militante, non esita a prendere posizione in Italia contro lo scioglimento del Pci e, sul piano internazionale, a schierarsi contro le cosiddette guerre umanitarie promosse, in nome dell’“esportazione della democrazia”, dagli USA e dall’Occidente. Polemista agguerrito, combatte su più fronti: dalla controversia sul revisionismo storico (da E. Nolte a F. Furet) al dibattito sul totalitarismo (da K. Popper a H. Arendt).

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Marco Cosentino: “Il Covid non è curabile…”

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“Il Covid non è curabile…”

di Marco Cosentino*

Non è curabile da un sistema sanitario spolpato e ridotto all’osso in nome di un malinteso e strumentale efficientismo aziendalista.

Non con medici di base cui è permesso seguire 1500-2000 persone. Assistiti, li chiamano. Ma che assistenza ricevono 2000 persone da una persona sola?

E questo in regime ordinario. Perchè invece il covid è una malattia d’altri tempi, di quelli nei quali il medico stava al letto del paziente tenendogli il polso, ascoltato il respiro, osservando le mucose rosee o cianotiche.

Col covid non te la cavi con una ricetta di statine o antiipertensivi. Dieci pazienti col covid ti riempiono una giornata di 48 ore. Ha ragione il mio amico fraterno primario ospedaliero: le cure ci sono ma non c’è chi le possa dispensare e applicare.

Eppure sarebbe bastato volerlo, così come si è voluto militarizzre un apparato di vaccinazioni in serie, almeno due terzi delle quali, ai giovani e ai sani, non hanno alcun significato medico.

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Salvatore Bravo: RAI e pluralismo

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RAI e pluralismo

di Salvatore Bravo

La RAI lancia, come ogni anno, la sua campagna abbonamenti. È il servizio pubblico per eccellenza, in quanto, in teoria, consente a chi non ha voce e potere economico di esprimersi, di contestare e proporre. Senza libertà di parola che la RAI dovrebbe attuare non vi è democrazia, ma oligarchia, pertanto la RAI dovrebbe essere servizio pubblico e non di Stato. Servizio pubblico è dare voce ad ogni cittadino con un’informazione libera ed imparziale. Quest’ultima è un ideale e una pratica “umanamente conseguibile” attraverso la visibilità alle minoranze. Spetta ai cittadini informati, elaborare socraticamente il concetto ed eventualmente schierarsi in modo ragionato e razionale. La RAI non dovrebbe essere TV di Stato, ovvero mezzo mediatico al servizio dei potenti di turno, ma servizio pubblico. Se ogni anno i cittadini della Repubblica pagano l’abbonamento TV è per usufruire della libera ed imparziale informazione che consolida la vita democratica. La RAI è di tutti come la scuola o il servizio sanitario, è uno dei presidi della democrazia. Garantisce la crescita etica e culturale dei cittadini nel rispetto delle differenze. Essa dovrebbe realizzare pienamente l’articolo 211 della Costituzione. Nel codice etico del marzo 2020 così si legge:

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Il Chimico Scettico: Vaccini mRNA e miocarditi nei giovani

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Vaccini mRNA e miocarditi nei giovani

di Il Chimico Scettico

https://www.facebook.com/SaraGandini68/posts/288190840033817

Magari non ve ne ricordate, ma quando la campagna di vaccinazione italiana è cominciata è cominciata con la parola d’ordine “non esistono vaccini di serie b”: un vaccino anticovid vale l’altro. Probabilmente in qualche manuale di comunicazione delle pandemie sta scritto così e sta scritto che è la cosa giusta da dire. Ma i dati di autorizzazione dicevano diversamente. E quando col vaccino AZ in primavera vennero fuori casi di trombosi del seno venoso cerebrale e trombi in presenza di piastrinopenia (nonché decessi) in giovani donne, ma non solo, fu un coro di “correlation is not causation” (la cosa “giusta” da dire, ancora). Peccato che questi effetti collaterali siano poi stati attestati dalle autorità di diversi paesi europei e poi da EMA (al che ricordo impagabili dissertazioni su rischio di trombosi nei voli aerei e nelle donne che prendono anticoncezionali).

Per l’ennesima volta, pressoché impossibile ricavare da trial su decine di migliaia di soggetti eventi con una frequenza di unità su centomila.

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Barbara Stiegler: Il “pass” viola i principi fondamentali della nostra Repubblica

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Il “pass” viola i principi fondamentali della nostra Repubblica

di Barbara Stiegler

Da quindici anni insegno etica e salute pubblica a medici e infermieri che vengono a formarsi all’università. Insieme, cerchiamo di capire perché il “consenso libero e informato” si è affermato come la chiave di volta dell’etica biomedica.

Perché compensa l’asimmetria potenzialmente pericolosa tra pazienti (o soggetti sani in una sperimentazione) e il potere medico. Perché può essere libero solo se viene accolto senza ricatti, minacce o pressioni psicologiche di alcun tipo – condizione essenziale perché non venga “estorto”. Perché di conseguenza non si può mai subordinare l’accesso alle cure all’accettazione del trattamento proposto e perché un paziente che si rifiuta di prestare il proprio consenso non può essere, con questo pretesto, escluso dal sistema assistenziale. Perché più in generale, e contrariamente alle ultime accuse di Emmanuel Macron che violano tutti i principi del nostro contratto sociale, i diritti del cittadino non possono, in alcun modo, essere condizionati dall’invocazione di doveri precedenti. Perché infine la raccolta dei consensi vieta qualsiasi ricorso all’argomento dell’autorità del tipo: “Obbedisci, perché sono io – o meglio le autorità sanitarie – che so cosa è bene per te!”

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Paolo Cornetti e Thomas Fazi: Il nuovo ruolo del Presidente della Repubblica, da garante della Costituzione a garante dei trattati europei

lafionda

Il nuovo ruolo del Presidente della Repubblica, da garante della Costituzione a garante dei trattati europei

di Paolo Cornetti e Thomas Fazi

SavonaMattaCome è ormai risaputo, il 24 gennaio terminerà il mandato settennale di Sergio Mattarella e il Parlamento italiano e i rappresentanti regionali saranno chiamati allo scrutinio segreto per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Malgrado questo evento non abbia ottenuto grandi attenzioni al di fuori del nostro paese, la scelta che ne conseguirà sarà determinante per tutto il continente europeo.

Generalmente, si ritiene che il presidente abbia un ruolo puramente cerimoniale e simbolico, e in effetti per la maggior parte della vita repubblicana è stato effettivamente così. D’altronde dovremmo essere una democrazia parlamentare, con il governo che si regge sulla fiducia delle Camere elette dal popolo.

Eppure, nella sua veste ufficiale di “garante” o “guardiano” della Costituzione, il presidente della Repubblica detiene un potere notevole. I governi, infatti, devono ottenere la sua “approvazione”, in quanto egli nomina (o “approva”) il Presidente del Consiglio e gli altri ministri. Inoltre, tutte le leggi approvate dal Parlamento devono essere firmate dal Presidente della Repubblica, il quale ha anche il potere di sciogliere le Camere, per esempio a seguito di una crisi di governo. Ciò significa che il Colle detiene a tutti gli effetti la capacità di decidere se indire nuove elezioni o meno.

Ma i poteri presidenziali non finiscono qua, dal momento che la carica più alta dello Stato ha la facoltà di ratificare i trattati internazionali, è comandante in capo delle Forze Armate e Presidente del Consiglio superiore della magistratura. Infine, non molti ne sono a conoscenza, ma il Presidente della Repubblica può esercitare la sua influenza anche attraverso le strutture tecnocratiche del Ministero dell’Economia e delle Finanze, in particolare l’onnipotente Ragioneria Generale dello Stato e la Banca d’Italia.

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Alberto Prunetti: Ritorno a Reims

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Ritorno a Reims

di Alberto Prunetti*

Recensendo «Retour à Reims (Fragments)» Alberto Prunetti avverte il rischio che le storie working class vengano neutralizzate. Eppure queste biografie operaie aiutano a liberarsi dalle zavorre che ci portiamo dietro

working class jacobin italia 1536x560Da un po’ di giorni ricevevo inviti a guardare il documentario francese Retour à Reims (Fragments) di Jean-Gabriel Périot. E sempre mi sottraevo. Ho un rapporto complesso, di attrazione e distanziamento, con l’opera di Didier Eribon a cui il documentario si ispira esplicitamente. Quando la lessi la prima volta mi ritrovai risucchiato in quelle pagine, assediato da flashback della mia infanzia. Quello che mi allontanava però dal memoir di Eribon era la mia traiettoria personale: per me gli studi non erano stati un elemento di mobilità sociale. Dopo la laurea non avevo fatto alcun dottorato, non ero entrato nel mondo della classe media intellettuale ma ero andato a lavorare in pizzerie e ristoranti per dieci anni. Avevo anche pulito merda di cavalli in resort di lusso in Italia. Non ero insomma un transfuga di classe e la classe media si guardava bene dall’accogliermi tra le sue braccia. Anzi, mi sfruttava alacremente.

Certo, me n’ero andato dalla mia città natale, con il suo altoforno che languiva e gli alti tassi di disoccupazione. Ma ero rimasto nella classe lavoratrice, saltando dalla padella alla brace, finendo a pulire cessi a Bristol, senza prendere nessun ascensore sociale. E quando ho provato a raccontare le mie disavventure working class in Gran Bretagna, un giornale conservatore, il Daily Mail, mi ha descritto come un «very sweary, grizzled old Italian Lefty», ossia un «volgare sinistrorso attempato», con il sottinteso che gente come me non dovrebbe scrivere libri ma stare al suo posto, a condire pizze con l’ananas e il prosciutto cotto.

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Michele Di Mascio: Mea culpa, mea maxima culpa…. ovvero, chi o cosa ha ritardato la ricerca sulle profilassi antivirali per il Covid-19?

sinistra

Mea culpa, mea maxima culpa…. ovvero, chi o cosa ha ritardato la ricerca sulle profilassi antivirali per il Covid-19?

di Michele Di Mascio

wired placeholder dummyI.

Poiché da svariato tempo si discute in variegata misura di profilassi anti-Covid preventiva1, è bene cominciare rapidamente ad interrogarsi su come tende a porsi una certa comunicazione scientifica attraverso i media con riferimento a tale suddetta eventualità.

È un esercizio credo che potrebbe aiutare ad evidenziare alcuni fattori eziologici alla base dello scetticismo diffuso verso le istituzioni, fenomeno certamente noto alle democrazie, ma reso più visibile ed esasperato, attesa l’ineluttabile dinamica di un fenomeno così drammatico e che riguarda indistintamente ciascuno di noi. Per fare un primo esempio, ho assistito ad una trasmissione televisiva nel mese di Novembre in cui si è discusso della vaccinazione nella fascia d’età dai 5 agli 11 anni. Si ѐ parlato del numero di morti da Covid negli USA in questa fascia e dell’importanza di prevenire anche una singola morte, ma nessuno ha fatto riferimento, almeno una volta durante l’intera trasmissione, a quale numero corrispondano i morti per influenza nella stessa fascia d’età.

Questo fatidico numero avrebbe fornito una più corretta contestualizzazione dell’informazione, per così consentire di elaborare prima di tutto la magica definizione di “ritorno alla normalità”, soprattutto quando si discute di un paese complesso come gli Stati Uniti di oltre 300 milioni di abitanti, e di quali principi etici e costituzionali vanno invocati per supportare tale intervento.

Orbene, indipendentemente dal nostro punto di vista sull’utilità o meno di questa contromisura (la vaccinazione anti-Covid nei bambini), l’enfasi che io vorrei porre ѐ sugli attributi minimi di logica, efficienza e trasparenza che ogni comunicazione tra istituzioni e cittadino dovrebbe possedere, perché la loro assenza ѐ ciò che genera quel senso di insoddisfazione, soprattutto in quella parte della popolazione che ha maggiori strumenti per farsi un’idea (si pensi a chi ha in famiglia un medico; alla coinquilina che fa la biologa, che conosciamo da anni e del cui punto di vista ci fidiamo).

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Andrea Zhok: La meritocrazia sanitaria

andreazhok

La meritocrazia sanitaria

di Andrea Zhok

L’altro giorno a Piazza Pulita (La7) Pierluigi Bersani, ex segretario del Partito Democratico ed ex ministro della Repubblica, ha affermato:

“Finché c’è posto per curare, bene. Se non ci fosse più posto, non sta fuori un malato di tumore o di leucemia perché qualcuno dice che il vaccino è roba da ridere. Questo bisogna che lo diciamo.”

L’affermazione di Bersani non è in verità niente di nuovo in questo tetro periodo della storia repubblicana, avendo avuto più volte occasione di udire minacce o raccomandazioni circa l’appropriatezza dell’idea che un cittadino che abbia scelto di non sottoporsi all’attuale vaccinazione anti-Covid non meriti di essere curato, o solo in subordine a tutti gli altri. Ma per quanto non nuova, e per quanto tinteggiata retoricamente con un contrasto ben scelto – malato oncologico vs. l’ignobile Franti che ride del vaccino – questa affermazione, pronunciata con tono torvo e ammonitore da uno dei leader storici di ciò che una volta si diceva “sinistra” rappresenta un salto di qualità. Se qualcuno avesse avuto bisogno di conferma del mutamento antropologico ed etico avvenuto nella “sinistra” in era neoliberale, questa affermazione suona come la sua conferma tombale.

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Norberto Fragiacomo: Altro che bluff, è la mossa del cavallo!

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Altro che bluff, è la mossa del cavallo!

di Norberto Fragiacomo

Non può meravigliare nessuno che, a ottantacinque anni suonati, Silvio Berlusconi seguiti a “far politica” esclusivamente pro domo sua: è questo lo schema cui si è attenuto sin dai giorni ormai lontani della discesa in campo. Per lui l’interesse pubblico non conta niente, dovendosi conformare alle personali esigenze di un imprenditore corsaro.

Destano però un’involontaria ammirazione l’audacia (rectius: sfrontatezza) e il perfetto tempismo con cui l’ex cavaliere e “utilizzatore finale” si è lanciato nella corsa al Quirinale, spiazzando i c.d. avversari e soprattutto i sodali. Per capire il significato del suo azzardo occorre tener presenti alcuni dati di fatto. In apparenza il nostro non è mai stato così debole e marginale: l’età avanzata, il declinare delle forze e una FI ridotta al lumicino e in procinto di sfaldarsi sembrano evidenti svantaggi, malamente compensati da una conversione all’europeismo che è mera scelta tattica di sopravvivenza. All’interno di un centrodestra dato in continua crescita Berlusconi interpretava, nell’opinione degli osservatori, il ruolo di (logoro) vaso di coccio stretto fra due di ferro… eppure – e forse anche per questo – dall’improvvisa mossa del cavallo egli non ha nulla da perdere, e parecchio se non tutto da guadagnare.

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Daniela Poli: Una risposta a Piero Bevilacqua

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Una risposta a Piero Bevilacqua

di Daniela Poli

Buongiorno Piero,

seguo da tanto tempo il tuo lavoro di grande lucidità e spessore e in molti casi mi trovo d’accordo con quanto scrivi. Non amo molto replicare, sia per carattere, sia perché scrivere per me è faticoso, ma questa volta lo faccio.

Talvolta scorro i documenti che invii e in questi giorni sono stata attratta dall’articolo che hai pubblicato sui no-vax .[1]

Ho letto e sono rimasta molto colpita, ma ho esitato a rispondere, stavolta non per reticenza o difficoltà, ma perché la tua replica al bel documento di Giudo Viale e soprattutto i commenti dei tanti membri dell’Officina mi hanno sconfortato. Dai diversi scritti sembra che non ci sia desiderio di capire le ragioni dell’altro (ma siamo sicuri che sia proprio altro?) ma soltanto di separare “il noi dal voi”, di chiudersi in una zona confortevole fatta di certezze in cui è chiaro in partenza ciò che è bene e ciò che è male. Credo viceversa che in questa come in altre situazioni complesse sia utile fare un’operazione umile, ma necessaria, per comprendere fenomeni nuovi, e cioè mettersi in discussione, prendere in considerazione i propri limiti e le proprie umane paure, così come quelle degli altri.

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Leonardo Lugaresi: Cosa sta facendo il covid, per colpa nostra. Una testimonianza dalla scuola

leonardolugaresi

Cosa sta facendo il covid, per colpa nostra. Una testimonianza dalla scuola

di Leonardo Lugaresi

Ho appena letto, sulla pagina Facebook dell’amico Domenico Fabio Tallarico, insegnante, un resoconto di quella che lui giustamente chiama una giornata di ordinaria follia nella scuola. Conoscendolo, so che la testimonianza è fededegna, e del resto credo che molti altri che lavorano nella scuola potrebbero portarne di simili. La riporto integralmente perché mi pare molto eloquente. Credo che documenti in modo impressionante uno dei tanti danni prodotti dall’avere – tutti quanti, perché in questo nessuno può chiamarsi fuori, ma le responsabilità non sono tutte uguali, e i conti prima o poi bisognerà farli – impostato l’intera gestione della pandemia su una politica della paura (e dell’ostilità, che ne è la figlia) e non della prudenza. L’ignoranza e il disprezzo delle virtù cardinali è un peccato che la nostra società sta scontando tragicamente.

* * * *

Giorni di ordinaria follia nella scuola

Quelli che stiamo vivendo sono ormai giorni di pura follia, che gli adulti hanno trasmesso (peggio del virus) ai nostri ragazzi. Un esempio…

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Isabella Consolati: Nei magazzini di Amazon tra lavoratori e robot

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Nei magazzini di Amazon tra lavoratori e robot

di Isabella Consolati

Sono ventotto i nuovi magazzini Amazon inaugurati in Italia tra il 2020 e il 2021: in soli due anni il colosso di Seattle ha raddoppiato gli impianti, segnando un picco di crescita mai raggiunto da quando, nel 2011, ha aperto il primo centro di smistamento a Castel San Giovanni (PC). Di crisi in crisi, approfittando prima delle conseguenze del crash finanziario del 2008 e della precarizzazione a cui il jobs act ha dato il via libera e poi della situazione pandemica, Amazon ha trasformato la geografia della logistica anche in Italia. Altrettanto velocemente sono cresciute a livello globale le denunce sulle pessime condizioni di lavoro nei magazzini e nel delivery e, da entrambi i lati dell’Atlantico, si sono moltiplicate le lotte e i tentativi di organizzazione a livello non solo nazionale. Il libro di Alessandro Delfanti – The Warehouse. Workers and Robots at Amazon (London, Pluto Press, 2021, pp. 179), una preziosa incursione nel mondo per lo più invisibile che rende possibili le consegne a domicilio – esce dunque in un momento particolarmente propizio.

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