Assemblea Militante: “Per un’opposizione di classe alla gestione autoritaria della pandemia”

Quello che segue è un testo frutto dell’elaborazione collettiva e condivisa di un gruppo di compagni, provenienti da diverse realtà territoriali e da diverse esperienze politiche pregresse, sebbene tutte riconducibili alla sinistra classista. Nel corso di questi mesi siamo stati attivi nelle mobilitazioni contro la gestione autoritaria della pandemia e abbiamo promosso proprie iniziative per estendere e qualificare in senso classista il movimento in corso.

Dallo scambio iniziale di materiali e di esperienze si è creato un circuito di confronto che ha cercato di mettere a fattor comune le pratiche e le riflessioni maturate nel corso di quest’attività. Il testo vuole essere un contributo per estendere ancora di più questo confronto ad altri compagni che in questi mesi hanno maturato un giudizio simile al nostro sulla vicenda della pandemia e un invito a unirsi a noi (nel caso si riconoscano in esso) in questo circuito che abbiamo chiamato Assemblea Militante, per sottolineare che il nostro non vuole essere un consesso di pura discussione ma di impegno attivo e possibilmente coordinato e condiviso.

Siamo convinti che, anche se il movimento dei mesi scorsi vive una fase di difficoltà, esso sia un interessante banco di prova per le caratteristiche con cui si ripresenterà lo scontro tra le classi e la lotta anticapitalistica nel prossimo futuro. Inoltre riteniamo che il movimento stesso non abbia esaurito tutte le sue potenzialità e che nei prossimi mesi, anche per la pervicacia e la manifesta irrazionalità delle misure imposte dal governo, esso sarà costretto a ritornare in campo.

Siamo altresì convinti che la vicenda della pandemia abbia rappresentato uno spartiacque per tanti compagni che hanno dovuto assistere al fallimento delle varie sigle della cosiddetta sinistra antagonista sindacale e politica che nella stragrande maggioranza si sono adeguate alla narrazione dominante sul tema della pandemia diffusa dalle istituzioni e dai mass media, assumendo posizioni politiche di piena subalternità alla suddetta narrazione.

Tale fragoroso naufragio ha lasciato tanti compagni disorientati e scoraggiati ed è a essi che intendiamo prioritariamente rivolgerci per segnalare che non sono soli, che ci sono altri militanti che non hanno portato al macero il proprio cervello e la propria opposizione al capitalismo e intendono continuare a contrastarlo in tutte le sue manifestazioni, di cui la gestione pandemica è oggi uno degli snodi principali che anticipa il futuro che ci aspetta.

Non siamo diventati degli specialisti della lotta alla gestione della pandemia, e intendiamo coniugare il nostro impegno su questo terreno con quello per sostenere tutti i momenti di resistenza contro le conseguenze dello sfruttamento e del dominio capitalistico, ma riteniamo che ciò sarà possibile se tutti ci rendiamo conto del grande salto in avanti che oggi stanno compiendo i nostri avversari di classe in termini di disciplinamento e controllo sociale proprio per rafforzare il suddetto sfruttamento e dominio.

Invitiamo pertanto i lettori del nostro testo a farci pervenire i loro commenti e le loro osservazioni all’indirizzo mail in calce al documento ma soprattutto a segnalarci la loro disponibilità a far parte di questa piccola rete per ritrovare e rafforzare le ragioni di un impegno militante comune.

Buona lettura a tutti.

 

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A due anni dalla diffusione del virus SARS-CoV-2, risulta sempre più manifesto l’utilizzo politico dell’epidemia da parte dei governi della maggior parte dei Paesi del mondo e soprattutto del grande capitale, in particolare nei paesi imperialisti come l’Italia.

Sin dall’inizio si è dato vita ad una campagna d’informazione terroristica che ne esagerava i pericoli, tesa ad alimentare angosce e paure tra la popolazione.

Se la stragrande maggioranza dei contagiati sono asintomatici o con sintomi lievi, è vero che nella parte restante la malattia può avere un decorso anche grave, con conseguenze polmonari e cardio-vascolari che possono portare ad esiti letali; ma ciò vale principalmente per le persone molto anziane e/o con diverse patologie pregresse, e soprattutto in assenza di terapie adeguate e tempestive. Se in alcuni Paesi, come l’Italia, si sono raggiunte percentuali maggiori di morti e di decorsi gravi della malattia, ciò è dipeso dalla sciagurata strategia seguita dai governi che si sono succeduti. Mentre in un primo momento non si è fatto che accentrare l’intervento terapeutico negli ospedali, mandati velocemente in affanno e trasformati nei principali focolai di contagio – attraverso l’allarme mediatico che ha spinto chiunque avesse sintomi anche lievi a precipitarsi nei pronti soccorsi, e la disattivazione di ogni intervento domiciliare da parte dei medici di base, minacciati di ritorsioni legali qualora contribuissero a diffondere l’infezione -, in una seconda fase è stata impedita qualsiasi terapia efficace o anche solo promettente nell’affrontare il morbo, attraverso il noto protocollo basato sulla somministrazione di paracetamolo (tachipirina) e sulla “vigile attesa”. Strategia due volte sbagliata, innanzitutto perché la tachipirina favorisce in chi è contagiato la creazione di trombi polmonari, aggravando le conseguenze prodotte dal virus, e poi perché il contagio, in chi è sintomatico, avviene in genere in forma molto lieve all’inizio, per aggravarsi pericolosamente nei giorni successivi, quando diventa più complicato intervenire efficacemente con i farmaci disponibili. Il protocollo imposto dalle istituzioni, insieme alla paura e al terrore seminato nella prima fase della pandemia, hanno provocato una crescita esponenziale dei ricoveri, portando al collasso le strutture ospedaliere già in grave affanno per i tagli subiti dalla sanità pubblica negli scorsi anni. Se non bastasse questo, per i malati che giungevano in condizioni gravi in ospedale si è proceduto per tanti mesi con il protocollo della intubazione ed ossigenazione forzata che, a sua volta, rafforzava i fenomeni di trombosi, causa di tanti decessi per Covid. A ciò vanno aggiunti tutti i morti provocati dalla sciagurata prassi, assai diffusa ad inizio pandemia, di collocare molti malati contagiati nelle RSA dove risiedevano anziani (cioè la popolazione più a rischio di conseguenze pericolose dovute al contagio). Intanto si sparava ad alzo zero contro i tanti medici che, utilizzando farmaci da prontuario, curavano i propri pazienti intervenendo tempestivamente presso i loro domicili ed evitando ricoveri e morti maggiori. Si è trattato di scelte intenzionali e assolutamente dolose: ammettere l’esistenza di terapie efficaci non avrebbe permesso, successivamente, la somministrazione di un vaccino sperimentale che la normativa internazionale, recepita dalla gran parte degli Stati, consente se (e solo se) non vi siano altre cure disponibili.

Tutti questi morti, e sono la stragrande maggioranza, non hanno niente a che vedere con la diffusione del virus, ma con la strategia di “contrasto” (per non dire di aggravamento) messa in atto dal governo e dai suoi “esperti” selezionati. Si è trattato di una vera e propria strage di Stato di cui forse nessuno renderà mai conto, realizzata proprio in nome della difesa della salute pubblica.

Una svolta autoritaria in nome della tutela della salute dei cittadini

La campagna allarmistica e terroristica scatenata dal governo, dai mass media e dagli “scienziati” di regime, aveva lo scopo di legittimare e far accettare in maniera indolore l’instaurazione dello stato di emergenza, che ha dato mano libera a governo ed istituzioni per realizzare una serie di misure da vero e proprio stato di eccezione. I vari, immotivati lockdown succedutisi con il confinamento in casa della stragrande maggioranza della popolazione, il divieto di circolazione e di socializzazione se non per andare a lavorare e produrre profitto, l’obbligo di usare la mascherina anche in situazioni in cui il contagio era ed è impossibile, sono stati permessi solo dalla diffusione di ansia e paura dispensate a piene mani tra la popolazione. Oramai siamo alla dichiarazione del quarto stato di emergenza, giustificato dalla presenza dell’ennesima variante del virus (omicron) che al momento attuale ha prodotto solo pochissimi decessi nel mondo, confermando la pretestuosità delle misure varate con l’alibi di tutelare la salute dei cittadini. Se nella prima fase di diffusione dell’epidemia il comportamento delle istituzioni poteva essere attribuito anche a panico, inesperienza ed incompetenza, con il passare dei mesi è diventato sempre più evidente che era in atto un disegno politico perseguito con determinazione nel quale l’Italia giocava un ruolo di battistrada rispetto agli altri Paesi, soprattutto delle potenze occidentali. In realtà lo scopo era creare le condizioni per un’ulteriore militarizzazione della società attraverso la presenza di polizie ed esercito nella normale vita quotidiana, per imporre all’intera popolazione misure restrittive dell’agibilità politica, sindacale e di socialità che mai si sarebbero sognati di poter attuare in condizioni normali e senza diffondere artatamente angosce e paure collettive, in assoluta continuità (ed un’ulteriore accelerazione terroristica) con le varie Emergenze precedenti (mafia, “terrorismo”, “microcriminalità”, terremoti, rifiuti, ecc.)

Si è cominciato ad invocare la creazione di nuovi vaccini indicati come unica soluzione possibile e salvifica per contrastare l’epidemia in atto, nel mentre si continuava ad agire con i precedenti protocolli, tanto domiciliari che ospedalieri, rivelatisi del tutto fallimentari e dannosi. Una volta che i vaccini sono stati resi disponibili, si è passati all’introduzione del green pass, imposto ancora una volta con la scusa di prevenire la diffusione del contagio e come forma di persuasione soft alla vaccinazione. Siamo in realtà di fronte a uno strumento di discriminazione e repressione sociale, finalizzato a dividere e contrapporre i lavoratori e le masse popolari, così da permettere un balzo incredibile nel controllo delle persone, e a un dispositivo che rende discrezionale l’accesso a quelli che dovrebbero essere diritti fondamentali anche da un punto di vista borghese.

Si tratta di un grandioso esperimento di disciplinamento e controllo sociale, per imporre una torsione autoritaria delle istituzioni e del potere politico. Una tendenza già in atto da diversi anni, ma che con la gestione pandemica ha subito un’accelerazione eccezionale ed inaudita. Le trasformazioni imposte sull’onda della campagna emozionale scatenata dai mass media e dal governo non sono misure provvisorie, dovute ad una situazione eccezionale (ripetiamo, artatamente esagerata), ma disegnano la realtà con cui dovremo confrontarci nel prossimo futuro e da cui non si intende più retrocedere.

La gestione autoritaria della pandemia è propedeutica e condizione preliminare per blindare l’intera società, per creare una nuova cornice istituzionale e da unità nazionale, in nome della difesa del bene collettivo della salute. L’obiettivo reale è quello di spostare ulteriormente i rapporti di forza a favore del grande capitale nazionale ed internazionale, per difendere i profitti, criminalizzando ed impedendo qualsiasi reazione di lotte sociali che intendano opporvisi.

Una strategia che ha come scopo di rafforzare brutalmente ed ulteriormente lo sfruttamento sui posti di lavoro, ma anche di funzionalizzare all’accumulazione capitalistica tutti gli aspetti della riproduzione sociale. Sono proprio le esplosive contraddizioni economiche, politiche e sociali del capitalismo a spingere verso un dispotismo in cui non ci sono assolutamente margini per una soluzione welfaristica, come sognano con gli occhi rivolti al passato anche tanti antagonisti, e nemmeno per una liberista, com’è stato nei decenni recenti. La gestione della pandemia è servita proprio a creare le condizioni affinché tale gestione autoritaria passasse in maniera indolore o addirittura con il consenso delle sue vittime predestinate, ma anche nel silenzio (solo distratto?) di chi si propone come alternativo alle relazioni sociali dominanti.

Vaccini per tutti e obbligatori come unica soluzione salvifica

La campagna vaccinale di massa, oltre a rappresentare un’eccezionale occasione per rilanciare i profitti delle grandi aziende farmaceutiche, tutte partecipate da centri finanziari, è stata uno dei tasselli principali per dare credibilità alle misure emergenziali ed imporre un regime di disciplinamento generalizzato. I cosiddetti nuovi vaccini anti-Covid non sono dei veri vaccini (che dovrebbero essere definiti tali dalla loro capacità di indurre una reale e duratura immunità dal contagio e dagli effetti della malattia, diversamente dai preparati che si vogliono imporre): viceversa si tratta, per la prima volta nella storia, di trattamenti biotecnologici imposti a livello di massa, che vanno ad alterare i delicatissimi equilibri di trasmissione dell’informazione genetica a livello cellulare. Dei farmaci che non hanno potuto essere testati, come avviene con tutti i medicinali, per poterne valutare non solo la reale efficacia, ma soprattutto gli effetti collaterali, mentre la sperimentazione vera e propria viene eseguita attraverso la loro inoculazione di massa. Nel frattempo, sulle migliaia di casi di patologie, anche letali, manifestatesi dopo la vaccinazione, è scesa una cappa di piombo: parlarne è proibito, la narrazione sul “vaccino magico” non deve esserne incrinata. Quando si è costretti a citare qualche caso clamoroso, si precisa immediatamente che non c’è relazione di causa-effetto tra vaccino ed insorgere di disturbi anche gravi. Così, mentre nella fase pre-vaccino ogni morto che risultasse positivo al virus veniva conteggiato tra i decessi per Covid, con i decessi da vaccino succede l’esatto contrario: ogni scusa è buona per escludere la correlazione. Intanto, giusto per far comprendere cosa sta veramente a cuore allo Stato in questa campagna, si è affidata la gestione della vaccinazione ad un generale, Figliuolo, distintosi per il comando delle missioni in Afghanistan ed in Kosovo, con tutto l’apparato militare e poliziesco a suo supporto, e adesso promosso pure Comandante del Comando Operativo di vertice interforze (coordinamento e direzione delle operazioni militari in Italia e all’estero) .

Tutto il clamore sollevato circa gli alti tassi di mortalità e di letalità del virus, il boicottaggio delle cure domiciliari precoci per gli ammalati, che potrebbero evitare ospedalizzazioni di massa, così come l’occultamento del carattere sperimentale dei sieri, è servito a giustificare la necessità di una vaccinazione pressoché totale della popolazione, presentandola come unica soluzione praticabile per affrontare la pandemia.

Gli scienziati, specialisti e medici in grado di curare tranquillamente i propri pazienti a casa, che esprimevano riserve e critiche crescenti tanto alla gestione della pandemia quanto alla politica della vaccinazione di massa, sono stati puntualmente denigrati e sbeffeggiati dalla stampa asservita al potere, con un unanimismo degno dei regimi esplicitamente autoritari contro cui veniamo quotidianamente sollecitati a schierarci in nome dei “nostri” valori democratici da quegli stessi media che si comportano da veri professionisti della disinformazione e della censura. Per raggiungere una fantasmagorica immunità di gregge, impossibile con questi vaccini e con questo virus, si è continuato ossessivamente a spingere le persone, con le buone e le cattive, a farsi inoculare questi farmaci, nonostante non fosse più possibile nascondere che anche i vaccinati si contagiano e sono a loro volta contagiosi, che il loro grado di presunta copertura decade dopo pochissimi mesi, e che sono sempre più diffuse le reazioni avverse anche gravi. Anzi, l’immunità di gregge è stata rilanciata come obiettivo mondiale, col tentativo di estendere la somministrazione alla popolazione di tutto il mondo. Eppure, se si vanno a guardare le statistiche (non quelle dei “complottisti”, ma dell’OMS…), si scopre che c’è una relazione inversa tra casi di contagio e diffusione di vaccini. Sappiamo che in questi casi ci si appiglia all’argomento della scarsa diffusione dei cosiddetti “tamponi” nei Paesi dove si rilevano pochi contagi, ma questa obiezione si scontra col numero di decessi per Covid, che sono molto inferiori proprio nei Paesi in cui ci sono meno vaccinati. Stessa argomentazione viene utilizzata per spingere sempre oltre la vaccinazione di massa, fino ad arrivare ai bambini dai 5 anni in su (per ora…), anche se è risaputo che tali fasce di età, se contagiate, risultano quasi completamente asintomatiche. Nella sua totale insensatezza in termini di salute individuale e collettiva, la vaccinazione dei bambini non fa che mostrare fin dove può spingersi il sadismo del potere pur di difendere gli interessi delle classi dominanti.

Lasciapassare obbligatorio: un dispositivo per il controllo ed il disciplinamento sociale

L’istituzione del lasciapassare obbligatorio è la misura principe di questo esperimento di disciplinamento e di controllo sociale. Se non sapremo respingerlo al mittente, questo odioso dispositivo sarà reso permanente con nuove e cangianti motivazioni, e progressivamente esteso ad altri campi ed applicazioni nel futuro che ci aspetta.

Oggi lo Stato, attraverso la gestione autoritaria della pandemia ed il green pass, sta facendo un ulteriore salto in avanti nella funzione di difensore del dominio capitalistico, gonfiando enormemente la propria presenza nella vita dei cittadini, addirittura intervenendo sulla loro libertà di circolazione nei propri stessi luoghi di residenza e imponendo un certificato per poter accedere a svariate attività normali, ludiche o lavorative, che in precedenza nessun regime aveva mai osato negare alla popolazione. Lo Stato ha dimostrato nell’ultimo anno e mezzo di poter fare e disfare, vietare e consentire, punire e perdonare ogni cittadino secondo il proprio arbitrio. Chiudere in casa l’intera popolazione, controllarne potenzialmente ogni passo della vita privata, imporgli il coprifuoco, vietarle di assembrarsi o imporre il distanziamento di un metro, contribuisce a rafforzare il potere dello Stato di imporre qualunque cosa ai propri sudditi, compresi i peggiori sacrifici. Si delinea così una situazione in cui il diritto a lavorare, ad avere agibilità politica e sindacale, e persino ad avere relazioni sociali degne di questo nome (in breve, di vivere), sarà concesso solo a chi si sottometterà docilmente ai voleri dello Stato e delle sue istituzioni, a chi ne accetterà il controllo rinunciando alla propria libertà.

Nonostante sia evidente che il green pass non ha nulla a che vedere con la tutela della salute pubblica (ammesso e non concesso che si possa accreditare questo o altri governi borghesi di avere tale obiettivo), si continua a sostenerne la necessità e l’utilità. Le palesi e strumentali misure di utilizzo di questo certificato testimoniano della sua vera funzione. Le esplicite dichiarazioni di ministri, rappresentanti politici ed “esperti”, circa l’utilizzo dell’obbligo del green pass quale misura per costringere tutti alla vaccinazione, confermano il suo ruolo di strumento per estendere il controllo capillare delle persone e rendere discrezionale la possibilità di soddisfare i più elementari bisogni umani. L’estensione dell’obbligo vaccinale ad una platea sempre più ampia di lavoratori e il varo del super green pass dimostrano la natura vessatoria di tutta la gestione della pandemia e la progressione con cui è destinata ad avanzare.

Questa gestione della pandemia ha ragioni profonde… e non sono sanitarie

Di fronte alla criminale gestione della pandemia, scattano spesso due reazioni opposte: per alcuni un moto di incredulità, per altri il rifugiarsi in spiegazioni complottiste. Queste, però, rimandano in fondo ad un giudizio morale ed etico sulla classe dirigente economica e politica. Anche tra coloro che denunciano pezzi di verità circa le azioni e la pianificazione di questa gestione pandemica, si finisce per indicare categorie come la sete di potere, la pura volontà di dominio, fino ad arrivare, nelle forme più estreme, al complotto satanista. Come è possibile giustificare, infatti, le incredibili azioni messe in atto in completa malafede dai nostri governanti con la scusa di tutelare la salute collettiva, mentre si opera in direzione esattamente opposta? Quali sono le ragioni che li spingono ad agire in maniera apparentemente nefasta per le stesse sorti dell’economia, che pure dicono di avere tanto a cuore?

L’accanimento nella vaccinazione totale e l’imposizione del lasciapassare si comprendono meglio se si cerca di andare un poco oltre il grande can can mediatico e si guarda al reale stato di salute dell’economia capitalistica, alle sue oramai croniche difficoltà ad alimentare i profitti e alle sue insanabili contraddizioni, che ogni tanto esplodono violente senza che le toppe utilizzate riescano a superarle stabilmente, ed agendo anzi da ulteriori amplificatori.

Senza andare troppo indietro nel tempo, tali contraddizioni si sono manifestate recentemente con la profonda crisi generale del 2007/2008. Una crisi da cui non si è mai realmente usciti, anzi, essa è stata affrontata creando nuovo debito e alimentando ulteriormente le gigantesche bolle finanziarie. Contemporaneamente si è proseguito nell’attacco alle conquiste sociali come le pensioni e la sanità pubblica, si è definitivamente smantellata la rigidità del mercato del lavoro attraverso la precarizzazione diffusa e l’incremento dello sfruttamento operaio, mentre i salari reali regredivano. Ma tutti questi provvedimenti non sono stati sufficienti a dare un vero nuovo slancio all’economia e a rimpinguare di profitti la mostruosa massa di capitale finanziario esistente. Da anni, negli organismi che raccolgono rappresentanti del grande capitale e think tank al loro servizio, si discute e si pianificano scenari adeguati ad affrontare questa situazione di crisi semi-permanente per superare gli affanni cronici dell’economia, ma soprattutto per controllare le possibili conseguenze sociali, dovute tanto al pieno dispiegarsi di una nuova crisi, quanto alle misure previste per ridare fiato alla ripresa economica. Il rapido processo della digitalizzazione, insieme alle applicazioni dell’Intelligenza Artificiale e della robotica, sono destinati a realizzare un sistema sociale assolutamente inedito in cui la schiavizzazione dell’uomo (proletari, sottoproletari, ampie stratificazioni della piccola borghesia) raggiungerà livelli del tutto nuovi. Tutto ciò, attraverso gli incredibili aumenti di produttività ottenibili, provocherà e già sta provocando una enorme massa di disoccupati, determinando un’ulteriore frantumazione del mercato del lavoro e la diffusione di condizioni lavorative ancora più precarie, consentendo un’intensificazione nell’uso della forza-lavoro senza precedenti.

Non ci troviamo perciò di fronte a uno dei tanti processi di ristrutturazione del capitalismo, ma ad una vera e propria profonda trasformazione volta a creare un controllo centralizzato della ricchezza e del potere politico del tutto inaudito. Nei progetti di alcuni dei più influenti analisti e sostenitori di tale trasformazione ci si spinge fino a mettere in discussione lo stesso concetto di essere umano, non più concepito come lo conosciamo, ma come un ibrido uomo-macchina che viene visto come il fulcro dell’avvento di un’era nuova, in cui l’umanità supererebbe i limiti fisici dettati dalla sua natura vivente.

Tali necessità e progetti capitalistici hanno subito una rapida accelerazione per il prospettarsi di una nuova grande recessione. Nelle seconda metà del 2019, infatti, tutti i principali indicatori economici segnalavano una recessione industriale in alcuni dei principali Paesi occidentali, la caduta del commercio internazionale e l’esplosione del debito, sia pubblico che privato, a livelli superiori a quelli raggiunti nel 2008, con la possibilità di una nuova implosione a breve tempo.

Alle classi dirigenti delle potenze imperialiste del pianeta era chiaro che si stava entrando in una recessione ancora peggiore di quella del 2008, e pertanto serviva innanzitutto un colpevole su cui far ricadere la responsabilità della crisi economica: se nella crisi precedente la popolazione trovò il colpevole nelle banche, negli speculatori malvagi, ecc., oggi questa crisi economica potrà diventare, grazie a questa abile manovra internazionale, la “crisi economica causata dal coronavirus”. Da questo punto di vista diventa secondario, anche se non irrilevante, stabilire le origini e le cause del nuovo virus. Quello che conta è l’utilizzo che ne è stato fatto, che ha prodotto un salto di qualità nel controllo sociale da parte del potere, da ottenere, appunto, attraverso la gestione autoritaria dell’emergenza, per abituare fin da ora lavoratori e masse popolari a comportamenti caratterizzati dall’obbedienza, pena l’emarginazione. Il dominio del capitale sulla forza-lavoro, che storicamente si è espresso essenzialmente nei luoghi di produzione, oggi deve estendersi ad ogni aspetto della vita dei salariati (e non solo).

In nome dell’emergenza pandemica, non solo si affinano i dispositivi per rendere stabili e permanenti il disciplinamento ed il controllo sociale, ma si predispongono anche i mezzi economici e finanziari per implementare, accelerandone i tempi, la nuova ristrutturazione economica e sociale con l’iniezione di nuovi capitali (attraverso il Recovery Fund europeo, in Italia declinato nel PNRR) per aumentare la produttività (Industria 4.0, robotizzazione, telemedicina, ecc.) e tagliare ulteriormente i settori non produttivi di profitto (si veda ad esempio la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione). Da tale ristrutturazione saranno ulteriormente e violentemente investiti anche i settori artigianali e del piccolo commercio, attraverso la digitalizzazione spinta destinata a rendere proibitivi i costi per stare sul mercato, favorendo in questo modo una ulteriore centralizzazione del capitale e una massiccia proletarizzazione e impoverimento di ampi strati della piccola borghesia.

Lo scenario appena descritto non prefigura però un futuro guidato in maniera concorde da parte delle maggiori potenze mondiali. Anche se in questa fase vi è stata una sostanziale convergenza circa la gestione della pandemia, dettata dai rischi imminenti di una crisi di dimensioni eccezionali, permangono divisioni ed interessi divaricati tra varie fazioni di capitale e tra i diversi capitali nazionali. La natura caotica del capitalismo comporta fisiologicamente situazioni in cui alla collaborazione occasionale si alternano o si accompagnano forti elementi di competizione, destinati potenzialmente a deflagrare anche in scontri per affermare la supremazia di una fazione rispetto ad altre, a tentativi di scaricare i costi della crisi sui propri concorrenti e persino ad annichilire le capacità industriali dei propri rivali attraverso conflitti militari. Pur senza immaginare la meccanica riproposizione di dinamiche già verificatesi nel corso del secolo passato, si tratta di essere consapevoli della permanenza ineliminabile dell’aspetto competitivo tra diversi settori economici e diversi interessi geopolitici, che già oggi è possibile vedere in atto.

Un importante movimento di massa contro la gestione autoritaria della pandemia

All’inizio della diffusione dell’epidemia ha prevalso un senso di smarrimento e di angoscia collettiva dovuto alla scarsa informazione, ma soprattutto alla disinformazione ed al terrorismo mediatico sparso a piene mani. Tutto ciò ha portato la stragrande maggioranza della popolazione ad accettare i vari provvedimenti di confinamento e di distanziamento sociale come male necessario per la difesa della salute propria e dell’intera comunità sociale, persino con un certo grado di fiducia e di reciproca solidarietà (ce la faremo, andrà tutto bene, ecc., ecc.). Mano a mano che si evidenziavano le misure arbitrarie ed ingiustificate prese dal governo e gli effetti sociali in termini di posti di lavoro, di fallimento di piccole aziende artigianali e commerciali, l’accettazione passiva della narrazione dominante ha cominciato a subire notevoli incrinature facendo aumentare le voci di dissenso. I primi movimenti anche di piazza hanno coinvolto principalmente proprio i settori sociali più immediatamente colpiti sul piano economico (ristoratori, commercianti, ecc.) dalle misure restrittive, che rivendicavano il risarcimento per le perdite subite. Gran parte di essi individuavano come propri interlocutori privilegiati sul piano istituzionale i partiti della destra, in particolare la Lega e Fratelli d’Italia, che sia pure con atteggiamenti ondivaghi, sembravano voler dare voce al malessere espresso da questi settori. Quando si è capito che, sia pure in maniera inadeguata, il governo avrebbe provveduto a compensare almeno una parte dei mancati incassi, questo tipo di proteste si sono drasticamente ridimensionate. Ma già in questa fase si delineava un altro tipo di dissenso che contestava le misure arbitrarie del governo, in particolare per le scuole, con la generalizzazione della didattica a distanza e contro le forme più estreme di lockdown, come il divieto di circolazione tranne che per recarsi al lavoro. La misura che però ha acceso la miccia di metà estate del ’21, con proteste di piazza in tutte le grandi e medie città, è stata l’introduzione del green pass obbligatorio per poter accedere a tutta una serie di attività lavorative e di socialità.

È stato subito evidente che la gran parte dei partecipanti alle mobilitazioni del sabato erano di estrazione sociale essenzialmente diversa dalle manifestazioni del precedente ciclo. Soprattutto esse erano molto più partecipate e vedevano attivizzarsi lavoratori dipendenti del pubblico impiego e del settore privato con una forte prevalenza di proletari, sia pure come individui piuttosto che come classe consapevole di avere interessi distinti e contrapposti a quelli della classe dominante e dallo Stato. In particolare il dissenso era concentrato sul carattere manifestamente vessatorio dell’obbligo del green pass, come misura subdola per costringere le persone a vaccinarsi e più in generale come strumento di controllo sociale e tecnologico. Contemporaneamente cominciava ad essere messa in discussione tutta la narrativa predominante costruita intorno alla pandemia e, pur restando spesso confinata in una denuncia generica dei poteri forti nazionali ed internazionali, oppure delle multinazionali di Big Pharma e Big Tech, maturava una ostilità contro i poteri dello Stato e contro le istituzioni.

Anche in questo ciclo di lotte la destra estrema ha provato a giocare un ruolo significativo ma, per conoscenza diretta, possiamo affermare che, tranne in alcune mobilitazioni romane, i fascisti di tutte le tendenze sono praticamente assenti o del tutto marginali in queste piazze. Certo, vi prevale un sentimento genericamente sovranista e cittadinista, ma pensiamo che ciò sia praticamente inevitabile nella fase iniziale di un movimento nato nel deserto più totale di ogni tradizione del movimento operaio organizzato e nella latitanza, quando non nell’aperta ostilità, di quasi tutte le forze sindacali e politiche della sinistra antagonista. Del resto non ci pare che nei luoghi di lavoro e persino nelle sempre più rare mobilitazioni di lotta prevalgano sentimenti diversi. Noi continuiamo a ritenere che non è importante cosa pensa nella sua testa ogni singolo proletario che si mette in movimento, ma quello che sarà costretto a fare qualora voglia reagire con determinazione e con il proprio protagonismo contro una palese ingiustizia e contro l’oppressione ritenuta intollerabile. Se lo scontro intercapitalistico che raggiunge anche i piani alti del capitale (con il conflitto sempre più aperto tra settori più arretrati e altri tecnologicamenti più avanzati e dipinti di verde), non fa che rafforzare le tendenze populiste, sovraniste e di destra, i militanti anticapitalisti e i proletari coscienti hanno oggi il compito di riorientare questa rabbia in un senso di classe, strappandola il più possibile alle sirene della Reazione.

Quello che d’importante è emerso in queste mobilitazioni è il bisogno di comunità e partecipazione, la riconquista di spazi di socialità con persone che condividono la stessa voglia di opporsi alle misure governative e alla narrazione dominante, ma soprattutto la convinzione di doverlo fare con un’attivizzazione in prima persona, con il proprio protagonismo, e la ferma intenzione di praticarlo. Non è questa la sede per approfondire ulteriormente le caratteristiche del movimento in corso. Chi abbia anche solo marginalmente frequentato queste piazze senza pregiudizi ideologici, dovrebbe riconoscere che esse contengono enormi potenzialità, e che possono essere la premessa per una importante ripresa della lotta di massa contro gli effetti del dominio capitalistico e le sue espressioni politiche.

Il completo naufragio delle tendenze della sinistra antagonista e di classe

Quello che invece si è dovuto registrare in questa vicenda della pandemia è stato il completo naufragio della stragrande maggioranza delle tendenze politiche e sindacali della sinistra che si autodefinisce di classe ed antagonista. In primo luogo vi è stata la sostanziale adesione alla narrazione dominante sulla gravità dell’epidemia e quindi l’accettazione acritica di tutte le misure restrittive messe in campo dal governo. In molti casi si è arrivati a richiedere misure ancora più draconiane, accusando il governo di non fare conseguentemente il proprio dovere per proteggere la salute e la vita dei propri cittadini. Il massimo di azione politica espresso nella prima fase della pandemia da parte di tanti attivisti e centri sociali è stata quella di mettere in piedi iniziative di sostegno per chi era rinchiuso in casa senza possibilità di procurarsi i beni essenziali. Una attività tipica della protezione civile e delle istituzioni civili e religiose di carità, che ha fatto da prodromo all’accettazione altrettanto acritica della scelta della vaccinazione di massa come unica soluzione possibile per contrastare il contagio, con la più bieca subordinazione, al limite della venerazione, per la scienza in generale e in particolare per quella medica dispensata dagli “esperti” sponsorizzati dal governo e dai media mainstream.

Avendo accettato ed introiettato in precedenza tutta la narrativa istituzionale su Covid e vaccini, tutta questa (presunta) sinistra si è trovata spiazzata di fronte alle mobilitazioni contro l’obbligo vaccinale ed il rifiuto del green pass. Invece di ripensare alle stupidaggini che si era bevuta e riconsiderarle, almeno alla luce degli ulteriori sviluppi della gestione della pandemia, si è scatenata una vera e propria campagna di ostilità e denigrazione contro le piazze, senza mai avere nemmeno la curiosità di andare a verificare di persona che cosa stesse realmente avvenendo. Si è dato vita ad un festival di motivazioni ed argomentazioni che avrebbero dovuto legittimare la propria assenza dalle mobilitazioni in corso. Prima c’è stato l’alibi che le mobilitazioni fossero gestite dai fascisti, poi quello secondo cui in piazza scendeva la piccola borghesia che inneggiava alla libertà, sottintendendo che si invocava la libertà di poter sfruttare e di poter fare egoisticamente ed individualisticamente i propri comodi in contrasto con gli interessi collettivi e di classe che, evidentemente, si presumeva fossero invece rappresentati dai provvedimenti presi dallo Stato borghese. Il tutto si alternava alle accuse verso i partecipanti alle manifestazioni di essere “complottisti” e “No vax”, non solo ripetendo pappagallescamente gli epiteti branditi dalla stampa borghese, ma usandoli come il massimo di dispregio possibile e con una virulenza degna di ben altra causa. Che si trattasse della stessa narrativa proposta dal governo e dai mass media borghesi non creava nessun imbarazzo a questi tristi figuri, al massimo si riteneva di potersene distinguere mettendo in evidenza le responsabilità dei governi che si sono succeduti nello smantellare la sanità pubblica nel corso degli anni precedenti. Quando era oramai riconosciuto dalla stessa informazione di Stato che in piazza vi fosse una consistente presenza di proletari, come nel caso di Trieste, Genova, Milano, Torino ecc., si è dato cenno di un tenue ripensamento, ma si è insistito a raccontarsi la stessa favola secondo cui i portuali sarebbero stati dei fascisti mascherati o, in alternativa, si sarebbero fatti strumentalizzare dai soliti “complottisti e No Vax”. Senza provare vergogna nel trovarsi in compagnia dei rappresentanti del grande capitale e dei sindacati istituzionali, molti sinistrorsi si sono espressi esplicitamente per l’obbligo vaccinale, mentre i più cauti continuavano a ribadire la loro fede nel vaccino salvifico e parlavano di convincere con le buone i proletari della necessità e dell’utilità di farsi inoculare dei farmaci biotecnologici.

Stesso atteggiamento si è avuto di fronte all’obbligo del green pass e la costrizione per chi non era vaccinato a doversi sottoporre ad un trattamento sanitario obbligatorio ogni due giorni, con tamponi che certificassero la propria non contagiosità persino per poter andare a lavorare. In questo caso, soprattutto tra le file del sindacalismo alternativo, spesso su sollecitazione dei propri iscritti, sono cominciate ad emergere le prime timide prese di posizione che in ogni caso non mettevano in discussione l’utilizzo della certificazione verde, ma al massimo richiedevano la gratuità dei tamponi. Infatti, fatta salva l’eccezione del SOL Cobas e di qualche sezione territoriale o aziendale degli altri sindacati, in nessuno testo o presa di posizione ufficiale diffusa in questi mesi dai vertici delle organizzazioni, anche quando si esordiva con il NO al green pass, è possibile trovare una sola parola che ne rivendicasse il ritiro puro e semplice.

Rafforziamo una presenza classista nella lotta contro la gestione autoritaria della pandemia

Fortunatamente, organizzazioni ufficiali a parte, non tutti gli attivisti hanno avuto questo rigurgito di adesione ed immedesimazione nella politica statale e con la sua propaganda. Molti compagni, spinti sia dalla rabbia contro quello che stava accadendo, sia per curiosità, nelle piazze ci sono andati ed hanno potuto verificare quanto fosse falsa la narrazione dominante, pur trovandosi di fronte a delle mobilitazioni del tutto atipiche rispetto a quelle, rituali ma spente, che erano abituati a frequentare. Si è scoperto così che la stessa rabbia e curiosità animava anche altri compagni ed è scattata la molla di voler essere presenti in quelle piazze ed in quel movimento non come osservatori passivi, ma come protagonisti, portando il proprio contributo di esperienza e di militanza per far emergere un punto di vista classista in tema di denuncia e di opposizione alla gestione della pandemia. In tal modo sono nati comitati e gruppi di intervento in tutte le principali città, soprattutto del nord, dove erano più consistenti sia la dimensione delle mobilitazioni, sia la presenza del proletariato di fabbrica. Le esperienze più significative sono quelle che hanno cercato di legare le rivendicazioni dei lavoratori a quelle contro la gestione autoritaria della pandemia, nella consapevolezza che solo la mobilitazione dei lavoratori stessi, che sono quelli che creano la ricchezza, può contribuire a cambiare i rapporti di forza in campo; si sono così costituite assemblee di lavoratori contro il green pass e l’obbligo vaccinale che, in alcune città, sono diventati punti di riferimento delle manifestazioni e oggi costituiscono ambiti di organizzazione di proletari che restano attivi al di là degli alti e bassi delle specifiche mobilitazioni. Ma si è anche avvertita la necessità di verificare cosa avveniva in altri territori e la possibilità di stabilire contatti e relazioni per provare a scambiarsi le reciproche esperienze e riflessioni. Da questi contatti ha preso avvio la piccola rete di realtà locali che abbiamo denominato Assemblea militante, con compagni provenienti dalle più diverse esperienze politiche, anche se tutti afferenti al movimento di classe anticapitalista.

Ci muove la consapevolezza di trovarci di fronte ad un attacco incredibile da parte capitalistica, di cui la gestione della pandemia è solo uno dei passaggi che dovremo affrontare.

Ci muove la convinzione che il movimento (internazionale!) contro la gestione della pandemia, l’obbligo vaccinale, l’imposizione dei passaporti per ogni attività vitale con il correlato controllo dello Stato sulla vita lavorativa, politica, sindacale, affettiva, ludica, ecc. di ognuno, sia un primo significativo momento di resistenza (nonostante i suoi evidenti e comprensibili limiti) a un nuovo profondo attacco del capitale al proletariato, ai ceti medi impoveriti, ai popoli oppressi del mondo, per cercare di scuotersi dalla crisi che lo attanaglia da decenni.

Ci muove il convincimento che si apre un terreno di scontro che mette alla prova la capacità di resistenza del proletariato, ma schiude anche la porta alla possibilità che assuma su di sé il compito storico di liberare se stesso dall’oppressione e dallo sfruttamento per liberare, insieme, tutta l’umanità dalla schiavitù del capitale.

Ci muove l’intenzione di contribuire a dare continuità a questo movimento anche se esso oggi è in difficoltà e le mobilitazioni non hanno fermato la corsa del governo all’obbligo vaccinale, all’estensione del green pass, ai divieti e ai controlli generalizzati. Tuttavia i semi gettati possono fiorire e far riprendere la mobilitazione con nuova e maggiore forza contro i nuovi obblighi vaccinali, le nuove dosi verso cui cresce la diffidenza, e, soprattutto, contro la vaccinazione del bambini, la più inutile di tutte (visti gli scarsissimi danni che il virus procura a quelle età). Provvedimenti che vengono imposti per obiettivi esclusivamente politici: accrescere la platea di sperimentazione per Big Pharma, aumentare la platea del controllo digitale della popolazione, nell’interesse di Big Tech e dello Stato, abituare tutti a conformarsi alle sue imposizioni, sottomettendovi anche la salute dei figli, in cambio della sua benevolenza e amorevole assistenza.

Ci muove la certezza che quanto più sarà data battaglia, soprattutto dal proletariato, contro gestione pandemica, “vaccini”, green pass, ecc. tanto più si sarà pronti a contrastare anche i nuovi drammatici passaggi che si preparano (non solo in Italia…) al fine di salvare il capitale dalla sua irrisolta crisi, e i cui primi effetti già sono già visibili (aumento delle bollette, libertà di licenziare, ulteriore estensione della precarietà, ecc.). Non abbiamo alcuna intenzione di fomentare a nostra volta una contrapposizione tra vaccinati e non, ma di sostenere le mobilitazioni di tutti i lavoratori contro le conseguenze del dominio del capitale in tutte le sue manifestazioni, sottolineando la centralità della svolta autoritaria in corso e la necessità dell’opposizione politica ad essa per potersi difendere adeguatamente anche sul terreno delle condizioni immediate di vita e di lavoro.

Invitiamo pertanto tutti gli attivisti, sia collocati in gruppi sindacali o organismi territoriali, sia i singoli compagni, che condividono le valutazioni espresse in questo testo, a collegarsi alla nostra rete, non per dare vita all’ennesimo gruppo politico e sindacale in cerca di un proprio spazio politico o rinunciando alle attuali collocazioni, ma per avere uno spazio di condivisione e di azione che ci consenta di relazionarci meglio alle reazioni presenti e future contro il complessivo attacco capitalistico. Così potremo insieme dare maggiore forza ad una prospettiva classista ed anticapitalista alle mobilitazioni in corso e ai futuri tornanti dello scontro di classe che necessariamente vedranno tornare al centro lo scontro capitale-lavoro, sia pure sotto le nuove condizioni imposte dall’attacco capitalistico, che pone oggettivamente le basi per rendere più urgente ed attuale che mai la secca alternativa tra capitalismo e comunismo.

Dicembre 2021
Assemblea militante
Per contatti ed info: assemblea_militante@inventati.org

Assemblea militante: Per un’opposizione di classe alla gestione autoritaria della pandemia (sinistrainrete.info)

 

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