Crisi Ucraina: era tutto scritto (a cura del Coord. Naz. per la Jugoslavia)

Un ottimo compendio – documentazione – vademecum

Crisi Ucraina: era tutto scritto
 
1) Manlio Dinucci: Ucraina, era tutto scritto nel piano della Rand Corp (08.03.2022)
2) Collettivo Militant: Guerra, Infotainment, “No-Putin Pass” e mobilitazioni (07.03.2022)
3) Intervista dell’Ambasciatore della #Russia in #Italia Sergey Razov all’Adnkronos (06.03.2022)
4) Vincenzo Brandi: Guerra e pace: i missili a medio raggio e la sicurezza della Russia e dell’Europa (05.03.2022)
5) Pino Arlacchi: Ucraina neutrale: ora l’UE si impegni (04.03.2022)
6) Beogradski Forum: НЕ ПОДЛЕЋИ ПРИТИСЦИМА / NOT TO GIVE IN TO PRESSURES (04.03.2022)
7) Manlio Dinucci: Ucraina: l’attacco lo lanciò la Nato otto anni fa (01.03.2022)

8) Dichiarazione del Ministero degli Esteri della #Russia sul ruolo dell’Unione Europea nei fatti di #Ucraina (28.02.2022)

9) Barbara Spinelli: Una guerra nata dalle troppe bugie (26.02.2022)

10) ПРЕСС-РЕЛИЗ / COMUNICATO del Comitato Ucraina Antifascista di Bologna (26.02.2022)
11) Dichiarazione del Ministero degli Esteri della #Russia sul riconoscimento dell’indipendenza delle Repubbliche popolari di #Donetsk e #Lugansk (22.02.2022)

 
Per completezza di documentazione rimandiamo anche ai discorsi con i quali il presidente della federazione russa Putin ha annunciato dapprima il riconoscimento delle Repubbliche popolari di Donetzk e Lugansk e poi l’inizio dell’intervento in Ucraina:
Traduzione integrale del discorso di Putin del 24 febbraio 2022
VIDEO doppiato in ITALIANO: https://www.youtube.com/watch?v=-afRVXYibcg
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Ucraina, era tutto scritto nel piano della Rand Corp 

L’arte della guerra. La rubrica settimanale su armi e geopolitica. A cura di Manlio Dinucci
Manlio Dinucci 
su Il Manifesto del 08.03.2022

Il piano strategico degli Stati uniti contro la Russia è stato elaborato tre anni fa dalla Rand Corporation (il manifesto, Rand Corp: come abbattere la Russia, 21 maggio 2019). La Rand Corporation, il cui quartier generale ha sede a Washington, è «una organizzazione globale di ricerca che sviluppa soluzioni per le sfide politiche»: ha un esercito di 1.800 ricercatori e altri specialisti reclutati da 50 paesi, che parlano 75 lingue, distribuiti in uffici e altre sedi in Nord America, Europa, Australia e Golfo Persico. Personale statunitense della Rand vive e lavora in oltre 25 paesi.

La Rand Corporation, che si autodefinisce «organizzazione nonprofit e nonpartisan», è ufficialmente finanziata dal Pentagono, dall’Esercito e l’Aeronautica Usa, dalle Agenzie di sicurezza nazionale (Cia e altre), da agenzie di altri paesi e potenti organizzazioni non-governative.

La Rand Corp. si vanta di aver contribuito a elaborare la strategia che permise agli Stati uniti di uscire vincitori dalla guerra fredda, costringendo l’Unione Sovietica a consumare le proprie risorse nell’estenuante confronto militare. A questo modello si è ispirato il nuovo piano elaborato nel 2019: «Overextending and Unbalancing Russia», ossia costringere l’avversario a estendersi eccessivamente per sbilanciarlo e abbatterlo. Queste sono le principali direttrici di attacco tracciate nel piano della Rand, su cui gli Stati Uniti si sono effettivamente mossi negli ultimi anni.

Anzitutto – stabilisce il piano – si deve attaccare la Russia sul lato più vulnerabile, quello della sua economia fortemente dipendente dall’export di gas e petrolio: a tale scopo vanno usate le sanzioni commerciali e finanziarie e, allo stesso tempo, si deve far sì che l’Europa diminuisca l’importazione di gas naturale russo, sostituendolo con gas naturale liquefatto statunitense. In campo ideologico e informativo, occorre incoraggiare le proteste interne e allo stesso tempo minare l’immagine della Russia all’esterno. In campo militare si deve operare perché i paesi europei della Nato accrescano le proprie forze in funzione anti-Russia.

Gli Usa possono avere alte probabilità di successo e alti benefici, con rischi moderati, investendo maggiormente in bombardieri strategici e missili da attacco a lungo raggio diretti contro la Russia. Schierare in Europa nuovi missili nucleari a raggio intermedio puntati sulla Russia assicura loro alte probabilità di successo, ma comporta anche alti rischi. Calibrando ogni opzione per ottenere l’effetto desiderato – conclude la Rand – la Russia finirà col pagare il prezzo più alto nel confronto con gli Usa, ma questi e i loro alleati dovranno investire grosse risorse sottraendole ad altri scopi.

Nel quadro di tale strategia – prevedeva nel 2019 il piano della Rand Corporation – «fornire aiuti letali all’Ucraina sfrutterebbe il maggiore punto di vulnerabilità esterna della Russia, ma qualsiasi aumento delle armi e della consulenza militare fornite dagli Usa all’Ucraina dovrebbe essere attentamente calibrato per aumentare i costi per la Russia senza provocare un conflitto molto più ampio in cui la Russia, a causa della vicinanza, avrebbe vantaggi significativi». È proprio qui – in quello che la Rand Corporation definiva «il maggiore punto di vulnerabilità esterna della Russia», sfruttabile armando l’Ucraina in modo «calibrato per aumentare i costi per la Russia senza provocare un conflitto molto più ampio» – che è avvenuta la rottura.

Stretta nella morsa politica, economica e militare che Usa e Nato serravano sempre più, ignorando i ripetuti avvertimenti e le proposte di trattativa da parte di Mosca, la Russia ha reagito con l’operazione militare che ha distrutto in Ucraina oltre 2.000 strutture militari realizzate e controllate in realtà non dai governanti di Kiev ma dai comandi Usa.Nato.

L’articolo che tre anni fa riportava il piano della Rand Corporation terminava con queste parole: «Le opzioni previste dal piano sono in realtà solo varianti della stessa strategia di guerra, il cui prezzo in termini di sacrifici e rischi viene pagato da tutti noi». Lo stiamo pagando ora noi popoli europei, e lo pagheremo sempre più caro, se continueremo ad essere pedine sacrificabili nella strategia Usa-Nato.

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Guerra, Infotainment, “No-Putin Pass” e mobilitazioni
Dal 24 febbraio e nel giro di pochi giorni l’aria politica e culturale di questo paese si è fatta velocemente irrespirabile, saturata da una propaganda di guerra di cui facciamo fatica a ricordare un precedente recente. Nell’apparato dell’infotainment italiano la caccia all’untore che aveva caratterizzato tutto il periodo della pandemia è stata rapidamente sostituta dalla stigmatizzazione del filoputiniano. La compagnia di giro che per oltre due anni aveva riempito i talkshow sul Covid si è prontamente riconvertita in commentatori di guerra, mentre generali e analisti geopolitici hanno soppiantato i virologi. In questo frame bellicista chiunque sollevi un dubbio di fonte alla narrazione binaria della lotta del bene contro il male, propinataci a reti unificate, è immediatamente additato come “giustificazionista”, chiunque provi a problematizzare e ad argomentare che la storia non è iniziata 10 giorni fa, o addirittura ad indicare nella Nato il convitato di pietra di questa guerra, viene immediatamente tacciato di essere un “cripto-russo”.

Una conventio ad excludendum tra la destra e la “sinistra” dell’arco politico parlamentare che colpisce non solo i “pericolosi” estremisti di sinistra o gli “imbelli” pacifisti, ma che coinvolge anche quei pezzi del mondo della cultura, del giornalismo e dell’accademia che si ostinano a non omologarsi. E così, mentre si denuncia la repressione della libertà di stampa e di manifestazione operata dall’apparato putiniano in Russia, qui da noi si stilano liste di proscrizione dei cosiddetti “Putinversteher” (neologismo tedesco introdotto dal solerte Riotta per indicare chi se la intende con Putin), si oscurano siti e pagine social (in nome della lotta alle fake news, of course), si impone a docenti universitari di non esporre pubblicamente il proprio pensiero, fino ad arrivare a pretendere la pubblica abiura da parte di quei cittadini russi che non abbiano già preso una posizione netta. Se ci viene concessa un’iperbole, ci verrebbe quasi da dire che da qui all’imposizione di un “No Putin Pass” poco ci manca.

Sbaglieremmo però a riconoscere in questo atteggiamento solo il classico riflesso pavloviano filoatlantista a cui pure ci avevano già abituato l’aggressione alla Jugoslavia o all’Iraq. Sicuramente c’è anche, e forte, pure questa componente. Così come rimane, nemmeno troppo velato, il doppio standard con cui l’Occidente ha sempre guardato al mondo. Quello per cui i morti e le atrocità valgono solo quando a provocarli sono gli altri. Quello per cui le bombe del nemico producono stragi mentre le nostre sono sempre intelligenti e chirurgiche. Quello per cui le vittime civili si contano in maniera diversa a seconda del colore della pelle o a seconda della cultura in cui si riconoscono, come nel caso del Donbass. Questa volta però ci pare di poter dire che alla base di questa ipocrisia collettiva ci sia, quasi inconscia, anche un’altra componente che potremmo quasi definire “psicologica”. Più che i crimini dell’esercito russo è infatti la fine del “privilegio” eurocentrico a turbare il sonno dei commentatori occidentali. È il dover prendere atto, impotenti, di non possedere più il monopolio della violenza globale. L’indignazione e la costernazione per la democrazia violata sono solo il packaging ideologico ed emotivo con cui questa “impotenza” viene fatta accettare alle rispettive opinioni pubbliche.

Come abbiamo provato a spiegare in un post precedente questa guerra, comunque vada a finire, segna infatti un punto di svolta nella storia mondiale. È la manifestazione atroce e drammatica della trasformazione irreversibile di quegli equilibri che erano usciti dalla fine della guerra fredda e che avevano spinto a parlare di “fine della storia”, tratteggiando l’avvento di un mondo unipolare a egemonia statunitense. Ebbene, se c’è qualcosa che questa guerra ci sta insegnando è proprio che la storia non è finita e che quell’ordine mondiale prodotto dalla sconfitta del campo socialista sta andando in frantumi sotto la spinta delle stesse leggi che regolano il modo di produzione capitalista. Solo vent’anni fa l’invasione dell’Ucraina come risposta all’allargamento della Nato sarebbe stata impensabile. Non c’è ovviamente un giudizio di valore in questa constatazione, come non può essercene in una fotografia che si limita a registrare il panorama che cambia, quanto piuttosto la presa d’atto che la cornice geo-economica e ideologica in cui saremo chiamati a fare politica (sempre che ne avremo le capacità) è irrimediabilmente cambiata.

Da questo punto di vista la manifestazione contro la guerra di sabato scorso rappresenta un piccolo segnale incoraggiante. Al di la dei numeri, comunque da non sottovalutare vista l’esiguità delle piazze a cui c’eravamo abituati negli ultimi anni, e dei patetici balletti fatti dalla CGIL sulla piattaforma di convocazione per cercare di tenere dentro il centrosinistra, il corpo del corteo, prima ancora che gli interventi dal palco, ha infatti rigettato senza alcuna ambiguità la risoluzione parlamentare sulla fornitura di armi all’esercito ucraino. Un esito tutt’altro che scontato visto il fuoco di fila mediatico e a senso unico che viene messo in campo in questi giorni, e che ha prodotto una discontinuità plateale tra Roma e le altre piazze europee, neanche troppo larvatamente orientate nella richiesta di un maggiore “protagonismo” da parte della Nato e dell’UE. Una discontinuità che ha politicamente reso inopportuna la presenza del PD in piazza, altra cosa tutt’altro che scontata vista la faccia di tolla che da sempre caratterizza il partito italiano del neoliberismo “progressista”. Questo basta? Ovviamente no. Anzi, siamo molto lontani dal livello di mobilitazione e di consapevolezza che sarebbe necessario in questo momento, perché la lotta contro l’imperialismo e la tendenza alla guerra dovrà tornare prepotentemente a riempire la nostra agenda politica, ma ci fornisce comunque uno “spazio politico” in cui muoverci. E di questi tempi è già qualcosa.
07.03.2022
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Fonte: Ambasciata della Federazione Russa in Italia
https://www.facebook.com/ambrusitalia/posts/3216053752016555
Intervista dell’Ambasciatore della #Russia in #Italia Sergey Razov all’Adnkronos:
Lei è rimasto deluso dall’atteggiamento dell’Italia in questa crisi?

Sono un diplomatico. Non spetta a me valutare “l’atteggiamento” del Paese in cui sono accreditato come ambasciatore. Dirò una cosa. Anche nell’attuale situazione di crisi, non vale la pena perdere di vista le prospettive. La storia non finisce con l’oggi. Le crisi vanno e vengono, ma gli interessi rimangono. Penso che sia nell’interesse comune intrattenere relazioni regolari così come sono state per decenni.

È sanabile la frattura tra Russia e Occidente? È veramente scesa una nuova cortina di ferro?

Vediamo come è nata questa ferita. Il blocco politico-militare della #NATO, i cui documenti politici definiscono la Russia come un nemico, negli ultimi decenni in diverse ondate ha avvicinato le sue infrastrutture ai nostri confini, creando comprensibili minacce alla nostra sicurezza. Sottolineo che non siamo stati noi ad espanderci verso la NATO, ma la NATO ad espandersi verso di noi. L’affermazione che la NATO è un fattore di pace e stabilità non è convincente. Sappiamo cosa è successo in #Jugoslavia, #Iraq, #Libia, ecc. Devo sottolineare che l’espansione della NATO ha violato numerose promesse fatte dopo il crollo dell’URSS. E le sanzioni, che in una prima fase erano ancora collegate a ciò che stava accadendo in #Ucraina e dintorni, in seguito hanno totalmente perso questo riferimento e sono state portate avanti per una sinistra forma di inerzia. È stato posto l’obbiettivo di distruggere l’economia della Russia.
Anche la cortina di ferro che Lei ha menzionato è stata, come sa, abbassata dall’Occidente dopo il famoso discorso di Fulton di W. Churchill nel 1946. I russi, almeno quelli della mia generazione, hanno vissuto a lungo dietro quella cortina e hanno imparato determinate cose. Tutti gli eventi storici, compresi quelli attuali, hanno i loro precedenti, le loro cause e la loro forza propulsiva.
Siamo pronti a curare le ferite e a non consentire che la cortina di ferro cali di nuovo. Ciò che è necessario è un dialogo paritario e reciprocamente rispettoso e una reale considerazione degli interessi reciproci.

Qual è la vostra linea rossa ai colloqui con gli ucraini?

Le trattative sono iniziate. La nostra posizione, come delineata dal Presidente Vladimir V. #Putin, è la seguente: status neutrale e non nucleare dell’Ucraina, sua smilitarizzazione e denazificazione, riconoscimento dell’appartenenza alla Russia della Crimea e sovranità delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Abbiamo ripetutamente e ragionevolmente spiegato ciascuna di queste posizioni. Siamo certamente interessati a garantire che i negoziati siano efficaci.
In questo contesto, pare scioccante che la decisione di fornire armi letali all’Ucraina, sia stata presa proprio nel momento in cui le delegazioni russa e ucraina erano sedute al tavolo del primo round di negoziati a Gomel. Di fatto  quelle armi saranno usate per uccidere i militari russi, il che, sarete d’accordo, aggiunge ulteriori complicazioni alle relazioni tra stati. Inoltre, è difficile prevedere in quali mani finiranno queste armi e contro chi potranno essere utilizzate. Come sapete, decine di migliaia di armi leggere sono già state distribuite alla popolazione civile, compresi elementi criminali ucraini rilasciati dal carcere, che potrebbero svolgere un ruolo in Ucraina e in altre zone di conflitto.

Come giudica l’avvio dell’inchiesta della Corte dell’Aia per crimini di guerra contro la Russia?

La Russia respinge categoricamente le accuse di crimini di guerra. Per inciso, né la Russia né l’Ucraina sono membri del tribunale penale internazionale dell’Aia. Richiamo l’attenzione sul fatto che negli ultimi otto anni, durante i quali nel #Donbass sono state uccise 14.000 persone, compresi i civili, nessuna delle 5.588 denunce presentate dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani alla Corte europea per i diritti umani è stata accolta. Il doppiopesismo e il pregiudizio sono evidenti.
Un’ultima cosa. Sono grato alla vostra agenzia per la sua disponibilità ad ascoltare e trasmettere il nostro punto di vista su ciò che sta accadendo nelle relazioni tra Russia e Occidente e intorno all’Ucraina, anche se, vista la percezione attuale puramente negativa della Russia da parte dei mass media, presumo sia improbabile che venga accolto con comprensione.

06/03/2022
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GUERRA E PACE: I MISSILI A MEDIO RAGGIO E LA SICUREZZA DELLA RUSSIA E DELL’EUROPA

Per capire meglio le cause della drammatica situazione di guerra in corso è necessario fare anche una sintetica analisi tecnico-militare che riguarda i cosiddetti missili nucleari a medio raggio. 

L’8 dicembre 1987 il presidente USA Reagan e quello sovietico Gorbacev firmarono l’importante trattato detto INF (Intermediate-range Nuclear Forces Treaty) che prevedeva la reciproca eliminazione dei missili nucleari “tattici” capaci di colpire gli obiettivi avversari nel raggio di qualche centinaio di kilometri. Negli anni successivi le due superpotenze distrussero anche a vicenda un gran numero di missili nucleari. 

Tuttavia già nel 2014 (lo stesso anno del colpo di stato in Ucraina!) il presidente Obama cominciò a manifestare la volontà di ritiro americano dal trattato con la motivazione che la Russia non lo stava rispettando. Il 2 agosto 2019 gli Stati Uniti hanno formalmente revocato il trattato. Questo ha creato una situazione potenzialmente esplosiva. Infatti nei 30 anni precedenti l’alleanza a guida statunitense (la NATO) aveva aggressivamente spostato i suoi confini fino alla frontiera russa, inglobando una quindicina di nuovi paesi. Ora si parlava di inglobare anche l’Ucraina, paese finora rimasto formalmente neutrale. Il corrispondente della RAI da Mosca, Marc Innaro, solo per aver fatto delle semplici osservazioni di questo genere, ora è messo alla gogna e minacciato di gravi sanzioni. 

Il problema è che, se gli USA installassero i loro missili a medio raggio in Ucraina, dopo aver fatto entrare questo paese nell’alleanza nord-atlantica, MOSCA E TUTTE LE PRINCIPALI CITTA’ DEL CUORE DELLA RUSSIA POSTE A 200-300 Km DAL CONFINE POTREBBERO ESSERE COLPITE CON UN ATTACCO A SORPRESA IN 2-3 MINUTI. I Russi da parte loro potrebbero tentare di fare una rappresaglia ma solo lanciando missili intercontinentali (più facilmente intercettabili) sugli USA posti a migliaia di kilometri di distanza. 

Non è inutile ricordare che il presidente Kennedy minacciò di scatenare una guerra mondiale nel 1962 quando l’URSS minacciò di installare missili a cuba a 90 miglia dalle coste della Florida. 

Si può quindi capire la crescente preoccupazione dei dirigenti russi e le loro ripetute richieste di addivenire ad un accordo sulla neutralità permanente dell’Ucraina, oltre che su una serie di garanzie riguardante la popolazione russofona dell’Ucraina fortemente discriminata, perseguitata e attaccata militarmente dopo il colpo di stato di destra del 2014. La deputata statunitense pacifista Tutsi Gabbard (oltre tutto una ex-militare!) ha detto che per evitare questa crisi sarebbe bastato che il presidente Biden avesse dichiarato che l’Ucraina non sarebbe mai entrata nella NATO, ma Biden si è rifiutato di farlo, ed anzi la sua prima provocatoria dichiarazione sulla Russia dopo la sua elezione è stata: “Putin è un killer”. 

A coloro che pensano che gli USA non avrebbero mai attaccato la Russia, consiglio di rivolgersi per informazioni agli abitanti di Jugoslavia, Iraq, Libia, Afghanistan, Siria, tutti paesi finiti negli anni scorsi sotto le bombe o gli attacchi via terra degli USA e della NATO. 

C’è certamente da chiedersi se il metodo usato dal governo russo, dopo che tutte le sue richieste di trattative erano state respinte, sia stato quello corretto. La guerra contro l’Ucraina, oltre alle sofferenze del popolo ucraino (compresa la componente russofona) porterà a gravi privazioni al popolo russo a causa delle sanzioni, ed a gravi conseguenze anche per l’Europa Occidentale la cui economia è fortemente legata agli accordi con la Russia. Si può quasi pensare che Putin sia caduto in una trappola tesagli dagli USA. Gli USA infatti hanno trovato il modo di colpire la Russia e contemporaneamente i loro alleati (ma economicamente concorrenti) europei. 

Se si vuole uscire da questa angosciosa situazione si deve arrivare ad una seria trattativa in cui siano contemperate le esigenze di sicurezza e benessere di tutti, della Russia, dell’Ucraina, della componente russofona dell’Ucraina, e di tutti gli altri popoli europei. Un’iniziativa può partire solo dall’Europa, ed infatti per vie traverse sia Francia che Germania stanno cercando una mediazione. Il governo italiano, preso da fervore atlantista, spinge invece il parlamento  a votare l’invio di armi (e magari di mercenari), salvo un piccolo gruppo di generosi deputati pacifisti che si oppone. Nell’atteggiamento guerrafondaio si distingue il PD preso da fanatica ossessione atlantista. Anche il movimento per la pace ha riempito le piazze, ma (salvo le sue componenti più consapevoli) non sempre ha espresso idee chiare sul da farsi. Ci chiediamo anche: dove erano le masse pacifiste quando dall’Italia partivano gli aerei che andavano a radere al suolo la Jugoslavia o la Libia? Dove erano quando i nostri soldati partivano per l’Afghanistan o l’Iraq? Speriamo che alla fine il buon senso, la paura di un drammatico aggravarsi della situazione militare ed economica e la volontà di pace dei popoli prevalgano. 

Roma, 5 marzo 2022
Vincenzo Brandi
 
 
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UCRAINA NEUTRALE: ORA l’UE SI IMPEGNI

di Pino Arlacchi
Il Fatto Quotidiano | 4 marzo 2022
La guerra, dice la Carta delle Nazioni Unite, è la maledizione dell’umanità. Non esistono guerre giuste o sbagliate, ma solo carneficine più o meno riuscite. In circostanze estreme, quali l’autodifesa o la protezione da genocidi e stermini, continua la Carta con il suo articolo 51, è necessario l’uso della forza, anche militare, autorizzato dal Consiglio di sicurezza.
Da ex dirigente Onu, quindi, non posso approvare quanto la Russia sta facendo all’Ucraina da qualche giorno. Mosca è passata da una forma di autodifesa dalle minacce Nato, perpetrate direttamente o tramite il governo ucraino, a una guerra vera e propria, da condannare senza se e senza ma. Ora c’è il rischio che lo scontro finisca con l’assomigliare alle feroci campagne Nato contro la Serbia, l’Iraq, la Libia, l’Afghanistan, costate centinaia di migliaia di vittime. Per rimanere nel campo della legalità internazionale, l’attacco si sarebbe dovuto fermare alla distruzione delle infrastrutture militari ucraine, e doveva essere seguito da un cessate il fuoco e da un negoziato. La sua trasformazione in una guerra è stato un grave errore, favorito peraltro dall’ondata di russofobia che si è scatenata in Europa. L’Ucraina e l’Unione europea hanno in comune una leadership politica inetta, che oscilla in modo irresponsabile tra pace e guerra. La postura aggressiva assunta dall’Unione verso la Russia non è credibile. Perché segue lunghi periodi di remissività e di accondiscendenza, non è condivisa dai cittadini europei e svanirà di fronte allo sviluppo degli eventi o come effetto di un contrordine americano.
I leader europei sembrano compatti, ma non hanno in realtà alcuna linea. Quale coerenza esiste tra la quasi dichiarazione di guerra alla Russia appena votata dal Parlamento europeo e la decisione di non inviare forze militari in Ucraina?
Mandare un po’ di missili e munizioni a Kiev e raccontare che in questo modo si rovesciano le sorti di una guerra il cui esito è segnato al 95%, è solo un esercizio di irresponsabilità. Serve a indurire ulteriormente la Russia, esasperare il conflitto e rendere più arduo il negoziato che lo concluderà. Non si minacciano guerre che non si possono fare. Se non si vuole intervenire militarmente contro la Russia perché non si è pronti a un massacro convenzionale a tutto campo suscettibile di trasformarsi in un fungo atomico, occorre trarne le conseguenze e percorrere altre strade. La strada delle sanzioni non porta da nessuna parte. Non ha funzionato quasi mai, e non funzionerà contro il Paese più autosufficiente del Pianeta. La Russia è pochissimo indebitata, dispone di ingenti riserve finanziarie e di un territorio che è il più vasto e il più ricco di risorse naturali del mondo. E Cina, India e il resto dei Brics sono pronti a comprare dai russi tutto ciò che l’Europa cesserà di comprare.
La strada del negoziato è obbligata. Ed è nelle mani dell’Europa. I suoi capi potrebbero porre fine al conflitto in corso dimostrando solo un po’ di coerenza. Francia e Germania si sono opposte lungo gli ultimi venti anni all’ingresso dell’Ucraina nella Nato. E hanno appena confermato questa posizione non inviando truppe in Ucraina. Nello stesso tempo, però, hanno fomentato un colpo di Stato anti-russo in Ucraina nel 2014, hanno patrocinato l’accordo di Minsk tra Kiev e due regioni dell’Ucraina orientale abitate da russi per poi girare le spalle di fronte al suo sabotaggio da parte del governo ucraino, e hanno partecipato, pochi mesi fa, a manovre militari Nato provocatorie verso la Russia.
La Russia ha letto ciò come l’epilogo di una lunga storia di inganni e di doppiezze. Caduta l’Urss e disciolto il Patto di Varsavia, le potenze occidentali offrirono al Cremlino ampie assicurazioni che la Nato non si sarebbe espansa verso Est. Ma non si fece alcun trattato, perché le due parti non lo ritennero necessario, visti i rapporti di cooperazione e di amicizia che sembravano essersi stabiliti tra gli ex-nemici. E per un paio di anni dopo il 1989 la Nato stessa sembrò avere i giorni contati.
I russi avevano temuto da lungo tempo le invasioni dall’Ovest, che fosse Napoleone, Hitler o la Nato. I maggiori esperti americani di Russia, dal mitico George Kennan a Henry Kissinger, tutti rigorosamente conservatori, furono unanimi nel ritenere che i timori russi erano fondati e che la loro richiesta di garanzie di sicurezza era legittima. L’allargamento della Nato verso Est, quindi, era per loro un’idea unnecessary, reckless and provocative.
La musica cambiò tra la fine della Belle Époque clintoniana e l’arrivo di George Bush e soci. Si usarono subdoli argomenti per sostenere che gli accordi sulla Nato c’erano stati, ma non erano vincolanti. E si continuarono ad ammettere nell’Alleanza, uno dopo l’altro, tutti i Paesi a Est della Germania. Fino ad arrivare, con le Repubbliche baltiche, ai confini stessi della Russia.
I cannoni russi sono stati caricati, perciò, dalla Nato. La Russia si è sentita accerchiata e minacciata in un interesse strategico vitale. E quando ha ritenuto che forze straniere intendono trasformare una delle tre nazioni fondanti dell’identità culturale-religiosa e politica del suo popolo – l’altra è la Bielorussia – in una entità anti-russa militante, è intervenuta, purtroppo, con la forza. La forza oscena e assurda della guerra occidentale.
La soluzione? Visto che nessuno ha intenzione di iniziare il terzo conflitto mondiale, l’unica strada percorribile è un accordo che fornisca alla Russia le garanzie di sicurezza che richiede senza successo da trent’anni, in cambio della cessazione dell’attacco e di un impegno a lungo termine per il rispetto della sovranità dell’Ucraina.
Ciò può avvenire per iniziativa europea, deve includere la ripresa degli accordi di Minsk, e anche la creazione di uno status di neutralità dell’Ucraina. Non è più tempo di manfrine.
L’Ucraina ha diritto alla sua sovranità. La Russia non deve più sentirsi in pericolo. E i leader Ue avrebbero un’occasione per mostrare un po’ di serietà e senso di responsabilità.
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НЕ ПОДЛЕЋИ ПРИТИСЦИМА

петак, 04 март 2022
Kорени украјинске кризе и њене ескалације налазе у стратегији војне експанзије НАТО, на челу са САД, на Исток и угрожавање безбедности Русије коју је Запад у својим доктринама означио за неријатеља. 

Прва жртва стратегије експанзије НАТО на Исток био је српски народ и Србија. Методе санкција, сатанизације и изолације коришћене 90-их година против Србије и српског народа користе се данас против Русије и руског народа.  

Центри моћи који су својевремено спречили примену Плана за мир у БиХ, који трже ревизију Дејтона, резолуције СБ 1244, данас спречавају примену Споразума из Минска о миру у Украјини, одбијају преговоре о  једнакој безбедности и не одустају од експанзије и војног заокруживања Русије. 

Србија и Русија, српки и руски народ су вековни пријатељи, савезници и стратешки партнери. Русија даје незаменљиву подршку Србији у очувању суверенитета и територијалног интегритета и мирном решавау питања Косова и Метохије на основу међународног права, резолуције СБ 1244 и Устава. Као стална чланица СБ УН Русија је заштитила Србију од неосноване оптужбе Запада за наводни геноцид. Разуме се да таквом пријатељу и партнеру као што је Русија, Србија не сме да уводи никакве мере и санкције, нити да га оптужује под притисцима оних који сносе највећу одговорност за  најгрубља кршења Повеље УН и међународног права уопште, за криминалну агресију НАТО 1999. и илегалну сецесију Приштине. Уколико су времена тежа, турбулентнија и неизвеснија, утолико је и морална обавеза поштовања проверених пријатеља и савезника већа.

Јавна нагађања да би могло доћи до искључења Русије из Уједињених нација нису умесна. Према Повељи УН, свака иницијатива  морала би претходно да обезбеди сагласност сталних чланица СБ. У том органу свакако би наишла на вето Русије, уколико не и Кине. То значи да СБ УН не би био у стању да Генералној скупштини упути валидан предлог. Русија је постала стална чланица СБ УН актом о оснивању светске организације као земља са највећим људским жртвама и доприносом победи савезника у Другом светском рату, па се, сходно томе, не може лишити тог статуса.  Све друго, водило би да ОУН доживи судбину  Друштва народа. Какав би то увод био, сувишно је подсећати.

Јавна нагађања о судбини резолуције СБ УН 1244 све до помињања могућности да НР Кина, под хипотетичким притиском Запада, одустане од подршке овом општеобавезујућем правном документу, никоме не користе, најмање Србији. За Србију  резолуција СБ 1244 треба да остане незаменљив опште-обавезујући правни докуменат трајног значаја, до његовог доследног и потпуног спровођења.

Информативна служба
Београдског форум а за свет равноравних
— TRANSLATION: 
Belgrade, March 3, 2022

NOT TO GIVE IN TO PRESSURES

Statement of the Belgrade Forum for the World of Equals

The root causes and the escalation of the Ukrainian crisis arise from, and rest on, the U.S.- led NATO’s strategy of military expansion to the East and threatening security of Russia, whom the West has defined as the enemy in its doctrines.
The first victims of NATO’s strategy of eastward expansion were Serbian people and Serbia. Their sanctions, demonization and isolation applied during the 1990s against Serbia and the Serbs are presently re-applied against Russia and the Russian people.

The centers of power which have, back in the day, prevented the implementation of the Peace Plan in Bosnia and Herzegovina, and presently demand revision of the Dayton Accords and UNSC Resolution 1244, are now preventing the implementation of the Minsk Peace Agreement in Ukraine, rejecting negotiations on equal security, and firmly pushing for further expansion and ultimately for military encirclement of Russia.

Serbia and Russia, the Serbian and Russian people are centuries-old friends, allies and strategic partners. Russia provides invaluable support to Serbia in her preserving own sovereignty and territorial integrity and also in efforts for peacefully resolving the issues related to Kosovo and Metohija, all in line with international law, UN Security Council Resolution 1244, and the Serbian Constitution.
As a Permanent Member of the UN Security Council, Russia protected Serbia from groundless accusations for alleged genocide, coming from the West. It goes without saying that Serbia must not accuse, or impose any measures and sanctions against such a friend and partner as Russia is, in relenting to pressures coming from those same subjects who bear the greatest responsibility for the gravest violations of the UN Charter and international law in general, for the criminal aggression of NATO in 1999, and for illegal secession of Priština. The harder, more turbulent and volatile the times are, the greater the moral obligation to respect trusted friends and allies is.

Public speculation on whether Russia might be excluded from the United Nations is not well judged. Pursuant to the UN Charter, any initiative would have beforehand to secure consent of the permanent members of the Security Council. Any such attempt in that body would certainly be vetoed Russia, if not China as well. In other words, the UN Security Council would not be able to refer a valid proposal to the General Assembly. Russia has become a permanent member of the UN Security Council by virtue of the act establishing the world organization, as the country that had contributed the most, and had laid the greatest human sacrifice to the altar of the Allies’ victory in World War II and, accordingly, this is the status she cannot be deprived of.
Any contrary course of actions would only make the UN share the fate of the League of Nations. Needless to say, all are aware of what would that pave the way for.

Public speculations on the destiny of UN Security Council Resolution 1244 that go so far as to mention a possibility of the People’s Republic of China withdrawing its support for this universally binding legal document, in succumbing to a hypothetical pressure from the West, does not benefit anyone, least of all Serbia. For Serbia, UN SC Resolution 1244 is and should remain an irreplaceable generally binding legal document of enduring importance, until its consistent and full implementation.

Information service of the Belgrade Forum for the World of Equals
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Ucraina: l’attacco lo lanciò la Nato otto anni fa 

L’arte della guerra. La rubrica settimanale su geopolitica e armamenti. A cura di Manlio Dinucci
di Manlio Dinucci 

su Il Manifesto del 01.03.2022

La commissaria Ursula von der Leyen ha annunciato che la Ue mette al bando l’agenzia di stampa russa Sputnik e il canale Russia Today così che «non possano più diffondere le loro menzogne per giustificare la guerra di Putin con la loro disinformazione tossica in Europa». La Ue instaura così ufficialmente l’orwelliano Ministero della Verità, che cancellando la memoria riscrive la storia. Viene messo fuorilegge chiunque non ripete la Verità trasmessa dalla Voce dell’America, agenzia ufficiale del governo Usa, che accusa la Russia di «orribile attacco completamente ingiustificato e non provocato contro l’Ucraina». Mettendomi fuorilegge, riporto qui in estrema sintesi la storia degli ultimi trent’anni cancellata dalla memoria.

Nel 1991, mentre terminava la guerra fredda con il dissolvimento del Patto di Varsavia e della stessa Unione Sovietica, gli Stati uniti scatenavano nel Golfo la prima guerra del dopo guerra fredda, annunciando al mondo che «non esiste alcun sostituto alla leadership degli Stati uniti, rimasti il solo Stato con una forza e una influenza globali». Tre anni dopo, nel 1994, la Nato sotto comando Usa effettuava in Bosnia la sua prima azione diretta di guerra e nel 1999 attaccava la Jugoslavia: per 78 giorni, decollando soprattutto dalle basi italiane, 1.100 aerei effettuano 38 mila sortite, sganciando 23 mila bombe e missili che distruggevano in Serbia ponti e industrie, provocando vittime soprattutto tra i civili.

Mentre demoliva con la guerra la Jugoslavia, la Nato, tradendo la promessa fatta alla Russia di «non allargarsi di un pollice ad Est», iniziava la sua espansione ad Est sempre più a ridosso della Russia, che l’avrebbe portata in vent’anni a estendersi da 16 a 30 membri, incorporando paesi dell’ex Patto di Varsavia, dell’ex Urss e della ex Jugoslavia, preparandosi a includere ufficialmente anche Ucraina, Georgia e Bosnia Erzegovina, di fatto già nella Nato (il manifesto, Che cos’è e perché è pericoloso l’allargamento a Est della Nato, 22 febbraio 2022), Passando di guerra in guerra, Usa e Nato attaccavano e invadevano l’Afghanistan nel 2001 e l’Iraq nel 2003, demolivano con la guerra lo Stato libico nel 2011 e iniziavano tramite l’Isis la stessa operazione in Siria, in parte bloccata quattro anni dopo dall’intervento russo. Solo in Iraq, le due guerre e l’embargo uccidevano direttamente circa 2 milioni di persone, tra cui mezzo milione di bambini.

Nel febbraio 2014 la Nato, che dal 1991 si era impadronita di posti chiave in Ucraina, effettuava tramite formazioni neonaziste appositamente addestrate e armate, il colpo di stato che rovesciava il presidente dell’Ucraina regolarmente eletto. Esso era orchestrato in base a una precisa strategia: attaccare le popolazioni russe di Ucraina per provocare la risposta della Russia e aprire così una profonda frattura in Europa. Quando i russi di Crimea decidevano con il referendum di rientrare nella Russia di cui prima facevano parte, e i russi del Donbass (bombardati da Kiev anche col fosforo bianco) si trinceravano nelle due repubbliche, iniziava contro la Russia la escalation bellica della Nato. La sosteneva la Ue, in cui 21 dei 27 paesi membri appartengono alla Nato sotto comando Usa.

In questi otto anni, forze e basi Usa-Nato con capacità di attacco nucleare sono state dislocate in Europa ancora più a ridosso della Russia, ignorando i ripetuti avvertimenti di Mosca. Il 15 dicembre 2021 la Federazione Russa ha consegnato agli Stati Uniti d’America un articolato progetto di Trattato per disinnescare questa esplosiva situazione (il manifesto, «Mossa aggressiva» russa: Mosca propone la pace, 21 dicembre 2021). Non solo è stato anch’esso respinto ma, contemporaneamente, è cominciato lo schieramento di forze ucraine, di fatto sotto comando Usa-Nato, per un attacco su larga scala ai russi del Donbass. Da qui la decisione di Mosca di porre un alt alla escalation aggressiva Usa.Nato con l’operazione militare in Ucraina.

Manifestare contro la guerra cancellando la storia, significa contribuire consapevolmente o no alla frenetica campagna Usa-Nato-Ue che bolla la Russia quale pericoloso nemico, che spacca l’Europa per disegni imperiali di potere, trascinandoci alla catastrofe.

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Fonte: Ambasciata della Federazione Russa in Italia
Dichiarazione del Ministero degli Esteri della #Russia sul ruolo dell’Unione Europea nei fatti di #Ucraina
Per molti anni l’Unione europea, mascheratasi da “pacificatore”, ha generosamente finanziato il regime di Kiev, che è salito al potere come risultato di un colpo di stato anticostituzionale. Ha osservato in silenzio lo sterminio della popolazione nel Donbass e lo strangolamento dei russofoni in Ucraina. L’UE ha ignorato i nostri continui appelli per attirare l’attenzione sul dominio nazista sui vertici dell’Ucraina, sul blocco socio-economico e sull’uccisione di civili nel sud-est del paese. Avendo legato tutte le prospettive delle relazioni con la Russia all’attuazione del pacchetto di misure di Minsk, non ha fatto nulla per incoraggiare Kiev a iniziare ad attuarne i suoi elementi chiave. Allo stesso tempo, ha concesso denari ai vertici di Kiev e l’eliminazione del regime dei visti. Hanno esteso le sanzioni anti-russe con pretesti dubbi. Ha partecipato alle rappresentazioni organizzate da Kiev mettendo in discussione l’integrità territoriale della Federazione Russa.
Ora, però la maschera è caduta. La decisione dell’UE del 27 febbraio di iniziare a fornire armi letali all’esercito ucraino è un’autodenuncia. Segna la fine dell’integrazione europea come progetto “pacifista” per riconciliare i popoli europei dopo la Seconda guerra mondiale. L’UE si è definitivamente schierata con il regime di Kiev, che ha scatenato una politica di genocidio contro parte della sua stessa popolazione.
Nelle sue azioni antirusse Bruxelles è arrivata, senza nemmeno accorgersene, a usare la “neolingua” orwelliana. Ha annunciato che “investiranno” nella guerra scatenata in Ucraina nel 2014 attraverso un meccanismo chiamato Fondo Europeo per la Pace”. La leadership dell’UE non ha esitato a includere missili e armi leggere, munizioni e persino aerei da combattimento tra i mezzi “difensivi”.
L’UE ha mostrato quanto vale veramente la supremazia del diritto in Europa ignorando tutti gli otto criteri della propria “Posizione comune” del Consiglio UE 2008/944/CFSP dell’8 dicembre 2008 “Sulla definizione di regole comuni per controllare l’esportazione di tecnologia e attrezzature militari”, che vieta espressamente l’esportazione di armi e attrezzature militari dall’UE nelle seguenti situazioni:
1. inosservanza degli obblighi internazionali da parte del paese di destinazione (Kiev ha ignorato i suoi obblighi derivanti dal pacchetto di misure di Minsk, approvato dalla risoluzione 2202 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite);
2. mancato rispetto dei diritti umani, compreso il rischio che le armi siano usate per la repressione interna (nel Donbass, Kiev stava commettendo un genocidio);
3. conflitto armato nel paese di destinazione e rischi di sua escalation a seguito del trasferimento di armi;
4. minaccia alla pace, alla sicurezza e alla stabilità regionali, compresa la possibilità di un conflitto armato con un paese terzo;
5. rischio per la sicurezza nazionale dei paesi dell’UE (le armi fornite possono essere utilizzate contro gli interessi dei paesi dell’UE);
6. la politica del paese ricevente, compreso il rispetto del principio di non impiego della forza, del diritto internazionale umanitario, così come del regime di non proliferazione nell’ambito del controllo delle armi (non crediamo che Kiev sia stata esemplare nell’adempimento di questi obblighi, anche in considerazione dei noti casi di commercio in nero di armi dall’Ucraina);
7. Il rischio che le armi cadano nelle mani sbagliate, comprese le organizzazioni terroristiche (data la distribuzione incontrollata di armi in Ucraina alla popolazione, è quasi certo che alcune di esse finiranno sul mercato illegale);
8. equilibrio tra militarizzazione e sviluppo economico del paese acquirente (crediamo che Kiev dovrebbe preoccuparsi più dell’economia ucraina che della repressione dei dissidenti con la forza).
I cittadini e le strutture della UE coinvolti nella fornitura di armi letali e di carburante e lubrificanti alle Forze Armate Ucraine saranno ritenuti responsabili di qualsiasi conseguenza di tali azioni nel contesto dell’operazione militare speciale in corso. Non possono non capire il grado di pericolo delle conseguenze.
È stato finalmente sfatato un altro mito che era stato propagato dall’UE in passato e cioè che le restrizioni unilaterali della UE, illegittime secondo il diritto internazionale, non fossero dirette contro il popolo russo. I funzionari di Bruxelles, che fino a poco tempo fa si dipingevano come “partner strategico” del nostro paese, ora non si fanno più scrupoli a dire che intendono infliggere “il massimo danno” alla Russia, “colpire i suoi punti deboli”, “distruggere la sua economia sul serio” e “impedire la sua crescita economica”.
Vogliamo assicurarvi che non sarà così. Le azioni dell’Unione Europea non resteranno senza risposta. La Russia continuerà a perseguire i suoi interessi nazionali vitali a prescindere dalle sanzioni e dalle loro minacce. È ora che i paesi occidentali capiscano che il loro dominio indiviso nell’economia globale è da tempo cosa del passato.

28/02/2022
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https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2022/02/26/una-guerra-nata-dalle-troppe-bugie/6508249/

Una guerra nata dalle troppe bugie

di Barbara Spinelli
su il Fatto Quotidiano del 26/2/2022 

Paragonando l’invasione russa dell’Ucraina all ’assalto dell’11settembre a New York, Enrico Letta ha confermato ieri in Parlamento che le parole gridate con rabbia non denotano per forza giudizio equilibrato sulle motivazioni e la genealogia dei conflitti nel mondo.
Perfino l’11 settembre aveva una sua genealogia, sia pure confusa, ma lo stesso non si può certo dire dell’aggressione russa e dell’assedio di Kiev. Qui le motivazioni dell’aggressore, anche se smisurate, sono non solo ben ricostruibili ma da tempo potevano esser previste e anche sventate. Le ha comunque previste Pechino, che ieri sembra aver caldeggiato una trattativa Putin-Zelenski, ben sapendo che l’esito sarà la neutralità ucraina chiesta per decenni da Mosca. Il disastro poteva forse essere evitato, se Stati Uniti e Unione europea non avessero dato costantemente prova di cecità, sordità, e di una immensa incapacità di autocritica e di memoria.
È dall’11 febbraio 2007 che oltre i confini sempre più agguerriti dell’Est Europa l’incendio era annunciato. Quel giorno Putin intervenne alla conferenza sulla sicurezza di Monaco e invitò gli occidentali a costruire un ordine mondiale più equo, sostituendo quello vigente ai tempi dell’Urss, del Patto di Varsavia e della Guerra fredda. L’allargamento a Est della Nato era divenuto il punto dolente per il Cremlino e lo era tanto più dopo la guerra in Jugoslavia: “Penso sia chiaro – così Putin – che l’espansione della Nato non ha alcuna relazione con la modernizzazione dell’Alleanza o con la garanzia di sicurezza in Europa. Al contrario, rappresenta una seria provocazione che riduce il livello della reciproca fiducia. E noi abbiamo diritto di chiedere: contro chi è intesa quest’espansione? E cos’è successo alle assicurazioni dei nostri partner occidentali fatte dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia? Dove sono oggi quelle dichiarazioni? Nessuno nemmeno le ricorda. Ma io voglio permettermi di ricordare a questo pubblico quello che fu detto. Gradirei citare il discorso del Segretario generale Nato, signor Wörner, a Bruxelles il 17 maggio 1990. Allora lui diceva: ‘Il fatto che noi siamo pronti a non schierare un esercito della Nato fuori dal territorio tedesco offre all’Urss una stabile garanzia di sicurezza’. Dove sono queste garanzie? ”.
Per capire meglio la sciagura ucraina, proviamo dunque a elencare alcuni punti difficilmente oppugnabili.

Primo: né Washington né la Nato né l’Europa sono minimamente intenzionate a rispondere alla guerra di Mosca con una guerra simmetrica. Biden lo ha detto sin da dicembre, poche settimane dopo lo schieramento di truppe russe ai confini ucraini. Ora minaccia solo sanzioni, che già sono state impiegate e sono state un falso deterrente (“Quasi mai le sanzioni sono sufficienti”, secondo Prodi). D’altronde su di esse ci sono dissensi nella Nato.
Alcuni Paesi dipendenti dal gas russo (fra il 40 e il 45%), come Germania e Italia, celano a malapena dubbi e paure. Non c’è accordo sul blocco delle transazioni finanziarie tramite Swift. Chi auspica sanzioni “più dure” non sa bene quel che dice.
Chi ripete un po’ disperatamente che l’invasione è “inaccettabile” di fatto l’ha già accettata. 

Secondo punto: l’Occidente aveva i mezzi per capire in tempo che le promesse fatte dopo la riunificazione tedesca – nessun allargamento Nato a Est – erano vitali per Mosca.
Nel ’91 Bush sr. era addirittura contrario all’indipendenza ucraina.
L’impegno occidentale non fu scritto, ma i documenti desecretati nel 2017 (sito del National Security Archive) confermano che i leader occidentali – da Bush padre a Kohl, da Mitterrand alla Thatcher a Manfred Wörner Segretario generale Nato – furono espliciti con Gorbaciov, nel 1990: l’Alleanza non si sarebbe estesa a Est “nemmeno di un pollice” (assicurò il Segretario di Stato Baker). Nel ’93 Clinton promise a Eltsin una “Partnership per la Pace” al posto dell’e s p an s i on e Nato: altra parola data e non mantenuta.

Terzo punto: la promessa finì in un cassetto, e senza batter ciglio Clinton e Obama avviarono gli allargamenti. In pochi anni, tra il 2004 e il 2020, la Nato passò da 16 a 30 Paesi membri, schierando armamenti offensivi in Polonia, Romania e nei Paesi Baltici ai confini con la Russia (a quel tempo la Russia era in ginocchio economicamente e militarmente, ma possedeva pur sempre l’atomica). Nel vertice Nato del 2008 a Bucarest, gli Alleati dichiararono che Georgia e Ucraina sarebbero in futuro entrate nella Nato. Non stupiamoci troppo se Putin, mescolando aggressività, risentimento e calcolo dei rischi, parla di “impero della menzogna”. Se ricorda che le amministrazioni Usa non hanno mai accettato missili di Paesi potenzialmente avversi nel proprio vicinato (Cuba).

Quarto punto: sia gli Usa che gli europei sono stati del tutto incapaci di costruire un ordine internazionale diverso dal precedente, specie da quando alle superpotenze s’è aggiunta la Cina e si è acutizzata la questione Taiwan. Preconizzavano politiche multilaterali, ma disdegnavano l’essenziale, cioè un nuovo ordine multipolare. Il dopo Guerra fredda fu vissuto come una vittoria Usa e non come una comune vittoria dell’Ovest e dell’Est.
La Storia era finita, il mondo era diventato capitalista, l’ordine era unipolare e gli Usa l’egemone unico. La hybris occidentale, la sua smoderatezza, è qui.

Il quinto punto concerne l’obbligo di rispetto dei confini internazionali, fondamentale nel secondo dopoguerra. Ma Putin non è stato il primo a violarlo.
L’intervento Nato in favore degli albanesi del Kosovo lo violò per primo nel ’99 (chi scrive approvò con poca lungimiranza l’intervento).
Il ritiro dall’Afghanistan ha messo fine alla hybris e la nemesi era presagibile. Eravamo noi a dover neutralizzare l’Ucraina, e ancora potremmo farlo. Noi a dover mettere in guardia contro la presenza di neonazisti nella rivoluzione arancione del 2014 (l’Ucraina è l’unico Paese europeo a includere una formazione neonazista nel proprio esercito regolare). Noi a dover vietare alla Lettonia – Paese membro dell’Ue – il maltrattamento delle minoranze russe.
Non abbiamo difeso e non difendiamo i diritti, come pretendiamo? Nel 2014, facilitando un putsch anti-russo e pro-Usa a Kiev, abbiamo fantasticato una rivoluzione solo per metà democratica. Riarmando il fronte Est dell ’Ue foraggiamo le industrie degli armamenti ed evitiamo alla Nato la morte celebrale che alcuni hanno giustamente diagnosticato. Ammettere i nostri errori sarebbe un contributo non irrilevante alla pace che diciamo di volere.
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ПРЕСС-РЕЛИЗ / COMUNICATO del Comitato Ucraina Antifascista di Bologna
Наши дети пойдут в школу, их дети будут сидеть б подвалах“, “I nostri bambini andranno a scuola, i loro siederanno negli scantinati“. Questo disse Mr Poroshenko, primo presidente della Junta golpista di Kiev, quando nel 2014 scatenò una guerra sanguinaria contro le popolazioni del Donbass che non accettarono il colpo di Stato con il quale una masnada di fascisti filoeuropeisti rovesciarono il governo legittimamente eletto dal popolo ucraino. Iniziarono 8 anni di lunghissima guerra con colpi di artiglieria su scuole, ospedali, acquedotti, stazioni, abitazioni civili e perfino ospizi! Migliaia di morti, centinaia dei quali bambini innocenti. Il tutto nel silenzio complice della politica e dei pacifisti d’accatto che scendono in piazza a manifestare solo quando glielo ordinano le televisioni di regime. La sicurezza della Russia è stata minacciata, la possibilità di installazione di armi di distruzione di massa puntate contro il suo territorio a una manciata di chilometri dai suoi confini è stata valutata quale realistica. Il governo di Kiev in tutti questi anni non ha mai rispettato gli accordi di Minsk e in una folle corsa agli armamenti ha deciso di aderire alla NATO, incantato dalle lusinghe e dalle promesse delle cancellerie europee e degli USA. Questi ultimi per i propri interessi economici e geopolitici sono decenni che lavorano alla divisione e alla disseminazione dell’odio fra i popoli una volta fratelli: anni fa la guerra in Jugoslavia oggi il conflitto in Ucraina.
Dopo 8 anni di massacri nel Donbass e minacce e provocazioni verso il popolo russo, il Cremlino ha risposto con un’operazione su vasta scala tesa a colpire obiettivi militari strategici che renda l’Ucraina inoffensiva e consenta l’arresto dei nazisti colpevoli della strage di Odessa e degli omicidi di cittadini antifascisti, oltreché del massacro delle popolazioni inermi dell’Est. Ora sono i cittadini di tutta l’Ucraina a vivere la paura che da 8 anni anni vivono i loro fratelli del Donbass.
Sono finiti i tempi delle passeggiate a Leopoli, splendida città mitteleuropea, degli aperitivi ad Odessa, della vita notturna e sfrenata di Kiev e della guerra lontana 800 km da casa. Questo è il risultato per chi “non riconosce il fratello come fratello e prende lo straniero come padrone”, lo straniero una volta raggiunto il proprio obiettivo ti abbandona al tuo destino.
La nostra speranza è che l’operazione Z finisca al più presto e che la popolazione subisca meno danni possibili, al contempo, auspichiamo che gli obiettivi di liberazione totale del Donbass dall’aggressione ucraina siano raggiunti e i colpevoli di quanto è accaduto negli ultimi anni scovati ed arrestati. Confidiamo nella possibilità di trovare presto un accordo diplomatico che determini il riconoscimento effettivo delle Repubbliche del Donbass, della integrazione della Crimea alla Russia e apra la strada ad un cambiamento politico a Kiev.

COMITATO UCRAINA ANTIFASCISTA BOLOGNA
26 febbraio 2022
— TRADUZIONE IN RUSSO DEL COMUNICATO
Наши дети пойдут в школу, а их дети будут сидеть в подвалах“,-
Об этом сказал господин Порошенко, первый президент путчистской хунты в Киеве, когда в 2014 году развязал кровопролитную войну против народа Донбасса, не принявшего государственный переворот, с помощью которого банда проевропейских фашистов свергла законно избранную власть украинским народом. 8 лет очень долгой войны начались с артиллерийских обстрелов школ, больниц, водопровод, вокзалов, жилых домов и даже хосписов! Тысячи погибших, сотни невинных детей. Все в заговорщическом молчании политиков и фальшивых  пацифистов, которые выходят на улицы для демонстраций только тогда, когда им планируют режимные  информационные сети. 
Безопасность России поставлена ​​под угрозу, возможность установки оружий массового поражения, направленного на ее территорию, в пределах нескольких километров от ее границ оценивается как реальная угроза. Правительство Киева за все эти годы ни разу не соблюдало Минские соглашения и в бешеной гонке вооружений решило вступить в НАТО, очарованное лестью и обещаниями европейскими канцлерами и США. 
США в своих экономических и геополитических интересах десятилетиями работали над разделением и распространением ненависти между некогда братьями: много лет назад война в Югославии, сегодня конфликт на Украине.
После 8 лет резни на Донбассе, угроз и провокаций в отношении русского народа, Кремль ответил масштабной операцией, направленной на уничтожение военно-стратегических объектов, чтобы обезвредить военную мощь Украины   и  арестовать нацистов, виновных в расправе и убийствах  мирных, антивашистски настроенных граждан протистовавших в Одессе (02.05.2014), а также причастным к жестоким убийствам  беззащитного населения Востока Украины . В эти дни  граждане всей Украины испытывают страх, страх с которым 8 лет живут их братья на Донбассе.
Прошло время прогулок по прекрасному городу Львову, аперитивов в Одессе, бурной ночной жизни Киева и войны в 800 км от дома. Это результат для тех, кто «не признает брата как брата и принимает незнакомца как хозяина», как только незнакомец достигает своей цели, он бросает вас на произвол судьбы.
Мы надеемся, что операция Z завершится как можно скорее и населению будет нанесен как можно меньший ущерб, в то же время мы надеемся, что цели полного освобождения Донбасса от украинской агрессии будут достигнуты, а виновные в том что  произошло за последние годы найдены и арестованы. Мы верим  в возможности скорейшего нахождения дипломатической договоренности, которая приведет к фактическому признанию Республик Донбасса, интеграции Крыма в состав России и проложит путь к политическим переменам в Киеве.

УКРАИНСКИЙ АНТИФАШИСТСКИЙ КОМИТЕТ БОЛОНЬЯ

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Fonte: Ambasciata della Federazione Russa in Italia
https://www.facebook.com/ambrusitalia/posts/3206876459600951
Dichiarazione del Ministero degli Esteri della #Russia sul riconoscimento dell’indipendenza delle Repubbliche popolari di #Donetsk e #Lugansk
Il 21 febbraio 2022, il Presidente della Federazione Russa ha firmato i decreti che riconoscono la sovranità e l’indipendenza delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk.
È stato un passo non facile, ma l’unico possibile. I leader e gli abitanti delle due repubbliche hanno rivolto al Capo dello Stato russo una richiesta di riconoscimento. La questione è stata posta dai deputati della Duma di Stato dell’Assemblea Federale della Federazione Russa in un appello al Presidente della Federazione Russa.
La decisione del Presidente della Russia è stata dettata principalmente da considerazioni umanitarie, dal desiderio di proteggere i civili della Repubblica Popolare di Donetsk e della Repubblica Popolare di Lugansk, tra cui centinaia di migliaia di cittadini russi, dalla reale minaccia alla loro vita e sicurezza messa in atto dall’attuale regime ucraino, che non ha mai smesso di tentare di risolvere con la forza il “problema #Donbass”.
Esattamente otto anni fa, il mondo ha assistito a un colpo di stato cruento e incostituzionale a #Kiev. In quel periodo, i nazionalisti radicali hanno preso il potere in #Ucraina con il sostegno attivo dell’Occidente e hanno cominciato a imporre nel paese il proprio ordine, combattendo la lingua russa e il dissenso, imponendo un’ideologia aliena, ossequiando gli scagnozzi fascisti, riscrivendo la storia e trasformando il territorio ucraino nella testa di ponte antirussa della #NATO. Gli abitanti del Donbass non hanno accettato questa politica e hanno deciso di difendere i propri diritti e interessi legittimi. I referendum dell’11 maggio 2014 hanno portato alla proclamazione delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk.
Invece di raggiungere un accordo politico con i suoi connazionali, Kiev ha scatenato contro di loro un’operazione militare punitiva, in sostanza una guerra civile.
Fin dall’inizio, la Russia ha fatto sforzi costanti per risolvere la crisi ucraina con mezzi pacifici e diplomatici. Purtroppo, le autorità di Kiev hanno tentato due volte senza successo di riportare con la forza Donetsk e Lugansk all’interno dello Stato ucraino. Con l’assistenza attiva della Russia e di altri mediatori internazionali, è stato possibile fermare lo spargimento di sangue. È stato dunque elaborato il “Pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi di Minsk del 12 febbraio 2015”, approvato all’unanimità dalla risoluzione 2202 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Questo documento prevedeva una soluzione politica del conflitto nell’Ucraina orientale e il reintegro del Donbass nello Stato ucraino.
Tuttavia, di fatto già al momento della firma del “Pacchetto di misure”, Kiev non era disponibile ad attuarlo e annunciava apertamente la nullità degli accordi raggiunti a Minsk e la propria indisponibilità ad applicarli. I vertici ucraini hanno adottato una retorica belligerante, dichiarando pubblicamente il loro rifiuto di impegnarsi in un dialogo diretto con il Donbass e la loro intenzione di risolvere la crisi con mezzi militari. In sostanza, Kiev da tempo si è ritirata dagli accordi di Minsk, sabotandone apertamente l’attuazione.
In tutti questi anni, gli abitanti delle repubbliche popolari hanno vissuto sotto il costante fuoco dell’artiglieria e dei mortai. Migliaia di persone innocenti, compresi i bambini, sono state uccise e decine di migliaia ferite. Contro il Donbass è stato instaurato il blocco completo dei trasporti e dell’economia, interrotto il pagamento di pensioni e assegni sociali ai suoi abitanti. Tali azioni non sono altro che un genocidio del proprio popolo.
Abbiamo recentemente assistito a un brusco inasprimento della situazione lungo tutta la linea di contatto. Sono state registrate ancora una volta numerose violazioni del regime di cessate il fuoco, con granate che hanno distrutto abitazioni, scuole e altre infrastrutture civili.
La popolazione delle repubbliche ha affrontato la minaccia di annientamento fisico da parte delle autorità di Kiev. È ora assolutamente chiaro che per Kiev quello che conta nel Donbass è il territorio, non i suoi abitanti.
Il riconoscimento delle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk è una decisione obbligata e l’unica possibile in queste circostanze. Deve servire agli abitanti delle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk come garanzia del loro diritto a una vita pacifica e alla protezione dei loro diritti e interessi legali.
La decisione è stata presa tenendo conto della libera volontà degli abitanti del Donbass, sulla base delle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite, della Dichiarazione sui principi del diritto internazionale concernente le relazioni amichevoli tra gli Stati del 1970, dell’Atto finale della CSCE e di altri documenti internazionali fondamentali.
La Russia esorta gli altri stati a seguire il suo esempio.
22.2.2022

 

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