A rischio insolvenza migliaia di imprese, lo Stato rivuole le tasse sospese

Meglio del Covid, della guerra in Ucraina, delle sanzioni ai russi che non comprano più in Italia, dell’esplosione del costo energetico e dell’aumento dell’inflazione: in questi mesi si sono intensificate le attività di accertamento degli enti italiani di riscossione, a cui si aggiunge il rischio insolvenza generale, conseguente ai rimborsi dei prestiti erogati dagli istituti di credito.

Un doppio piano terrificante che potrebbe scatenare sulla nostra economia effetti strutturali sul breve termine.

I nodi stanno venendo al pettine per le aziende già brutalmente colpite dal Covid.

Da due anni erano fermi gli accertamenti per tutte quelle imprese che non sono state in grado di pagare le rate delle imposte pregresse. Le rate erano state sospese a seguito della normativa emergenziale Covid-19, visto che molte attività erano costrette alla chiusura causa lockdown e pandemia.

Ora però arriva una fase nuova, molto complicata.

Lo Stato vuole essere pagato e la procedura per riuscirci è molto più semplice che in passato. Per lo Stato parliamo di un possibile recupero di 2,4 miliardi di debiti dormienti.

I debiti pregressi risalgono nel tempo, poiché i ruoli, cioè l’iscrizione dei processi pendenti, sono riferiti alle annualità dal 2016. C’è la possibilità per gli enti pubblici di fare il pignoramento conto terzi, tramite conto corrente, senza passare da un decreto ingiuntivo.

In pratica bloccano il conto corrente e pignorano. L’atto di accertamento diventa immediatamente esecutivo e si passa direttamente all’espropriazione forzata.

La procedura di riscossione è attuata dagli enti locali, Comuni e Regioni. Per questo motivo migliaia di aziende coinvolte sono a rischio fallimento. Chi non ha pagato le rate dei debiti è costretto a valutare la rateizzazione tributaria per bloccare il pagamento del dovuto, interrompendo così i pignoramenti e le azioni esecutive.

Bocche cucite per molti studi di commercialisti interpellati che in giro per l’Italia si stanno ritrovando a intavolare trattative in parte impreviste, almeno per la determinazione dimostrata dallo Stato.

“È vero, negli ultimi due o tre mesi c’è stato sicuramente un intensificarsi degli atti e dei controlli automatizzati, avvisi bonari, avvisi di accertamento e riscossione”, spiega il dottor Antonio Stagni dello Studio commercialisti associati Stagni Musghi di Bologna.

Ma tra guerra e condizioni economiche la situazione è così grave che questo atteggiamento potrebbe contribuire a un tracollo dell’economia o no? Stagni: “Non c’è riguardo per il contesto sociale in cui la gente si trova a vivere”.

C’è chi sostiene, come Italia Oggi, che le imprese coinvolte su questo fronte siano il 43% complessivo dei contribuenti, pari a 500.000 aziende italiane. Ma non basta.

Alla condizione di costoro va a sovrapporsi un altro problema, quello delle aziende che hanno usufruito della moratoria dei finanziamenti concessi dalle banche con il decreto legge “Cura Italia” nella primavera del 2020. In pratica alle piccole, medie e microimprese, erano state sospese le scadenze per il pagamento di rate di prestiti e mutui, canoni di leasing, prestiti non rateizzati fino a dicembre 2020.

La misura è scaduta a fine dicembre e non è stata rinnovata per evitare una procedura di illegittimità dell’Unione Europea per aiuti di Stato. C’è stata una proroga che ha previsto la sospensione fino al 31 dicembre 2021 del pagamento della sola quota di capitale in scadenza prima di quella data.

Oggi l’accavallarsi di queste due condizioni potrebbe creare un mix devastante per il sistema Paese, con un ulteriore indebolimento del tessuto produttivo, altri indebitamenti e una perdita generale del potere d’acquisto degli italiani: una vera e propria valanga con migliaia di posti di lavoro a rischio.

Una condizione forse contenibile ma con un cambio di paradigma, cioè mettendo ancor di più al muro l’economia privata, famosa in tutto il mondo per la capacità di risparmio e la conduzione familiare, trasformandola più di prima in un’economia controllata dai grandi gruppi bancari, malata e zeppa di debiti.

Per Unimpresa la condizione di rischio insolvenza, per il mancato pagamento delle rate dei mutui, coinvolgerebbe 700.000 imprese, con un possibile crac da 27 miliardi di euro. 694.894 aziende italiane, a partire dal 2020, avevano sospeso le rate di prestiti bancari per un importo complessivo di 27,1 miliardi.

Già nel 2021, secondo un report dell’Istat, metà delle nostre imprese erano strutturalmente a rischio fallimento. Per la precisione si sosteneva che il 45% non avrebbe retto ad un’altra crisi. E qui tra guerra, speculazione sul costo dell’energia e aumento dell’inflazione parliamo di un quadro molto severo di problemi.

Chi rischia di più sono le agenzie di viaggio (oltre 73%), quelle artistiche e di intrattenimento (oltre 60%), nell’assistenza sociale non residenziale (circa 60%), nel trasporto aereo (59%), nella ristorazione (55%). Nel comparto industriale la filiera della moda: abbigliamento (oltre 50%), pelli (44%), tessile (35%).

L’effetto devastante della pandemia che ha scosso tutta Italia e ha colpito anche di più il Centro-Sud, ha piegato in modo violento settori che oggi si vedrebbero tagliare le gambe di netto.

Antonio Amorosi

27 Marzo 2022

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