[Sinistrainrete] Domenico De Simone: Sulle conseguenze economiche della guerra

Si discute molto in questi giorni oscuri delle conseguenze economiche delle sanzioni, sia per la Russia che per i paesi europei e anche, di riflesso per il resto del mondo.

 

 

Domenico De Simone: Sulle conseguenze economiche della guerra

domenico de simone

Sulle conseguenze economiche della guerra

di Domenico De Simone

AFP 9ZZ9TH 0027iSi discute molto in questi giorni oscuri delle conseguenze economiche delle sanzioni, sia per la Russia che per i paesi europei e anche, di riflesso per il resto del mondo. C’è una narrazione occidentale che esalta l’efficacia delle sanzioni prese nei confronti della Russia perché si ritiene che l’economia russa ne sarà violentemente condizionata almeno a medio termine. Si rileva anche che, tuttavia, anche i paesi europei che più dipendono dalle forniture di gas e petrolio russi, dovranno fare sacrifici nei prossimi mesi ma che la diversificazione delle fonti di approvvigionamento riuscirà a sostituire queste forniture, mentre la Russia è destinata a un arretramento economico e sociale irreversibile perché non le sarà più consentito vendere in Europa e quindi nemmeno rifornirsi di tecnologia e di beni di provenienza europea. Insomma, grazie a qualche sacrificio, l’Europa sarà in grado di superare ogni problema in breve tempo, mentre per la Russia si prospetta un futuro di fame e di povertà crescente in cui l’ha piombata la guerra insensata voluta da Putin. Peccato che questa narrazione si alimenti della presunzione occidentale di essere indispensabile per chiunque e di avere ragione sempre e comunque. Le cose, da un punto di vista strettamente economico, stanno in maniera un po’ diversa.

Non c’è dubbio che le sanzioni colpiscano la Russia e che lo stile di vita dei russi dovrà fare a meno nel prossimo futuro di McDonald, Prada, Mercedes, spaghetti made in Italy, ma anche di componenti importanti per l’industria di estrazione, di produzione e anche dell’industria bellica. Tuttavia, le prospettive per la Russia non sono poi così nere.

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Gioacchino Toni: Il nuovo disordine mondiale / 9: la guerra nell’era del totalitarismo neoliberale

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Il nuovo disordine mondiale / 9: la guerra nell’era del totalitarismo neoliberale

di Gioacchino Toni

hh11hh11uu11uu«Quel Novecento che aveva visto il susseguirsi di guerre mondiali e totalitarismi, lo spreco incommensurabile di un’inutile corsa agli armamenti, il proliferare di autoritarismi e rivoluzioni fallite, con l’happy ending del “trionfo della democrazia”, aveva creato l’illusione che l’umanità e i governi che pretendono di rappresentarla potessero dimostrare, anche grazie agli straordinari progressi tecnologici e all’immensa ricchezza circolante, una maggiore capacità di costruire la pace, per non ripetere gli errori tragici del passato. E invece tutto ciò che la mia generazione è riuscita a fare è stato trasmettere ai propri figli soltanto una diversa civiltà della guerra»
Fabio Armao

Nel recente volume di Fabio Armao, La società autoimmune. Diario di un politologo (Meltemi 2022), viene analizzata l’ingarbugliata trama del potere che contraddistingue la contemporaneità: un “totalitarismo neoliberale” che, al di là delle differenti sembianze che assume – mafie, gang, neofascismo, finanza underground, capitalismo clientelare, femminicidio, ecocidio e persino, come si vedrà, privatizzazione della guerra – ha, secondo l’autore, nella rinascita del clan la struttura di riferimento del sistema sociale.

Tale convincimento, attorno a cui ruota il volume, si inserisce all’interno di una più generale riflessione a cui Armao ha dedicato due suoi precedenti testi: L’età dell’oikocrazia (Meltemi, 2020) [su Carmilla] e Le reti del potere (Meltemi, 2020). Secondo lo studioso la struttura del clan, in grado com’è di interporsi tra individui e istituzioni e di mediare tra locale e globale, risulterebbe particolarmente adatta alla gestione della globalizzazione neoliberale nel suo imporre gli interessi economici privati sull’interesse politico pubblico. Si tratterebbe dunque di una “oikocrazia”1 assurta a modello universale capace di adattarsi sia alle esigenze dei regimi democratici che a quelle delle autocrazie.

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Mario Tronti: Rileggere «Operai e capitale»

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Rileggere «Operai e capitale»

di Mario Tronti

0e99dc 83648ad8120140c28ba184bc4534c472mv2Nel 2006, a quarant’anni di distanza dalla prima edizione, DeriveApprodi ha ripubblicato Operai e capitale di Mario Tronti. Mercoledì 31 gennaio 2007, presso la facoltà di Scienze politiche della Sapienza di Roma, DeriveApprodi e la Rete per l’autoformazione hanno organizzato un convegno su quello che è, senza dubbio, il testo fondamentale dell’operaismo politico italiano. In quella straordinaria occasione di dibattito sono intervenuti Alberto Asor Rosa, Rita di Leo, Toni Negri, Brett Neilson. Pubblichiamo oggi la relazione di Tronti, capace di mettere – come recitava il sottotitolo del convegno – lo stile operaista alla prova del presente.

* * * *

Passato questo anniversario dei quarant’anni di Operai e capitale, dovremmo tornare a un discorso più specifico e, se volete, scientifico dell’operaismo. Vorrei spendere alcune parole per rispondere alla domanda: perché ancora l’operaismo malgrado l’assenza delle condizioni che l’hanno originato e prodotto? Tali condizioni si possono sommariamente riassumere nel neo-capitalismo industriale, con cui per la prima volta ci si confrontava in Italia, e oggi decaduto; nella fase fordista, anch’essa archiviata; in un ciclo di lotte operaie che hanno investito il paese nei primi anni Sessanta, con al centro la figura dell’operaio-massa. Credo che oggi il passaggio, ormai avvenuto, dalla centralità alla marginalità non riguarda solamente l’operaismo. Questo passaggio riguarda anche il capitale. Nel senso proprio del Das Kapital marxiano, come lo intendeva Marx ma anche come lo intendevamo noi: il capitale cosiddetto sociale, o il piano del capitale come si diceva nei «Quaderni rossi». Come gli operai, così anche questa forma di capitale è diventata da centrale a marginale. La lotta era lotta di classe tra due centralità: ognuna aveva il proprio campo e il proprio blocco sociale, ognuna era centrale nella propria parte.

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Federico Dezzani: Germania e Italia senza gas

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Germania e Italia senza gas

di Federico Dezzani

Come auspicato dagli anglosassoni, la crisi in Europa generata dall’intervento russo in Ucraina, si dirige verso l’acme. A fronte della richiesta di Mosca di saldare le forniture di petrolio e gas in rubli, i governi dell’Europa occidentale mostrano un’incredibile intransigenza, dettata dalla loro subalternità agli interessi geopolitici angloamericani. La sospensione dei flussi energetici è solo questione di tempo: l’asse mediano dell’Europa, Italia e Germania, pagherà i costi maggiori, piombando in una drammatica depressione economica.

 

Il terzo suicidio dell’Europa

La guerra russo-ucraina, le cui origini vanno cercate nella “rivoluzione colorata” del 2014 che spostò il governo ucraino su posizioni nazionaliste e filo-anglosassoni, ha sempre avuto due obiettivi, raggiungibili contemporaneamente solo rompendo la collaborazione politico-economica tra Russia ed Europa: indebolire Mosca con le sanzioni, cercando il cambio di regime al Cremlino, e imprimere la dissoluzione finale all’Unione Europea, già reduce da un decennio di crisi finanziarie, austerità, terrorismo dell’ISIS, flussi migratori incontrollati e Covid.

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Alessandro Robecchi: Da Superenalotto! Oplà, di colpo abbiamo 13 miliardi (per le armi)

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Da Superenalotto! Oplà, di colpo abbiamo 13 miliardi (per le armi)

di Alessandro Robecchi

Niente, mannaggia, niente da fare. Gli italiani in stragrande maggioranza restano contrari all’aumento delle spese militari fino al due per cento del Pil, cioè un po’ restii a spendere 13 miliardi in più (ogni anno!) in sistemi d’arma, gerarchie militari, missili e quant’altro. Resistono, insomma, all’offensiva dei corsivisti-generali più accreditati dai media, dai giornali e dai talk show, quasi tutti maschi, quasi tutti anziani, boomer burbanzosi e predicanti, autori di sermoni edificanti e patriottici, disposti a chiudere un occhio persino sui nazisti in campo. Fedeli insomma, al vecchio adagio americano applicato a dittatori, macellai e golpisti vari: “E’ un figlio di puttana ma è il nostro figlio di puttana”.

Il sondaggio è canaglia, insomma, e un po’ canaglia anche chi lo disegna. Non ci eravamo ancora ripresi dal grafico diffuso da Agorà (Rai3), dove nella torta colorata i contrari all’invio di armi all’Ucraina sembravano meno della metà pur essendo il 55 per cento, che ecco un altro strabiliante sondaggio, questa volta Swg per il Tg de La7.

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Andrea Zhok: Riflessioni critiche sulla pandemia

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Riflessioni critiche sulla pandemia

di Andrea Zhok

Lo stato di emergenza si propone come una raccolta dei principali interventi sulla crisi pandemica da parte del filosofo Andrea Zhok, pensatore refrattario a ogni conformismo che da tempo anima il dibattito pubblico e le arene mediatiche.

La riflessione di Zhok muove dalla volontà di ampliare gli spazi del dialogo, la circolazione delle informazioni e le occasioni di dibattito, ponendosi come una denuncia sferzante della nostra società – quella delle “post-democrazie” e della loro deriva – dove si preannuncia un cambiamento di paradigma attraverso l’utilizzo di una sistematica governance emergenzialista.

Mettendo in discussione i recenti provvedimenti politici, Zhok porta alla luce la pericolosità delle procedure in atto, avvertendo come la crescita di un clima dogmatico e censorio, dove ogni forma di dissenso viene zittita, non possa che condurre al collasso dei principi democratici di dialogo, mediazione e inclusione.

“Per la prima volta propongo un libro che non ha carattere accademico e non è inteso primariamente per una platea di “filosoficamente esperti”. È un testo inteso come “divulgativo”, ma senza rinunciare al carattere filosofico, perché la filosofia è, ed è sempre stata, anche lettura critica della realtà circostante.

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Stefano D’Andrea: Il primo mese di guerra narrato da un esperto vero

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Il primo mese di guerra narrato da un esperto vero

di Stefano D’Andrea

Fabio Mini si serve, con citazioni, del colonnello della intelligence svizzera Jacques Baud.

L’ESERCITO UCRAINO:  l’esercito ucraino, teoricamente forte di quasi trecentomila uomini, era in uno stato disastroso. “Ad ottobre del 2018 il capo procuratore militare ucraino Anatoly Matios riferì che l’Ucraina aveva perso 2.700 uomini nel Donbass: 891 per malattia, 318 per incidenti stradali, 177 per altri incidenti, 175 per avvelenamento (alcol, droghe), 172 per incauto maneggio delle armi, 101 per violazione delle norme di sicurezza, 228 per omicidio e 615 per suicidio”.

LE MILIZIE PARAMILITARI: “Sono composte principalmente da mercenari stranieri, spesso militanti di estrema destra. Nel 2020, costituiscono il 40% delle forze ucraine e contano circa 102.000 uomini, secondo Reuters. Sono armati, finanziati e addestrati anche da Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e Francia. Ci sono più di 19 nazionalità – compresa quella svizzera”- osserva amaramente Baud. “La qualifica di ‘nazista’ o ‘neonazista’ data ai paramilitari ucraini è considerata propaganda russa. Forse, ma questa non è l’opinione del Times of Israel , del Simon Wiesenthal Center o del Centro per il Controterrorismo di West Point”.

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Eve Ottenberg: Le sanzioni di Biden contro l’Afghanistan fanno morire di fame un popolo: è un genocidio

ilpungolorosso

Le sanzioni di Biden contro l’Afghanistan fanno morire di fame un popolo: è un genocidio

di Eve Ottenberg

Un nostro lettore e amico ci ha segnalato questo articolo di Counterpunch accompagnando la sua segnalazione con le seguenti parole di commento: “una infamia, oltre il per-niente-credibile o immaginabile. Le guerre degli Stati Uniti – niente di simile nella storia del mondo. Una città posta sulla collina, è questo che li rende così speciali: le guerre”.

Come dargli torto? Questa vigorosa denuncia morale e politica delle spietate sanzioni che l’amministrazione Biden ha imposto al popolo afghano merita di essere conosciuta. Può contenere qualche illusione su Russia, Cina o Onu, è vero (illusione che noi non condividiamo); ma la sua indiscutibile forza è nel prendere di mira il proprio governo, il proprio stato, il proprio imperialismo, e non fargli sconti di alcun tipo. E proprio mentre i decibel della retorica di guerra statunitense contro il “macellaio Putin” assordano il mondo.

Di nostro aggiungiamo solo che il “nostro” capitalismo non ha mai fatto mancare l’appoggio alle memorabili “imprese” belliche statunitensi, né all’arma strangolatoria delle sanzioni. In questo caso la prima fondamentale forma di complicità è l’assoluto silenzio dei media. (red.)

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Gianandrea Gaiani: Vincitori e vinti nella guerra in Ucraina

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Vincitori e vinti nella guerra in Ucraina

di Gianandrea Gaiani

In attesa di sviluppi militari e diplomatici che definiscano il possibile esito del conflitto tra russi e ucraini, è forse possibile evidenziare chi siano già oggi gli sconfitti e i vincitori nella guerra iniziata in Ucraina nel 2014 ma allargatasi a uno scontro convenzionale su vasta scala a partire dal 24 febbraio 2022.

Il tema verrà sviluppato presto in modo più analitico e organico ma pare evidente che gli sconfitti siano almeno tre:

  • l’Ucraina che uscirà in ogni caso devastata e probabilmente divisa dal conflitto, col rischio di subire pesanti condizioni di pace o perdite territoriali oltre ai gravi danni economici, umani e materiali.
  • la Russia che al di là dei possibili successi militari verrà forse a lungo emarginata dall’Occidente, tagliata fuori da quell’Europa a cui appartiene, sottoposta a sanzioni e costretta a guardare all’Asia dove l’attende il poco tranquillizzante abbraccio della Cina

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Alessandra Ciattini: Le relazioni Cina-Russia secondo gli Usa

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Le relazioni Cina-Russia secondo gli Usa

di Alessandra Ciattini

Invitando la Cina a ostacolare la Russia, gli Stati Uniti sperano di incrinare la loro alleanza

Rifacendosi alle antiche tradizioni cinesi, Xi Jinping ha risposto agli americani, che lo sollecitavano a far pressioni sulla Russia per sospendere la loro azione in Ucraina, che spetta a chi ha messo un sonaglio al collo di una terribile tigre toglierlo. In altre parole, essendo responsabili gli Stati Uniti di aver provocato la legittima reazione russa, dopo molteplici tentativi di inutili mediazioni, espandendo sempre più a est le loro basi e i loro armamenti, essi stessi debbono farsi carico di risolvere questo grave conflitto nel cuore dell’Europa, che ha già assistito ahimè a quello relativo alla disgregazione della Jugoslavia.

E che sembra sia accompagnato da un altro, non meno pericoloso. Infatti, il presidente del Kosovo Vjosa Osmani e il primo ministro Albin Kurti hanno incontrato il 19 marzo a Pristina una delegazione dell’amministrazione Usa, alla quale è stato manifestato l’interesse del Kosovo a aderire al programma Nato di Partnership per la pace (quale?), primo passo verso la piena incorporazione nell’Alleanza atlantica.

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Militant: La guerra nella guerra

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La guerra nella guerra

di Militant

RESSISTENZA 2048x1152Il precipitare della situazione ucraina dopo l’invasione da parte della Russia dello scorso 24 febbraio ha scompaginato gli equilibri internazionali determinando una ridefinizione dei campi a livello internazionale e, di riflesso, anche alle nostre latitudini. Senza entrare nel merito di una questione complessa, che andrebbe trattata in termini generali nelle sedi opportune e che potremmo sintetizzare come la certificazione dell’irreversibile emersione di un mondo multipolare in sostituzione di quello a guida del “poliziotto americano”, appare sempre più difficile eludere una serie di questioni che, almeno tra chi non si è accorto il mese scorso che alle porte d’Europa si stava per determinare una situazione esplosiva provocata dalla strutturale crisi in cui l’imperialismo è precipitato, dovrebbero essere sciolte.

Diciamo un’ovvietà – guardando al mondo dei compagni – se ricordiamo che questo conflitto ha radici profonde e non è di certo imputabile a quella che la narrazione personalistica delle più grandi testate giornalistiche (per altro con interessi diretti nel riarmo dell’Europa come notavamo sui social in questi giorni) imputano alla follia di un pazzo – ovviamente Putin – o ai deliri imperial-sciovinisti di una ex-potenza mondiale declassata a potenza regionale come la Russia. Quella che oggi è guerra dispiegata nel cuore d’Europa è infatti stata per otto anni un massacro a bassa intensità per le popolazioni russofone del Donbass e della zona orientale dell’Ucraina. Un massacro che ha prodotto all’incirca 14.000 morti frutto di un martellamento incessante da parte di quella che oggi viene ribattezzata in blocco come la “resistenza” ucraina.

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Andrea Fumagalli: L’economia della guerra permanente

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L’economia della guerra permanente

di Andrea Fumagalli

BANSKY COPERTINANel messaggio che Mario Draghi ha rilasciato il giorno prima del summit europeo di Versailles, l’11 marzo scorso, si affermava: “L’Europa e l’Italia non sono in una fase di “economia di guerra”, ma il “futuro preoccupa” e “bisogna prepararsi”.

In realtà siamo già in un’economia di guerra. Tale termine implica l’adozione di “misure di politiche economiche al fine di adeguare il sistema economico nazionale alle esigenze che derivano dalla partecipazione dello Stato ad un evento bellico”.

La definizione citata fa ovviamente riferimento ad un reale stato di guerra militare, con morti, bombardamenti, profughi, ecc. – come sta avvenendo in questi giorni in molte città dell’Ucraina.

Ma negli ultimi decenni la metafora della guerra si è estesa e la logica economica sottostante è diventata parte della nostra vita, sino al punto di poter affermare che viviamo in un’economia di guerra: un’economia di guerra, che, senza andare troppo indietro nella storia, ha cominciato a diffondersi quando è entrato in crisi il paradigma fordista e il dualismo tra i blocchi Usa-Urss. La guerra economica, come la guerra sanitaria, è oramai una costante, mentre il ricorso alla guerra militare, pur cresciuto all’indomani del crollo dell’URSS e dello scioglimento del patto di Varsavia, è un’ultima ratio.

La logica tuttavia è più o meno la stessa. Guerra è sinonimo di distruzione e a ogni distruzione segue una ricostruzione, cioè si devono creare le condizioni per una nuova accumulazione capitalistica. Se la guerra può prescindere dal capitalismo, il capitalismo non può fare a meno dalla guerra. La guerra, la moneta e lo Stato sono forze ontologiche, cioè costitutive e costituenti, del capitalismo e le guerre (e non La guerra) sono da intendersi come il principio di organizzazione della società (Eric Alliez, M. Lazzarato,  Guerres et capital, Ed. Amsterdam, Paris, 2016).

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Enzo Gamba e Francesco Schettino: Riflessioni sul programma minimo e su un movimento politico organizzato

lantidiplomatico

Riflessioni sul programma minimo e su un movimento politico organizzato[1]

di Enzo Gamba e Francesco Schettino

Riceviamo e volentieri pubblichiamo come spunto di dibattito alcune importanti riflessioni sulla necessità di trasformare l’enorme dissenso sociale presente in Italia in un movimento politico organizzato che sappia rappresentarlo degnamente

720x410cnyfSarebbe ingeneroso nei confronti di tutte le compagne e i compagni non tener conto del grande impatto pratico ed emotivo che hanno avuto gli eventi collegati alla lunghissima pandemia nell’ultimo biennio abbondante, così come le vicende belliche contemporanee. È vero, e facciamo bene a riconoscerlo, che ne siamo usciti tutti con le ossa più frantumate di quanto non lo fossero prima. Per quanto le nostre conoscenze ci abbiano tenuto al riparo da danni ancora maggiori – rinvenibili in tutto mondo – due anni abbondanti di stato emergenziale ci hanno resi probabilmente più deboli. Le nostre iniziative vedono sempre meno adesioni, il coinvolgimento di larghi settori delle classi più povere e subalterne è ancora più arduo e il clima di angoscia e sfiducia di certo non rende più semplice il nostro lavoro.

Tuttavia, queste considerazioni non possono agire da pretesto per limitare la nostra azione o addirittura per decidere che non c’è più nulla da fare. Al contrario questi fenomeni, diffusissimi in ogni angolo della nostra società, sono assai utili per comprendere la misura di quanto, in una fase di crisi perdurante come quella che viviamo, il nostro ruolo sia ancora più centrale, nonostante la sostanziale invisibilità che ci viene ormai concessa.

Sono tanti i presunti tentativi di riunificazione alla sinistra del PD, come ce ne sono stati tanti nel passato e probabilmente altrettanti ce ne saranno nel futuro. Nonostante le buone intenzioni si tratta troppo spesso di fusioni “alle proprie condizioni” che determina rapidamente un deteriorarsi dei rapporti interni e dunque la pressoché immediata interruzione di percorsi, di fatto, mai iniziati. Tuttavia, non possiamo che cogliere con favore le aggregazioni di vasti settori popolari attorno alle iniziative degli operai Gkn (Insorgiamo tour) il cui lavoro è al contempo originale ed encomiabile e della nuova formazione istituzionale che ha visto la nascita di un nuovo soggetto, ManifestA, che unisce PRC e Potere al Popolo!, nella Camera dei deputati.

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Carlotta Caciagli, Gianni Del Panta: La scomparsa delle fabbriche? Appunti sui cambiamenti nella geografia di classe in Italia

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La scomparsa delle fabbriche? Appunti sui cambiamenti nella geografia di classe in Italia

di Carlotta Caciagli, Gianni Del Panta

italia nord 768x533L’idea che non esista più la classe operaia è diventata da anni pervasiva, anche a sinistra. Ciò nonostante la classe operaia viene chiamata in causa spesso: per spiegare la vittoria di Trump, la Brexit oppure l’avanzata della Lega di Salvini. Grazie all’utilizzo di un approccio spaziale, questo articolo mostra come ciò che è stato etichettato come la scomparsa della classe operaia sia in realtà un processo di riorganizzazione della struttura di classe in Italia, socialmente e geograficamente. A differenza del recente passato, quando le grandi fabbriche fordiste si concentravano nelle aree urbane delle principali città del nord-ovest, la manifattura ha prevalentemente sede oggi nelle aree semi-urbane delle città di provincia del nord-est e di alcune zone del centro. Questa, come altre trasformazioni, hanno decretato un’accresciuta centralità del settore logistico, dove alcune delle più significative vertenze si sono sviluppate negli ultimi anni. Più in generale, i cambiamenti del tessuto produttivo e della sua geografia interrogano l’azione degli anticapitalisti, chiamati a “decolonizzare” la propria azione militante oltre le aree urbane delle principali città.

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Introduzione

In un articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano nell’ottobre del 2020, Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista dal 2007 al 2017 e attualmente uno dei massimi esponenti di quel partito, dava notizia di un convegno a Torino sulle ragioni della rivolta operaia del 1969–70, a cinquant’anni di distanza da quegli eventi. Secondo Ferrero, per quanto lo sfruttamento dei lavoratori sia brutale oggi come allora, un paragone sarebbe però impossibile.

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Sonia Bibbolino: The Truman show

offline

The Truman show

di Sonia Bibbolino

Intervento letto ad una manifestazione contro la guerra, contro Draghi e la politica delle emergenze e contro il Green Pass a Livorno sabato 2/4/22

Penso che molti di noi abbiano visto il film The Truman show. Il film, riassumendo in poche parole, ci presenta la storia di un uomo che vive in un enorme studio cinematografico e tutto intorno a lui è fittizio: ambiente, persone, affetti, amici, costituiti da attori di una serie televisiva. Il problema è che crede che quella sia la realtà finché un giorno non scopre la verità.

Ecco, in questi ultimi tempi mi è capitato molte volte di pensare a questo film e di avere la netta sensazione di vivere, come il suo protagonista, in un mondo preconfezionato, dove però non esistono attori consapevoli di star interpretando una parte, bensì tanti Truman ignari di star vivendo una vita telecomandata che non è la loro. Ma se nel film chi dirige è un regista che crea intorno al protagonista una realtà gradevole, “perfettina”, con tutte le comodità desiderabili da un buon borghese, qui non c’è un regia, ma una potente macchina costituita prevalentemente dai mezzi di comunicazione e la realtà che ci confeziona non è neanche rassicurante ma dominata dalla paura, per contenere la quale si danno anche le ricette adeguate: basta seguire ciò che ci dice la grande macchina, le regole stabilite, non farsi troppe domande, non insinuare il dubbio perché se seguiamo la falsa verità che ci viene propinata non avremo problemi, saremo salvi.

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Nicola Licciardello: Non guerra solo in grande Europa

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Non guerra solo in grande Europa

di Nicola Licciardello

Effettivamente, scrive Andrea Zhok in Cecità1, oggi la vera sfida è “non soccombere alla depressione, in quanto l’Occidente europeo vive una doppia tragedia, geopolitica e culturale”. Certo, chi è in Ukraina soccombe alle bombe o spara (o fugge), altrove c’è solo l’impotenza: non poter cambiare la politica dei governi che, da tre generazioni, ripetono fino al suicidio i dictat atlantici. Sembra ieri, quando a fatica era parso a Glasgow di trovare un minimo accordo ecologico – la necessità di una svolta energetica verso le rinnovabili e la fine dei fossili, con scadenze impegni penalità – ora di colpo i fossili tornano alla ribalta, preziose fonti di sopravvivenza ma anzi d’investimento, vista la risposta russa in rubli alle autolesionistiche sanzioni occidentali. Sanzioni-punizioni, senz’altro scopo logico, in osservanza al vecchio modello (ideologico) religioso, esecrazioni e condanne morali, o puri insulti che, dall’alto del commander in chief, l’intero occidente è tenuto a replicare, ostacolando le transazioni, bloccando i flussi e con ciò stimolando le speculazioni, facendo lievitare i prezzi, inventando nuovi problemi, intralciando i commerci e affamando le popolazioni… “è il capitale, bellezza, il capitale e la sua Borsa !” Il vero Iddio e la Sua consorte. Ma nemmeno le Autorità monetarie sono ormai in grado di prevedere le più elementari ripercussioni ?

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nlp: La strana alleanza asimmetrica tra USA e Ucraina

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La strana alleanza asimmetrica tra USA e Ucraina

di nlp

Anche il recente discorso di Joe Biden, – che delegittima un tavolo di trattative con Putin e dipinge la Russia come “il regno delle tenebre” – non è bastato al governo ucraino. Anzi, il portavoce di Zelensky ha fatto filtrare, sui media anglofoni, il disappunto del suo governo per l’assenza di “misure concrete” che per il presidente ucraino si traducono in finanziamenti, armi e, se possibile, soldati e aviazione NATO subito.

Una domanda sorge spontanea: Ucraina e Usa devono chiarire i rapporti tra loro ? Si, oltretutto la natura asimmetrica dei loro rapporti spiega molto dell’avvitamento di questa crisi. Eppure nel corso degli anni i rapporti tra USA, NATO e Ucraina sembravano essere organici tanto da far pensare, nel momento in cui l’Ucraina accettava la sfida a visto aperto con Mosca, che Zelensky avrebbe potuto esibire truppe e armamenti in misura più consistente. Non è accaduto questo nonostante alcuni passaggi importanti. Alcuni meritano di essere riassunti

Nonostante il rifiuto, del 1991, della NATO a far entrare l’Ucraina, appena nata, nell’alleanza (per motivi di opportunità politica) l’Ucraina già dal 1996 ha contribuito attivamente a tutte le operazioni e alle missioni a guida NATO, a partire da quelle in Bosnia, in Kosovo, in Afghanistan, alle operazioni anti-pirateria nell’Oceano Atlantico.

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Remo Bassini: ‘Wargasms: Orgasmi di guerra’, il linguaggio bellico per descrivere la pandemia

fattoquotidiano

‘Wargasms: Orgasmi di guerra’, il linguaggio bellico per descrivere la pandemia

di Remo Bassini

Le bare di Bergamo, i selfie che inondarono i social e i giornali delle prime vaccinazioni e il linguaggio bellico: guerra al virus, in trincea contro il virus… Francesca Capelli, sociologa, giornalista e scrittrice nata a Bologna, ha osservato la pandemia – e soprattutto il “linguaggio della pandemia” – dall’Argentina dove vive insegnando. E Giulio Milani, editore della (piccola, ma gloriosa e combattiva) casa editrice Transeuropa di Massa Carrara, leggendo le osservazioni – sempre acute, spesso intrise di umorismo – della Capelli sulla sua pagina Facebook le ha chiesto di scriverci un libro. Che è approdato in libreria: Wargasms – Orgasmi di guerra.

Ecco un breve estratto dalle prime pagine:

“Siamo in guerra”. Fin da marzo 2020 la comunicazione sulla pandemia si è basata sulla metafora bellica… Nei titoli di giornale delle settimane del primo lockdown le parole ricorrenti erano guerra, combattere, eroi, ma soprattutto trincea. “In trincea contro il virus, ecco gli eroi silenziosi che combattono contro il contagio e la paura” (Secolo XIX, 6 marzo 2020); “Negli ospedali siamo in guerra” (Corsera, 9 marzo);

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Pasquale Cicalese: Disastro europeo: l’asset inflation ora colpisce le popolazioni

pianocontromercato

Disastro europeo: l’asset inflation ora colpisce le popolazioni

di Pasquale Cicalese

Chi ha letto il mio libro Piano contro Mercato saprà che in alcuni iscritti ammonivo sul disastro europeo.

La politica espansiva monetaria, decisa da Draghi sin dal 2011 con a diminuzione dei tassi d’interesse, poi portati a zero, e l’immissione successiva di liquidità per 4 mila miliardi, che, non trovando sbocchi europei, si indirizzò verso Wall Street gonfiando i titoli azionari, e verso i T-Bond, coprendo parte dell’enorme debito americano, unito a politiche fiscali restrittive e deflazione (diminuzione) salariale, con l’attacco al salario globale di classe, avrebbe portato futuri disastri.

Dare armi agli speculatori, in un contesto deflazionistico, avrebbe aumentato l’asset inflation, in questi anni azionari e obbligazionaria, da un anno e mezzo sulle materie prime. Ora abbiamo tale scenario: tasso di inflazione Usa 7.7%, tasso di interesse 0.50. tassi reali negativi per 7.2 punti percentuali. Tasso di inflazione area euro 5.7, tasso di interesse 0, tassi reali negativi per 5.7. Tasso di inflazione Cina 0.9%. tasso di interesse primario 3.7, tassi reali positivi per 2.6. I primi due bruciano risparmio e abbattono per via inflazione il debito, i terzi attirano capitali e difendono il risparmio (47% tasso di risparmio dei cinesi) dei loro cittadini.

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Quanti anni di vita abbiamo perso nel 2020 per il Covid?

ilcomunista

Quanti anni di vita abbiamo perso nel 2020 per il Covid?

Come mostrato in uno studio dell’università di Padova e Ca’ Foscari di Venezia e pubblicato sulla rivista internazionale Plos-one, – study by Stefano Mazzucco (University of Padova) and Stefano Campostrini (Ca’ Foscari) and published in the international journal PLOS-ONE (*) -, abbiamo perso in Italia 1,34 anni di aspettativa di vita: un risparmio di miliardi per L’INPS e un affare di miliardi per le Compagnie Assicurative. Ciononostante il governo ha eliminato quota 100 (portandola a 102, per poi toglierla del tutto dal 2023).

Pochi sanno tuttavia che la legge Fornero, che già ha elevato l’età di pensionamento a un livello intollerabilmente alto (ancor più per le donne lavoratrici, le quali prima godevano di un giusto ricoscimento), nasconde una truffa. Esso presenta infatti un meccanismo, del quale, slealmente, si son ben guardati dal divulgarlo (giornali e sindacati, evidentemente, sempre al servizio del potere), che prevede l’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita soltanto quando quest’ultima aumenta, ma non l’inverso,  allorché l’aspettativa di vita diminuisce. In quest’ultimo caso infatti l’età pensionabile non vi si adegua, non decresce a sua volta, bensì rimane ferma.

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Roberto Gabriele: Geopolitica e processo storico

marx xxi

Geopolitica e processo storico

di Roberto Gabriele

Riportare indietro la ruota della storia non è possibile. Da comunisti bisogna invece saperla interpretare, usando il materialismo come strumento di analisi dei passaggi epocali e del carattere delle contraddizioni.

Il dibattito e lo scontro politico innestato dalla guerra in Ucraina non registra solo la divisone tra chi dichiara l’intervento russo inammissibile e chi, come noi, interpreta i fatti come conseguenza di una lunga azione provocatoria e avventurista della NATO contro il diritto alla sicurezza della Russia. Al fondo della questione emerge anche una diversa interpretazione del ruolo che Russia e Cina giocano oggi rispetto a tutta la situazione mondiale, ai processi di trasformazione sociale che emergono nei vari continenti e ai rapporti di forza tra una realtà che spinge al multipolarismo contro la volontà americana di mantenere a tutti i costi l’egemonia. C’è una precisa corrispondenza tra la condanna dell’intervento russo e il modo con cui si interpreta il ruolo di Russia e Cina oggi, sia in senso geopolitico, sia come punto di arrivo della loro storia interna che, è bene ricordarlo, parte da due grandi rivoluzioni comuniste.

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