[Sinistrainrete] Wolfgang Streeck: L’UE dopo l’Ucraina

Supponendo che la storia dell’Unione Europea inizi con la Comunità Economica Europea (CEE), costituita nel 1958, essa è durata ormai quasi due terzi di secolo. È iniziata come un’alleanza di sei paesi che amministrava congiuntamente due settori chiave dell’economia del dopoguerra, il carbone e l’acciaio, rendendo superfluo per la Francia ripetere l’occupazione della valle della Ruhr, che aveva contribuito all’ascesa del revanscismo tedesco dopo la prima guerra mondiale Sulla scia della guerra industriale della fine degli anni ’60, e in seguito all’ingresso di altri tre paesi, Regno Unito, Irlanda e Danimarca, la CEE si è trasformata nella Comunità Europea (CE). Dedicata alla politica industriale e alla riforma socialdemocratica, la CE doveva aggiungere una “dimensione sociale” a quello che stava per diventare un mercato comune. Dopo, dopo la rivoluzione neoliberista e il crollo del comunismo, quella che ora è stata ribattezzata Unione Europea (UE) è diventata sia un contenitore per i nuovi stati-nazione indipendenti dell’Est desiderosi di unirsi al mondo capitalista, sia un motore di riforma neoliberista, fornitura- side economics e New Labourism in ventotto paesi europei. È anche diventato saldamente radicato nell’ordine globale unipolare dominato dagli americani dopo la “fine della storia”.

L’Unione Europea degli ultimi tre decenni è stata un microcosmo regionale di quella che è stata chiamata iperglobalizzazione. 1 In effetti, era in modo significativo un modello continentale di dimensioni ridotte per il capitalismo globale integrato che era l’obiettivo finale di coloro che all’epoca sottoscrivevano il Washington Consensus.

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Paolo Tedesco: Il Medio Evo secondo i marxisti

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Il Medio Evo secondo i marxisti

di Paolo Tedesco

Le società classiste non cominciarono con il capitalismo: anche il mondo antico e quello medievale avevano sistemi di sfruttamento. Il cui funzionamento ‒ e anche la loro scomparsa ‒ potrebbe rivelare qualcosa sul futuro che ci attende

medioevo jacobin italia 1320x481In qualità di storici, Karl Marx e i suoi seguaci si occuparono in primo luogo dell’ascesa del capitalismo, della sua diffusione nel mondo e dei modi in cui lo si sarebbe potuto volgere a conclusione. Allo stesso tempo, però, essi tentarono di spiegare lo sviluppo delle società precapitalistiche alla luce del materialismo storico e dei suoi concetti principali; così facendo, cercarono di individuare le condizioni che permisero la formazione delle società di classe, prima che le contraddizioni interne ne causassero il collasso.

Le loro originali reinterpretazioni della teoria marxista hanno permesso di leggere queste affascinanti epoche storiche nei termini loro propri, anziché presentarle come semplice anticamera all’ascesa del capitalismo. Quest’ultimo approccio aveva infatti l’effetto, paradossale per i marxisti, di far apparire il capitalismo una fase naturale dello sviluppo sociale.

In quest’articolo discuterò la tradizionale visione marxista del mondo precapitalistico e i suoi problemi. Darò poi un breve resoconto delle proposte alternative elaborate da tre dei maggiori storici marxisti contemporanei: Chris Wickham, John Haldon e Jairus Banaji.

 

Marx e il Medioevo

L’interesse principale di Marx per le società del passato scaturiva dalla sua esigenza di identificare un meccanismo generale per tutti i processi di trasformazione sociale che aiutasse a spiegare tanto l’avvento del capitalismo quanto la sua prevedibile crisi. Marx presentava la storia come una progressione di fasi, dall’antichità al feudalesimo al capitalismo e infine al socialismo.

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Alessandra Ciattini: A quale costo il sistema capitalistico può oggi riprodursi?

la citta futura

A quale costo il sistema capitalistico può oggi riprodursi?

di Alessandra Ciattini

Il sistema capitalistico potrebbe sopravvivere all’attuale crisi sistemica, accentuata dalla pandemia e dalla guerra, ma pesante sarà per noi il costo della sua riproduzione

96cb32f9f6c7163e46f2ae26544d2200 XLSecondo l’eminente studioso britannico David Harvey, non si può escludere del tutto che il capitale [1] possa sopravvivere alle diciassette contraddizioni che egli ha dettagliatamente esaminato nel suo libro intitolato appunto Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, pubblicato nel 2014. In questa sede ovviamente non illustreremo tutte le contraddizioni indagate da Harvey, per cui rimandiamo il lettore al suo interessante libro; ci interessa sottolineare, invece, come il capitale sia stato finora in grado di superare gli ostacoli che il suo stesso sviluppo con l’obiettivo dell’accumulazione senza fine ha generato, e come potrebbe esser possibile che superi anche la crisi scatenata dalla pandemia e dall’attuale scontro tra gli Stati Uniti, con il loro strumento armato rappresentato dalla Nato, e la Russia. Crisi che si palesa, inoltre, nel contesto delle enormi difficoltà che il sistema capitalistico incontra per riprodursi, sia pure con inevitabili trasformazioni.

Ricordo, tuttavia, che per Harvey, le contraddizioni pericolose – non fatali – per il capitale sono costituite dall’accumulazione esponenziale senza fine (o la mera ricerca del profitto), la relazione del capitale con la natura, la generalizzata alienazione dell’uomo nella società capitalistica. Scrive sempre lo studioso britannico che il capitale potrebbe riuscire ancora una volta a farla franca con l’aiuto di una élite oligarchica che si preoccupasse di sterminare gran parte della popolazione superflua e per questo eliminabile, schiavizzando il resto dell’umanità e rinserrandosi in luoghi protetti e sorvegliati, per difendersi dalla rivolta della natura e degli esseri umani ridotti a uno stato subumano (Harvey, v. Contraddizione diciassettesima).

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La salute emotiva delle generazioni future è stata sacrificata sull’altare del Covid?

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La salute emotiva delle generazioni future è stata sacrificata sull’altare del Covid?

Non aggiungo nulla di nuovo pubblicando la traduzione di questo articolo pubblicato ieri su HART. Lo faccio comunque perché credo sia importante mantenere alta l’attenzione sui gravissimi danni subiti dai nostri bambini durante questa pandemia e con la speranza, non so quanto ben riposta visti gli attuali decisori, che ci possa essere un cambio di strategia. Faccio inoltre notare che le misure prese in Gran Bretagna (di cui l’articolo si occupa) sono state ben diverse e molto più leggere di quelle prese in Italia (Prof. Maurizio Matteoli).

* * * *

Il 4 aprile 2022 l’Ofsted (Office for Standards in Education, Children’s Services and Skills) ha pubblicato il suo ultimo rapporto sulle implicazioni della pandemia sui bambini, concentrandosi sugli operatori dei primi anni di vita. Si tratta di una lettura sconfortante.

La salute fisica dei bambini è stata la meno colpita dalla Covid, ma ciò che li ha danneggiati di più è stata la risposta degli operatori dei primi anni di vita. Politiche governative molto discutibili, attuate in teoria per “fermare la diffusione”, hanno danneggiato i soggetti più vulnerabili della nostra società.

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Michele Prospero: Guerra in Ucraina, la menzogna liberale: democrazia uguale pace

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Guerra in Ucraina, la menzogna liberale: democrazia uguale pace

di Michele Prospero

Sprezzante sul desiderio di volare a Est che ha Salvini, tiepido sulle aperture governative alle trattative, Letta insiste per una impennata “umanitaria e militare”. Dietro questo assolo c’è un’idea (meglio, una ideologia) della politica internazionale. È affiorata in una intervista di Filippo Andreatta che suona la carica per una stagione di guerra liberale. Il richiamo al carattere democratico dei regimi serve, sulla scia di Ivo Daalder e Jim Goldgeier, per stabilire una asimmetria valoriale tra gli Stati: le democrazie sono sempre pacifiche (con il ruolo guida della Nato, sono destinate alla governance dello spazio globale), le autocrazie sono sempre sul piede dell’inimicizia.

Secondo l’approccio “solidarista”, le potenze liberali, in quanto garanti dei diritti al loro interno, sono, oltre che le più legittimate, anche le sole autorizzate a muoversi con la forza come guardiani globali delle libertà. Contro l’approccio “pluralista”, che rimarca la sovranità quale prerogativa distintiva di ogni singola entità territoriale, i teorici solidaristi scavalcano la statualità sovrana e, invocando un malinteso Kant, esaltano la legittima forza dell’area democratica autorizzata ad operare come istituzione di governo.

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Programma Tre giornate contro le tecno-scienze

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Programma Tre giornate contro le tecno-scienze

TRE GIORNATE CONTRO LE TECNO-SCIENZE
29-30-31 Luglio 2022
4° Incontro internazionale
presso Altradimora, strada Caranzano 72, Alessandria (AL), Italia

 

VENERDÌ 29

13.00 pranzo

15.30 Presentazione dell’incontro a cura di Resistenze al nanomondo – Bergamo

16.00
Presentazione di FINAARGIT
International Feminist Network Against all Artificial Reproduction, Gender Ideology and Transhumanism – Rete femminista internazionale contro ogni riproduzione artificiale, ideologia gender e transumanesimo (www.finaargit.org)

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Lettera aperta su No Tav, green pass e prospettive comuni

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Lettera aperta su No Tav, green pass e prospettive comuni

Siamo persone che, da anni, sono parte del movimento NO TAV, chi più attivamente e chi meno, tutte con la medesima consapevolezza di appartenere ad una comunità che nel tempo ha individuato nella costruzione dell’opera danni ambientali ed alla salute degli abitanti, e non solo.

Abbiamo anche appreso, crescendo dentro questo percorso, che non si tratta di un problema solo locale.

Abbiamo imparato a comprendere le dinamiche di uno stato che, col bastone e la carota, impone scelte che si riscontrano sia qui che altrove e non esclusivamente rispetto allo sfruttamento dei territori; in ogni caso privilegiando lucro e profitti, disinteressandosi alle necessità reali del tessuto sociale.

Siamo persone che hanno individuato nella gestione della salute pubblica un eclatante esempio di necessità sottratta, e riteniamo l’assenza di una presa di posizione del movimento rispetto alla gestione pandemica un grave errore.

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Fabio Vighi: Denaro senza valore e rapida dissoluzione di un mondo

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Denaro senza valore e rapida dissoluzione di un mondo

di Fabio Vighi

Davide Bonazzi The Wall Street Journal A New Way to Clean Old MoneyL’accelerazione del paradigma emergenziale cui assistiamo dal 2020 ha come scopo – semplice, ma ampiamente disconosciuto – il mascheramento del collasso socioeconomico in atto. Nel metaverso le cose sono l’opposto di ciò che sembrano. Inaugurando Davos 2022, Kristalina Georgieva, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, ha incolpato Virus & Putin per la ‘confluenza di calamità’ che si si sta abbattendo sull’economia mondiale. Nulla di particolarmente originale. Davos infatti non è un covo di perfidi complottisti, ma il megafono di reazioni sempre più disperate a fronte di contraddizioni sistemiche ingestibili. Ai davosiani oggi non resta che nascondersi dietro goffe bugie da ragazzini imbarazzati. L’insistenza con cui ci raccontano che la recessione in arrivo è effetto di avversità globali che hanno colto il mondo di sorpresa (da Covid-19 a Putin-22), nasconde l’amara consapevolezza dell’esatto contrario: è la crisi economica a causare scientemente queste “disgrazie”. Quelle che ci vengono vendute come catastrofiche minacce esterne sono in realtà la proiezione ideologica del limite interno della modernità capitalistica, e della sua decomposizione in atto. In termini sistemici, la funzione dello stato d’emergenza è mantenere artificialmente in vita il corpo comatoso del capitalismo. Il nemico non è più costruito per legittimare l’espansione dell’Impero del dollaro; piuttosto, serve a nascondere la bancarotta di un mondo che affonda nei debiti e nella svalutazione monetaria.

Dalla caduta del muro di Berlino in poi, lo sviluppo della globalizzazione ha minato le condizioni di possibilità del capitale stesso. La risposta a questa parabola implosiva è stata lo scatenamento di una serie di emergenze globali a stretto giro di posta, e integrate da iniezioni sempre più massicce di paura, caos, e propaganda.

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James K. Galbraith: Il sistema del dollaro in un mondo multipolare

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Il sistema del dollaro in un mondo multipolare

di James K. Galbraith

Il mondo finanziario multipolare è qui. Gli Stati Uniti possono sopravvivere, ma solo con grandi cambiamenti politici ed economici in patria. È ora di iniziare a pensare a cosa devono essere

xrimata megaloi misthoi copia e1654251196905Come sottolinea Costabile (2022), il dollaro è ormai di fatto da oltre cento anni il principale asset di riserva mondiale, in primo luogo a causa della preminenza statunitense nella detenzione dell’oro e della sua posizione creditoria rispetto ai belligeranti europei nella Grande Guerra. Nel 1944 la potenza militare e industriale degli Stati Uniti, presto sostenuta, nell’ombra, da un monopolio sulla bomba atomica, furono le basi del gold exchange standard stabilito a Bretton Woods.

 

Una breve storia dell’era neoliberista

Il 15 agosto 1971 cala il sipario sul gold-exchange standard e si alza – anche se allora non lo sapevamo e pensavamo diversamente – sull’era neoliberista. Svalutazione, controlli sulle esportazioni, congelamento dei prezzi salariali e stimolo fiscale all’estero : queste erano misure keynesiane e persino in tempo di guerra che sembravano segnalare una conversione di massa della cerchia di Richard Nixon verso la piena occupazione, la stabilità dei prezzi e il commercio gestito. Mio padre, John Kenneth Galbraith, il capo del controllo dei prezzi della seconda guerra mondiale, è stato chiamato dal Washington Post per un commento. “Mi sento come la camminatrice di strada”, ha risposto, “a cui è stato appena detto che non solo la sua professione è legale, ma la più alta forma di servizio municipale”.

L’impressione è rimasta durante l’anno di crescita esplosiva del 1972, assicurando la rielezione di Nixon con la piena occupazione al salario medio reale più alto di tutti i tempi. Ma andò in pezzi nel 1973 quando lo stimolo terminò, i controlli furono indeboliti o scaduti, i prezzi del petrolio aumentarono e l’inflazione generale risultante fu accolta da alti tassi di interesse, stimolando una nuova crisi nel 1974.

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Ascanio Bernardeschi: La parabola dell’economia politica

la citta futura

La parabola dell’economia politica

Parte IV: Marx, la caduta tendenziale del saggio del profitto

di Ascanio Bernardeschi

Nella spietata competizione fra capitali, ognuno cerca di abbassare i propri costi per vincere la concorrenza introducendo innovazioni che risparmiano lavoro. Così facendo il capitale, che si può valorizzare solo attraverso l’eccedenza di lavoro, il pluslavoro, va incontro, sia pure fra alti e bassi, alla caduta del saggio del profitto e al proprio declino. Qui la parte I, qui la parte II, qui la parte III.

b61d1c0d95fe000c263f309c4d54cd77 XLIl plusvalore, che ha nel lavoro l’unica fonte, è limitato dal numero di lavoratori impiegati e dalla durata della giornata lavorativa, che ovviamente non può superare le ventiquattro ore; anzi dura molto meno, viste le ovvie necessità fisiologiche dei lavoratori. Se si rapporta questa grandezza, che ha dei limiti oggettivi, al lavoro incessantemente crescente già oggettivato in passato nel capitale impiegato, possiamo già intuire l’esistenza di una tendenza alla diminuzione del saggio del profitto che consiste proprio nel rapporto tra queste due grandezze (il plusvalore e il valore del capitale impiegato).

Marx evidenzia già nei Grundrisse che il capitale tende da un lato, con l’introduzione di metodi e tecnologie sempre più prestanti, a ridurre il tempo di lavoro necessario, mentre deve misurare il valore in termini di tempo di lavoro. In un passaggio profetico sul macchinismo, sottolinea come questa tendenza avrebbe ridotto il ruolo del lavoro a misera cosa rispetto alla potenza produttiva delle macchine. E tuttavia questa contraddizione fra la progressiva diminuzione del tempo di lavoro necessario in rapporto al capitale costante impiegato e il bisogno del capitale di estrarre plusvalore, di “succhiare” lavoro vivo, per valorizzarsi, avrebbe condotto al superamento della legge del valore e a una società in cui il benessere sia dato non dal tempo di lavoro, ma dal tempo libero di cui ogni uomo possa disporre grazie ai servizi delle macchine. Questo sbocco è tuttavia impossibile all’interno del modo di produzione capitalistico e infatti, dopo la parentesi di alcune conquiste della classe lavoratrice, la tendenza è quella di un inasprimento di orari e ritmi di lavoro, proprio per la fame crescente di plusvalore.

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Domenico Moro: La guerra economica dell’occidente tra default del debito russo e contrasto allo yuan digitale

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La guerra economica dell’occidente tra default del debito russo e contrasto allo yuan digitale

di Domenico Moro

Non è solo la guerra con mezzi militari a proseguire, attraverso l’Ucraina, tra l’Occidente e la Russia. A proseguire è anche la non meno importante guerra economica. Negli ultimi giorni si sono verificati alcuni avvenimenti importanti, che coinvolgono non solo la Russia ma anche la Cina. Del resto, il confronto, a livello economico, è soprattutto tra gli Usa e la Cina che, oltre a essere alleato strategico della Russia, rappresenta il maggiore concorrente degli Usa per l’egemonia economica mondiale.

Il primo di questi nuovi avvenimenti è il varo del sesto pacchetto di sanzioni della Ue contro la Russia, che comprende, tra le altre, due fondamentali misure: l’esclusione dal circuito Swift del più importante istituto bancario russo, Sberbank, che renderà problematico il pagamento estero dei prodotti russi e, soprattutto, l’embargo sul petrolio russo. Apparentemente, dopo un mese di impasse, si tratta di un successo del fronte occidentale contro la Russia, che sarebbe riuscito a ricompattarsi nonostante l’Ungheria avesse espresso la sua opposizione all’embargo.

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Giovanni Iozzoli: Maieutica dell’inflazione

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Maieutica dell’inflazione

di Giovanni Iozzoli

E se l’inflazione svolgesse un ruolo provvidenziale – come una rivelazione, un disvelamento, un lampo di verità che fa giustizia dell’ipocrisia della “scienza triste”? Lei, l’inflazione, poverina, ufficialmente non piace a nessuno. Le classi dirigenti l’hanno sempre coltivata con estrema cautela, senza dare troppo nell’occhio; in una certa misura può fare bene ai profitti, ma si è rivelata spesso imprevedibile e pericolosa come un barbecue in mezzo al bosco. Perchè cos’è, alla fine, il processo inflattivo – e la celebre “spirale prezzi salari” che gli economisti temono come la peste? E’ l’estrema brutale sintesi del conflitto di classe – nella sua dimensione più vera e immediata, quella che si gioca sul terreno distributivo. Possiamo dire che l’inflazione incarna la potenzialità pedagogica del rapporto di classe: i percettori di profitti alzano i prezzi delle merci per ricostituire i margini, i salariati alzano il prezzo della forza-lavoro per tutelare il potere d’acquisto. Io tiro di qua e tu tiri di là. Semplice da spiegare e da capire. E se investimenti e produttività restano stagnanti, più profitto padronale corrisponde a più miseria operaia.

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Marco Pondrelli: Ucraina, la guerra e la storia. Franco Cardini e Fabio Mini

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Ucraina, la guerra e la storia. Franco Cardini e Fabio Mini

di Marco Pondrelli

Il fatto quotidiano ha pubblicato un interessante volume che porta la firma di due autori che seppur in due campi diversi, uno storico ed un generale, condividono il rigore nelle loro analisi questo li rende capaci di superare le banalità che sul conflitto ucraino stanno abbondando. È interessante che questo libro lo abbia pubblicato una casa editrice che fa riferimento ad un giornale molto critico verso la Russia, atteggiamento che ha portato il quotidiano ad avvallare ipotesi come quella degli stupri ad opera dei soldati russi che meriterebbero un maggiore approfondimento. Che sia un giornale fieramente ‘antiputiniano’ a criticare l’atteggiamento occidentale verso il conflitto pubblicando questo volume, da ancora più valore alle tesi di chi chiede una soluzione diplomatica.

Il libro si divide in due parti. La prima è scritta da Franco Cardini e ricostruisce le vicende storiche che hanno portato al 24 febbraio, sono ragionamenti svolti sulla carta e quindi non lasciano la possibilità a qualche invasato conduttore di talk show di interrompere per dire che queste analisi non servono.

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Sergio Cararo: Dai 100 giorni di guerra alla guerra dei 100 mesi?

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Dai 100 giorni di guerra alla guerra dei 100 mesi?

di Sergio Cararo

Dopo 100 giorni di guerra in Ucraina la domanda che tutti si pongono è: quando finirà? I più profondi ne aggiungono un’altra: come finirà?

Le due domande – e le relative risposte – sono strettamente intrecciate.

Da un lato si manifesta una spinta molto ampia a porre fine quanto prima al conflitto. Le conseguenze umane, sociali, economiche in Ucraina sono già devastanti, ma anche quelle sui paesi che – come l’Italia – hanno scelto di partecipare ad una “guerra per procura”, per conto della Nato e degli Usa, cominciano a farsi pesanti in termini politici ed economici.

Dall’altro è evidente che gli Usa e la Nato, in cui sono ancora primus inter pares, spingono per la prosecuzione della guerra. Il loro obiettivo dichiarato è quello di sconfiggere sul campo la Russia e determinare così un’onda lunga all’interno di quel paese che lo riporti allo stato di prostrazione degli anni Novanta.

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