[Sinistrainrete] Michael Hudson: L’imminente frattura globale causata dallo scontro tra diversi ordini economici

Il post che segue è la traduzione di un’intervista al prof. Michael Hudson pubblicata su The Unz Review. Un’altra analisi essenziale per comprendere gli avvenimenti epocali che stiamo vivendo e orientarci in un mondo che si fa sempre più complesso, oltre che “grande e terribile”. L’originale lo puoi trovare qui.

Prof. Hudson, è uscito il suo nuovo libro “Il destino della civiltà”. Questo ciclo di conferenze sul capitalismo finanziario e la nuova guerra fredda presenta una panoramica della sua particolare prospettiva geopolitica.

Lei parla di un conflitto ideologico e materiale in corso tra Paesi finanziarizzati e deindustrializzati come gli Stati Uniti contro le economie miste di Cina e Russia. In che cosa consiste questo conflitto e perché il mondo si trova in questo momento in un “punto di frattura” particolare, come afferma il suo libro?

L’attuale frattura globale sta dividendo il mondo tra due diverse filosofie economiche: Nell’Occidente USA/NATO, il capitalismo finanziario sta deindustrializzando le economie e ha spostato l’industria manifatturiera verso la leadership eurasiatica, soprattutto Cina, India e altri Paesi asiatici, insieme alla Russia che fornisce materie prime di base e armi.

Questi Paesi sono un’estensione di base del capitalismo industriale che si sta evolvendo verso il socialismo, cioè verso un’economia mista con forti investimenti governativi nelle infrastrutture per fornire istruzione, assistenza sanitaria, trasporti e altre necessità di base, trattandole come servizi di pubblica utilità con servizi sovvenzionati o gratuiti per queste necessità.

Nell’Occidente neoliberale degli Stati Uniti e della NATO, invece, questa infrastruttura di base viene privatizzata come un monopolio naturale che estrae rendite.

Il risultato è che l’Occidente USA/NATO è rimasto un’economia ad alto costo, con le spese per la casa, l’istruzione e la sanità sempre più finanziate dal debito, lasciando sempre meno reddito personale e aziendale da investire in nuovi mezzi di produzione (formazione del capitale).

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Andrea Zhok: Riflessioni preliminari ad un programma politico

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Riflessioni preliminari ad un programma politico

di Andrea Zhok

20220605T153903 cover 1654443543573Quelle che seguono sono alcune riflessioni iniziali, senza pretese di rappresentare nessuno, che cercano di fissare gli estremi di una lettura filosofico-politica della contemporaneità. Si tratta di un abbozzo dove idealmente dovrebbero stagliarsi alcuni vertici di una figura tutta da disegnare e colorare.

 

1) Sul rapporto tra Stato e cittadino

La discussione tradizionale sui rapporti tra lo stato e il cittadino ha imboccato da tempo un vicolo cieco, dove si dibatte ciclicamente e sterilmente: se sia necessario espandere o restringere il perimetro dello stato, se abbiamo bisogno di “più stato” o di “meno stato”. Quest’impostazione oscilla tra i poli, posti erroneamente come antitetici, della “libertà” (individuale) e della “protezione” (centrale). Per disinnescare questa falsa partenza bisogna comprendere come nessuna soluzione che restringa lo stato garantisce maggiore libertà ai cittadini, e inversamente, nessuna soluzione che ne incrementi il perimetro garantisce maggiore protezione ai cittadini. Inoltre non è affatto vero che maggiore protezione debba implicare minore libertà, e viceversa. Libertà e protezione, lungi dall’essere in competizione si possono sviluppare bene solo in parallelo.

Altrettanto vago e inconcludente è il riferimento, così frequente negli anni passati a quelle formulazioni del “principio di sussidiarietà”, secondo cui “lo stato deve intervenire solo quando il privato non è in grado di operare” o secondo cui “lo stato deve intervenire solo dove la ‘società civile’ non è in grado di operare”. Queste sono altrettante formule vuote, che possono essere – e sono state – strumentalizzate in maniera completamente arbitraria.

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Raoul Vaneigem: Ritorno alla vita

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Ritorno alla vita*

di Raoul Vaneigem

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Nota del traduttore

Essere il traduttore di un autentico essere umano in quest’epoca in cui la disumanità ha un potere sempre più delirante e mortifero – come documenta ampiamente lo spettacolo sociale che inquina e violenta la vita sul pianeta mettendo ormai in pericolo la sopravvivenza stessa della specie umana – è soprattutto il segno di un coinvolgimento manifesto nel progetto radicale di autogestione generalizzata della vita quotidiana che Raoul Vaneigem propone, affinandolo progressivamente, fin dall’epoca ormai lontana del maggio 1968. La mia amicizia complice con l’autore di questo scritto non è un segreto: l’ho sempre coltivata con affetto e chiarezza, insieme alla piena autonomia di pensiero e di azione di ogni individuo che condivida un progetto comune di re-umanizzazione e di emancipazione sociale.

Nella catastrofe che avanza, aumentano a dismisura le vittime del disastro finale della civiltà produttivista. Gli esseri umani le sono sempre più ostili, coscienti che il superamento storico della società spettacolare-mercantile è la conditio sine qua non affinché l’umanità possa sopravvivere al nichilismo capitalista. Lo Stato totalitario multiplo che, democratico o dittatoriale, gestisce dappertutto qualcuna tra le variegate forme della società dello spettacolo integrato è, di fatto, la soluzione finale di un produttivismo che ha ridotto gli esseri umani a schiavi dell’economia politica – teologia materialista moderna che serve da secoli le oligarchie di governo sempre conflittuali tra loro, ma tutte volgarmente e tragicamente sfruttatrici del lavoro e delle passioni degli esseri umani.

La fase terminale della barbarie patriarcale che fin dalla preistoria recente ha imposto la civiltà suprematista del produttivismo, riapre uno spazio alla civiltà matricentrica sconfitta e rimossa dalla memoria collettiva dall’imperialismo della società mercantile, guerriera, bigotta, devota alla merce sovrana e malata della peste emozionale dei suoi servitori volontari.

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coniarerivolta: Non vi è altro modo per alzare i salari, se non alzare i salari

coniarerivolta

Non vi è altro modo per alzare i salari, se non alzare i salari

di coniarerivolta

Esistono interviste educative, che andrebbero guardate anche se dicono il falso. Anzi, proprio perché dicono il falso. È il caso di una recente, breve intervista a Carlo Cottarelli. Educativa, perché dipana in maniera lampante il portato di parte della teoria economica dominante che, lungi dall’essere asettica e neutrale, svolge il compito di ancella degli interessi dominanti, fornendo loro una parvenza di scientificità.

Dice il noto economista, “Non vi è altro modo per alzare i salari, in Italia, se non far crescere la produttività”, perché il problema dell’Italia è che non cresce la produttività, “non che sono cresciuti i profitti. Che si, sono cresciuti un po’, ma non tanto”.

Dove non arriva la scienza, dovrebbe arrivare la storia. Ma nel caso di Cottarelli, pare una speranza vana. Può essere utile ripassare alcuni concetti, per comprendere come sia tendenziosa l’asserzione di Cottarelli, persino all’interno dell’approccio economico dominante.

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Storia Segreta: La Russia ha vinto la guerra

storiasegreta

La Russia ha vinto la guerra

di Storia Segreta

Il primo a rompere le righe nella narrativa ufficiale delle classi dirigenti occidentali, fino ad allora unidirezionale e indifferenziata, è stato Carlo De Benedetti.

Ad inizio maggio, in una intervista a Lilli Gruber a La7 e in una successiva intervista al Corriere della Sera (qui), De Benedetti ci ha rivelato che non è interesse degli europei fare la guerra alla Russia.

«Questo conflitto si sovrappone a una recessione molto severa con effetti catastrofici. No all’invio di armi, serve una soluzione negoziale… Carestia e fame in Nord Africa e in larga parte dell’Africa australe. Costretti a scegliere tra morire di fame e rischiare di morire in mare, gli africani rischieranno di morire in mare. Altro che 500 al giorno; arriveranno a decine, a centinaia di migliaia. La nostra priorità assoluta dev’essere fermare la guerra

Gli interessi degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito da una parte, e dell’Europa e in particolare dell’Italia dall’altra, divergono assolutamente. Se Biden vuol fare la guerra alla Russia tramite l’Ucraina, è affar suo. Noi non possiamo e non dobbiamo seguirlo».

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Andrea Zhok: Democrazia e complottismo

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Democrazia e complottismo

di Andrea Zhok

La scoperta che la gestione del potere “democratico” è pervasivamente manipolato da soggetti (élite, oligarchie) dietro le quinte è la base per iniziare ad avere una percezione realistica del mondo contemporaneo.

Parimenti, assumere come canone interpretativo di default, che ciò che viene promosso e sostenuto dagli apparati mediatici mainstream risponde sistematicamente ad agende che niente hanno a che vedere con le motivazioni dichiarate è una ricetta ermeneutica preziosa (una peculiare lectio difficilior): capiterà infatti qualche volta che le motivazioni dichiarate, essendo funzionali, siano anche vere, ma è opportuno intendere questa come l’eccezione e non come la regola.

La regola è invece la manipolazione strumentale per finalità inesplicite.

Queste scoperte però portano con sé un rischio che bisogna stare molto attenti ad evitare.

Il “nemico” invisibile, proprio perché invisibile, è spesso immaginato più grande e compatto di quanto sia realmente.

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Miguel Martinez: Organizzazione, Individuo, Molteplicità

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Organizzazione, Individuo, Molteplicità

di Miguel Martinez

“L’insieme formato da colonialismo, capitalismo, scienza, Stato e individuo continua a strutturare il mondo che abitiamo e a imprimergli una speciale forma di dissociazione.”

Stefania Consigliere, Favole del reincanto

Vorrei condividere una giornata intensa che ho vissuto, ma non ha senso parlarne, se non si capisce il modo in cui l’ho vissuta.

La Modernità è un gioco tra Organizzazione e Individuo.

Da una parte una grande macchina astratta, ente morto, che pur pretende di progettare tutto.

La Morte decide la Vita.

Dall’altra, l’individuo, essere isolato e numerabile, che calcola incessantemente come cavarsela con l’Organizzazione in base ai suoi interessi, sfruttando furbescamente tra centomila leggi dell’Organizzazione i suoi diritti.

L’Organizzazione è tanto la capitalista finanziaria Blackrock quanto lo Stato comunista nordcoreano.

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Raffaele Sciortino, Silvano Cacciari: Punti di condensazione. La guerra, i media e il «secondo populismo»

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Punti di condensazione. La guerra, i media e il «secondo populismo»

di Raffaele Sciortino, Silvano Cacciari

IMG 20220413 003758 478«S’i nel mondo ci fosse un po’ di bene» avremmo, come ricetta per l’avvenire, la chiave per una ricomposizione di classe facile, coerente, pulita. Soprattutto in linea con i precetti, i desiderata, i pregiudizi e gli automatismi dei ceti politici (quali?) e intellettuali (dove?) di sinistra, e della loro sinistra ideologia. Saremmo già bell’è pronti, bandiere rosse al vento – o nere, o arcobaleno, scegliete voi al mercato delle identità il vostro pride – e via andare. Ma gli ultimi cicli di mobilitazioni sociali ci hanno ormai definitivamente abituato ad aspettarci qualcosa di ben più complicato, sporco, contraddittorio – ambivalente. Un “guazzabuglio” di soggetti sociali, con un diverso grado di internità alle categorie che usiamo per dare senso e orientarci nel caos del presente – sia di ordine sociale che geopolitico, e i due livelli sono collegati – di cui è difficile sciogliere i nodi. Linguaggi incomunicabili, comportamenti ambigui, potenzialità abortite. Bravo chi ne viene a capo. Ce lo siamo detto tutti.

I feticisti dello spurio e dell’ambivalenza a tutti i costi, così come chi considera il “casino” una maledizione esclusiva di questa fase storica e di questa composizione di classe, se ne stiano a distanza: non siamo noi quello che fa per voi. Non c’è da scandalizzarsi, né da applaudire. Davanti alla realtà concreta, la critica morale di ciò che non si conforma a quello che vorremmo e l’elogio di quello che ancora non c’è portano a ben poco. Occorre, invece, analisi concreta. Come ci stiamo dentro a questa realtà – nello specifico alla guerra, che sta informando il prossimo futuro? Quali lenti e strumenti dobbiamo usare, e quali buttare via? Che uso ne facciamo delle faglie, delle contraddizioni, delle ambiguità che ci stanno intorno e ci determinano? La domanda è politica, non analitica.

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Christian Marazzi: Il linguaggio del lavoro

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Il linguaggio del lavoro

di Christian Marazzi

Pubblichiamo qui la lectio magistralis di Christian Marazzi

Rizek 1680x1029Le trasformazioni del lavoro, la sua natura, la sua centralità nelle forme di vita, sono sempre stati al centro delle mie riflessioni e delle mie ricerche. E questo fin da giovane, fin dalle prime esperienze politiche nei movimenti di contestazione degli anni ’60 e ’70, quando per la mia generazione le lotte operaie sembravano incarnare l’istanza del cambiamento sociale e culturale. La fabbrica era vista come luogo di trasformazione sociale e politica, di solidarietà, di organizzazione dal basso, di produzione di valori che oltrepassavano i cancelli di quegli spazi di produzione della ricchezza. La fabbrica noi la vedevamo come laboratorio di cittadinanza.

L’interesse per i cambiamenti del lavoro, in particolare della sua natura, si sono in seguito per così dire professionalizzati a partire dagli studi sulle nuove forme di povertà che stavano emergendo nei primi anni ’80. Nella “nuova povertà” la cosa che più colpiva era il suo essere del tutto interna alle nostre società ricche, consustanziale alla crescita stessa, povertà come forma della ricchezza. In particolare, le ricerche sulla nuova povertà, oltre a mettere in evidenza nuovi soggetti fragilizzati dalla crescita economica, come le donne e le famiglie monoparentali, i giovani, le famiglie numerose, avevano individuato nella povertà laboriosa (i famosi working poor, la categoria sviluppata dal sociologo e militante politico americano Michael Harrington) qualcosa di inedito rispetto alla povertà classica, una sorta di indicatore di qualcosa di più vasto del mero rilievo sociologico. La povertà laboriosa, quell’essere poveri non perché esclusi, non perché emarginati, ma per la ragione esattamente opposta, poveri perché dentro i meccanismi accumulativi, nel cuore stesso dell’economia – per i bassi salari o per le forme d’indebitamento privato che già allora si manifestavano come ricorrenti – quella povertà alludeva a una grande trasformazione sistemica, un cambiamento complessivo dell’economia che a metà degli anni ’80 ancora non si riusciva bene a mettere a fuoco.

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Mabny Lil-Majhoul: Odiare la Palestina*. Sionismo e rimozione

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Odiare la Palestina*. Sionismo e rimozione

di Mabny Lil-Majhoul

Year after year

Riceviamo e pubblichiamo volentieri questa traduzione di un testo sul dibattito in Francia riguardo la questione palestinese apparso su Lundi Matin

bfb51b737d572e1588176e6f884b67fe XLL’uccisione della giornalista di Al-Jazeera Shirin Abu Aqleh da parte delle forze di occupazione israeliane a Jenin mercoledì 11 maggio 2022 ha dato alla questione palestinese la sua piccola finestrella di visibilità annuale nel Nord del Mondo. Così va la vita.

Nel 2021 era stato il sanguinoso episodio causato dalla tentata occupazione del quartiere di Sheikh Jarrah da parte dellз colonз ebreз e dalle provocazioni della polizia nella moschea di Al-Aqsa. Nel 2020 fu il tragicomico piano Trump e la normalizzazione delle monarchie e degli emirati arabi corrotti con Israele. Nel 2018 l’arresto di Ahed Tamimi. Ahed, sì, è palestinese, ma bionda e senza velo. Tanto basta per seminare dissonanze cognitive nel Nord del Mondo, che freme di un’emozione fugace ma sincera per questa giovane ragazza che meriterebbe di essere ucraina. E così potremmo tornare indietro, anno dopo anno, al 2000, o al 1987, o al 1973, o al 1967, o al 1948. Così, purtroppo, va la vita.

Ogni anno, quindi, per pochi giorni, o al massimo per qualche settimana, si chiacchiera. In Francia, lз sionistз sionizzano, violentemente o moderatamente, come la coorte dellз intercambiabili sostenitorз della soluzione pacifica. Le marce per la Palestina passano attraverso il rilevatore degli Allah-akbar. O sono soppresse. O proibite. Le persone bianche, esseri pacifici per eccellenza, sono ovviamente rattristatз dall'”impennata” del “conflitto in Medio Oriente”, necessariamente incomprensibile, certamente estraneo alla loro storia. Tuttavia, sono preoccupatз per il rischio che questo conflitto venga importato nella loro piccola vita di bianchз del tardo capitalismo, ad esempio attraverso manifestazioni in quei quartieri popolari dove ci sono già troppз arabз anche in tempi normali. Il “conflitto mediorientale” è vicino ovviamente, ma dovrebbe restare comunque in Oriente. Lo dice il suo nome.

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Enrico Galavotti: L’insegnamento fondamentale del conflitto ucraino

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L’insegnamento fondamentale del conflitto ucraino

di Enrico Galavotti

Devo dire che questo conflitto russo-ucraino ha messo seriamente in crisi il rapporto idealistico (o filosofico) tra etica e politica.

Certo, in Italia non abbiamo solo una tradizione cristiana che, seppur in forma laicizzata, presume di dare un senso alla politica in nome dell’etica; ma abbiamo anche una tradizione machiavellica (cioè radical-borghese) che separa nettamente l’etica dalla politica, facendo di quest’ultima qualcosa di cinico, ai limiti della spietatezza, se e quando la ragion di stato lo esige.

Con questo conflitto però è successo qualcosa di inedito. Infatti chi sembra avere della politica una concezione cinica, Putin, dimostra d’avere ragioni più fondate, persino più etiche di Zelensky, che pur continuamente cerca di coinvolgere il mondo intero nella sua narrativa melodrammatica, che presume d’essere valida in sé, in quanto esprime la condizione d’uno Stato aggredito, vittima della protervia di uno aggressore, che vuole minare la sua sovranità e integrità territoriale.

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Paolo Giuliodori: Contrasto alla pirateria informatica: un nuovo pretesto per perseguire una società del controllo?

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Contrasto alla pirateria informatica: un nuovo pretesto per perseguire una società del controllo?

di Paolo Giuliodori

Nell’ultimo anno l’Italia ha rappresentato, come più volte accaduto nella nostra storia, un esperimento d’avanguardia. L’esperimento è consistito nell’utilizzo stringente di tecnologie disponibili alla massa per la negazione o concessione di diritti costituzionalmente garantiti. Ci stanno addestrando all’obbedienza.

Le tecnologie informatiche, infatti, sono ormai mature per accogliere una nuova società, la cosiddetta “società del controllo”, una società dove l’individuo non ha diritti riconosciuti a prescindere, ma diritti “concessi” solo se soddisfa specifiche caratteristiche (di salute, fiscali, sociali, ambientali ecc… immaginazione ed etica saranno gli unici limiti).

La propaganda e la paura hanno garantito il “successo” di strumenti come il greenpass che sono stati percepiti dalla gran parte della popolazione come “necessari” e/o “giusti”. L’esperimento ha mostrato solo una debole opposizione da parte della popolazione sotto ricatto sociale, lavorativo e sanitario.

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Marco Cattaneo: Il “figlio scialacquatore”, ovvero: il costante sforzo di smontare i luoghi comuni

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Il “figlio scialacquatore”, ovvero: il costante sforzo di smontare i luoghi comuni

di Marco Cattaneo

Tra le mitragliate di luoghi comuni che ci si sente ripetere da chi si “documenta” su temi macroeconomici leggendo la Repubblica, oppure ben che vada (ma siamo lì come livello) il Sole 24Ore, un posto di rilievo lo occupa la parabola del “figlio scialacquatore”.

Secondo questa vulgata, la santa e buona UE fa bene a tenere sotto controllo l’indebitata Italia, perché “è evidente” la nostra tendenza a essere “un popolo di spendaccioni”, con la conseguenza di metterci in guai che non potranno se non peggiorare, se la sopracitata UE non ci tiene il guinzaglio corto.

Questa vulgata, scritta, letta, e ripetuta a pappagallo da tante persone, è una pura e semplice bestialità macroeconomica.

Senza far ricorso a fonti particolarmente evolute o raffinate, basterebbe andarsi a vedere la Wikipedia inglese alla voce “Net International Investment Position”, dove leggiamo che

“The Net International Investment Position (NIIP) is the difference in the external financial assets and liabilities of a country… a positive NIIP value indicates that a nation is a creditor country, while a negative value indicates that it is a debtor nation”.

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Mimmo Cangiano: Dossier Benjamin

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Dossier Benjamin

di Mimmo Cangiano

Fredric Jameson, Dossier Benjamin (Treccani, 2022), a cura di Massimo Palma (trad. di Flavia Gasperetti)

Rivedendo il suo ormai canonico giudizio del 1971 (Walter Benjamin o della nostalgia), Fredric Jameson (idealmente l’ultimo esponente di quella stessa tradizione politico-culturale che ha in Benjamin uno dei nomi più importanti) si impegna qui in un serrato confronto con l’intero corpus del filosofo ebreo-tedesco. Tale confronto, se fosse possibile operare una reductio ad unum tra le decine di temi trattati da Jameson, si incentra nel proposito, potrei forse dire così, di salvaguardare la natura storica, e finanche storicista (uno storicismo naturalmente depurato da ogni teleologia), della speculazione benjaminiana.

Il passato, certo, il Benjamin ossessionato da una totalità che ci è alle spalle e alla luce della quale è possibile operare quel marxista rovesciamento-di-ciò-che-è-rovesciato, nella coscienza della crisi irreversibile – nella società capitalista – di ogni rapporto simbolico col reale, e dove dunque anche l’opera d’arte, quando non in combutta col nemico (il concetto benjaminiano di “regressione”: la riformulazione fintamente auratica della cultura nazi-fascista), si dà come sintomo di un reale già estraniato rispetto all’uomo che lo produce.

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